Skip to main content

Full text of "Bollettino della Società dei naturalisti in Napoli"

See other formats


STITUTION MOIinilXSNI NVINOSH1IWS S3iyVHail LI B RAR IES SMITHSONIAN INSTITUT» 

<n ._, z \ <P. ^rrr-, 2: __. f ) . 2 



\Qy ra X^/as^X o X> .5^ — X <^vasvìì/ Q 

Iiuvaan - LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION^NOIIOIIISNI ^NVINOSHIMS S3 I dVd* 

2: r- _ 2: r- z 



m x ^y pu x m 

co — co ~ co 

STITUTION NOIinillSNI NVIN0SH1IWS S3 I dVd 0 11 LI B RAR I ES ^SMITHSONIAN __ IN STI TUTI 

«rT /rTiTruX 5“ -cf .vK 



> ^ > ~ r w I§ ^ > x^ Oius^ x ^ 

3i ava a n Z Ll B RAR1 es^smithsonian institution NoiiniiiSNi nvinoshiiiais^ss i dvdt 

r; co “ _ co _ “ . CO 

U> . .«</> ^ W 




o 

2 _j 2 

STITUTION NOIiniliSNI NVINOSHIIWS S3iaVd0IT LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTI 

Z' — 

o 2^ ^ 



m m _ 

co — co f= co 

11 a v a a n libraries smithsonian institution NouniiiSNi nvinoshiiws S3idva 

Z ■ > co _^ z v co 2 CO 

< ~ x X^T'O^X < ' A S ^ 

Z lVX H /aflMA 2 - H m?Wy/s,. 2 /K 




t ? , 

5 ' 2 ' >X -^ > ' 2 Xftosv^ > 

CO Z CO '' 2 CO z 

STITUTION NOIJ.nillSNI_NVINOSHll.WS S3 I ava 8 I1_LI B RAR I ES SMITHSONIAN INSTITUT 

- /^è\ § VvV - /^H\ 1 ^ ^ : 

cc Iz&s' < ' 

o ? Xjw»® 




o 

_ 2 -I Z 

3 I 0 V 0 0 11 LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIinillSNI NVIN0SH1IIAJS S 3 I BVd 

r~2 r* _ 2 r~ z 

2 - m /j^S^5x 2 x^vTx m <.• ò 



m x^uv/ ~ m m 

co ± co f: co 

^STITUTION NOIinillSNI NVIN0SH1IINS S3ldVd0n LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITI 
' co z ^^ <£ 2 w 2 



> ^ 2 >v xijd^ > ’*w~ 2 x ^ms^ x ^ 

3 I d Vd 0 11”"" Ll B RAR I ES^SMITHSONIAN ~ INSTITUTION NOIlfUllSNI NVINOSHIIWS^S 3 I a Va 
r; co ~ _ co _ — co 

^ ^. ■oxj» ? * *éi. s 


\V'^ v A 1 


I1I1SNI NVIN0SH1IINS S3iavaan LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIifUIISNI 

~~ cfi ~ CO 



o ' W — O X^vosv^ _ o 

2 ' -J 2 „j 2 -J 

ARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIifUIISNI NVIN0SH1IWS SSiavaail LIBRARIES 
z r- _ z r- z ~ - 



m VMnùisgX rn ^ m 

— C/) 5 CO \ ~ w 

UI1SNI NVINOSHilWS S3 iavaaiT LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIiniliSNI 
z __w z W Z ,v « 

/ a y 5 mmb, s i /àt*m z 



ARI ES^SMITHSONIAN - INSTITUTION NOIinillSNI NVIN0SH1IWS S3I a Va a IT_ uBRAR1 ES 

CO -y> _ ^ _ .. v . CO _ 2 __ 

tli , w XSSX w 1x1 



a: 


* < 


ce 



5 

llliSNI' J NVIN0SH1IIMS^S 3 lavaail^LIBRARI ES^SMITHSONIAN^INSTITUTION - NOIinillSN 

r~ , ’Z. r~ Z r ~ z 



> / 

m ^ ' m 

co — co _ co — 

ARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIlDlliSNI NVIN0SH1IINS S3 I avaa I"1 LI B RAR I ES 

<■” z % ' 



s XX^XX < A s* - /f« 

, / -^.itfSflrSsW^A n,x^. ASSn&y Jf,~ ^ 

o 

w ,èl 
/'* y - 

2 ' > ' 2 > 2 

uiisNi^NviNOSHiiiNS^saiavaan libraries smithsonian^institution NoiiniusN 

“ CO “ CO — ^ 




co 



co 



I 


Y'MA 

/ v / H ^ 

O X' ftosH^ X ~ o 

: A R I E S~ SMITHSONIAN"" INSTITUTION NOIiniliSNI^NVINOSHilWS^ S3 I avaa 11 LIBRARIE! 




h- 

£ l* 1 

— XiX€àLWJV — h 

rn V-X | w 

flillSNI NVIN0SH1IWS SSiaVaaiT LIBRARIES SMITHSONIAN institution,„ NOIiniliSN 
z « Z #■ <£ z X-, 




SO^DC^ £ ~'4gpaf' ^ v > X^OlLL^X 2 

CO 2 CO * "Z CO * ^ I I R R i R 

:ARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIifUIISNI NVINOSHJLIWS S 3 I d V ti 0 H„ L 1 b K A K 
co 5 ; _ CO _ = co 2 

m ^ ,.w /0^A\ - w u M 




~ Xo 











raé. 40 

r<g, 7 / 


BOLLETTINO DELLA 
SOCIETÀ DEI NATURALISTI 
IN NAPOLI 


VOLUME LXXXV - 1976 



( v 


Libi i 


GIANNINI EDITORE 
NAPOLI 1977 







NORME PER LA STAMPA DI NOTE NEL BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ 


Art. 1. — La stampa delle note è subordinata all’approvazione da parte del Comitato 
di Redazione che è costituito dal Presidente del Consiglio direttivo, dai quattro 
Consiglieri e dal Redattore delle Pubblicazioni. Il Comitato di Redazione qualora lo 
giudichi necessario ha facoltà di chiedere il parere consultivo di altri, anche non soci. 

Art. 2. — I testi delle note devono essere consegnati, dattiloscritti al Redattore nella 
stessa Tornata o Assemblea in lui vengono comunicati. Solo per gli allegati (figure, carte, 
tavole, ecc.) è consentita la deroga dalla presente disposizione, ma fino ad un mese dalla 
data di presentazione della nota. Trascorso tale periodo s'intende scaduto il diritto per 
la stampa e la nota deve essere ripresentata in altra Tornata o Assemblea. 

Art. 3. — Ogni anno i soci hanno diritto a 10 pagine di stampa, gratuite, o al loro 
equivalente, oltre a 50 estratti senza copertina. Tale diritto non è cedibile né cumulabile. 

Art. 4. — Con le prime bozze, la Tipografia invierà al Redattore il preventivo di 
spesa per la stampa nel Bollettino e per gli estratti, questi lo comunicherà all’Autore 
per la parte di spesa che lo riguarda. 

Art. 5. — L'Autore restituirà con le prime bozze, gli originali ed il preventivo di 
spesa per la stampa, sottoscritto per conferma ed accettazione, indicando il numero di 
estratti a pagamento desiderati, l’indirizzo a cui dovrà essere fatta la spedizione e 
l'intestazione della fattura relativa alle spese di stampa del periodico e degli estratti. 
Nel caso che l'ordine provenga da un Istituto Universitario o da altro Ente, l'ordine 
deve essere sottoscritto dal Direttore. 

Art. 6. — Modifiche ed aggiunte apportate agli originali nel corso della correzione 
delle bozze (correzione d’Autore), comportano un aggravio di spesa, specialmente quando 
richiedono la ricomposizione di lunghi tratti del testo o spostamenti nell’impaginazione. 
Tali spese saranno addebitate all'Autore. 

Art. 7. — Le bozze devono essere restituite al Redattore entro 15 giorni. Il ritardo 
comporta lo spostamento della nota relativa nell'ordine di stampa sul Bollettino; per 
questo motivo la numerazione delle pagine sarà provvisoria anche nelle ultime bozze e 
quella definitiva sarà apposta su esse a cura e sotto la responsabilità della Tipografia. 

Art. 8. — A cura del Redattore, in calce ad ogni lavoro sarà indicata: la data di 
consegna effettiva del dattiloscritto e la data di restituzione delle ultime bozze. 

Art. 9. — Al fine di facilitare il computo dell'estensione della composizione tipografica 
dei lavori è necessario che il testo venga presentato dattiloscritto in cartelle di 25 
righe, ciascuna con 60 battute. 

Art. 10. — L’Autore indicherà in calce al dattiloscritto l'Istituto o l’Ente presso cui 
il lavoro è stato compiuto e l’eventuale Ente finanziatore della stampa e delle ricerche. 

Art. 11. — Le note saranno accompagnate da due riassunti, da cui si possa ricavare 
chiaramente parte sostanziale del lavoro. Uno dei due riassunti sarà in italiano e l'altro 
preferibilmente in inglese. 

Art. 12. — Vengono ammesse alla pubblicazione sul Bollettino anche Note d'Autori 
non soci, purché presentate da due soci e preventivamente sottoposte per l’approvazione 
al Comitato di Redazione. La stampa di tali Note sarà a totale carico degli Autori. 

Art. 13. — I caratteri disponibili per la stampa sono i seguenti : maiuscolo —- . . E 

maiuscoletto ----- - - , corsivo-, tondo; in corpo 10 e corpo 8. L'Autore potrà 

avanzare proposte mediante le sottolineature convenzionali prima riportate. La scelta 
definitiva dei caratteri è di competenza del Redattore. 

Art. 14. — Nel dattiloscritto, si raccomanda di indicare con doppia sottolineatura 
(maiuscoletto) i nomi degli Autori e con la sottolineatura semplice (corsivo) i titoli dei 
lavori nella bibliografia, i nomi scientifici latini ed i termini stranieri. 

Art. 15. — Le illustrazioni che corredano il testo saranno accompagnate da brevi 
esaurienti didascalie nelle stesse lingue dei riassunti. 








BOLLETTINO DELLA 
SOCIETÀ DEI NATURALISTI 
IN NAPOLI 


VOLUME LXXXV - 1976 



GIANNINI EDITORE 
NAPOLI 1977 






SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI 

VIA MEZZOCANNONE, 8 


Prof. Pio Vittozzi 
Prof. Aldo Napoletano 
Prof. Antonio Rodriquez 
Prof. Gennaro Corrado 
Dott. Angiolo Pierantoni 
Prof. Pietro Battaglini 
Dott. Giorgio Matteucig 
Prof. Giuseppe Caputo 
Prof. Piero De Castro 
Prof. Arturo Palombi 
Prof. Tullio Pescatore 


CONSIGLIO DIRETTIVO 
BIENNIO 1976-77 

- Presidente 

- Vice-Presidente 

- Segretario 

- Segretario 

- Tesoriere 

- Bibliotecario 

- Redattore delle pubblicazioni 

- Consigliere 

- Consigliere 

- Consigliere 

- Consigliere 


Hanno contribuito alla stampa di questo volume: 

Il Ministero per i beni culturali ed ambientali 
La Regione Campania 
L’Università di Napoli 


COMITATO DI REDAZIONE DELLE PUBBLICAZIONI 

È costituito dal Presidente, dal Redattore delle pubblicazioni e dai quattro 
Consiglieri, ma si avvale, quando lo ritiene più opportuno, della consulenza 
scientifica di particolari competenti italiani o stranieri. 

In particolare a questo numero hanno collaborato: P. Ariani, B. Bagolini, 
P. Battaglini, G. Corrado, B. D’Argenio, B. De Lerma, M. De Vincentiis, F. Esu, 
A. Giuditta, C. Leone, M. Libonati, A. Merda, A. Morescalchi, R. A. Nicolaus, 
G. Pelagalli, A. Pellegrino, A. Pierantoni, A. Praturlon, P. Scandone, A. Schedilo, 
A. Vallano. 



Boli. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 3-14, schemi 3, foto 11 


Registrazione dei fenomeni meccanici del muscolo 
con metodo potenziometrico 

Nota di Mario Cotogno, Giovanni Sansone, 

Ettore Novellino e Augusto Biondi (*) 

presentata dai soci P. Battaglimi e G. Matteucig 

(Tornata del 28 febbraio 1975) 


Riassunto. — È stata messa a punto una tecnica per la trasduzione dei 
fenomeni meccanici del muscolo in fenomeni elettrici mediante la variazione 
della resistenza di un conduttore liquido (metanolo anidro) in un circuito a 
corrente continua. 

Summary. — The Autors set up a technique for thè transformation of 
mechanical phenomena muscle into electron ones by thè resìstance of a liquid 
conductor (anhydrous methanol) in a direct current circuìt. 


Le prime esperienze per le indagini biologiche riguardanti la contra¬ 
zione muscolare ed i suoi molteplici aspetti furono condotte con metodi 
chimografici, 

I chimografi, successivamente perfezionati, hanno dato un contributo 
notevole allo sviluppo delle conoscenze dei fenomeni meccanici del mu¬ 
scolo sia isometrici, che isotonici. 

Tuttavia tale metodo, pur conservando intera la sua validità, mostra 
dei limiti allorquando si considera che le registrazioni ottenute risentono 
comunque dì attriti non eliminabili, delle alterazioni del tracciato dipen¬ 
denti dalla forma cilindrica del tamburo e dalla escursione della penna 
che a sua volta rappresenta un raggio' di sfera. 

L’analisi matematica delle curve chimografiche, oltremodo complessa, 
rende difficile, se non impossibile, la soluzione di alcune questioni mate- 

(*) Fisiologia Generale della Facoltà di Farmacia - Università degli Studi 
Napoli. 


4 M. Cotugno, G. Sansone, E. Novellino e A. Biondi 


matiche. A tale scopo si è voluto indagare sulla possibilità di evidenziare 
fenomeni meccanici con una diversa metodica, capace di superare le 
difficoltà innanzi dette. 

Sono descritte in letteratura metodiche diverse da quelle chimogra¬ 
fiche, consistenti in trasduttori del tipo piezoelettrico (1), (2), (3), nonché 
un sistema fondato sulla conducibilità di una miscela di glicerina, HC1 
ed alcol (4). 

È stata da noi messa a punto una tecnica che sfrutta la bassa condu¬ 
cibilità di alcuni liquidi organici, in sostituzione della registrazione chi¬ 
mografica. 

Dopo aver effettuato varie prove con liquidi organici diversi, è stato 
scelto il metanolo anidro come conduttore liquido in quanto esso solo è 
risultato adatto allo scopo. 



Schema n. 1. — a) stimolatore - b) muscolo - c) leva - d) metanolo - e) elettrodi- 
argento - f) batteria - g) oscilloscopio. 


Sono stati usati due tubicini, pieni di metanolo, paralleli tra di 
loro, della lunghezza di mm 35 e raggio di base mm 3 con la parte supe¬ 
riore svasata a cono e inferiormente aventi le estremità attraversate da 
un filo di argento che terminava aH’interno con una superficie piana. 
L’estremità di uno dei due fili uscenti dai tubicini veniva collegato ad 
un polo della batteria, mentre l'altro polo era collegato aH’oscilloscopio 
al quale si congiungeva anche il filo proveniente dall’altro tubicino. 
















Registrazione dei fenomeni meccanici del muscolo, ecc. 5 


Sulla parte superiore di tali tubicini è posta una leva di 1° grado 
collegata ad un preparato neuromuscolare (gastrocnemio di rana e rela¬ 
tivo nervo sciatico). All'estremità di suddetta leva era applicato un elet¬ 
trodo di argento a forcina di peso trascurabile ed isolato dalla leva, che 
pescava nel metanolo dei due tubicini (Vedi Schema N. 1). 

Per verificare la variazione di conducibilità del metanolo al variare 
della distanza fra gli elettrodi, una volta applicata fra l'elettrodo fisso e 
quello mobile una differenza di potenziale di 10 volts circa, fu collegato 
l’elettrodo superiore ad un motorino, che tirava a velocità costante, un 
filo inestensibile (Vedi Schema N. 2). 



Schema n. 2. — a) motorino - b) oscilloscopio - c) batteria - d) elettrodi-argento - 
e) metanolo. 


La conseguente variazione di potenziale osservata all’oscilloscopio con¬ 
sentiva di esaminare il variare del potenziale stesso in funzione dell'allon¬ 
tanamento costante della forcina dalla base dei tubicini. 

In tali condizioni partendo dalla posizione di chiusura del circuito, si 
osservava all’oscilloscopio una curva esponenziale dovuta al crescere della 
colonna liquida di metanolo interposta fra i due elettrodi che funge da 
resistenza variabile (Foto N. 1). 

Successivamente questa stessa tecnica è stata estesa a scopo di con¬ 
trollo, collegando l’elettrodo mobile all'estremità di una leva uguale a 
quella adoperata per la registrazione della contrazione muscolare ed azio¬ 
nata da un motore elettrico (Schema N. 3). In tal modo l'allontanamento 













6 M. Cotugno, G. Sansone, E. Novellino e A. Biondi 



Foto n. 1. — A v 10 v 0.5 cm sec 2 V/crri. 



Foto n. 2. — A v 8 v 1 cm sec. 2 v cm, 




















































Registrazione dei fenomeni meccanici del muscolo , ecc. 7 


dei due elettrodi non procedeva più a velocità costante, ma l’elettrodo 
mobile si allontanava da quello fisso con un moto uniformemente acce¬ 
lerato, determinato dalla escursione in alto della leva nei primi 45°. 

In questo caso la caduta di potenziale non segue più l'andamento 
precedentemente osservato ma tende a rettificarsi (Vedi Foto 2) essenzial¬ 
mente nell'intervallo di caduta della d.d.p. che va da 10 a 5 volts. Abbiamo 
ritenuto opportuno eseguire le prove sul muscolo in tale intervallo. 

È stato usato il metanolo anidro in quanto presenta una conducibilità 
elettrica specifica molto bassa, pari a 4 x 10 8 ohm -1 cmr 1 . 



Schema n. 3. — a) motore - b) oscilloscopio - c) batteria - d) elettrodi-argento - 
e) metanolo - f) leva. 

In posizione iniziale l’elettrodo mobile dista da quello fisso di 1 mm e 
la conduzione avviene attraverso il breve tratto di metanolo interposto; 
in tali condizioni il valore della d.d.p. osservata (10 volts) rappresenta il 
punto più alto della curva descritta. 

AH'allontanarsi dell’elettrodo mobile il tratto di metanolo aumenta e 
crescendo la resistenza il voltaggio nel circuito diminuisce corrisponden¬ 
temente fin quasi ad annullarsi del tutto. 

Alla luce di queste premesse si è passati a raccogliere in oscilloscopio 
la risposta meccanica del muscolo. 

Fu preso in considerazione per resperimento il muscolo gastrocnemio 
di rana Esculenta ed il relativo nervo sciatico. 

















8 M. Cotugno, G. Sansone, E. Novellino e A. Biondi 


Allestito così il preparato neuromuscolare, la parte prossimale del 
muscolo fu fissata su una base di sughero mentre quella distale, mediante 
un filo inestensibile, fu collegata ad una leva a squadra (Schema I). Al 
nervo sciatico era collegato un generatore di onde quadre; con questo 
sistema si otteneva la contrazione isotonica del muscolo. 

All'estremità della leva era posto l’elettrodo mobile a forcina, que¬ 
st’ultimo e la restante parte dell'attrezzatura era la stessa usata per 
l'indagine precedente; veniva cioè ad essere sostituito al motorino il 
muscolo. 

Per mezzo della tecnica descritta abbiamo effettuato una vasta serie 
di registrazioni meccaniche stimolando il preparato neuromuscolare con 
impulsi variabili tra 50 e 300 mv. 

Abbiamo così registrato una serie di fotografie che vanno dalla scossa 
semplice al tetano incompleto e completo. 

La foto 3 mostra la registrazione di una scossa semplice, ottenuta 
con uno stimolo di 100 mv e 0,3 msec. e un display 0,5 volts per cm. 

Il pennello catodico si muoveva con una velocità di 50 msec. al cm. 

In questa fotografia si nota che la curva di contrazione è quasi sim¬ 
metrica; controllando in letteratura le curve di registrazione chimografica, 
è facile notare come non solo non esista tale simmetria non solo, ma 
che le stesse curve presentano inclinazioni del loro asse più o meno 
accentuate in funzione della velocità di rotazione del tamburo chimo¬ 
grafico. 

Inoltre è da notare a termine dell’onda di contrazione un’altra piccola 
oscillazione che evidentemente non è risolvibile con il metodo chimogra¬ 
fico, e che probabilmente è responsabile della asimmetria delle curve chi¬ 
mografiche (Foto 3). 

La piccola onda postuma osservata dopo una scossa semplice non 
è da riferirsi a fenomeni di rimbalzo meccanico dell’apparecchiatura, ma 
può essere collegata ad una successiva modesta contrazione o a fenomeni 
connessi alla elasticità del muscolo, sulla cui genesi, per il momento, è 
difficile formulare ipotesi. 

Tale fenomeno anche se a volte accennato sui chimografi tradizio¬ 
nali è da ritenersi dovuto molto probabilmente a rimbalzo della penna 
scrivente. 

Successivamente il muscolo è stato sottoposto a stimolazione ripeti¬ 
tiva e prolungata con la frequenza di 1 stimolo al sec. 

Le foto 4, 5, 6, 7, 8 mostrano l’andamento e la successiva modifica¬ 
zione della forma dell’onda. 


Registrazione dei fenomeni meccanici del muscolo, ecc. 9 




Foto N. 4. — (Vedi testo). 














































































10 M. Cotugno, G. Sansone, E. Novellino e A. Biondi 



Foto N. 6. — (Vedi testo). 






















































Registrazione dei fenomeni meccanici del muscolo, ecc . 11 



Foto N. 7. — (Vedi testo). 







Foto N. 8. — (Vedi testo). 









































































12 M. Cotugno, G, Sansone, £. Novellino e A. Biondi 



Foto N. 9. — (Vedi testo). 



Foto N. 10. — (Vedi testo). 




Registrazione dei fenomeni meccanici del muscolo, ecc. 13 


È evidente che ad un maggiore affaticamento corrisponde un allun¬ 
gamento sempre più marcato della fase discendente dell’onda dipendente 
dairaumento della viscosità intrinseca del muscolo. 

Siamo passati quindi alla registrazione del tetano incompleto e 
completo. 

Le foto 9, 10 mostrano tetani incompleti con frequenze dì stimolo 
crescenti; in entrambi i casi il display è su 0,2 volts al cm; la foto 9 
mostra un tetano incompleto dove la durata dello stimolo è 1 msec. e la 
frequenza di 7 stimoli al sec. La foto 10 mostra ancora un tetano incom¬ 
pleto ottenuto però con una frequenza di 13 stimoli al sec. 

La foto 11 mostra infine un tetano completo ottenuto con stimoli di 
150 mv con una frequenza di 30 al secondo; il display è di 0,1 cm al sec. 



Foto N. 11. — (Vedi testo). 


Da quanto sopra descritto e dimostrato risulta che la metodica 
indicata è di facile applicazione ed è sufficientemente rapida; infatti 
l'apparato consta di strumenti estremamente semplici che consentono 
una corretta registrazione della scossa muscolare semplice o tetanica. 
Nell'approntare la tecnica abbiamo saggiato diversi liquidi organici ed 
inorganici tra i quali la glicerina, Letanolo, l'alcol isopropilico, il buia* 
nolo, l'acqua distillata e deionizzata e miscele a diversa composizione, ma 
in nessun caso è stato possibile ottenere una diminuzione del potenziale 
della sorgente che avesse un andamento lineare e costante così come è 
stato ottenuto' adoperando metanolo anidro. 



14 M . Cotugno, G. Sansone, E. Novellino e A. Biondi 


Inoltre data la buona registrazione ottenibile in assenza di forze di 
attrito di alcun tipo, è possibile procedere ad una corretta analisi mate¬ 
matica che potrà permettere indagini più ampie sull’effettivo processo 
della contrazione muscolare e dei suoi più intimi meccanismi. 


BIBLIOGRAFIA 

(1) Bourne Geoffrey - The structure and function of thè muscle, Voi. Ili, 1973. 

(2) Pascoe J. - J. Physiol., 128, 26, 1955. 

(3) Farrar J. M. T., Worykin and V. K. Bawn - J. Science, 126, 103, 1957. 

(4) Donaldson Pek - Electronic apparatus for biological research, cap. 33, pp. 486, 
Butterworths, Sci. Pubi. London, 1958. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 15-97, figg. 23, lavv. 21 


Gli Ofìdii delle Valli del Natisone 
nell’ambito dei beni culturali ed ambientali delle stesse 

Nota del socio Giorgio Matteucig (*) 


(Tornata del 29 aprile 1975) 


4 TQxóvTQO'av yXwo'crocv oanrwv west, ocpsw»;, 
ìòc; àermSwv utcò và X'dXr) aùiwv. 

13 syvwv OTl TC0lT)0"£l XÙpLO<; TT)V XpLCLV TOU TtTOXOU 

XOtì TT)V 8 lXT)V TWV 7l£VT)TO)V. 

Aau'CS PA0' 


Riassunto. — L'inizio della presente ricerca è nelle profonde ragioni cul¬ 
turali e naturalistiche delle Valli del Natisone, esaminate le quali, l’autore si 
'sofferma sull’aumento spaventoso di Ofìdii nella zona durante l’estate del 1974 
fenomeno che pone un serio problema biologico circa i motivi di tale incon¬ 
trollato aumento, che non può solo avere risposta nella diminuzione di specie 
nemiche degli Ofìdii. 

L'occasione si è rivelata comunque propizia per la cattura, la determina¬ 
zione di nove specie ed una sottospecie di Ofìdii non segnalate prima in tale 
zona. 

Di tali specie vengono sottolineati dati diagnostici, la distribuzione geo¬ 
grafica con la segnalazione, all'occorrenza, di caratteri particolarmente soggetti 
a variabilità. 

Summarium. — In hoc opuscolo conficiendo cur Serpentes in vallibus Na- 
tisonis viventes numero aucti sint, gentibus et moribus huius regionis per- 
spectis, maxima quam potui diligentia quaesivi. 

Notabile enim mihi visura est species animalium Serpentibus hostilium 
anno MCMLXXIV adhuc extare. 

Horum Serpentium novera species et unam subspeciem repperi quarum for- 
mas, mores, loca et variabiles characteres descripsi. 

Novas quaestiones posui. 

(*) Dell’Istituto di Zoologia della Facoltà di Scienze dell'Università di Na¬ 
poli, Via Mezzocannone 8 - Napoli (80134). 


16 G. Matteucig 


1. Vedute preliminari sull'indirizzo e scopo del presente lavoro 

L'Amministrazione Provinciale di Udine nell’aprile del 1974 « ha ri¬ 
tenuto quanto mai utile promuovere una campagna antivipera, facendo 
eco al timore di molti e alla seria preoccupazione degli abitanti della 
Provincia, che vedono aumentare il numero e l'aggressività di questi 
rettili ». 

Al bando ufficiale dell’Amministrazione Provinciale di Udine hanno 
fatto seguito, nelle settimane e nei mesi successivi, allarmanti comunicati 
sui principali quotidiani italiani che parimenti segnalavano un enorme 
aumento di Ofidii specie nel Cividalese. 

D'altro canto in precedenza scrii studiosi e perciò strenui difensori 
dell'erpetofauna, avevano messo in dubbio tali periodici aumenti di Rettili, 
che di anno in anno venivano segnalati in diversi luoghi. 

Così S. Bruno (1973) dice: 

« sappiamo che gli “ aumenti delle vipere ”, su cui talvolta si sono 
pronunciati favorevolmente noti zoologi italiani, non trovano riscontro 
nella letteratura europea specializzata ... quel ipotetico “ aumento ” che 
da oltre 40 anni i soliti “ specialisti ” predicano in ogni dove ». 

Ma vi sono zone in cui furono nel passato segnalati « abbondanza o 
aumenti periodici di taluni rettili » da Autori « non sospetti » come le 
zone di Albenga (Liguria), del Tirolo (Alto Adige), di Belluno (Veneto), 
della Carnia, del Cividalese, di Val Canale (Friuli), del Cilento (Cam¬ 
pania) ecc. 

Così lo stato di abbondanza di taluni Ofidii usati da tempo imme¬ 
more per la preparazione di farmaci (Aiazzi, Donatelli) era noto agli an¬ 
tichi naturalisti studiosi dell'erpetofauna veneta se il Prof. T. A. Catullo 
nel 1844 indicava la presenza della Vipera ammodytes « in quel di Belluno, 
dove trovasi copiosa tutti li anni » (De Betta, 1857). 

Lo stesso De Betta (1874) scrive che la Vipera ammodytes « nel Ti¬ 
rolo fu scoperta dal prof. Gredler, ed abbastanza frequente, sul pendio 
del castello di Kiibach al sud di Bolzano, Nel Veneto fu incontrata dal 
dott. Nardo sui monti friulani di Cividale verso la parte di Canal, ed 
avvertita dall'illustre prof. Catullo come vivente nel Bellunese fra i sassi 
che coprono le campagne del Mas presso Cordevole. Finalmente in Sicilia 
fu trovata anche da Bibron, il prof. Doderlin ce la indica confinata in 
una ristretta zona verso il capo Passero e la punta meridionale del¬ 
l’isola ». 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 17 


Certo oggi nessuno studioso segnala più la presenza di Vipera am- 
modytes in Sicilia, ma non c'è dubbio che questa vipera ha lasciato du¬ 
rature tracce nel vernacolo siculo con il termine di « asparu ». Giovanni 
Marinelli (1898) trovava utile, nella sua famosa guida della Carnia, av¬ 
vertire che nei dintorni del lago di Gavazzo (Lago dei Tre Comuni) si 
rinvenisse abbastanza frequente la « vipera del corno assai velenosa e 
rara nel regno d'Italia, nel quale vuoisi che sia appunto questa la regione 
più occidentale in cui fu vista ». 

Ma vi sono vari toponimi in Italia ed altrove che indiscutibilmente 
avallano se non altro l'abbondante presenza di Ofidii. Così in Campania 
troviamo Rocca d’Aspide e la famosa Conca di Agnano, alle porte di Na¬ 
poli, che ha preso nome da « Anguiano », appunto « località di serpi », 
in epoca normanna. Ancor oggi, nonostante la selvaggia urbanizzazione e 
l’alto tasso di inquinamento presente nella conca flegrea di Agnano, è pos¬ 
sibile ritrovare qualche ofidio. Per l'appunto nel maggio 1972 sono stati 
catturati tre esemplari di Coronella austriaca in un campicello incolto 
presso l’LT.I.S. « A. Righi » sorgente presso la Conca di Agnano. La pre¬ 
senza stessa delle Terme di Agnano, famose già in epoca romana, indica 
un habitat prediletto di talune specie di Ofidii. Così A. E. Brehm (1902) 
riferisce la presenza frequente di Coluher viridiflavus (olim Zamenis ge- 
monensis) alle Terme di Vinadio (Piemonte) ed in talune stazioni bal¬ 
neari francesi, oltre che la presenza di Elaphe longissima (olim Coluher 
Aesculapii) a Schlangenbad («bagno del serpe», altro toponimo signifi¬ 
cativo!) in Germania. 

Quindi la notizia di questa abbondanza di Ofidii in talune zone della 
Provincia di Udine (Fig. n. 1), segnatamente nel Cividalese (Valli del Na¬ 
tisone), meritava da parte nostra prima di tutto una preventiva indagine 
conoscitiva sulle specie ofidiche ivi esistenti, non essendovi alcun lavoro 
in proposito, poi un attento studio e verifica di tale fenomeno. 

Il nostro lavoro è stato favorito da una duplice circostanza: che 
quelle zone ci erano personalmente note dall'infanzia per diversi pro¬ 
lungati soggiorni in quei luoghi e che, poi, fatto importantissimo, pote¬ 
vamo contare sulla piena collaborazione della popolazione ivi residente, 
perché parte della nostra famiglia dimorava ininterrottamente da centi¬ 
naia d'anni nelle Valli del Natisone, appartenendo noi alla prima gene¬ 
razione nata fuori dalle Valli (Fig. 19, 20, 21, 22, 23 della nota 9.1). 

Questa ricerca ci ha spinto fuori dal laboratorio, ma ci ha profon¬ 
damente arricchiti per quel contatto immediato con la natura e con una 
serie di avvincenti problemi « calati nel nostro tempo », che verremo a 
mano a mano esponendo. 


2 


18 G. Matteucig 


Non da oggi grandissimi zoologi — come disse il D’Ancona nel di¬ 
scorso presidenziale al XXVII Convegno delFUnione Zoologica Italiana 



Fig. 1. — La zona da noi studiata, delimitata dalla linea punteggiata, si è ri¬ 
levata di grande interesse naturalistico e densa di testimonianze sto¬ 
riche, civili ed umane. Nel riquadro a sinistra in basso uno sguardo 
d'insieme alla idrografia della zona. 


(3-9-1955 - Rieti) —- hanno avvertito che la moderna zoologia è andata per¬ 
dendo il contatto con la natura per rinchiudersi nei laboratori, nei quali 











Gli Ofidii delle Valli del Natisone, eco. 19 


indubbiamente l'indagine si perfeziona ma perde quella visione natura¬ 
listica ch'è essenziale per questo tipo di ricerche. 


« Ciò che caratterizza i nostri studi della vita animale è soprattutto 
LA VISIONE UNITARIA DEI PROBLEMI ATTINENTI AL MONDO ANIMALE. Di fronte ad 
una biologia antropocentrica o di fronte a biologie essenzialmente appli¬ 
cative, la nostra biologia affronta le differenti manifestazioni della vita 
con una visione comparativa che tende a considerare i singoli viventi 
come espressione ed aspetti di quel complesso fenomeno che chiamasi 
vita » (D'Ancona, 1955). 


A questa visione unitaria della vita ci siamo rifatti in tutti i nostri 
precedenti lavori, perché siamo convinti che l'uomo attuale e quello fu¬ 
turo non potrà fare a meno per la propria sopravvivenza e nella risolu¬ 
zione di problemi immensi, quali il rapporto con i suoi simili di diverse 
ideologie e civiltà, e quali la fame, Tinquinamento, il sovrappopolamento, 
la ricerca di nuove fonti energetiche, di acquistare una coscienza respon¬ 
sabile e responsabilizzante che non può ignorare l'aspetto unitario della 
vita, della scienza, della cultura, del pensiero (Matteucig, 1973 a, b, c; 
1974 a, b, c, d, e). 


« Ma la Zoologia, oltre alla sperimentazione effettuata in laboratorio 
e predisposta dal ricercatore, può largamente servirsi di una più. vasta 
sperimentazione che ha luogo spontaneamente in natura e che offre allo 
zoologo il modo di affrontare fenomeni spesso più grandi di lui, ma che 
dalla sua sagacia attendono una interpretazione. 

È appunto in questa sperimentazione naturale che si manifesta un 
aspetto peculiare della Zoologia in confronto ad altre discipline biologiche. 
È in questo campo che la zoologia non può trascurare i contatti con le 
discipline del mondo inanimato . Rivive così l’associazione tra Biologia e 
scienza della natura inanimata, in modo che si ha una Zoologia che po¬ 
tremmo definire naturalistica. 

Se lo zoologo moderno è spesso un puro biologo che considera l'or 
ganismo animale aH’infuori dell’ambiente in cui vive, vi è anche una 
Zoologia altrettanto moderna nella sua impostazione sperimentale quanti¬ 
tativa, statistica, che studia l'animale nel suo ambiente, nelle sue relazioni 
con il substrato, nei rapporti di concorrenza e competizione con altri 
viventi, che conserva lo spirito tradizionalmente naturalistico vivificato 
dalla moderna metodica delle scienze sperimentali » (D'Ancona, 1955). 

Non a caso W. D. Billings (1952) del Dipartimento di Botanica della 
Duke University, partendo dall’innocente interrogativo « perché le piante 
crescono dove crescono? » arriva a fare tutta l'analisi nel complesso am¬ 
bientale in relazione alla crescita e distribuzione delle piante. 

Partendo dalla visione di Cooper secondo cui la vegetazione della 
terra è come una corrente fluente ed intrecciata, governata e diretta da 


20 G. Matteucig 


tutti i fattori ambientali in tutti i tempi, Billings pone in evidenza come 
i successivi cambi nella vegetazione non vanno mai poi mai interpretati 
in termini di un unico fattore, ma soltanto considerando il « complesso 
ambientale » come un tutt’uno. E qui sorge un sottile problema di metodo 
che nel mentre è comodo per il ricercatore studiare i vari fattori am¬ 
bientali uno per uno, c'è un'oggettiva impossibilità di variarne uno senza 
coinvolgerne tutti o parecchi altri. Ne deriva da parte dello studioso un 
approccio « artificiale » ai problemi naturali che può essere tollerato in 
ristrettissimi limiti. Se andiamo ben vedendo è una critica feroce a quel 
tipo di scienza, arroccata nei laboratori ed avulsa dalla realtà naturale, 
che pretende di esportare e ciclizzare la propria verità nell’ambiente e 
nella società. 

Allo schema originale di Billings, in cui è riportata la rappresen¬ 
tazione diagrammatica di un « complesso ambientale » olocenotico (Dajoz, 
1972) abbiamo sostituito (vedere Fig. 2) al centro la « pianta » con l’uomo 
moderno — novello Zeus di Dodona — che nel mentre profetizza limiti 
allo sviluppo umano (J. W. Forrester et al., 1973) ed eco-catastrofi, afferra 
il fuoco della conoscenza per scagliarlo, consapevolmente, contro gli altri 
esseri viventi e contro l'ambiente in nome del profitto tecnocratico (G. 
Berlinguer, 1975; G. Moriani, 1974; M. Aloisi et al., 1972; Matteucig, 1975). 

Uscendo fuor di metafora è triste vedere una certa ricerca compiere 
gran parte del proprio processo culturale di conoscenza, scientifica o uma¬ 
nistica che sia, al di fuori delle leggi naturali e delle interdipendenze del 
« tutt’uno » così ben rappresentato da Billings, confondendo la tecnica 
con la scienza, il nozionismo miope e limitato di una supposta specializ¬ 
zazione con il sapere. 

Specializzazione che per Ludwig Boltzmann è avere una sufficiente 
conoscenza di ciò che altri ricercatori compiono in altri campi, dal mo¬ 
mento che le varie discipline umane, sia pure massimamente speciali¬ 
stiche, sono tutte correlate le une con le altre. 

In parole povere non è possibile compiere una ricerca naturalistica 
o di laboratorio pretendendo di pensare e di agire come se non esistes¬ 
sero determinati cicli di materia e di energia o senza porsi per lo meno 
il quesito di quali effetti abbia una certa realizzazione sull'ambiente, nel¬ 
l'ottica globale della scienza e dell 'esperienza. 

« Dove per esperienza — scrive John F. W. Herschel — non s'intende 
quella del singolo, ma tutta quella accumulata da tutto il genere umano, 
in tutte le ere, registrata nei libri e trasmessa per tradizione ». Così come 
un fenomeno ambientale che avvenga « spontaneamente » in natura non 
può essere pienamente studiato, senza almeno cercare di conoscere il 


Gli Ofìdii delle Valli del Natisone, ecc. 21 


complesso di fenomeni ad esso correlati, non escluso il grado di errore 
e di deformazione insito in noi stessi « osservatori osservati », proprio 
per il peculiare modo di vedere e di esprimersi di ciascuno di noi (N. 
Bohr, 1961). 

È questa tutta una serie di problemi che è merito dei fìsici averla 
affrontata prima dei biologi, ma sulla quale non è lecito tacere, come 



Fig. 2. — La visione antropocentrica, in qualunque campo della ricerca, deve 
fare i conti con gli innumerevoli fattori ambientali e con le principali 
interazioni che s’instaurano fra essi (modif., da Billings, 1952). 


non tacque Ludwig Boltzmann, accusato da un ambiente accademico 
sordo ed ottuso di « terrorismo matematico » che lo costrinse ad uno 
stoico suicidio. 








22 G. Matteucig 


Perché questo è il prezzo che anche allora la società esigeva da chi 
non intendeva soggiacere al « terrorismo conformista delle mode cultu¬ 
rali e di ricerca », in alternativa al carcere a al manicomio. 

Questo tipo di « scienza ufficiale » non tarda a passare nei nostri 
tempi dalla limitazione del singolo studioso a ben altri limiti, come i 
« possibili contenuti negativi deH’umanitarismo » per cui anche « le chiese 
dovrebbe cominciare a considerare limiti e conseguenze deH’umanitari- 
smo...» (J. W. Forrester, 1973). 

In merito ai problemi più generali della nostra società, ai quali ab¬ 
biamo accennato, ci è parsa una notevole occasione lo studio naturali¬ 
stico delle Valli del Natisone, che sono generalmente ben conservate, fino 
ad oggi, da un punto di vista d'inquinamenti e dall’aggressione di un 
certo tipo di turismo deteriore. 

Charles Darwin disse: 

« È interessante guardare un terreno brulicante di vita, ricoperto di 
piante di molte varietà, con uccelli che cantano nei cespugli, insetti che 
volano in ogni direzione, vermi che strisciano sulla terra umida, e riflet¬ 
tere che tutte queste forme così complesse, così diverse l'una dall'altra 
e che dipendono l'una dall'altra in modo così complicato, sono il prodotto 
di leggi che agiscono intorno a noi ». 

Se un ambiente abbastanza ben conservato, come quello delle Valli 
del Natisone, offre al naturalista segni di squilibrio nella crescita di ta¬ 
lune popolazioni, come quella degli Ofidii, è più possibile seguire quelle 
leggi d’interdipendenza degli individui ed è anche più possibile determi¬ 
nare il perché di certi squilibri. 

Ovviamente una risposta a tali problemi naturalistici non è possibile 
darla in termini sicuri, se non si dà uno sguardo d’insieme alle condi¬ 
zioni naturali dell’ambiente, tramite ricerche preliminari sullo stato della 
flora e della fauna, sull’entità delle specie presenti, sugli eventuali pro¬ 
blemi di variabilità animale emergenti ogni volta che si esaminano esem¬ 
plari di una stessa specie provenienti dallo stesso ambiente. 

Così siamo partiti in un tipo di « ricerca globale », sia pure metodo¬ 
logicamente affrontando i problemi uno alla volta, mettendoli però in 
relazione fra loro, indicando a mano a mano possibili evoluzioni di questa 
ricerca, e necessariamente fermandoci per il seguente lavoro solo su ta¬ 
luni aspetti. 

In ciò ci siamo serviti dei metodi propri della Zoologia naturalistica 
ed anche della Zoologia biologica. Vorremmo chiudere questa introduzione 
ancora con le parole di D’Ancona (1955): 


Gli Ofidii delle Valli del Natisene, eco. 23 


« Zoologia biologica e Zoologia naturalistica, se anche i termini non 
sono appropriati, sono i due principali aspetti dello sviluppo e della dif¬ 
fusione delle conoscenze sul mondo animale, indirizzi che meritano am¬ 
bedue una uguale considerazione, che abbisognano di incoraggiamento e 
soprattutto di interessamento. La conoscenza del mondo che ci circonda, 
del mondo animale in particolare, è parte integrante ed essenziale della 
cultura moderna, che non è soltanto conoscenza delle nobili tradizioni e 
della civiltà del passato, ma anche tendenza verso una più vasta ed ap¬ 
profondita visione della realtà in cui viviamo ». 

In tal senso siamo lieti che questa nostra ricerca naturalistica sugli 
Ofidii delle Valli del Natisene ci ha consentito di approfondire sotto più 
aspetti la realtà culturale e scientifica delle stesse, anche sotto la spinta 
di una garbata polemica con A. C. Jemolo che scrisse « una risposta ai 
friulani » (La Stampa 28-8-74) proprio mentre ci trovavamo nelle Valli 
intenti nelle nostre ricerche. Dopo uno scambio epistolare con lo stesso 
A. C. Jemolo fummo costretti a scrivere una documentata epistola « a 
difesa delle minoranze », di tutte le minoranze (20-9-74), ripresa in minima 
parte, visto che occupava settanta cartelle fitte, da organi di stampa lo¬ 
cali (Novi Matajur 1-15/1/1975), ma depositata «ad futuram memoriam » 
presso i Comuni e i Centri culturali interessati. 

Quindi il momento culturale di questo lavoro, che ad una critica acul¬ 
turale, disattenta e disinformata potrebbe apparire eccessivo, se non su¬ 
perfluo per un lavoro prevalentemente naturalistico, risponde ad una 
precisa necessità di offrire un contributo positivo per la soluzione di 
problemi che non sono così insolubili ed inconciliabili come una distorta 
visione politica nazionalistica e internazionalistica, potrebbe far credere 
a chi non ha gli elementi culturali necessari per valutarli nella loro 
giusta luce. 

Questo contributo viene portato alla nostra società proprio nel mo¬ 
mento in cui non solo ad artisti e scrittori, ma anche a coloro che si 
occupano di scienza viene addebitata la grave colpa di rinunciare ad espri¬ 
mere con i propri mezzi d'indagine un giudizio. Rinuncia questa che è 
poi un rifiuto al doveroso contributo da parte di coloro che, dedicandosi 
prevalentemente alla ricerca, hanno implicitamente accettato l’impegno a 
lottare per una società libera, giusta e pluralista. 

Anche il nostro è però un rifiuto: rifiuto consapevole di accettare pas¬ 
sivamente una crisi che scaglia lontano e disperde risorse e ricchezze, 
morali ed umane, che non solo la nostra società non è in grado di per¬ 
dere o trascurare, ma che essa dovrebbe per la propria sopravvivenza ri¬ 
creare dal nulla, prevedibilmente in un prossimo futuro. 


24 G. Matteucig 


2. Premessa sui beni culturali delle Valli del Natisone 

Chi cercasse un nesso tra uno studio scientifico sugli Ofidii e la cul¬ 
tura delle Valli, forse si aspetterebbe di trovare un qualcosa che somigli 
alla delicata e precisa raffigurazione di « Natrix » e di « Vipera » orridi ca¬ 
pelli della « Medusa » di Rubens nel viennese Kunsthistorisches Museum, 
oppure all'irato gesto pittorico di El Greco che pone la firma della pro¬ 
pria opera contestata, « Il martirio di S. Maurizio » (Escoriai, Monastero), 
in bocca al proprio nemico raffigurato come serpe; all'ieratico segno del 
serpe che si avvolge al bastone di Asclepio, dio della medicina, oppure 
al tormentato gruppo marmoreo del « Lacoonte » vaticano; al bastone pa¬ 
storale del rito ortodosso orientale recante all'estremità superiore due 
teste di serpenti contrapposti, simboleggianti la prudenza del pastore 
spirituale nel guidare il suo gregge; alle tradizioni ebraiche della verga di 
Aronne, del serpente di bronzo costruito da Mosè, della proibizione nel 
Levitico di mangiare o persino toccare rettili; al benevolo segno apotro¬ 
paico del serpente « agathodemone » protettore dell'antica casa pompeiana; 
alle musiche, ai canti, alle danze del pitone eseguite dalle ragazze bantù 
Venda nel Sud-Africa, danze iniziatrici nel periodo della pubertà che 
sotto le diverse latitudini e civiltà si svolgono in tutto il mondo, for¬ 
nendo argomenti agli psicanalisti; alla cucina esotica cinese di « afro¬ 
disiaci » serpenti oppure all'intensa rappresentatività del « Muro dei nove 
dragoni » che sorge nella « Città Proibita », a Pechino, vicino al Padiglione 
della Tranquillità e della Longevità; ai miti atzechi del Serpente Piumato 
— Quetzalcoatl — dio esiliato dal Messico che sarebbe tornato, secondo 
le profezie, dall'Occidente a riprendere il suo posto, detronizzando il Co¬ 
librì Azzurro — Huitzilopochtli — patrono degli Atzechi, e gli altri dei; 
all’arpa di Davide che, salmodiando sugli iniqui persecutori e sulla loro 
immancabile punizione, li paragona agli aspidi oppure all’iniziatica mu¬ 
sica mozartiana del « Flauto magico » che accompagna la fuga di Tamino 
inseguito dal serpente; per finire all'occulto significato dei simboli degli 
antichi Egiziani, Greci e Romani — simili a quello del serpente che si 
morde la coda — per mezzo dei quali le leggi dell'evoluzione fisica e spi¬ 
rituale sono state rappresentate assai più efficacemente che con qualsiasi 
parola. 


« Tortus ut in sese Serpens convolvitur orbe 
Dum caudam immani mordicus ore tenet: 
Haud secus in circum Solaris volvitur Annus, 
Exactisque, in se, Mensibus, usque redit. » 


Gli Ofidii delle Valli del Natisene, ecc . 25 


Così gli antichi non posero casualmente i nomi dello zodiaco: 


Il nome ariete è stato imposto per significare lo spuntare delle erbe e 
l'uscita del gregge, guidato dall'ariete, ai pascoli. Il toro simboleggia il 
maggiore vigore della vegetazione e degli armenti. I gemelli simboleggiano 
la fecondità della vegetazione, ma anche degli stessi armenti, per cui essi 
furono lungamente rappresentati in figura da due capretti. Il cancro, a 
somiglianza del cammino all'indietro del gambero, esprime nell'apparente 
moto solare il rinculamento che fa il sole dopo aver salito il tropico ed 
essere giunto al punto solstiziale. Il leone indica la gagliardia dei cocenti 
raggi solari. La vergine, spesso raffigurata con la spiga in mano, esprime 
l’epoca della raccolta delle messi. La bilancia rappresenta l’uguaglianza 
del giorno con la notte, corrispondendo questo simbolo al punto equino¬ 
ziale d'oriente. Lo scorpione, animale fornito di ghiandola velenifera, in¬ 
dica le malattie incombenti legate al tempo autunnale. Il sagittario esprime 
l'attività venatoria dell’uomo dopo che ha terminato quella rurale. Il Ca¬ 
pricorno, corrispondendo alla minor altezza invernale toccata dall'appa¬ 
rente moto solare e quindi al solstizio invernale, esprime il vigoroso cam¬ 
mino verso l'alto sull'erta della capra selvaggia e con esso la risalita del 
sole. L 'acquario è il simbolo della stagione delle piogge. Infine i pesci 
indicano nella pesca l’attività precipua svolta dai popoli agricoli durante 
la stagione fredda. 


All’immutabilità del cerchio del tempo, nella visione degli antichi 
corrisponde l'immutabilità della fine della vicenda umana, spesso descritta 
con un ermetismo di concetti tale da squarciare in un baleno tempi e 
distanze spesso in pochissimi versi racchiudenti immagini ora poetiche, 
ora mediche, ora domestiche, ora rituali. Così nei seguenti versi nei quali, 
pallidamente, si riversa tutta la sapienza della cultura ebraica in cui tutto 
è similitudine, tutto è allegoria: 

5 «... perché l’uomo se ne va verso la casa di sua eternità, 
e l’attornieranno per strada quei, che lo piangono. 

6 Prima che la funicella d'argento si rompa, la benda d'oro di rattrappisca, 
e s'incrini sulla fonte il vaso per l'acqua e la ruota si schianti nella fossa. 

7 E torni la polvere in terra, come era (prima), 
e lo spirito ritorni a Dio, di cui fu dono. 

8 Vanità delle vanità — disse l'Ecclesiaste — tutto è vanità ». 


Accanto ai concetti etici e religiosi, ai più comprensibili concetti del¬ 
l'uomo che va verso il sepolcro (« la casa di sua eternità ») accompagnato 
dal pianto dei sopravvissuti, lasciando la sua spoglia mortale sotto forma 
di terra, « com’era prima », vi sono i concetti medici del tempo espressi 
in forme veramente enigmatiche. Così « la funicella d'argento » è il mi¬ 
dollo spinale, bianco come l'argento. Mentre la « benda d'oro » è la ci¬ 
stifellea, contenente la bile di color giallo-verdastro. « Il vaso per l’acqua 


26 G. Matteucig 


che s'incrina alla fonte » è un chiaro riferimento ad un classico disturbo 
senile di non ritenzione delForina a causa deH’allentamento sfinterico. In¬ 
fine la « ruota che si schianta nella fossa » è l'immagine di un cuore 
vecchio e stanco che non « gira » più. Se accettiamo questo metodo in¬ 
terpretativo di fatti culturali e l'esempio di esegesi sui simboli zodia¬ 
cali e sul brano dell'Ecclesiaste, sia pure in solo due delle possibili in¬ 
terpretazioni, quella « astronomica » e quella « medica » dobbiamo pur 
chiederci quale interpretazione dare e quali elementi culturali di fondo 
possa mai contenere un brano « orale » raccolto su « serpenti e vipere » 
nelle Valli (S.F.F., 1972, A. Ciceri), qui sotto riportato in approssimativa 
trascrizione fonetica e relativa traduzione in lingua italiana, evitando a 
pari tempo di fare del facile « sarcasmo folcloristico » su questo scon¬ 
giuro « contro tutti i serpenti, contro tutte le vipere, contro tutti i ra¬ 
marri contro tutte le lingue velenose e le erbacce ». 

Za strup prepodevat, 

Buoh in toimeiesa Buoh in zvet petar stasla posviete tan sta zreciala 
enega hudega strupenga mosa zruohiastinai zichana spicaastim repeva chai 
zachas tu tele strupen mos iest zachan 72 nasrec iest pa iman 72 irniz 
za toie na zrecie iest grem urusalem iest grem ubeteglem nuotre is svet 
Jur an sveta marieta an svet anpas nuotre iest use Strupene chace pomorin 
an use bipere strupene iesiche spiemerie iest trichet dihen iest trichet 
nodo versen iest te zaradin pred siven buohan. 

Prot Strepenin - Gesù e S. Pietro andavano per una strada sulla quale 
incontrano un brutto e cattivo uomo con una lingua come un corno e con 
una coda ben appuntita. Cosa fai tu qua (rivolgendosi all'uomo) io aspetto 
72 arcenie (quindi Gesù risponde) Se tu ne hai 72 noi ne abbiamo 75 con¬ 
tro il tuo male. Io vado a Betlemme, là c'è S. Giorgio (Iur) là c’è S. Ma¬ 
netta, là c’è S. Iapas. Io queste parole dico e quindi faccio sparire il tuo 
male, contro tutti i serpenti, contro tutte le vipere, contro tutti i ramarri 
e contro tutte le lingue velenose e le erbacce. Io queste parole dico e il 
tuo male guarisca. Tre volte naso, tre volte butto l'acqua e tre volte soffio 
sopra. 

Emergono almeno due elementi culturali importantissimi: 

1) il linguaggio familiare degli abitanti delle Valli, che è « slavo- 
fono », cioè appartiene al ceppo dei dialetti e delle lingue slave. Ne con¬ 
segue immediatamente una serie di domande suH’origine di queste genti, 
sulla loro appartenza etnica (visto che nell'ambito dei popoli con lingua 
slava, ve ne sono di non « slavi », come i Bulgari che sono popoli con 
caratteristiche « turaniche »), sulla loro storia, sulla loro « cultura » nel 
senso più vasto del termine, cioè da tutto ciò che va dai moduli d’an- 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc . 27 


tropizzazione degli spazi alle loro credenze» sulla loro funzione (poiché 
una cultura sopravvive solo se ha una funzione nell'ambito della storia) 
passata» attuale e futura» nell'ambito delle altre « culture » italiane o» se 
preferiamo» di quella che alcuni credono essere F« unica vera cultura », 
quella dei ceti emergenti e delle classi dominanti (nota 9.1). 

Ci siamo dunque chiesti» nel quadro generale della nostra civiltà 
che da sempre prevede la conquista di tutti gli uomini ai motivi più alti 
di un comune senso di esistenza perché la nostra cultura ufficiale» almeno 
dall'Unità in poi abbia trascurato questa gente» venuta sul territorio na¬ 
zionale millequattrocento anni fa» solo perché ha una lingua diversa sotto 
il proprio tetto (nota 9.1). 

2) La trasmissione degli elementi « originari » culturali delle Valli 
che è soprattutto affidata alla parola ed al gesto, cioè alla tradizione 
« rituale » i cui profondi elementi, se sfuggono all'abitante delle Valli, 
per le segregazione culturale a cui è stato sottoposto, non possono certo 
sfuggire ad un'analisi storico-culturale. 

Così, ad esempio, il credere da parte dell'abitante delle Valli, che 
una forza psichica (la preghiera) possa dominare una forza materiale 
(il veleno della vipera e delle erbacce) non è una questione da poco, 
s’è vista in prospettiva nell'evoluzione culturale» perché non solo coin¬ 
volge l'essenza stessa delle religioni di tutto il mondo, ma l'essenza 
anche di molte filosofie orientali che fanno affidamento sulle forze psi¬ 
chiche superiori dell'uomo, delle quali è difficile non ammetterne resi¬ 
stenza. Mircea Eliade, che nel fatto religioso, spesso degradato a super¬ 
stizione» cerca le componenti « interne » inevitabilmente collegate alle co¬ 
stanti esistenziali della condizione umana» attribuisce un carattere di ge¬ 
nuinità e di verità ad ogni esperienza « originaria » religiosa entrando in 
polemica con l'intollerante esclusività di quello storicismo che tende di 
per sé a valorizzare « unicamente » l'elemento storico e che nega ogni 
possibile trascendenza o richiamo a valori psichici superiori. 

Senza entrare nel merito di questa polemica» che ' esula dagli scopi 
culturali e scientifici del presente lavoro, ma che nondimeno non ab¬ 
biamo potuto ignorare, perché dimostra di quale profonde questioni possa 
essere suscitatrice la cultura originaria delle Valli, c'interessa continuare 
nell'analisi che Mircea Eliade fa della mentalità primitiva o arcaica» in 
cui gli oggetti del mondo esterno» come gli atti umani, non hanno un 
valore autonomo « intrinseco », non acquistano un valore « sacrale » in 
quanto partecipano ad un determinato simbolo che» racchiude in sé tutta 
F« essenza » del fatto» senza necessità di parole. Proviamo ad applicare 


28 G. Matteucig 


l'analisi di Mircea Eliade alle Valli ed a Cividale, in quanto centro spi¬ 
rituale più vicino ad esse, in due casi di assoluta evidenza: 

1) la posa del « lapis in capite decussatus », nella fondazione ro¬ 
mana di Forum Iulii secondo alcuni (L. Bosio, 1965) nell’equinozio di 
primavera del 56 a.C. (oppure secondo altri nell'equinozio autunnale del 
50 a.C.), orientato secondo i punti cardinali corrispondenti alla situa¬ 
zione equinoziale che avrebbe vincolato anche l’esatto orientamento della 
pianta dell'insediamento urbano. 

2) i riti del « fuoco », nelle Valli, connessi chiaramente al solstizio 
invernale ed a quello estivo. 

Nel primo caso nessuno può non riconoscere le teorie geomantiche, 
riconoscibili nei cerimoniali greco-romani o vedici, ed un senso ripetitivo 
della creazione che presiedono alla fondazione delle città. Ogni creazione 
ripete l'atto cosmogonico per eccellenza, la Creazione del Mondo, per cui 
tutto quanto è fondato diventa esso stesso centro del mondo (M. Eliade, 
1949). 

Così il muratore indiano prima di posare la prima pietra, nel punto 
che gli è indicato dall'astronomo configge con una noce di cocco un palo 
di legno speciale nel terreno al fine di ben fissare la testa della divinità 
ofiomorfa ripetendo il gesto primordiale di Indra che « ha colpito il Ser¬ 
pente nel suo rifugio » (il Serpente qui ha valore di Caos). In quel punto 
esatto viene posta la « pietra angolare » che si colloca così al centro del 
mondo. Questa visione della propria casa, come centro del mondo, è co¬ 
mune a tutta l’area occidentale, ma trova un maggior riscontro in Friuli 
e quindi nelle Valli, dove suH’orientamento degli edifici svolge un ruolo 
fortemente condizionante anche l'ambiente fisico e metereologico. 

Così ogni individuo primitivo non solo per costruire la casa, ma 
anche nel richiamarsi alle forze soprannaturali si colloca idealmente in 
asse, con quel centro del mondo che è il punto preciso in cui si trova. 
Per gli Ebrei il centro del mondo è il monte Gerizim, « tabbùr eres » (om¬ 
belico della terra), nei cui pressi sorge la « Fontana di Giacobbe » dove 
secondo Pietro Comestore, al tempo del solstizio d'estate, il sole non fa 
ombra, mentre per gli Indiani è il monte Meru, mentre ancora per altri 
popoli in altri luoghi. Questa concezione « ombelicale » torna, sia pure in 
senso più limitato, in Friuli dal momento che gli autori seicentisti chia¬ 
marono questa regione « umbilico della Patria ». 

È questa concezione che forse vive ancestralmente e inconsapevol¬ 
mente in ognuno di noi quando ci sentiamo inspiegabilmente legati alla 
nostra terra e tutto il nostro universo ruota attorno a quel punto. Ma 
senza dubbio concezioni come queste dovrebbero ispirare ad un maggior 


Gli Ofidii delle Valli del Natisene, eco. 29 


spirito di tolleranza verso gli altri uomini e verso gli altri « centri del 
mondo » che ogni popolo ed ogni individuo colloca dove il proprio cuore 
e la propria mente dicono. 

Nel secondo caso proposto, quello dei « riti del fuoco » essi storica¬ 
mente con ogni probabilità derivano dagli antichi riti dnudici portati 
sin qui dalle popolazioni celtiche quando invasero questi luoghi; come 
alla reale presenza delle sacerdotesse druidiche, nelle grotte e nei boschi, 
probabilmente è dovuta l'odierna credenza popolare in certi esseri ferri- 
mini tremendi : • le « torbe » e le « krivapete ». 

I « riti dei fuochi » senz'altro connessi col solstizio estivo e a quello 
invernale, sono tuttora in vigore nelle Valli anche perché recuperati dalla 
religione cristiana che li connette ai riti natalizi, di fine e d’inizio d'anno, 
e della festività dei due S. Giovanni, il Battista e l’Evangelista. 

Richiamiamo a sostegno della profondità e dell'universalità di questi 
riti, connessi ai solstizi, quanto scrive Jules Bouchee (1953): « Les fètes 
de Saint Jean FEvangéliste et de Saint Jean-Baptiste, dont la primière 
se situe le 27 décembre, au solstice d’hiver, et la seconde le 24 Juin, au 
solstice d’étè, sont célébrées, en Magonnerie par des tenues speciales ». 

Ricordiamo, nel caso menzionato, gli esorcismi contro le vipere ed i 
serpenti, la sovrapposizione cristiana nella presenza « specifica » di S. 
Giorgio, il santo che universalmente è rappresentato mentre sconfigge 
il « dragone »; come pure il triplice gesto di soffiare o di sputare non è 
connesso, come alcuni erroneamente credono, al « soffio del serpente » ma 
ad un gesto apotropaico presente ancora oggi nel rito battesimale cri¬ 
stiano-orientale. 

Tornando brevemente all’analisi di Eliade, anche nel caso dei « riti 
del fuoco » l'uomo ripete un antichissimo gesto con cui porta vicino a 
sé la luce ed il calore, la stessa essenza solare, attorno alla quale ruota 
la sua stessa vita in modo così inscindibile dalla propria intima natura 
spirituale e materiale che un pensatore come Platone non esita a definire 
l’essere umano « infelice ed insensato figlio della luce ». 

Ricordando Finsufficiente attenzione con cui alcuni uomini di cultura 
e di scienza si accostano a questi problemi vorremmo terminare questa 
premessa sui valori culturali delle Valli facendo altresì alcune considera¬ 
zioni sui fondamenti stessi della percezione umana -dei singoli fenomeni. 
La scienza ammette che per i colori, per i suoni, come per le altre sensa¬ 
zioni, le percezioni dei fenomeni fisici sono psichiche nel senso che quello 
che proviene dal mondo materiale- entra in noi modificando qualcosa di 
noi stessi in modo temporaneo o permanente dandoci così la sensazione 
di quel tale fenomeno o di quel tale oggetto. 


30 G. Matteucig 


Niels Bohr (1961) riferendosi alle osservazioni nel campo della fisica 
nucleare definisce i ricercatori come degli « osservatori osservati » per 
cui le nostre singole sensazioni raramente sono trasmissibili nella loro 
integrità da un individuo ad un altro, perché ciò che uno « sente » ad 
un modo non lo « sente » allo stesso modo un altro, particolarmente per 
le sensazioni dei colori e del suono. 

Ma anche il nostro singolo « io » si trova in difficoltà con se stesso, 
perché ciò che tocca, ciò che sente, ciò che gusta di una cosa non gli dà 
tanto l'essenza della cosa in sé, quanto un qualcosa di vago circa i rap¬ 
porti di quella cosa, di quel fenomeno con noi stessi . 

Questo è un antichissimo pensiero filosofico, che teoricamente è con¬ 
diviso dalla maggior parte degli scienziati, tesi sempre nella loro ricerca 
particolare, ma nella pratica ignorato e disapplicato del tutto. 

La situazione è aggravata dal fatto che diversi attendono la cono¬ 
scenza oggettiva da quelle estroflessioni del cervello umano che sono gli 
strumenti. Forse una posizione più equilibrata può essere da noi rag¬ 
giunta con la strutturalista Jakobson che ripeteva il concetto di Braque: 
« Je ne crois pas aux choses mais aux relations entre les choses ». 

Ecco perché, anche per quel che concerne la parte più propriamente 
scientifica di questo lavoro, abbiamo cercato, dopo aver opportunamente 
analizzato l'ambiente, le relazioni tra le cose. 

Concludiamo questa premessa culturale sulle Valli con un appello a 
coloro che possono e sanno più di noi per la salvaguardia dei valori cul¬ 
turali genuini, nelle Valli, come altrove, che giammai possono essere di¬ 
sgiunti da quelli scientifici. Altrimenti è il sonno della ragione. 

Questi valori sono la nostra fede: 

« Questa fede, non ha profeti, ha pensatori: se cerca un tempio trova 
l'universo; se cerca un asilo inviolato trova la coscienza dell’uomo. Ebbe 
i suoi martiri: impone che da oggi le riparazioni non siano postume » (G. 
Bovio - Roma, li 9 giugno 1889 - « Per il monumento a Giordano Bruno »). 


3. Premessa sui beni ambientali delle Valli del Natisone 

Esporremo nel presente lavoro dapprima alcuni cenni geografici, geo¬ 
logici e metereologici che sono indispensabili per comprendere la descri¬ 
zione del paesaggio floristico, che, a sua volta è collegato alla descrizione 
faunistica della zona, seguendo sempre le interazioni raffigurate nello 
schema di Billings (Fig. n. 2). 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc, 31 


3.1. Descrizione del territorio 

Un limite del presente studio di cui ci scusiamo è che, per ovvie 
ragioni connesse alle norme vigenti di sicurezza nazionale, non possiamo 
fare schizzi precisi né descrizioni topografiche particolareggiate della zona 
considerata, accontentandoci di fornire allo studioso interessato ' uno 
sguardo d’insieme prettamente naturalistico. Ad ogni buon conto la zona 
è riportata sul foglio n. 26 dell’Istituto Geografico Militare e comprende 
airincirca il poligono (Fig. 1) Monte Matajur (1641 m), Topolò (580 m), 
Drenchia (725 m), Passo Solarle (996 m), Tribil di Sopra (640 m), Casteh 
monte (618 m), Ponte S. Quirino (152 m), Monte Mladesena (718 m), 
Monte S. Andrea (798 m). 

Questa zona da noi studiata è abitata da poco meno di 10.000 per¬ 
sone ed ha una superficie di circa 170 kmq che per circa un terzo è 
coltivata, mentre per un altro terzo è a bosco ceduo ed infine il rima¬ 
nente terzo è completamente incolto o inutilizzabile per « normali » col¬ 
ture. Essa è comprensiva soltanto dei sette comuni delle Valli del Nati¬ 
sone (S. Pietro al Natisone, già detto prima del 1867 S. Pietro degli Slavi, 
Savogna, Pulfero, S. Leonardo, Stregna, Grimacco e Drenchia) che come 
abbiamo visto fanno parte di quella più vasta unità etnico-culturale, in¬ 
sieme alla Valle del Torre, alla Val Cornappo, alla Valle dello Judrio (riva 
destra) detta « Slavia italiana », avente una superficie di 400 kmq ed una 
popolazione di circa 20.000 unità. 

Il sistema orografico è parte integrante delle Prealpi Giulie. 

Nelle Valli possiamo distinguere, dal punto di vista altimetrico quat¬ 
tro zone: le convalli leggermente ondulate e scarsamente pianeggianti, 
in dolce declivio' verso Cividale, con punto di massima depressione a 
152 m (Ponte S. Quirino), percorse tutte da un corso d’acqua (Fig. 1) 
(Natisone, Alberane, Rjeca, Cosizza, Erbezzo); la zona collinare alla quale 
si accede abbastanza agevolmente e culmina attorno ai 500 m; la zona 
collinare alta o submontana rappresentata al di sotto degli 800 m dai 
versanti dei più alti rilievi; la zona montana che si estende da 800 m 
fino a 1641 m del Matajur (punto di massima altitudine). Questi limiti 
altimetrici risultano influenzati, come spiegheremo più oltre, dai feno¬ 
meni climatico-metereologici. 

Rispetto all’idrografìa dobbiamo menzionare per primo il fiume Na¬ 
tisone, già menzionato da Strabone, che ha un regime torrentizio e scorre 
secondo le caratteristiche geolitologiche del territorio interessato, cioè 
per la sua intera lunghezza di circa 60 km ed un bacino di 294-308 kmq. 


32 G. Matteucig 


Il Natisone infatti attraversa un'area interessata a fenomeni carsici 
dopo essere nato alle falde del Montemaggiore, anch'esso facente parte 
delle Prealpi Giulie, in territorio iugoslavo, raccogliendo a ventaglio in 
questo tratto le acque di numerosi piccoli affluenti che ricevono le loro 
acque dalla parte centrale delle stesse Prealpi. Un giorno la sua via na¬ 
turale era costituita dalla valletta Creda-Caporetto in direzione E per 
gettarsi direttamente nell'Isonzo, di cui oggi è soltanto un tributario in¬ 
diretto, tramite il Torre, nascente dai famosi monti Musi. Infatti per 
l'ostacolo di morene glaciali, oggi il corso del Natisone abbandona subito 
il territorio iugoslavo nella valletta Creda-Caporetto, dove scorre l'Isonzo, 
per rientrare bruscamente in territorio italiano incassato tra alti dirupi 
ai piedi dei monti Mia (m 1243) e Matajur. È questo il tratto del Nati¬ 
sone che interessa le Valli dove è alimentato successivamente dalle acque 
dei torrenti Alberane, Cosizza ed Erbezzo che danno il nome alle rispet¬ 
tive valli. Questi torrenti, che per lunghi periodo dell’anno hanno la 
caratteristica di veri e propri fiumi, attraversano le valli drenando le 
acque delle pendici meridionali del Matajur e del monte Cucco (1243 m), 
nonché di altri monti di minor altitudine quali il monte S. Martino (987 m), 
il monte Cum (905 m), il monte Cragonza (1075 m), il monte S. Barto¬ 
lomeo (251 m) ed altri. Si crea così uno scenario incomparabile di valli, 
vallette e forre di bellezza naturale dove la vegetazione varia, istante 
per istante si potrebbe dire, a seconda delle condizioni di esposizione e 
dei micro-climi, creando quel « mare di verde » di cui parla il geografo 
Musoni. Dopo il Ponte di S. Quirino, « porta delle Valli », il Natisone 
entra nella pianura friulana attraversando Cividale, unita nelle due parti 
dal famoso ponte del Diavolo, nel caratteristico alveo profondamente in¬ 
ciso nel terrazzo alluvionale costituito da materiali fortemente cementati. 

Le acque del Natisone cristalline e pure a Pulfero, a tal punto che si 
ha spesso Tillusione ottica che non vi sia acqua nel letto del fiume, diven¬ 
tano cerulee a Ponte S. Quirino, per poi diventare glauche a Cividale. Que¬ 
sto fa sì che il Natisone sia unanimamente giudicato uno dei fiumi più 
belli non solo d’Italia ma di tutto il continente, per cui viene classificato 
di « rilevante interesse naturale », (D.M. 1-7-1955). Ma si peccherebbe nella 
descrizione della zona da noi studiata non menzionando la presenza di 
innumerevoli sorgenti, ruscelli e piccoli corsi d’acqua. Dobbiamo pur¬ 
troppo rilevare che non si dispone di un censimento completo per quanto 
concerne la potenzialità di dette sorgenti nel tratto montano e collinare. 
Come pure non si dispone di un quadro preciso della distribuzione da 
deflussi idrici sotterranei, di un censimento della qualità di dette sor¬ 
genti, solo alcune delle quali, quelle che alimentano i serbatoi a monte 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 33 


dei paesi sono sotto controllo sanitario. Mentre altre con doti organolet¬ 
tiche caratteristiche, che le potrebbero far classificare come « minerali », 
non sono sfruttate come meriterebbero (es. la fonte « ferruginea » presso 
Cosizza). Questo censimento completo delle acque potabili delle Valli è 
tanto più necessario in vista della crisi mondiale delle risorse idriche 
(Conseil de l‘Europe, 1966) in notevole diminuzione per gli inquinamenti 
e per cattivi usi del territorio occupati dall'uomo e perché nemmeno 
per i comuni interessati è possibile nell'interesse della collettività pro¬ 
grammare insediamenti industriali, artigianali, di allevamenti animali, di 
zone di smaltimento rifiuti, la costruzione di reti fognarie e di pozzi neri 
senza sapere la sorte delle acque di rifiuto, fermo restante i gravi pro¬ 
blemi d’inquinamento prevedibili derivanti dalle acque meteoriche, contro 
i quali purtroppo non c’è difesa, se non in sede di legislazione e di nor¬ 
mativa intemazionali come abbiamo sostenuto in congressi intemazionali 
(Matteucig 1973). 

3.2. Il clima 

Indubbiamente tutta questa ricchezza di acque nella zona studiata 
è fortemente legata alle caratteristiche metereologiche, non solo delle 
Valli, ma anche delle zone immediatamente limitrofe od anche un po’ 
più distanti (es. il bacino secondario del Resia raggiunge 4500 mm annui). 
Il gruppo dei monti Musi in cui si registra la massima piovosità e che 
pur non è distante dalle Valli del Natisone, registra spesso notevoli mas¬ 
simi di precipitazioni superiori ai 3313 mm che è il valore medio annuo, 
fatto questo normale per tutte le Alpi e Prealpi Giulie, ma anche per 
quelle Venete e Vicentine (2000-3000 mm annui). 

Qusto fenomeno è facilmente spiegabile, nelle linee generali, perché 
le masse sciroccali di aria calda e umida, risalenti l’Adriatico con moto 
ciclonico in quanto richiamate da un regime di basse pressioni o di per¬ 
turbazioni ad Ovest della penisola, incontrando i rilievi alpini sono co¬ 
strette a salire, per cui si ha un raffreddamento di tali masse con con¬ 
seguente condensazione del vapor d'acqua da esse trasportato e quindi 
avvengono queste precipitazioni, specie sui primi rilievi delle Prealpi ed 
Alpi con una certa gradualità nell'intensità del fenomeno stesso. Dunque 
volendo studiare la distribuzione delle precipitazioni nelle Valli, non si 
deve commettere l'errore di considerare tale distribuzione come uniforme 
e bisogna anche prendere in considerazione ciò che succede in zone li¬ 
mitrofe, tenuto conto che proprio in corrispondenza (Fig. 1) dei Musi 
(parte alta del bacino del Torre), di Uccea (parte alta del bacino dei- 
fi Isonzo) e di Pulfero (parte alta del bacino del Natisone) si sono regi- 


3 


34 G. Matteucig 


strati i massimi valori di piovosità nelle 24 ore degli ultimi cinquant'anni, 
rispettivamente con 320 mm, 340 mm, 235 mm. Ad Uccea peraltro com¬ 
pete il massimo annuo assoluto di precipitazione con 6130 mm (1960). 
La zona studiata è percorsa da cinque isoiete annuali, che riferiamo con¬ 
venzionalmente a Ponte S. Quirino (1800 mm), a S. Leonardo (2000 mm), 
a Stregna (2220 mm), a Pulfero ed a Drenchia (2400 mm), alle pendici del 
Matajur (2800 mm). Naturalmente il numero di giorni con precipitazioni 
(> 1 mm) è alto ed è compreso mediamente tra i circa 120 gg. di Ponte 
S. Quirino ed i circa 125 gg. di Drenchia. 

Nel bacino del Natisone non vi sono ghiacciai, ma d’inverno la neve 
ed il ghiaccio ricoprono ampie superfici che però rimangono brevemente 
innevate. A S. Leonardo la neve raggiunge 16 cm per un periodo medio 
annuale di 4 giorni; a Clodig 26 cm per 5 giorni, a Pulfero 27 cm per 
4 giorni; sul Matajur 130 cm per 20 giorni circa. 

Le zone ghiacciate ovviamente seguono l'andamento della tempera¬ 
tura, che nella zona da noi presa in esame varia per la concomitanza di 
almeno due fattori. Il più importante è l'influenza del mare, che dista 
mediamente 41 Km in linea d'aria. Ma anche la variabile altitudine di 
monti, colline, collinette, giuoca un ruolo non secondario, tenuto anche 
conto della loro conformazione e quindi della loro esposizione ai raggi 
solari. 

In considerazione di ciò la zona è attraversata da quattro isoterme 
annue che convenzionalmente facciamo passare per Ponte S. Quirino 
(11° C), S. Leonardo (10° C), Stregna (9°C), Grimacco (8°C). L’escursione 
media annua è di circa 19,5° C. Ma riferendoci agli ultimi cinquant’anni, 
si sono registrati in alcuni punti delle Valli - 20° C d'inverno e + 35° C 
d'estate, anche in relazione alle minima e massima altitudine riportate. 
Ovviamente la pressione atmosferica varia all'incirca tra 750-630 mm Hg. 
Pertanto l’area studiata, comprendente appena 170 Kmq, proprio per i suoi 
caratteri fisici e metereologici, già descritti, offre allo studioso natura¬ 
lista la visione « intermedia » di un graduale passaggio da un clima al¬ 
pino a quello mediterraneo, come ancor più chiaramente apparirà fra 
poco per la contemporanea presenza di specie, sia vegetali, sia animali, ti¬ 
piche di entrambi i climi. 


3.3. Natura del terreno. 

Dal punto di vista geologico i terreni delle Valli sono diversi sia 
per età, appartenendo parte al secondario (calcari cretacei, flysch creta¬ 
cico superiore del Natisone), parte al terziario (flysch eocenico, arenarie, 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 35 


calcareniti eoceniche dette « pietra piasentina », argille, sabbie, tracce di 
scisti bituminosi che lungamente, unitamente a taluni affioramenti, hanno 
fatto pensare a possibili giacimenti di idrocarburi), parte al quaternario 
(terrazzi alluvionali e morenici specie da S. Pietro al Natisone e da S. 
Leonardo in poi verso la pianura friulana), sia per costituzione minera¬ 
logica dal momento che, come risulta anche da documenti minerarii del 
1500, nei dintorni di S. Pietro al Natisone e nel Cividalese in seno alla 
stessa formazione fliscioide collinare sono state raccolte goccioline di 
mercurio nativo sparse tra le intercalazioni argillo-marnose e le arenarie. 
Come pure degli straterelli di materiale color rosso-vinato, ovvero « ce¬ 
rnente rosso vinato» come dice Taramelli (1870), spesso terroso per 
fenomeni ossidativi, che all’analisi chimica si è rivelato ematite, di tanto 
in tanto appaiono nei giunti di strato di bancate dolomitiche, nell’area 
fra il Matajur e il Mia. Tutti questi rinvenimenti mineralogici si sono 
finora rivelati improduttivi, mentre l’interesse speculativo, a detrimento 
dell’ambiente per totale mancanza di interventi « riparativi », si limita 
oggi all'estrazione di materiali calcarei e marnosi; fino a pochi anni fa, 
anche di materiali argillosi per l'industria di laterizi di Cemùr. 

Da un punto di vista geodinamico strutturale — come dice H. P. 
Laubscher (1974) sull’evoluzione e struttura delle Alpi — la formazione 
di grandi masse di flysch tra il Cretacico superiore e l'Eocene superiore 
sottolineano resistenza di importanti e continui movimenti con compo¬ 
nenti di compressione. Questo fatto ci spiega come nelle Valli si trovano 
piccole e grosse masse di materiali più antichi conglobate in materiali 
più recenti come anche Olinto Marinelli (1904) ebbe a dire a proposito 
del senoniano di Vernasse, di klippen e dei conglomerati pseudo-cretacei 
del Friuli orientale. 

Le formazioni di Vernasso hanno per lungo tempo attirato il grande 
interesse di molti studiosi tra i quali citiamo Girardi (1841), Pirona (1868, 
1875, 1880), Taramelli (1869, 1870, 1877), Bozzi (1888), Tommasi (1889, 1891), 
Feruglio (1924, 1925), Gnaccolini (1968), Venzo e Brambati (1969). Gli stu¬ 
diosi più recenti distinguono nell’affioramento di Vernasso due litozone, 
una inferiore con grossi banchi calcarenitici, brecciole e conglomerati 
per cui viene suddivisa in « flysch di Pulfero » e in « flysch di Stregna », 
ed una superiore essenzialmente di natura arenaceo-marnosa con calcari 
nummulitici che in analogia con altre località fossilifere prende il nome 
di « flysch di Cormóns ». A Vernasso, come a Platischis, a Clodig, a Tribil 
come a Castelmonte, un po' dovunque nelle Valli si possono fare ritro¬ 
vamenti macro o micropaleontologici che interessano sia il paleozoologo 
(notevoli tra i Foraminiferi, le Nummulites, Alveolinae, Assilinae, Orbi- 


36 G. Matteucig 


toides; tra i Gasteropodi Prosobranchi, il Cerithium; tra i Lamellibranchi 
le Rudiste Radiolites e Hippurites, le Chamacee, le Lucinidi) sia il pa¬ 
leobotanico (notevoli talune falliti cretacee), oltre che, naturalmente, il 
geologo. 

Inoltre l’esame dei caratteri litologici delle Valli evidenzia l’affiora¬ 
mento di rocce triassiche nell'alta Valle del Natisene e di potenti spes¬ 
sori di calcari in varia facies (specie i calcari grigio-biancastri ricchi di 
fossili del Cretaceo) nella cupola del Matajur, alle cui pendici meridio¬ 
nali, prevalgono brecce calcaree grossolane. Appunto anche sulla vetta 
del Matajur l'erosione pluviale dei terreni cretacei ha consentito lo svi¬ 
luppo di quegli spettacolari fenomeni carsici che sono evidenti sia sulla 
superfìcie del territorio che sotto la stessa, dal momento che nella zona 
numerose sono le cavità e grotte d’interesse speleologico e naturalistico. 

La più importante è senza dubbio « la Grotta di S. Giovanni d’Antro » 
che polarizza attorno a sé gli interessi di studiosi storici e naturalistici. 
La grotta oggi consente un percorso nella sua galleria principale, svilup¬ 
patesi per circa 700 m nella brecciola calcareo-eocenica e sul cui fondo, 
originatesi da una risorgente temporanea, scorre un ruscello, che in caso 
di piogge s'ingrossa violentemente, mentre i cunicoli secondari sono chiusi 
da strettoie invalicabili. 

Numerose grotte, ma sviluppantesi in senso verticale, si aprono sui 
banchi del Matajur, tra le quali ricordiamo, a quota 1240 il cosiddetto 
« Abisso ». Ricordiamo pure, presso Clenia la « Ciastita Jama », presso 
Canebola « la grotta dell'Orco », la grotta di Jeronizza e di Paciùch. 

Ma quello che c’interessa notevolmente da un punto di vista floro- 
faunistico è il fenomeno del dilavamento che rende ostiche le parti più 
alte delle montagne non solo agli abitanti, ma alla stessa vegetazione. È 
questa la ragione profonda per cui si nota un generale abbassamento di 
tutti i limiti fisici e biologici, per cui gli stessi originari insediamenti 
umani nelle Valli se sono stati fortemente influenzati, come si può ve¬ 
dere trattando l'antropizzazione degli spazi, per cui « culturalmente » 
l'uomo ha risolto il problema creandosi un centro logistico, base di vita 
stabile sul fondo-valle sui 200 m circa, a cui si collegano le altre quote 
stabilmente abitate sui 600-700 m e quelle « stagionalmente » abitate ai 
1300 m circa (le planine estive) creando un tipo di acculturazione del ter¬ 
ritorio legato a profonde ragioni geologiche-idrologiche e quindi floro- 
faunistiche. 

Annotata la natura credibile dei terreni, ad opera delle abbondantis¬ 
sime piogge, ci rendiamo consequenzialmente conto della configurazione 
dei monti che a settentrione è breve ed impervia mentre il versante 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 37 


meridionale degli stessi è più ampio e meno ripido sfumando a mano a 
mano che si va verso la pianura con fertili colline dolcemente plastiche 
di terreno talvolta marnoso arenaceo dell’Eocene (in questo caso ci sono 
abbondanti vestigia di flora mediterranea) oppure morenico (è in questo 
caso spesso sede di piccole colonie vegetali microtermiche). 

Ecco perché nelle Valli nonostante l’altezza di taluni colli e monti, 
a causa della fertile natura delle marne arenacee dell’Eocene, anche a 
quote relativamente alte troviamo centri abitati tutto l’anno, nel mentre 
in località limitrofe ove la natura del terreno sia calcarea o dolomitica, 
a parità d’altitudine, non troviamo insediamenti umani. 


3.4. Cenni floristici 

Per renderci conto del tipo di vegetazione nelle Valli dobbiamo in¬ 
nanzitutto rifarci a quanto si può dire a proposito dell’uomo e degli 
insediamenti umani che, datando dalla preistoria, hanno profondamente 
modificato la vegetazione. Solo dopo i 1300 m, sul Matajur, è dato tro¬ 
vare un tipo di flora « originale », per cui questa zona andrebbe assolu¬ 
tamente protetta a parco, come le altre residue zone, che a causa di par¬ 
ticolari microclimi possiedono una vegetazione con caratteristiche asso¬ 
ciazioni macrofitiche. Tornando allo schema originario di Billings (Fig. 2) 
possiamo dire che ogni pianta è l’espressione di un stato chimico-fisico 
particolare, per cui notevole è l'influenza del terreno stesso. La compo¬ 
sizione chimica del substrato non è tutto però: è necessario che l’umi¬ 
dità e la temperatura intenvengano a dissolvere ed a rendere utile ciò 
che era solo ricchezza potenziale del terreno. 

Avendo noi tra l’altro chiarito: 1) che la natura del terreno è cre¬ 
tacea, terziaria e quaternaria, 2) che per l’area studiata passano ben 
cinque isoiete annuali (dai 1800 mm di Ponte S. Quirino, ai 2000 mm di 
S. Leonardo, ai 2200 mm di Grimacco e Savogna, ai 2400 mm di Drenchia, 
ai 2600 mm di Pulfero, ai 2800 mm di Montemaggiore) ed è sfiorata da 
una sesta isoieta di 3000 mm della zona di confine e di Taipana, 3) che 
c'è notevole differenza per ciò che riguarda la temperatura a seconda 
dell’altitudine e dell'esposizione, tutto « ciò spiega •— scrive il Comes 
(1887) — come possa diversificare di molto la vegetazione di due mon¬ 
tagne vicine, in una delle quali la roccia è quasi nuda o è coperta da 
un superficiale strato di terreno e povero di detriti organici, quando nel¬ 
l’altra il terreno è profondo e ricco di terriccio. Nella prima abbonderanno 
piante utili ed erbacce come la sassifraghe, le genziane, le primule, ecc.; 
nella seconda predomineranno le essenze legnose comuni alle pianure ». 


38 G. Matteucig 


In altri luoghi la ricchezza d’acqua fa sì che si formino brevi tratti 
paludosi (v.e. il toponimo « Cepletischis » = dietro la palude), dove la 
vegetazione è molto sviluppata. 

È del resto noto che le diversissime condizioni di suolo, di clima, 
di altitudine, di piovosità, fanno sì che il tappeto vegetale che riveste i 
territori alpini è quanto di più fantasiosamente e variamente ricco che 
si possa immaginare. Quindi da un punto di vista floristico, a parte il 
fatto che vasti settori della zona submontana e montana furono recu¬ 
perati dall'uomo per l'agricoltura a spese di formazioni boschive, vediamo 
accanto ai giganteschi abeti, ai residui castagni scampati alla Endothia 
parasitica, esistono in zone più elevate gli arbusti nani ( Juniperus nana, 
ecc.) con rami accostati al terreno onde sfuggire alla furia del vento ed 
ai rigori dell'inverno. 

Nella zona montana esistono principalmente boschi caratterizzati dal 
faggio e da conifere. I boschi sono principalmente misti e si nota la 
presenza di Fraxinus ornus, Corylus avellana, Picea excelsa, qualche Abies 
alba, Larix decidua, oltre ai saltuarii ippocastani e betulle. In definitiva 
la massima parte di questi boschi ha piante con foglie caduche. I prati 
più alti sono ricchi di Graminacee, Ciperacee e Giuncacee, adatti per le 
coltivazioni a pascolo, dato che gli armenti sono alimentati nelle rispet¬ 
tive stalle, data la natura scoscesa del terreno. Comunque la vegetazione, 
verde e lussureggiante per la naturale abbondanza di sorgenti naturali, 
è distinguibile in piante appartenenti a specie circumpolari, diffuse sulle 
Alpi ( Silene acaulis, Myosotis alpestris, Phleum alpinum, Juniperus nana, 
Saxifraga oppositifolia, Primula, ecc.); a piante di origine mediterranea 
(Colchicum alpinum, Crocus vernus, Linaria alpina, Leontopodium al¬ 
pinum — la nota Edelweis, ecc.); a piante alpine endemiche ( Cirsium 
spinosissimum, Festuca pulchrella, Carex microstyla, ecc.). 

Per le piante, come per gli animali, come vedremo fra poco, questa 
zona si rivela di enorme importanza scientifica, perché rappresenta un 
punto di passaggio obbligato, e quindi di unione ,di forme viventi « ar¬ 
tiche » e « mediterranee », senza contare le forme endemiche. 

Per ciò che riguarda superstiti piante coltivate, come la pianta delle 
mele « seuke », che la « moda di mercato » ha fatto cadere in disuso, tanto 
che stanno scomparendo, bisogna tener conto che vi è tutta una serie di 
studi su tali problemi agronomici, come dicevamo altrove: 

Ed è proprio nel corso di tali studi che studiosi seni, validi docenti 
universitarii, come Rossi, Casella, Palombi, trovano in realtà a noi più 
vicine, motivi scientifici di primario interesse, quali lo studio di varietà 
vegetali scomparse o credute tali, o prossime a scomparire. Ci ammo- 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 39 


nisce Casella che « abbandonare e distruggere le varietà è facilissimo, 
ma molto più difficile è riottenerle, per cui è necessario raccogliere e 
custodire gelosamente e studiare a fondo il maggior numero possibile di 
varietà indigene ed esotiche, pregiate e scadenti, di origine remota o re¬ 
centi ». Questo per favorire la sopravvivenza dell'uomo, che da molte di 
queste varietà può avere la soluzione di diversi problemi agronomici (Mat- 
TEUCIG 1974). 

Bisognerebbe avere la previdenza e la lungimiranza di creare delle 
zone di rispetto o delle specie di orti in cui tali specie, indipendente¬ 
mente dalle « ragioni di mercato », andrebbero preservate al fine di non 
far mancare alle prossime generazioni patrimoni genetici importantissimi 
contenuti in quei semi, in quelle essenze, in quelle erbe che potrebbero 
risultare indispensabili per la sopravvivenza dell'uomo sulla terra. 

Anche le cosiddette terre « incolte » hanno un valore naturalistico non 
indifferente, che o lo Stato o i privati devono preservare per la presenza 
di tali specie e per consentire l’asilo di animali che a quelle specie sono 
legati. Fortunatamente nelle Valli non è esteso l’uso di erbicidi e di pe¬ 
sticidi, che sono quasi del tutto ignorati per civile scelta degli abitanti. 


3.5. Cenni faunistici 

Come abbiamo già detto per la flora, anche in conseguenza dei fat¬ 
tori paleogeologici e delle condizioni fisiche e metereologiche del terri¬ 
torio, la fauna delle Valli colpisce per la sua rassomiglianza generale sia 
con la fauna circummediterranea orientale, sia con la fauna dell'Europa 
centrale ed orientale. Essa presenta quindi tutti i caratteri di una fauna 
di immigrazione e ciò in perfetto accordo con la storia geologica della 
regione. Questo fatto diventa per noi più comprensibile se facciamo rife¬ 
rimento all'origine della fauna alpina, ricordando l'azione decisiva eser¬ 
citata dall'alternanza di climi durante il quaternario (freddo-umidi du¬ 
rante i periodi glaciali e caldo-secchi durante i periodi interglaciali) sul 
popolamento animale della nostra penisola. Il tipo di distribuzione « ar- 
tico-alpino » si è originato per un certo numero di specie, alcune delle 
quali oggi abitano contemporaneamente nelle zone alpine e nelle regioni 
nordiche europee. 

Nelle Valli sono state notate, raramente, forme con distribuzione di 
tipo « artico-alpino », come la lepre variabile (Lepus timidus varronis ) e 
la pernice bianca (Lagopus mutus helveticus). 

Le ricerche paleogeografiche chiariscono che soprattutto per le alpi 
calcaree meridionali passano le direttrici di penetrazione di forme bai- 


40 G. Matteucig 


canico-egeiche, come nel caso della cavalletta cavernicola del genere Tro- 
glophilus, ma anche altre direttrici di penetrazione. E ciò è verificabile 
proprio nel caso di Ofidii, perché in questi luoghi registriamo la pre¬ 
senza di forme europeo-orientali (caso della Vipera ammodytes). 

Perciò Camerano (1891) completando il quadro degli Ofidii italiani 
scriveva: 

« Guardando complessivamente la fauna ofiologica italiana si scorge 
chiaramente come in Italia vengano, per dir così, ad incontrarsi le faune 
dell’Europa centrale ed orientale; dell’Africa settentrionale e dell'Europa 
occidentale. Nessuna specie di Ofidio è esclusiva dell’Italia ». 

Ciò implica considerazioni biogeografiche che faremo durante la de¬ 
scrizione anatomo-zoologica degli Ofidii catturati nelle Valli. Ma comple¬ 
tiamo il nostro sguardo d’insieme da un punto di vista faunistico generale. 

A rigore di termini, parlando della fauna delle Valli, pur non essen¬ 
dovi vette altissime, anche in considerazione del fatto che nelle Alpi e 
Prealpi Giulie le manifestazioni metereologiche hanno provocato un gene¬ 
rale abbassamento di tutti i limiti altimetrici dei fenomeni biologici a ca¬ 
rico della vegetazione, influenzando quindi la distribuzione della fauna, 
potremmo parlare di fauna « alpina » anche se per animale alpino s'in¬ 
tende « un animale che vive alle maggiori altitudini in qualsiasi regione 
montuosa ». 

Infatti tanto nelle Valli del Natisone, quanto nelle alpi orientali tro¬ 
viamo il capriolo ( Capreolus capreolus transylvanicus), l'arvicola ( Micro - 
tus incertus), lo scoiattolo ( Sciurus vulgaris), il pipistrello ( Vesperugo), 
il cinghiale ( Sus scrofa), la già ricordata lepre variabile ( Lepus timidus 
varronis), la marmotta ( Marmota marmata), il ghiro ( Glis glis), la lepre 
( Lepus europaeus), il driomio ( Dryomis nitedula), il toporagno ( Sorex ara - 
neus), la talpa ( Talpa europaea), il topo striato ( Apodemus sylvaticus), 
il tasso ( Mele meles), la puzzola ( Mustela putorius), la faina ( Martes 
faina), la volpe ( Vulpes vulpes), il riccio ( Erinaceus europaeus), tanto per 
soffermarci sulle specie di Mammiferi più conosciute o più abbondanti; 
tra gli Uccelli, notiamo il grifone ( Gypaetus barhatus), l'aquila reale 
( Aquila crysaetus), il rondone alpino ( Apus melba), la cincia bigia alpestre 
{Parus montanus), la cincia mora ( Parus ater), il merlo alpino {Turdus 
alpestris), il codirosso ( Monticola saxatilis), il fringuello alpino ( Monti - 
frigida nivalis), il picchio muraiolo ( Tichodroma muraria), il corvo (Pyr- 
rhocorax), il fagiano di monte {Lyrurus tetrix), il falco ( Falco peregrinus), 
la poiana (Buteo buteo), il gallo cedrone ( Tetrao urogallus major), il fran¬ 
colino di monte ( Tetrastes bonasia rupestris), la coturnice ( Alectoris graeca 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc . 41 


saxatilis), la cornacchia ( Corvus cornix L.) sempre riferendoci alle specie 
più conosciute o abbondanti. 

Su alcuni dei Mammiferi e degli Uccelli nominati c’è un vincolo pro¬ 
tezionistico della Regione Friuli-Venezia Giulia anche in considerazione 
del fatto che questa regione, particolarmente le Valli, per il passato erano 
abitate da specie oggi totalmente scomparse. Ultimo in ordine di tempo 
il lupo ( Canis lupus), che in Friuli è stato segnalato (Cagnolaro 1974) per 
l'ultima volta nei comuni di Paularo (nel 1880) e di Forni d'Avoltri (nel 
1900 circa). 

NeH’ultimo decennio, secondo alcuni cacciatori però sia il lupo, che 
il cervo ( Cervus elaphus) avrebbero fatto delle rapide apparizioni inver¬ 
nali nelle Valli proprio nelle zone alte di frontiera con la Jugoslavia (Co¬ 
mune di Drenchia). Ma nelle Valli vi sono memorie, sia paleontologiche, 
sia storiche di animali estinti. Recenti rinvenimenti paleontologici hanno 
accertato la presenza dell’orso delle caverne ( Ursus spelaeus) che rap¬ 
presenta uno dei fossili più interessanti del quaternario. Degli altri rin¬ 
venimenti fossili nelle Valli abbiamo fatto cenno nella descrizione geolo¬ 
gica del territorio. 

Paolo Diacono nella « Historia Langobardorum » (II/8) scrive che 
ai tempi della calata di Alboino in Italia vivevano gli uri (Bos primige- 
nius) alle pendici del Matajùr. Per l'appunto il nome di questo monte 
in lingua longobarda significherebbe « forte uro » ( matt = forte; tiórr = 
uro). Nel 1700 sarebbe invece scomparso l'ultimo esemplare di gatto sel¬ 
vatico ( Felix silvestris). 

Tornando agli animali presenti nelle Valli segnaliamo i nomi di al¬ 
cune specie tra le più abbondanti o più interessanti ai fini del nostro 
lavoro. 

Tra gli Anellidi: i Lumbricidae Octolasium complanatum e Octola- 
sium kamnense (da notarsi che O kammense prende il nome di Kamma 
— Fig. 1 —- a pochi Km dal Monte Matajur, dove fu trovato per la prima 
volta - Omodeo, 1954). 

Tra i Crostacei Astacus fluviatili e Oniscus murarius. 

Tra gli Aracnidi: a) gli scorpioni Euscorpius italicus e Euscorpius 
germanus; b) i Ragni Epeira diademata, Argiope fasciata, Tegenaria cam¬ 
pestri; c) gli Acari del genere Eutranicus e Acarus viperinus Daud., che 
determinerebbe una suppurazione, anche letale, in Vipera ammodytes 
attaccandosi all'orifizio anale ed insinuandosi nel primo tratto del retto. 

Per la parassitologia comparata la presenza di endoparassiti Platel- 
minti ( Solenophorus ?, Taenia ?) e Nematodi ( Sclerostomum viperae e 
Ascari cephaloptera in Vipera ammodytes) negli Ofidii catturati riveste 


42 G . Matteucig 


un particolare interesse perché sono ancora da chiarire i rapporti tra 
parassitismo, evoluzione e filogenesi (Cameron, 1952). Tenie e sclerostomi, 
molto simili a quelli rinvenibili in Mammiferi, confermerebbero le cor¬ 
renti idee sulla parentela dei Vertebrati. Per l’appunto, sebbene la mag¬ 
gior parte degli autori segnali gli Ofidii soprattutto come ospiti intermedi 
dei Trematodi e Cestodi, abbiamo rinvenuto Cestodi adulti negli Ofidii 
delle Valli che, in taluni casi, si avvicinerebbero alla descrizione di Taenia 
Bremseri Baird in Crocodilus (Monticelli, 1891). 

Tra gli Insetti le numerosissime forme presenti, che per intuibili mo¬ 
tivi nomineremo secondo necessità; saranno ascrivibili principalmente ai 
Coleotteri ed Ortotteri i reperti di Insetti in Ofidii dissezionati. 

Numerosa è pure la fauna malacologica presente e ci offre lo spunto, 
per quello che poi diremo sugli Ofidii, di fare considerazioni sul signi¬ 
ficato selettivo di caratteri cromatici in animali terrestri e sulle relazioni 
tra colori ed ambienti (Sacchi, 1956, 1958). Nei corsi d’acqua delle Valli 
è ancora possibile trovare qualche trota ( Salmo trutta o Salmo fario ) e 
qualche cavedano ( Leuciscus cephalus ). 

Tra gli Anfibi s'impone la presenza abbondante e costante il Bufo 
bufo spinosus Daudin. Finalmente riportiamo i dati relativi agli Ofidii 
delle Valli. 

4. Segnalazione e riconoscimento degli Ofidii 

Le Valli del Natisone son prive di un organico studio sugli Ofidii 
ivi esistenti, nonostante molti e validissimi studiosi si siano occupati 
della fauna erpetologica friulana. 

Tra le opere che abbiamo consultato ci hanno fornito una maggior 
copia di informazioni sulla erpetofauna del Friuli-Venezia Giulia, quelle 
di Edoardo de Betta (1857) e di Egid Schreiber (1912), nonché alcuni mo¬ 
derni studi di vari autori, tra i quali ricordiamo S. Bruno, S. Dolce, G. 
Sauli, M. Veber (1973). 

Come abbiamo detto nell'introduzione il nostro interesse verso gli 
Ofidii delle Valli del Natisone è stato soprattutto suscitato dalle notizie 
nella estate scorsa riportate dai maggiori quotidiani nazionali circa un 
enorme incremento di tali rettili nelle Valli del Natisone. Una prima 
ipotesi di lavoro circa tale incremento poteva essere quella ecologica, 
legata alla eventuale distruzione indiscriminata dei nemici naturali degli 
Ofidii da parte dell’uomo ed alla crescente perdita di mano d'opera nei 
campi montani in seguito ai fenomeni sociali dell’urbanesimo e dell'emi¬ 
grazione, tipici delle povere popolazioni locali. 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 43 


Però qualunque ipotesi manca di dati fondamentali di riferimento, 
sia da un punto di vista morfologico, che quantitativo. Ecco dunque la 
necessità di uno studio moderno innanzitutto di carattere ricognitivo circa 
le specie di Ofidii ivi esistenti e prima di oggi non descritte per quella 

particolare zona. 

A questo lavoro faremo seguire un altro comprensivo dei dati quan¬ 
titativi, paragonando ciò che abbiamo potuto raccogliere nel corso del 
1974 con ciò che raccoglieremo in seguito. 

Possiamo però, senza venir meno ad un obbligo fondamentale di 
correttezza scientifica, sin da ora anticipare che nella zona esaminata 
c’è stato un « certo » incremento di Ofidii che non è « quantizzabile » ri¬ 
spetto a termini « precedenti » di paragone, appunto per la mancanza 
di studi specifici. 

Diciamo questo con assoluta certezza, senza prevenzioni di sorta, 
sulla scorta di ciò che abbiamo potuto vedere direttamente e di ciò 
che indirettamente abbiamo appreso da testimoni del posto degni di fede, 
abituati ad andare giornalmente per i prati e per i boschi. Inoltre ci 
siamo recati presso le sedi comunali delle Valli per prendere visione 
diretta degli esemplari catturati in base al bando di cui abbiamo parlato 
nell'introduzione. Di ciò siamo grati ai sindaci, ma soprattutto all’Am- 
ministrazione Provinciale di Udine — Ufficio Caccia e Pesca — che ha 
disposto, su nostra richiesta, che tutto il materiale raccolto nel 1974 fosse 
messo a nostra completa disposizione. Analogamente ha disposto, sempre 
su nostra richiesta, che sia fatto per il materiale raccolto nel 1975. L’aiuto 
più grande l'abbiamo ricevuto dalla popolazione delle Valli che, conoscen¬ 
doci dall’infanzia, ci è stata prodiga di segnalazioni, che poi abbiamo avuto 
l’accortezza di controllare, visto che gli Ofidii sono animali straordinaria¬ 
mente abitudinari e pigri in particolari momenti del ciclo vitale. 

Il fenomeno dell'aumento ha interessato pure la zona che da Pulfero 
conduce a Caporetto. Infatti nell’estate del 1974 la strada costeggiante 
il Natisone era spesso costellata di Ofidii schiacciati dai veicoli. 

Cosa mai spingeva questi timidissimi animali così sensibili alle vi¬ 
brazioni del terreno ed ai suoni (Hartline, 1971), a muoversi anche nella 
sede stradale in ore con notevole traffico automobilistico? 

Ma tutte le strade delle Valli erano qua e là costellate di Ofidii ed 
anche di Bufo bufo e, più raramente di Erinaceus europaeus, tutti cal¬ 
pestati dai veicoli. 

Un altro dato che è emerso dalla nostra indagine è la simultanea 
presenza delle specie di Rapaci, di ricci e di tassi, tutte ostili agli Ofidii 
e di Roditori, delle quali gli Ofidii si nutrono. 


44 G. Matteucig 


A questo punto abbiamo cercato di renderci meglio conto delle specie 
di Ofidii presenti nelle Valli e nelle aree geografiche ad essi limitrofe o 
più distanti. 

De Betta (1857) ci segnala nella tavola sinottica dei Rettili delle Pro¬ 
vincie Venete e del Tirolo meridionale le seguenti specie: 1) Coronella 
austriaca Laur.; 2) Coronella Riccioli Metaxa; 3) Coluber flavescens; 4) 
Coluber viridiflavus Lacèp.; 5) Coluber viridiflavus var. carbonarius; 6) 
Tropidonotus natrix Wagler; 7) Tropidonotus tessellatus De Filippi; 8) Pe- 
lias berus Merrem; 9) Vipera aspis Merrem; 10) Vipera ammodytes Latr. 
Invece S. Bruno et al. (1973) ci segnalano sul Carso Triestino e zone vi¬ 
ciniori le seguenti specie: 1) Coluber gemonensis; 2) Coluber viridiflavus 
carbonarius; 3) Coronella austriaca; 4) Elaphe longissima longissima; 5) 
Elaphe quatuorlineata quatuorlineata; 6) Natrix natrix; 7) Natrix tessel¬ 
lata tessellata; 8) Malpolon monspessulanus; 9) Telescopus fallax fallax; 
10) Vipera ammodytes; 11) Vipera berus bosniensis . 

Dobbiamo dire che comunque si tratta sempre di individui appar¬ 
tenenti a due sole famiglie: A) Colubridi, B) Viperidi. 

Infatti in Italia sono rappresentate 14 o 17 specie di Colubridae (a 
seconda se consideriamo il territorio nazionale in senso politico o geo¬ 
grafico) e 4 specie di Viperidae. 

Per la descrizione dei « tipi » di Ofidii abbiamo usato lo Schreiber 
(1912), come punto di partenza, ma anche altri testi di autori più recenti 
per il loro riconoscimento e diagnosi. 

Lo stesso dicasi per gli areali approssimativi delle singole specie. 

Ordine Squamata Oppel 1811 
Sottordine Serpentes Linnaeus 1758 (Ophidia) 

Corpus elongatum, cylindricum. 

Pedes nulli, vel pedes posteriores rudimentarii; scapula, clavicula 
nullae; os caracoideum, sternum, tympanum nulla; palpebrae mobiles 
nullae, os quadratum mobile. 

Famiglia Colubridae Boulenger 1890 

Pileus scutis magnis novem regulariter dispositis tectus. Scutum ro¬ 
strale nasale adtingens. Pupilla plerumque circularis. Scuta ventralia lata, 
analia et subcaudalia paria. Cauda mediocris aut longa. Ossa praefrontalia 
ossa nasalia non attingentia, ossa pterygoidea os mandibulare vel os qua¬ 
dratum adtingentia, ossa squamosa mobilia, ossa maxillaria horizontalia, 
dentata; mandibula processo coronoideo non instructa et dentata. 

Sottofamiglia Coronellidae Stejneger 1907 

Processi spinosi in vertebris posterioribus absunt. 


Gli Ofidii delle Valli del Natisene, ecc . 45 


Genere Coronella Laurenti 1768, Zacholus 1830 

Dentes maxillares (12-20) postrorsum magnitudine increscentes, dentes 
mandibulares subaequales, pupilla rotunda, squamae leves fovea apicali 
instructae, scuta subcaudalia in duas series longitudinales. 


4.1. Coronella austriaca Laurenti 1768 

(Coluber cupreus Georgi 1800, Coluber alpinus Georgi 1800, Coluber 
ponticus Georgi, Coluber caucasicus Pallas 1811, Coluber austriacus Eich- 
wald 1830, Coronella laevis Eichwald 1831, Zacholus laevis Eichwald 1841, 
Tropidonotus austriacus Gimmerthal 1845). 



Fig. 3. — Areale approssimativo di Coronella austriaca Laur.: a) Visione dorsale 
(da Schreiber) ; b) Visione laterale (da Schreiber). 


Rostrale longiusculum, in pileum distincte deflexum, angulo posteriore 
acuto; frenale labiali primo et secundo superpositum; supralabialia 8, 
quarto quintoque oculo subpositis; squamarum series 19. - Long. 60-84 cm. 













46 G. Matteucig 


Typus. — Supra grisescens aut rubescens, maculis alternis seriatis, 
fascia postoculari et macula occipitali postice emarginata obscuris; subtus 
flavescens rubescens aut nigrescens. 

Diagnosi. — Presenta un preoculare, 2 postoculari, 3-4 temporali, 7-8 
sopralabiali, 19 squame dorsali, 152-199 ventrali, anale divisa, 42-70 coppie 
di sottocaudali. 

Geonemia . — È una specie diffusa in Europa dal 63° di latitudine nord 
in Norvegia sino all'estremo sud europeo (Peloponneso compreso), per 
lo più assente nelle isole mediterranee, Elba, Sicilia e Veglia esclusa. La 
sua presenza si estende sino all’Asia Minore ed al Caucaso, ed in Siria 
è segnalata nella Russia europea ed in Crimea mentre è rara al di là 
degli Urali dove fu trovata a Orenburg. La sua presenza è stata segnalata 
nel territorio di Trieste. 

Nella zona studiata delle Valli è stata trovata nelle seguenti località: 

1) Podlach, 470 m s.l.m. Declivio con bassi cespugli sparsi. 1 6, 
2-8-1974. 

2) Azzida, 164 m s.l.m. Falda rocciosa collinetta. 1 $ , 8-8-1974 legit 
et det. G. Matteucig. 

3) Vernasso, 174 m s.l.m. Cespugli su terreno asciutto. 1 $ , 12-8-1974. 

Biologia e note ecologiche. — Questo colubride è un divoratore di 
Roditori, Sauri e Serpenti. Si registrano casi di cannibalismo. Gli esem¬ 
plari esaminati assumono colorazioni lievemente varie in quanto a mac- 
chiettature, ma la tinta di fondo è grigia. I luoghi in cui vive sono i 
posti aridi e pietrosi, preferibilmente sui pendii sassosi, i bordi delle 
strade, lungo i muri delle case abbandonate. È una specie ovo-vivipara. 
Tra settembre ed ottobre la $ dà alla luce, benché ancora avvolti nella 
membrana dell’uovo, da 2 a 15 piccoli già formati che si liberano ben 
presto dall’involucro in cui sono racchiusi e si mettono in circolo nel¬ 
l'ambiente. 

Lo Schreiber descrive sino alla varietà q), stando ciò and indicare 
la variabilità di colore e di disegno delle macchie. Gli esemplari esami¬ 
nati rientrano in questo contesto, ad eccezione di un esemplare che si 
avvicinerebbe alla varietà a) Schreib. 1875. 

Genere Elaphe Fitzinger 1833, Laurenti 1768 

Dentes maxillares 12-22, subaequales; dentes mandibulares anteriores 
maximi, collum distinctum, pupilla rotunda, scuta subcaudalia in duas 
series, squamae fovea apicali instructae. 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 47 


4.2. Elaphe longissima (Laurenti 1768) 

(Natrix longissima Laurenti 1768, Coluber bicolor Georgi 1800, Coluber 
fugax Eichwald 1837, Coluber Aesculapii Host 1790, Coluber sauromates 
Nordman 1840, Zamenis Aesculapii Eichwald 1841, Callopeltis Aesculapii 
Schreiber 1875, Elaphis Aesculapii Taczanowski 1877, Coluber longissimus 
Blandford 1876). 

Scutum frontale antice valde dilatatum, sopraocularia non excedentia, 
praeoculare unicum, nasalis pars anterior posteriore humilior. Squamae 
majusculae, aut laeves aut subtillime carinatae, per series 21-23 dispositae. 
Abdomen ad latera angulosum. - Long. 98-110 cm. 



Fig. 4. —• Areale approssimativo di Elaphe longissima : a) Visione dorsale (da 
Schreiber); b ) Visione laterale (da Vandoni). 


Typus. — Supra fusco-olivaceus vel nigrescens, squamis dorsalibus 
subtillime carinatis ad latera praecipue plus minusve albo-marginatis; ma¬ 
cula subconspicua pone oris angulum abdomineque flavescentibus. 





















48 G. Matteucig 


Diagnosi. — 23 squame dorsali, 212-248 ventrali, 60-91 coppie di sot¬ 
tocaudali, 4 (2 +2) temporali, 8 sopralabiali, la frontale allargata in avanti, 
le ventrali in modo da carenare i fianchi. 

Geonemia. — È una specie medio-sud-europea, balcanica, transcau- 
casiana. È particolarmente diffusa in Dalmazia. 

Nella zona considerata è stata notata nelle seguenti località: 

1) Grimacco, 467 m s.l.m. Muraglia diroccata. 1 6, 2-8-1974. Legit 
et det. G. Matteucig. 

2) Savogna, 235 ms.l.m. Cespuglio basso lato torrente. 1 6, 3-8-1974. 

3) Liessa, 240 m s.l.m. Presso fonte d'acqua fra le erbe. 1 $ , 5-8-1974. 

4) Iainich, 520 m s.l.m. Siepe sul bordo stradale. 1 $ , 6-8-1974. 

5) Trusgne, 663 m s.l.m. Vecchia muraglia diroccata. 1 $ , 23-8-1974. 

Biologia e note ecologiche. — È una specie soprattutto arboricola, 

che si ciba di piccoli Sauri, di Roditori e di Uccelli e di loro uova. 

Il saettone, diversamente dalla Coronella che frequenta località so¬ 
leggiate ed asciutte, predilige le macchie ed i prati, ma lo possiamo anche 
trovare in località pietrose. Storicamente è noto come il Colubro di Escu- 
lapio, significando il potere della medicina curativa. 

Lo Schreiber descrive sino alla varietà f). 


4.3. Elaphe quatuorlineata (Lacépède 1789) 

(Coluber quatuorlineatus Bouleng. 1894, Coluber elaphis Shaw 1802, 
Natrix elaphis Merr. 1820, Tropidonotus elaphis Wagl. 1830, Elaphis cer¬ 
vone Schreib 1875, Elaphis quadriradiatus Erh. 1858). 

Scutum frontale antice dilatatum lateribus sinuatis, postice longe et 
acute acuminatum, parietalibus vix brevius. Praefrontalia longitudine 
et latitudine subaequalia. Praeocularia due, postocularia inaequalia. Infra- 
maxilaria plerumque sublabialibus quinque adjacentia. - Long. 150-220 cm. 

Typus. — Supra fuscus aut fusco-flavescens, taeniis quatuor atris per 
totam corporis longitudinem decorrentibus. 

Diagnosi. — È distinguibilissimo per le 4 fasce nere longitudinali, 
2 per lato, che lo percorrono dal collo sino alla coda. Esso mostra 2 
squame preoculari, 25 dorsali, 195-235 ventrali, internasali non separate 
dalla rostrale, anale divisa, 63-90 coppie sottocaudali. 

Geonemia. — Questo colubride è stato indicato (Bruno et al., 1966) in 
località comprese nella zona da noi studiata o comunque limitrofa ad 
essa. 

Si tratta di una specie che troviamo tanto in Persia quanto nel Cau¬ 
caso, nella Russia meridionale ma soprattutto in Grecia da dove proba¬ 
bilmente si è estesa alle isole Sporadi, Cicladi ed attraverso l'Albania 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 49 



Fig. 5. — Areale approssimativo di Elaphe quatuorlineata : a) Visione dorsale 
(da Schreiber); b) Visione laterale (da Schreiber). 


in Jugoslavia sino in Istria. Indagini recenti hanno dimostrato che gli 
esemplari friulani hanno provenienza dalmata. 

Nelle Valli è conosciuto con il nome di « cravorciza » che è la tra¬ 
duzione di « pasturavacche ». 

È stato notato nelle seguenti località delle Valli: 

1) Monte S. Martino (versante di Senza), 800 m s.l.m. Bosco 6 6 
e $ $, 10-84974. 

2) Montemaggiore, 954 m s.l.m. Bosco di conifere. 1 6 , 3-8-1974. 
Legit et det. G. Matteucig. 

3) Gabrovizza, 496 m s.l.m. Macchia. 1 es. Juv. 8-8-1974. 

4) Topolò, 580 m s.l.m. Bosco di Menske. 1 ? , 28-8-1974. 

Biologia e note ecologiche. — Le abitudini di questo Colubride sono 

analoghe a quelle del precedente per ciò che riguarda l'alimentazione. 


4 























50 G. Matteucig 


L’habitat prediletto è quello secco e boscoso, ma non disdegna prati, 
pianure, anfratti di roccia e di muro, radure. Il nome popolare del cer¬ 
vone, « pasturavacche », come appare dal Ms 23 della Westminster Abbey 
Library, che contiene un bestiario del XIII secolo, è dovuto ad antichis¬ 
sime credenze, non trovanti riscontro nella realtà, secondo le quali il 
cervone detto allora « boa » « è un serpente italiano che si attacca alle 
mammelle delle vacche per succhiarne il latte. Il suo nome deriva dalla 
strage che compie negli armenti di buoi ». 


Genere Coluber (Linnaeus 1758) 

4.4. Coluber viridiflavus Lacépède, 1789 

(Zamenis viridiflavus Wagl. 1830, Hierophis viridiflavus Fitzing. 1843, 
Zamenis atrovirens Giinth. 1858, Zamenis gemonensis Werner 1891, Natrix 
gemonensis Laur. 1768). 

Oculi supralabialibus adjacentes. Squamae fossis apicalibus duabus, 
per series novemdecim dispositae. Abdomen ad latera vix carinatus. - Long. 
100-250 cm. 

Typus. — Supra griseo-fuscescens, striolis atris in maculas connatis 
punctisque albis praecipue ad collum versus notatus, squamis linea media 
lucidiore; subtus albidus. Long. 100 cm. 

Diagnosi. — Come caratteri distintivi, a parte il colore e la lunghezza 
dobbiamo dire che questa specie è caratterizzata dall'avere 2 squame pre- 
postoculari, 3-4 temporali, 8 sopralabiali, 19 (17-21) squame dorsali, 190-210 
squame ventrali nei maschi, mentre si contano 200-230 nelle femmine, anale 
divisa, sottocaudali 85-130. 

Geonemia. — Questa specie è segnalata attualmente presente nella 
Spagna nord-orientale, quindi in Francia, Lussemburgo, Italia e la tro¬ 
viamo pertanto nel sud-est europeo come entità dinaricoegea, nel Cau¬ 
caso, nel nord della Persia, nella Russia europea e nelle steppe della 
Russia meridionale tra la Bessarabia e il fiume Ural ed in Crimea. Per¬ 
sino, conservati nel Museo di Berlino, esistono esemplari dalla Russia 
asiatica probabilmente di provenienza siberiana. Alcuni autori individue¬ 
rebbero l'area di presenza di questa specie in tutta la regione mediter¬ 
ranea dal 32° al 50° di latitudine nord, estendendosi dai Pirenei alla costa 
occidentale del mar Caspio. Nelle Valli è conosciuto con il nome di 
« podljésak » ed è stato notato nelle seguenti località: 

1) San Martino (versante di Seuza), 750 m s.l.m. Zona rocciosa con 
cespugli. 1 $ , 10-8-1974. 

2) Varch, 586 m s.l.m. Zona pietrosa, presso il paese. 1 6, 19-8-1974. 


Gli Ofidii delle Valli del Natisene, ecc. 51 


Biologia e note ecologiche. — Il Coluber viridiflavus Lacép. ha un 
habitat molto vario, anche se predilige i cespugli e le sterpaglie. Si ciba 
prevalentemente di micromammiferi, ma anche di altri Rettili ed Anfìbi. 



Fig. 6. — Areale approssimativo di Coluber viridiflavus Lacép: a ) visione dor¬ 
sale (da Schreiber); b) Visione laterale da Schreiber). 

L'area punteggiata corrisponde all’areale di Coluber gemonensis, en¬ 
tità dinarico-egea, confuso secondo Bruno da altri AA. con Coluber 
viridiflavus . 


Occupa diverse nicchie ecologiche con le età poiché segue una sua 
evoluzione trofica che, nei primi anni di vita, vede l’alimentazione pre¬ 
valentemente costituita da Insetti e, poi con il passar degli anni esclu¬ 
sivamente da Vertebrati, come abbiamo detto prima. 











52 G. Matteucig 


4.4.1. Coluber viridiflavus carbonarius Lacépède 1789, Bonaparte 1883 

(Zamenis gemonensis carbonarius, Werner 1891, Zamenis atrovirens 
carbonarius Gunth. 1858). 

Diagnosi. — Ovviamente i caratteri morfologici, a parte la testa il 
dorso e la coda nero-uniformi, sono simili alla specie precedente come 
pure le altre abitudini. La colorazione giovanile è mantenuta fino al III 
anno di vita. 



dorsale; b) Visione laterale. 


Geonemia. — Questa sottospecie di Coluber viridiflavus ha un areale 
più ristretto rispetto a quello della specie a cui appartiene, essendo sol¬ 
tanto diffuso in Italia nord-orientale, in parte della Svizzera meridionale, 
dell'Italia meridionale, isole comprese, di Malta e della Jugoslavia co- 
















Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 53 


stiera, estendendosi, ad occidente, fino alla penisola iberica ed, ad oriente, 
fino all'Asia Minore e alla Siria. Dagli abitanti della zona è chiamato 
« uóz ». 

La sua presenza è stata rilevata nelle seguenti località: 

1) Dolina di Grimacco, 216 m s.l.m. Muretto del campo a destra 
dopo il ponte, risalendo il torrente. 1 6 e 1 $ , 17-8-1974. 

2) Podlach, 470 m s.l.m. A circa 300 m dal paese, tra i rovi, salendo 
verso Tribil. 1 6 , 2-8-1974, legit et det. G. Matteucig. 

3) Drenchia, 725 m s.l.m. vicino ad un muretto presso il paese, nella 
direzione di Trinco. 1 $ , 26-8-1974. 

Biologia e note ecologiche. — Resiste molto bene agli sbalzi di tem¬ 
peratura per cui può vivere fino a 2000 m di altitudine ed è l’ultimo 
ofidio europeo ad andare in letargo. È possibile ritrovarlo alla base di 
cespugli, sotto i sassi, nei roveti, sui greti dei torrenti, oppure in località 
asciutte che predilige, ed anche nei prati e nei boschi. È agilissimo nello 
scavalcare con un balzo solo i muretti campestri. 

Si ciba di Rettili, Serpenti compresi, Roditori, di Uccelli dei quali 
preda i nidi, di Anfibi e di micromammiferi. La sua evoluzione di nicchia 
con l'età è stata approfondita in questi anni (Valverde, 1967; Bruno et al., 
1973) e procede di pari passo con l'evoluzione trofica. 

Sottofamiglia Natricinae Stejneger 1907 

Dentes sulcati nulli, processi spinosi inferiores in omnibus vertebris 
insunt, squamae valde carinatae, raro laeves. 

Genere Natrix Laurenti 1768 

Dentes maxillares posteriores longissimi, dentes mandibulares aequales, 
pupilla rotunda, squamae saepissime valde carinatae et in 15-33 series lon- 
gitudinales dispositae, scuta abdominalia angulum in lateribus non fin- 
gentia, scuta subcaudalia in duas series disposila, processi spinosi infe¬ 
riores in tota columna vertebrali. 


4.5. Natrix natrix (Linnaeus 1758) 

(Coluber scutatus Pallas 1771, Coluber minutus Pallas 1811, Coluber 
persa Pallas 1811, Coluber natrix Hablizl 1789, Coluber torquatus Vsevo- 
lojski 1812, Coluber niger Dwigubski 1832, Coluber ponticus Ménétriés 
1832, Tropidonotus natrix Eichwald 1841, Tropidonotus ater Eichwald 
1831, Tropidonotus persa Eichwald 1831, Tropidonotus natrix varietà persa 
Wagner 1850, Tropidonotus natrix varietà nigra Deryugin 1899). 

Scutum frontale antice subdilatatum ; praeoculare 1, postocularia 3, 
supralabialia 7, tertio quartoque oculo subpositis; squamarum series 19. - 
Long 1-2 m. 


54 G. Matteucig 


Typus. — Supra cinereus vel griseo-olivaceus, maculis alternis nigris 
per series 4-6 dispositis, occipite ad latera macula transversa alba aut 
flavescente pone nigro-limbata; subtus albo-nigroque varius. 



Fig. 8. — Areale approssimativo di Natrix natrix : a) Visione dorsale (da Schrei- 
ber); b) Visione laterale (da Schreiber). 


Diagnosi. — Presenta 1 preoculare (di rado 2), 3 postoculari (ecce¬ 
zionalmente 2-4), temporali 1 + 2, 7 sopralabiali (delle quali la terza e la 
quarta toccano l'occhio), 5 sottolabiali, 2 apicali. Squame dorsali lan¬ 
ceolate e sensibilmente carenate, disposte in 19 serie, ventrali varianti 
per numero da 155 a 190; anale doppia sottocaudali da 50 a 90 paia. 

Geonemia. — La distribuzione biogeografica si estende a tutta l’Eu 
ropa, l'Algeria e l'Asia, occidentale e centrale. Questa specie è nota in tutti 
i luoghi delle Valli dove specialmente scorrono i corsi d’acqua ed è perciò 



















Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 55 


conosciuta con il nome di « lipera ta uodnena » (vipera d’acqua). Sono 
stati raccolti esemplari nelle seguenti località: 

1) Senza, 335 m s.l.m. Vicino al mulino (oo 280 m s.l.m.). 1 $, 
14-8-1974. Legit Andrea Pauletig (Gnesin) et det. G. Matteucig. 

2) Clodig, 248 m s.l.m. Presso il ponte verso Sverinaz. 1 ? , 18-8-1974. 
Legit Ernesto Primosig (Kovac) et det. G. Matteucig. 

3) Savogna, 210 m s.l.m. Presso il torrente Alberane. 1 6, 3-8-1974. 
Legit Guido Fanna et det. G. Matteucig. 



Fig. 9. — Luogo di raccolta di Natrix presso il prato di Colurat (Seuza di 
Grimacco). 


Biologia e note ecologiche . — Questa enorme distribuzione geogra¬ 
fica in climi e latitudini diverse ci può far prevedere una grande varietà 
di colori, di disegni, una grande disponibilità ad occupare diversi habitat 
e di varia nutrizione, che di solito è costituita da Anfibi, Molluschi, Pesci 
e piccoli volatili. L'habitat naturale è quello acquatico, dal quale alcune 
varietà (specie melaniche) amano discostarsi, per andare nei boschi, nei 
prati, nei campi. Questo fatto l'abbiamo verificato durante la raccolta di 
esemplari, anche se spesso probabilmente ci siamo trovati in presenza 
di ibridi interspecifici. Enorme è la quantità di esemplari giovanili rac¬ 
colti, il che ci sta a dimostrare come l'evoluzione e la rapida distribu¬ 
zione di una specie non sempre è favorita da meccanismi mortali quali 
quelli delle vipere. In particolare ci hanno colpito taluni esemplari me- 



56 G. Matteucig 


lanici tipici dei Balcani, il che ci dimostra ancora una volta che la zona 
da noi esaminata è un punto d’incontro di tutte le specie, sin qui in¬ 
contrate. 


4.6. Natrix tessellata (Laurenti 1768) 

(Coronella tessellata Laurenti 1768, Coluber hidrus Pallas 1771, Coluber 
ponticus Gueldenstaedt 1791, Tropidonotus tessellatus Wagner 1850). 



Fig. 10. — Areale approssimativo di Natrix tessellata: a) Visione dorsale (da 
Schreiber); b) Visione laterale (da Vandoni). 


Scutum frontale antice vix dilatatum; praecoularia 2-3, postocularia 
3-4. Scuta supralabialia 8, quarto fere solo subposito; squamarum series 
19. - Long. 80-110 cm. 


















Gli Ofìdii delle Valli del Natisone, ecc. 57 


Typus. — Supra flavofuscus aut olivaceus, maculis nigriscentibus al- 
ternis parum conspicuis per series quatuor dispositis; subtus flavoni- 
groque variegatus; praeocularibus binis, postocularibus tribus. 

Diagnosi. — Benché affine alla precedente ne differisce per vari ca¬ 
ratteri. Presenta 2-3 preoculari, 34 postoculari, 8 sopralabiali (la quarta, 
e talora, la quinta toccano l'occhio), una sola temporale di prima fila, 
squame dorsali 19, ventrali da 150 a 190; coppie delle sottocaudali da 
50 a 85 circa, preanale doppia. 

Geonemia. — Questa specie di trova nell'Europa centrale, meridio¬ 
nale e medio-orientale e nell'Asia sud-occidentale e centrale. Questa specie 
è stata notata nelle zone prossime ai corsi d’acqua o negli stessi, è nota 
nelle Valli con il nome di « liparón ». 

1) Clodig, 248 m s.l.m. Presso la cascata andando verso Peternel. 
1 $ e 2 es. Juv., 188-1974. Legit Ernesto Primosig (Kovac) et det. G. 
Matteucig. 

3) Merso di sopra, 168 m s.l.m. Presso il ponte andando verso San 
Leonardo. 3 6 e $ $ , 30-8-1974. 

Biologia e note ecologiche. — Anche se non vi sono molte notizie 
sulle abitudini di questa specie, in Russia è noto che essa si è adattata 
alla vita nell'acqua dolce ed anche nella pesca a mare per la cattura del 
pesce. In effetti delle tre specie mediterranee di Natrix è la più legata 
alla vita acquicola. Anche nei nostri esemplari abbiamo osservato una 
certa variabilità intraspecifica per quel che riguardava le caratteristiche 
di colore e di forma delle macchie sul corpo tra cui la caratteristica 
sbarra a V capovolta sul collo. Essendo molto legata all'acqua, di norma, 
non sale molto in alto sui monti. Quindi il suo nutrimento principale è 
tratto da animali a loro volta viventi in acqua e in prossimità di corsi 
d'acqua: pesciolini, rane, raganelle, tritoni e rospi. 


Famiglia Viperidae Bonaparte 1840 


Os maxillare breve, mobile et verticale dispositum supra non exca- 
vatum, dentes maxillares longissimi et perforati, processus coronoideus 
in mandibula nullus processi spinosi inferiores in omnibus vertebris in- 
sunt (Fig. 11). Scuta pilei saepius plus minusve obsoleta. 

Pupilla verticalis. Squamae carinatae. Scutum anale simplex. Cauda 
brevis. 


58 G. Matteucig 



Fig. 11. — Scheletro di Vipera berus. 


Genere Vipera Laurenti 1768 

Caput valde dilatatum. Scuta internasalia et praefrontalia nulla. Scu- 
tum rostrale nasale haud adtingens. Supralabialia ab oculis scutellis aut 
squamis interpositis remota. Scuta abdominalia in lateribus angulum non 
formantia, scuta subcaudalia in duas series. 


4.7. Vipera ammodytes (Linnaeus 1758) 


(Coluber ammodytes Linnè 1758, Vipera illyrica Laur. 1768, Echidna 
ammodytes Mer. 1820, Cobra ammodytes Fitzing. 1826, Pelias ammodytes 
Boie 1827, Rhinechis ammodytes Fitzing. 1843). 

Caput supra squamosum rostro in conum squamosum pronus incli- 
natum producto. Supraocularia ultra oculos non excedentia, scutum ro¬ 
strale latitudine haud altius, scuta praenasalia 1-2. Oculi a supralabialibus 
squamarum serie duplice sejeuncti. Squamarum series 21-23. - Long. 
60-95 cm. 



Gli Ofidii delle Valli del Natisene, ecc. 59 



Fig. 12. — Areale approssimativo di Vipera ammodytes Linné: a) Visione dorsale; 
b) Visione laterale (da Schreiber). 


Typus. — Supra cinerea, fascia flexuosa nigricanti per dorsum decur- 
rente; cauda apìcem versus Tubescente. 

Diagnosi — Presenta una protuberanza conica e molle come un vero 
cornetto alto fino a 5 mm e formato da 5-16 placchette: questo è il par¬ 
ticolare che rende riconoscibilissima questa specie. Inoltre presenta la 
placca rostrale triangolare; 9-10 sopralabiali separate dall'occhio da una 
doppia fila di piccole piastre; 21-23 serie di squame dorsali; 135-165 piastre 
addominali; 30-40 coppie di subcaudali, preanale indivisa. 

Geonemia . — Lo Schreiber descrive fino alla varietà h). È una specie 
distribuita nel Sud Tiralo, Carinzia, Stiria, Ungheria, Grecia, Turchia, 
Asia Minore, Siria e Transcaucasia. In Italia la troviamo solo nell'estremo 
nord-est della penisola, più rara nel Friuli orientale che nel Carso trie- 
























60 G. Matteucig 


stino o nel Bellunese. È questa un’altro conferma del punto di eccezio¬ 
nale interesse zoologico indicato nella nostra ricerca. Infatti l’areale di 
questa specie comprende la Jugoslavia, comprese le isole dalmate, la Ro¬ 
mania del sud-ovest e la Bulgaria nord-occidentale. È la più rara tra le 
specie presenti nella zona, poiché è stata notata in pochi luoghi e rara¬ 
mente catturata. Gli abitanti delle Valli la conoscono con il nome di 
« Lipera s rog ». 

1) San Pietro al Natisene, 174 m s.l.m. Sul colle che sorge dietro 
l'abitato, in direzione di Clenia (oo m 250). 1 es. Juv. (vedi Tav. 6.1, Fig. 1), 
16-8-1974, det. G. Matteucig. 

2) Grimacco, 462 m s.l.m. Sul monte Nadoline (oo 650 m) in una pie¬ 
traia. 1 6, 9-8-1974. 

Biologia e note ecologiche . — Se la colorazione di questa vipera è 
varia, la caratteristica del « corno » all’apice del muso la rende incon¬ 
fondibile. Essa si nutre esclusivamente di animali a sangue caldo, prefe¬ 
ribilmente micromammiferi ed Uccelli. L'habitat è vario anche se ha abi¬ 
tudini crepuscolari di caccia. Pare solo che i suoi piccoli nei primi mesi 
si nutrano di Sauri e di Ortotteri. È possibile trovarla ai margini dei 
boschi e nelle radure pietrose. Predilige i terreni secchi e sabbiosi, le 
rocce e terreni calcarei. Molti autori la descrivono come « notturna » 
ma è facile trovarla anche di giorno sui colli e monti fino ai 2000 metri, 
benché sia ritenuta molto sensibile al freddo, essendo la nostra ultima 
specie di ofidio ad uscire dal letargo invernale. Come per le altre specie 
di vipere, il 6 è di norma di minor mole rispetto alla $ . 

Caratteristica di questa come delle altre vipere, è di essere vivipara. 
Vandoni (1914) ricorda che fu proprio questo carattere a dare il nome 
alla specie; i Latini la chiamarono vivipara che si modificò in vipera. 
Ma Isidorus Hispalensis (1911) scrive: 

« Vipera dieta, quod vi pariat. Nam et cum venter eius ad partum 
ingenuit, catuli non expectantes naturam naturae solutionem, conrosis 
eius lateribus, vi erumpunt cum matris interitu ». 


4.8. Vipera aspis (Linnaeus 1766) 


(Coluber aspis Linnaeus 1766, Vipera berus Meissner 1820, Vipera 
communis Millè 1828, Vipera redii Fitzing. 1843, Vipera berus subsp. aspis 
Camerano 1888, Echidna aspis Merr. 1820, Pelias aspis Boie 1827, Coluber 
vipera Latr. 1800). 

Caput supra squamosum ante oculos angulato-acuminatum, scutellis 
apicalibus 2-3, supraocularibus ultra oculos haud excedentibus. Rostrale 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 61 


latitudine altius. Scutum pranasale unicum. Oculi a supralabialibus squa- 
marum serie duplice sejuncti. Squamarum series 21-23. - Long. 50-60 cm. 



Fig. 13. — Areale approssimativo di Vipera aspis Linné: a) Visione dorsale (da 
Schreiber); b ) Visione laterale (da Schreiber). 


Typus. — Supra cinerea, flavescens vel rufa subtus atra, striis trans- 
versis nigris alternantibus per series quatuor dispositis. 

Diagnosi. — Presenta l'apice del muso alquanto rialzato, formando 
con 2-3 placche un minuscolo cornetto. Di norma non ha squame cefa¬ 
liche particolarmente grandi, ad eccezione della rostrale che appare più 
grande delle altre e delle sopraoculari sempre ben differenziate. Gli scudi 
sopralabiali sono 9-10, separati dall'occhio da 2 serie di piccole piastre 
(talvolta 1-3); 21-23 squame dorsali in serie trasversali; 125-165 ventrali; 
25-46 coppie di sottocaudali; anale indivisa. 








62 G. Matteucig 


Geonemia. — La Vipera aspis è distribuita su tutto il territorio na¬ 
zionale ed anche in tutta l'Europa sud-occidentale, in Francia, in Ger¬ 
mania, in Svizzera, nel Sud Tirolo ed anche in Bosnia. 



Fig. 14. — Esemplare giovanile di Vipera aspis catturato a Clodig. 


Questa vipera è risultata abbondantissima in tutta la zona, occupando 

1 più svariati biotopi. È stata raccolta in tutti i sette comuni delle Valli, 
dove è conosciuta col nome di « lipera ». 

1) Seuza, 335 m s.l.m. Località Podrobom (Osriedak), prato cat. 209. 

2 6 6 e 2 $ ? , 21-3-1974. Legit et det. G. Matteucig. 

2) Seuza, 335 m s.l.m. Località castagneto di Podebello (600 m s.l.m.). 
4 es. Juv., 22-8-1974. Legit Mario Sdraulig (Predankin) et det. G. Matteucig. 

3) Stregna, 403 m s.l.m. Strada comunale, verso Postregna. 1 es. 
Juv. 19-8-1974. 

4) Drenchia, 731 m s.l.m. Località Soiarie, presso un prato incolto. 
1 <3 e 1 $, 26-8-1974. 

5) Tribil sup., 642 m s.l.m. Presso il cimitero. 1 $ , 20-8-1974. 

6) Savogna, 244 m s.l.m. Presso pietraia Monte Matajur (co 1400 m 
s.l.m.). 1 $ e 1 es. Juv., 4-8-1974. Legit Guido Fanna et det. G. Matteucig. 

7) Clodig, 248 m s.l.m. Sulla via di Sverinaz, ai margini della strada. 
1 $ e 1 es. Juv., 2-9-1974. 




Gli Ofidìi delle Valli del Natisene, ecc. 63 


8) Sverinaz, 350 m s.l.m. Pietraia in prossimità della curva della 
strada che porta al paese. 1 6 , 3-9-1974. 

9) San Leonardo, 168 m s.l.m. Letamaio presso il bordo della strada. 
1 6, 7-8-1974. 

10) San Pietro al Natisone, 174 m s.l.m. Monte Barda (250 m). 1 $ 
e 1 es. Juv., 16-8-1974. 

11) Topolò, 580 m s.l.m. Presso località Nasniza. 1 $, 28-8-1974. 

12) Pulfero, 184 m s.l.m. Presso il fiume Natisone. 1 es. Juv., 12-8-1974. 
Biologia e note ecologiche . — Questa specie frequenta praticamente 

tutti i biotopi e tutte le altitudini dal livello marino sino ai 3.000 m. 
Giova ricordare che non solo la Vipera aspis, ma anche la Vipera am- 
modytes, la Vipera herus, ed altri Rettili quali la Natrix natrix, la La- 



Fig. 15. — Luogo di raccolta (monte Matajur) di esemplari di Vipera aspis. 


certa vivipara, YAnguis fragilis, sono tutte specie vivipare perché altri¬ 
menti non potrebbero riprodursi dato che le loro uova per il freddo non 
si svilupperebbero. Così anche nella nostra zona dobbiamo notare che 
al di sopra dei 1.000 m le specie incontrate sono vivipare, sempre rife¬ 
rendoci ai Rettili, mentre al di sotto dei 1.000 m sono prevalentemente 
ovipare. 

Quasi a testimoniarne la grande possibilità di varietà di V. aspis, 
lo Schreiber descrive sino alla varietà p). Invero siamo stati molto col- 


64 G. Matteucig 


piti dell'abbondanza di esemplari e di varietà raccolti nella zona descritta 
(vedere Tavole 6.1-6.8). 

Le abitudini di V. aspis sono molto simili a quelle degli individui 
del suo stesso genere, per cui alla difficile distinzione dei caratteri mor¬ 
fologici si accompagna anche una difficoltà di distinzione su basi etolo¬ 
giche e trofiche. Si ciba normalmente di micromammiferi quali i topi, 
le arvicole e, soprattutto, le talpe. Vive ovunque, dal momento che ha 
conquistato tutti gli ambienti naturali terrestri trovando limitazioni solo 
nei limiti climatici dell'estremo nord-europeo. Per molto tempo, a causa 
della somiglianza, è stata ritenuta come sottospecie di Vipera berus. In 
effetti esistono esemplari che, morfologicamente, si pongono al limite tra 
le due specie (Tavola 6.8, Fig. 17, 18). 


4.9. Vipera berus (Pallas 1811) 

(Coluber berus Linné 1758, Coluber chersea Fisher 1791, Vipera prester 
Pallas 1811, Vipera chersea Pallas 1811, Pelias berus Merr. 1820, Vipera 
limnaea Bendiscioli 1826, Vipera trilamina Millet 1828). 

Caput ante oculos haud angulatum pileo squamoso saltellato, scu- 
tellis apicalibus rostrale adtingentibus duobus, scuto frontali ac parie- 
talibus distinctis, supraocularibus ultra oculos paulum excedentibus. 

Rostrum obtuse rotundatum cantho rostrali sub-obsoleto; oculi a su- 
pralabialibus squamarum serie unica plerumque disjuncti. Squamarum 
series 21. - Long. 50-70 cm. 

Diagnosi. — Questa specie è talmente affine alla Vipera aspis che 
talvolta è difficile l'attribuzione all'una o .all'altra specie con le sole ca¬ 
ratteristiche morfologiche. Di norma gli scudi cefalici sono più regolari 
che nella Vipera aspis specie per ciò che attiene al frontale ed ai due 
parietali. Inoltre, di norma, presenta una solo fila di squame tra le sopra¬ 
labiali e l'occhio composta da 7-12 elementi; 21 squame dorsali; 135-145 
squame ventrali; anale indivisa; 25-40 coppie di sottocaudali. L'apice del 
muso è dorsalmente piatto. 

Geonemia. — Abita la parte centrale e settentrionale sia dell'Europa, 
sia dell'Asia. La troviamo tanto sui Pirenei, quanto nell'isola di Sahalin, 
tanto nel settentrione delle penisole iberica, italiana e balcanica quanto 
in Scandinavia sino al 70° di latitudine nord. Il limite meridionale della 
specie, in Italia, coincide all'incirca con la linea del Po. Ovviamente dagli 
abitanti delle Valli è conosciuta come « lipera ». 

Nella zona considerata la specie è nota in varie località tra le quali: 

1) Grimacco, 462 m s.l.m. Presso il ruscello Zaroban. 1 es. Juv., 
5-8-1974. 


Gli Ofìdii delle Valli del Natisene, ecc. 65 


2) San Leonardo, 378 m s.l.m. Bordo della strada per Altana (371 m 
s.l.m.). 1 es. Juv., 7-8-1974. 

3) Stregna, 350 m s.l.m. Sul bordo stradale per Postregna. 1 es. Juv., 
19-8-1974. Legit Guido Fanna et det. G. Matteucig. 



Fig. 16. — Areale approssimativo di Vipera herus : a) Visione dorsale (da 

Steinheil); b) Visione dorsale di esemplare delle Alpi Gamiche (da 
Schreiber); c ) Visione dorsale di esemplare delle Alpi Giulie (da 

Schreiber); d ) Visione dorsale di esemplare tipico (da Schreiber); 

e) Visione dorsale da Vandonx modif.); /) Visione laterale (da 
Schreiber) . 


Biologia e note ecologiche . —■ Per la grande variabilità Schreiber di¬ 
stingue in questa specie fino alla varietà u), omettendo la segnalazione 
del typus. Notevole la ssp. V.b. bosniensis, che, presentando due serie di 


5 



















66 G. Matteucig 


squame fra sopralabiali e l’occhio, viene qualche volta confusa con la 
Vipera aspis. 

La Vipera herus abita gli stessi luoghi di V. aspis, anche se viene 
volgarmente chiamata « marasso palustre », perché spesso è stata trovata 
in luoghi umidi, presso stagni e paludi. Per ciò che concerne la nutrizione, 
ha caratteristiche uguali alle altre specie di vipere ritrovate nelle Valli. 

5. Discussione dei dati raccolti 

Accertato che nelle Valli del Natisone sono presenti almeno nove 
specie ed una sottospecie di Ofidii, dobbiamo fare alcune osservazioni 
sui dati emersi nell'indagine. Tra le specie esaminate le più abbondanti 
si sono rivelate Natrix natrix e Vipera aspis, mentre le meno diffusa, ma 
certamente presente, è Vipera ammodytes. Per quanto riguarda Natrix 
natrix e Vipera ammodytes, come è noto, sono individui estremamente 
specializzati per ciò che concerne il cibo per cui diffìcilmente dividono 
la loro nicchia con altri Ofidii. Così pure tra le tre specie di Vipera s’in¬ 
staura una certa competitività avendo uguali abitudini trofiche ed occu¬ 
pando gli stessi ambienti. Del resto nell’ambito di una stessa specie di 
Vipera abbiamo catturato individui altamente dissimili per tonalità di 
colori e di striature, il che sta ad indicare non solo conquista di ambienti 
diversi, ma anche una diversità attivamente mantenuta dalla selezione 
naturale attraverso delicati meccanismi genetici sui quali torneremo. Co¬ 
munque il significato selettivo di caratteri cromatici in animali terrestri 
e le relazioni tra colori ed ambienti è un argomento lungamente studiato 
per diverse specie di animali (Sacchi, 1956, 1958), che noi possiamo ripro¬ 
porre per le popolazioni ofidiche presenti, non potendo noi ignorare l'ele¬ 
vato grado di perfezione di queste nell’adattarsi ai diversi ambienti. Per 
le diverse colorazioni, come per altre caratteristiche dobbiamo concludere 
che la diversità è stata abbondantemente favorita dalla selezione naturale 
anche ai fini « trofici », oltre che di difesa, perché evidentemente una 
popolazione geneticamente differenziata è in grado di sfruttare meglio il 
proprio ambiente. Ma anche tra Elaphe quatuorlineata, Elaphe longissima 
e Coluber viridiflavus comprendendo la ssp. Coluber v. carboniarius, s’in¬ 
staura un'evidente competizione, che può essere limitata solo nel caso 
di sovrabbondanza di cibo, ma limitatamente nel tempo. Infatti Coluber 
viridiflavus è un superpredatore perché si nutre principalmente di rettili, 
che a loro volta sono i veri predatori delle micro-comunità. Solo dopo il 
settimo anno di vita Coluber viridiflavus si dedica moderatamente alla 
caccia di micromammiferi ed uccelli (Valverde, 1967; Bruno et al., 1973). 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 67 


Elaphe longissima invece si nutre principalmente di micromammiferi, 
essendosi peraltro specializzata nella caccia ai Chirotteri che ricerca nei 
loro rifugi. Analoga attività è svolta da Elaphe quatuorlineata che però 
svolge notevole attività di predazione nella ornitocenosi, oltre che nella 
mastocenosi. 

Vipera aspis, Vipera berus, ma particolarmente Vipera ammodytes, 
sono predatrici quasi esclusive di mammiferi. Quindi v'è anche un certo 
grado di competitività tra le specie di Vipera ed Elaphe longissima, li¬ 
mitata parzialmente dal fatto che questo Colubride — come i Coluber 
è occasionalmente arboricolo e quindi ha maggiori possibilità di preda¬ 
zione neU’ornitocenosi. 

Coronella austriaca caccia solo occasionalmente mammiferi, ma svolge 
la sua massima attività di predazione nella reptocenosi, entrando par¬ 
zialmente in concorrenza con Natrix natrix che rivolge la sua attività 
predatoria, da adulta, contro Anuri e Pesci, mentre da giovane contro 
Insetti e Crostacei. Natrix tessellata è la specie più protetta nel suo am¬ 
biente dalle altre specie essendo acquicola, ma entra in concorrenza con 
Natrix natrix. In questa situazione risulta interessante applicare lo studio 
matematico delle associazioni biologiche, che può essere sviluppato se¬ 
condo i metodi di Volterra (D’Ancona, 1942). 

Il caso preso in esame da Volterra è quello in cui un numero non 
elevato di individui di una nuova specie penetra in una associazioni nella 
quale l'equilibrio sta per essere raggiunto dalle specie preesistenti. Cioè 
per introduzione di individui di una nuova specie, prodottasi per muta¬ 
zione o per correnti d'immigrazione, si producono perturbazioni in un 
sistema che bene o male stava raggiungendo un suo equilibrio. Volterra 
dimostra, tra l'altro, che: 

1) « Se si perturba un'associazione dissipativa prossima a uno stato 
di equilibrio con l’introduzione di un piccolo numero di individui di una 
nuova specie e se le equazioni dello stato stazionario del sistema globale 
supposto dissipativo ammettono per la specie nuova introdotta una radice 
negativa, questa nuova specie scomparirà, mentre il sistema primitivo 
tenderà verso lo stato stazionario ». 

2) « Esiste sempre uno stato di equilibrio nel sistema e non ne 
esiste che uno solo ». 

Tornando al supposto aumento di Ofidii nelle Valli, se fosse avvenuto 
realmente, come il primo esame della situazione ci fa ritenere, dobbiamo 
fare tre ipotesi. 

A) Questo aumento è avvenuto per naturale riproduzione degli ani¬ 
mali preesistenti in condizioni ottimali fisiche e trofiche; per ciò se l'au- 


68 G. Matteucig 


mento è di questo tipo, al massimo si può tornare, entro un breve giro 
di tempo, in condizioni « normali » senza sparizione di alcuna delle specie 
segnalate. 

B) Questo aumento è avvenuto per correnti d'immigrazioni di in¬ 
dividui appartenenti alle medesime specie di quelli preesistenti al 1974 
nelle Valli; in questo caso si tornerà sempre ad una situazione di equi¬ 
librio senza sparizione di alcune delle specie segnalate. 

C) Questo aumento è avvenuto per correnti di immigrazioni di in¬ 
dividui non appartenenti alle medesime specie di quelli preesistenti al 
1974 nelle Valli; allora per le leggi di Volterra dovremo prevedere una 
sparizione o rapido decadimento nel numero di individui di uno o più 
specie ora segnalate nelle Valli. 

Questo senza entrare nel merito delle cause di migrazione che se sono 
poco studiate nel caso dei diversi animali, ancor meno per i Rettili nulla 
di preciso si sa a proposito, sebbene quest'argomento abbia da più di 
cento anni appassionato gli scienziati (Df. Serres, 1845). 

Ecco perché il presente lavoro non può essere considerato conclu¬ 
sivo, ma solo preliminare rispetto a questo e ad altri problemi, anche 
in considerazione del fatto che « è evidente che trovare un'ohdo in un 
certo luogo non significa che l'esemplare abiti veramente questa località, 
a meno che tale reperto non avvenga in particolari momenti del ciclo 
stagionale attivo della specie a cui l’esemplare appartiene; ma anche in 
questo caso solo un'analisi della dinamica della popolazione a cui l'in¬ 
dividuo appartiene potrà stabilirlo con un minimo di certezza (Bruno 
et al., 1973). 

La non irrilevante presenza di specie nemiche degli Ofidii, in parti¬ 
colare di Erinaceus europaeus esclude che l'abbondanza di Ofidii nelle 
Valli sia dovuta alla loro mancanza. D'altro conto non minori questioni 
sorgono dall'esame dei varii caratteri diagnostici di Vipera, tra i quali: 
1) la forma del muso; 2) la forma degli scudi che ricoprono la parte 
superiore del capo; 3) la disposizione su una o più file (fino a 3) delle 
piccole piastre tra rocchio e le squame sopralabiali; 4) forma e dimen¬ 
sione della piastra rostrale; 5) numero degli scudi sopralabiali; 6) colo¬ 
razione e disposizione delle macchie delle parti superiori. Così abbiamo 
potuto osservare (Tavole 6.1-6.9) come determinate differenze considerate 
dai morfologi classificatori non esistano solo per il numero e la forma 
di squame tra un individuo ed un altro, ma anche nell'ambito della parte 
destra e sinistra di uno stesso individuo: come ad es. il numero di sopra¬ 
labiali (Fig. n. 2 della Tavola 6.1), il numero di serie di scudetti tra le so¬ 
pralabiali e l’occhio (Fig. n. 8 b, c della Tavola 6.4); scudo frontale svi- 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 69 


luppato con uno (Fig. n. 17 a della Tavola 6.8) o nessun parietale svilup¬ 
pato (Fig. n. 18 a della Tavola 6.8). 

Si realizzano così fenotipicamente nell'esame di un determinato ca¬ 
rattere, poniamo gli scudi parietali e frontale, tutti i « passaggi » che con¬ 
ducono da una specie ad un’altra, come appare chiaramente negli esem¬ 
plari ordinati in tale ordine delle Tavole 6.1-6.9. Si arriva così a forme 
difficilmente attribuibili ad una o all’altra specie « fenotipicamente ». 

Però ad un primo esame del corredo cromosomico di V. aspis e di 
V. berus, troviamo che la prima ha 2 n = 42 cromosomi e la seconda 
ha 2 n = 36 cromosomi: questa differenza ci sembra essere decisiva. Ma 
nuovi elementi di incertezza sorgono esaminando la questione del numero, 
della forma dei cromosomi e della loro costanza; della derivazione dei 
corredi cromosomici di specie vicine e delle omologie esistenti tra essi. 
È classico per i genetisti l’esempio della stretta « somiglianza » dei cor¬ 
redi cromosomici delle varie specie di Drosophila (Sophophora) pur con 
variazioni da n = 6 a n = 3 e del possibile passaggio dal tipo « subo¬ 
scura » (la cui serie è formata da 6 cromosomi acrocentrici) al tipo 
« pseudobscura » (con un elemento metacentrico a V sostituitosi a due 
acrocentrici), al tipo « melanogaster » e « willistoni » apparentemente si¬ 
mili. In realtà entrambi questi ultimi due tipi hanno due cromosomi me¬ 
tacentrici, uno puntiforme ed un solo acrocentrico lungo, ma la V di un 
metacentrico è di composizione diversa, così pure come non corrisponde 
l'elemento a bastoncino. 

I cromosomi di Vipera aspis sono 2 n = 42, dei quali però 4 meta- 
centrici e 38 acrocentrici, cioè ripetendo il ragionamento fatto per Dro¬ 
sophila i 4 metacentrici equivarrebbero a 8 cromosomi acrocentrici per 
cui il corredo teorico di V. aspis diventerebbe 38 + 8 = nf 46 cromosomi. 
Facendo lo stesso ragionamento per Vipera berus si ha 2 n = 36; dei quali 
metacentrici 10, acrocentrici 26, cioè n f 46. Lo stesso naturalmente si 
può ripetere per Vipera ammodytes ove 2 n = 42 (nf 46). Quindi la com¬ 
plessa questione di cromosomi di specie affini ci rimanda alla filogenesi 
degli Ofidii (Fig. 17). 

Secondo il Romer (1945) gli Ofidii sono i Rettili più recenti. Essi ap¬ 
parirono alla fine del Cretacico sotto forme delle quali i discendenti 
poco modificati sembrano essere gli attuali Boa e Pitoni. I Colubridi 
datano dall’Oligocene, mentre i Viperidi, derivanti da Colubridi aglifi, 
(Cenophidia) ritrovati sotto forme fossili risalenti alla fine del Cretacico 
(63 milioni d’anni fa), sono stati individuati sotto forma fossile nel Mio¬ 
cene superiore dell’Europa occidentale (14 milioni d'anni fa), né sono 
conosciuti Serpenti velenosi prima del Miocene. 


70 G. Matteucig 


Allora troviamo naturale che anche i Colubridi trovati nelle Valli, 
abbiamo 2 n = 36 (nf 46), avendo avuto progenitori comuni. Bisogna pre¬ 
cisare però che un vero punto d'incontro tra i Viperidae ed i Colubridae 
è rappresentato filogeneticamente da Vipera ursinii, la quarta e più antica 
specie di Vipera , non nota nelle Valli, ma presente nell'Italia Centrale. 
Entrano dunque in queste questioni in campo tutte le classiche argomen¬ 
tazioni sul tema della variabilità inter- (intra-) specifica che a sua volta 


Ctiamekontes 
(]Zi 


tfapÌAze T; 

CzotaUme 75 

Scintidae Lacezjidae ' 

T, 


n£PB*Wb!B 

Chameleontes 

Hattezia 



mdae 75 


CoSuSzidae agtyp'/a 75 
Boidae Tu 

-j— y kotqpcix 

OCflìATEJlhHblH P3bM 
PA3BHPCP PQ3Q 

Uamnidae r 5 

?)Widde (POPVbi y noroPbix 

OCX3A TEflbhblh B3b> 
PA 3 BHSJCP pano 


V sta n — ---------'V ^ flrmza PtianezogCossa (]z 


Vmn A n Jil a A 5 l°É^ l ^\ — / Dpnognatmegst 


Il 97AH 
I 9TA/7 

Pisces 

Fig. 17. — Schema raffigurante la filogenesi degli Ofidii (sec. Sewertzoff). 


è parte integrante della teoria di Darwin dell’evoluzione per mezzo della 
selezione naturale. 

Rimane da stabilire quindi se le differenze registrate sono dovute a 
semplici mutazioni naturali, se a ibridazioni (questione tutta da verifi¬ 
care), se a mutazioni « provocate » da sottili forme d'inquinamento del 
tipo di quelle indicate nella nota n. 9.1 (Wash-1250, 1973; Weater, 1969). 












Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 71 


In ogni caso abbiamo tratto la certezza, esaminando gli Ofidii delle 
Valli del Natisone, di trovarci di fronte a casi notevoli di variabilità, sia 
pure per il solo fatto di aver potuto riscontrare in una sola zona quasi 
tutti i casi descritti dal Camerano (1888, 1891) dopo che egli ebbe esami¬ 
nato gli Ofidii di tutta la Penisola. L’altissima variabilità di forme e di 
caratteri nei Viperidae, come pure in altri animali, fa si che spesso ri¬ 
sultino inadeguati i vecchi criterii di classificazione. Sono stati proprio 
autori d'inizio secolo (Camerano, 1902) ad intuire le prospettive notevoli 
del calcolo matematico nella soluzione di detti problemi con ricerche 
« somatometriche », o, come si dice oggi, « biometriche ». 

Partendo dai dati del Camerano (1888) ottenuti misurando taluni pa¬ 
rametri morfologici caratteristici, come la lunghezza della testa e del 
corpo, di n. 18 esemplari 8 8 e n. 38 esemplari ? $ di Vipera aspis, 
abbiamo ricalcolato per ciascun sesso la media delle lunghezze e l’errore 
standard: 

A) media lungh . corpo n. 18 6 6 = mm 614,44 + 14,38 (si tenga pre¬ 
sente che il valore degli estremi è: 490 mm-inf. e 680 mm-inf.; cioè la 
media è spostata verso l'estremo superiore); 

B) media lungh . corpo n. 38 $ $ = mm 585,00 + 13,85 (si tenga pre¬ 
sente che il valore degli estremi è: 370 mm-inf. e 750 mm-sup.; cioè la 
media è spostata verso il valore superiore analogamente a quello che è 
successo per i 6 6). 

Ulteriori osservazioni da farsi, limitatamente ai nostri insiemi, sono 
che: A) l'oscillazione dell'insieme dei 6 6 è minore di quello dell’insieme 
delle $ $ ; B) la media delle lunghezze delle $ $ è minore di quella 
dei 6 6. 

Non c’è chi non veda, proprio da queste osservazioni su popolazioni 
non omogenee, il pericolo di affidarsi « acriticamente » a simili calcoli, dal 
momento che, Camerano per primo, tutti i naturalisti sono d’accordo nel 
nel ritenere le $ $ , che oltretutto sono il sesso eterogametico, più lunghe 
dei 6 8 . Appunto abbiamo in corso nuove ricerche biometriche. 


6. Tavole 6.1. -6.9. 
Legenda 


Spiegazione nel testo 


A, B, C: capo in veduta, rispettivamente, dorsale, laterale destra, laterale 
sinistra. 

a, b, c: raffigurazione schematica parziale di A, B, C. 



Tav. 6.1 - 1. Vipera ammodytes (Juv. da S. Pietro al Natisene); 

2. Vipera aspis ( c> , da Senza di Grimacco); 

3. Vipera aspis ( $ , da Clodig di Grimacco); 

























ffi à 



Tav. 6.2 - 4. Vipera aspis ( 3, da Sverinaz di Grimacco); 
5. Vipera aspis (Juv., da St.regna) ; 






















Tav. 6.3 


6. Vipera aspis ( $ , da Topoló di Grimacco); 

7. Vipera aspis (Juv. ? da Pilifero); 




















Tav. 6.4 


8. Vipera aspis ( 6, da Seuza di Grimacco); 

9. Vipera aspis ( $ , da Seuza di Grimacco); 

















Tav. 6.5 


10. Vipera aspis (6, da S. Leonardo); 

11. Vipera aspis ($, da S. Pietro al Natisene); 


I 










Tav. 6.6 - 12. Vipera aspìs (Juv., da Savogna); 

13. Vipera aspis ( $ , da Drendila) ; 

















Tav. 6.7 


14. Vipera aspis (?, da Tribil superiore); 

15. Vipera aspis ( $ » da Plataz); 

16. Vipera aspis (6, da Drenchia); 


































mm 



Tav. 6.9 


19. Vipera berus (Juv., da S. Leonardo); 

20. Vipera berus (Juv., da Stregua); 

21. Vipera berus (Juv., da Grimacco). 





















Gli Ofìdii delle Valli del Natisene, ecc. 81 


7. Conclusioni 

1) Questo studio accerta la presenza nelle Valli del Natisone nel¬ 
l’estate del 1974 di almeno nove specie ed una sottospecie di Ofìdii (1) Co¬ 
ronella austriaca; 2) Elaphe longissima ; 3 ) Elaphe quatuorlineata; 4) Co- 
luber viridiflavus; 5) Coluber viridiflavus carbonarius; 6) Natrix natrix; 
7) Natrix tessellata; 8) Vipera ammodytes; 9) Vipera aspis; 10) Vipera 
berus.) e di specie animali loro nemiche o parassite. 

2) La questione del presunto aumento degli Ofìdii nelle Valli di cui 
avevano dato notizia l’Amministrazione Provinciale di Udine ed i prin¬ 
cipali quotidiani d’informazione, invece va approfondita alla luce di dati 
comparativi con gli anni successivi al 1974, poiché mancano in lettera¬ 
tura lavori quantitativi o qualitativi sugli Ofìdii della zona studiata anche 
alla luce dei teoremi di Volterra. 

L'indagine preliminare diretta dei luoghi, l’inchiesta tra gli abitanti 
del luogo ha confermato detto aumento di popolazioni ofidiche, mai ri¬ 
scontrata in simile misura, tale da far pensare ad una loro massiccia 
immigrazione per cause non definite e da identificare. 

3) L'occasione della ricerca sugli Ofìdii ha dato modo di evidenziare 
la presenza nelle Valli di altri valori naturali da conservare mediante 
la creazione di appositi parchi naturali o in mancanza di questi di « oasi » 
per salvaguardare le specie animali e vegetali di particolare interesse. 

4) Nell'ambito della salvaguardia della natura un particolare posto 
spetta all'abitante delle Valli che porta con sé antichissimi e modernissimi 
valori umani, storici, culturali e linguistici dei quali la collettività nazio¬ 
nale non può privarsi senza gravissimi danni, tanto più grandi se inav¬ 
vertiti. Che senso infatti hanno una scienza, un progresso, un pensiero se 
essi escludono aprioristicamente il discorso sull'uomo? 

5) L'inscindibilità della visione scientifica da quella culturale è al¬ 
tresì confermata da questa ricerca che, mentre nelle premesse ecologiche 
respinge l’antropocentrismo della visione riduttiva ascientifica ed acultu¬ 
rale dei tecnocratici, invece nelle conclusioni generali portate nell'ambito 
dei valori ambientali e culturali delle Valli del Natisone necessariamente si 
deve ricollegare alla più alta problematica di Rudolf Eucken, premio Nobel 
nel 1908 che nella sua opera fondamentale « Die Lebensanschauungen der 
grossen Denker » si chiede: « ... che vale l’uomo se in mezzo a tutti i suoi 
successi diventa un essere povero e vuoto, e si riduce ad un semplice stru¬ 
mento di un processo impersonale di cultura, che si serve di lui e lo cal¬ 
pesta a seconda dei suoi fini, che passa con impeto demoniaco sulla vita 
e sulla morte degli individui e sulle generazioni, senza avere in se stesso 


6 


82 G. Matteucig 


né ragione, né senso, chiuso ad ogni sentimento di pietà e di carità 
umana? ». 

Più in generale questo tipo di ricerche ci ha confermato che l’aspi¬ 
razione al giusto ed al vero, come al bello, diventa una forza ed una 
guida anche per il sapere scientifico a patto però di aver sempre pre¬ 
sente che « la verità non è una parola ultima ma un breve avanzamento 
sulla via, che non consente mai sosta, nella ricerca del vero (L. Einaudi) »; 
che «non tutto ciò che è lecito è anche onesto (Paolo di Tarso)»; che 
« la legge dell’individuo non può trovarsi che nella specie (G. Mazzini) » 
ed infine che « solo quando l’uomo reale è divenuto membro della specie 
umana, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta (Marx) ». 


8. Ringraziamenti 

L'autore del presente rivolge: 

— un doveroso ringraziamento alPAmministrazione Provinciale di 
Udine, Ufficio Caccia e Pesca; al prof. Mario Brozzi direttore del Museo 
Archeologico di Cividale del Friuli; 

— un particolare ringraziamento alle popolazioni, ai parroci ed ai 
sindaci dei sette comuni delle Valli del Natisone: 

— un affettuoso ringraziamento, per l’aiuto ricevuto, ai signori: Guido 
Fanna e Andrea Pauletig, amici degli « anni verdi »; Angelo De Riggi e 
Martino Schettino, allievi interni dell'Istituto di Zoologia dell’Università 
degli Studi di Napoli. 


9. Appendice 


9.1. Nota 

Pier Silverio Leicht nei suoi esemplari scritti (1946) sugli abitanti 
delle Valli del Natisone che ben conosceva avendo egli trascorso l’in¬ 
fanzia non lontano da questi luoghi, dice: « Gli Sloveni della Val Natisone 
son pacifici coltivatori ed alpigiani che però, quando ciò sia necessario, 
si dimostrano valorosi soldati e ne dettero prova sino dai tempi della 
Repubblica Veneta. Essi avevano ampie esenzioni dai pubblici aggravi 
daH'intelligente governo di San Marco, appunto in relazione alle loro 
funzioni di custodi dei passi alpini fra la Valle del Natisone e quella del- 
l’Isonzo. Lo dimostrano varie ducali delle quali diedi certezza alcuni anni 
orsono nelle “ Memorie Storiche Forogiuliesi ”. Anche nelle guerre com¬ 
battute dalPItalia, gli alpini del Natisone diedero belle prove di valore ». 

Ed ancora in Leicht (1946) si leggono simili brani: « È questo, fra 
gli altri, il caso di un leggenda degli Slavi del Natisone ... quei paesani 


Gli Ofidìi delle Valli del Natisone, ecc, 83 


| s f§ 

■t 


* * . c 

iih ?4 


ì -ì .{•• 

c f w 3 ■ 


e 

*■ ? I 4 

" “ *v- 


jTij ti f tf4 141 ? r^t TI 

<5 o <o '—■%* € l^ì I #l. e .Ji <="^ l A Ì o 
«L- - e t f t § f -c : ^ ^ l <4 • - 

? 14 -a JLfc O M | è 

« | ; «i^ rs I.,;.il iTt ? « e ^ 

Ì^r ?' fc Tri 2 J 1 

11 f-nj m -u 4 'U t 

H? § 11 fv« 14.1-s ì § 


t J 
!2 
? ? 
§ ì 
I ì 


c2 „ , e 

fr' r.^ 


* <M<f 4 - 5 f £* ,* | 


s k « 4 i 1^1 * *dt f ti 

? i mì^ ^ j r * « 

&, ! ? ; r s . I | ferì Ì 4^. 

j- V 4 I i i p* IJ^ * 4 % 11 -lT:■ 
4- ■; 


s ^ -x 

« 4^_ - 5 

H r'M» 


£ 


11 rui i j i fi* 

• i l Uf l j ! H s ?~t ' T I: * ? , 

^ij l'itSljl J t$3 fì** 

I ^fi S ! f 4 1 


0 

I 

£ 

su. 


<p 


£ 

€ 

?» £ 


E 


u s ?» £ •r»’’ 5 ""5 

- 4 s ? LU> 1 


?Af rx i ii i | 

Huttòi 


€ & 
4 



£ S°| fv? | 

“il 2^1 ^ É 


n 




x o C 

fllfj 

Hf X È t ' li T4 ti 5 iiJM 

riU 0 èmuli Nrt 

^ | ^dp ^ J^n £ cL. 1 4r- I r I" 

I 5 il t s li ? clT-# ? L 

jt<s 1 s rH * i* ii f 

; i l4^ì il i w J m tl I ìirli 

U f f T§- lcrf’3 ? s ^ ’S- 

? *> il jxS x > 1 ' J 7^ 1 11 ; 

t t+J4 1 ì 4,1 ti- "rii«f.tri- 

:j | i JCM tu tTÌ 


4 -« 


Fig. 18. — 1° Agosto 1353: da Praga l’Imperatore Carlo IV concede alla città di Cividaie il diritto di fondare un’Università 
degli Studi (Museo Arch. Maz. di Cividaie del Friuli). 





14% 

. -e? Loq nomea 


ùy. 


^J&irssS 

Mìarso. 


Sst/Fsn.' 


jflflirta 
C0?men%' 
S'erlrue/is 
@Ìtfi£a 
(Jj ~e~iÀa 
Cai /rari no. 
Cangia nu£ 
Ùei-ivuJcà 


£2 a ufizàL’ 


. s/te- menSe. ai 


ufi' 


6je\ ■rifa/ Su per tot no & 

crir i monto J ime II S opttfcv 

e/i e mende- ano ufi c/se. meni*- ano ufi' 


.1C^ntreianuO 

Alatati* ita-Jq-Sle.pÀaiti S' sey 

-'Jf&c&m&s 
<jfr ft n c^jfzsS 

■l/vfnÀ 

J/WruS 
jf/anà. 




Zzf Jsm if '56' 

2© . jfr t£2>6~ 

ìS -Volt iùSS 

12 ^efr . lésfd 

■ f ‘jfr iSzjl 

72 q£r idffì 

2>o -fljj ióif-à 

1/ 'Jiér idipj 

3 diati ifòi- 


«> J' 


l£hf 


2,0 Jhy i/hS 


ai Juf ìfri 
Ì Sfr té 78 
2-Jf 4fr 16 Si 
iS Cycir iSgJf 

0-C Jan léSl 

£0. Jacefuì- JPM* 4 &&tey fg 1S Juf lSSf 
' -'~ 

Gr&tmuts 
JÌ’e Fessa, 
pestio. 


g&tJt* 

Cttàanrta 

Jptìnna. 


I sjft ifsjo 

g Mari l£tf2 

a g ' iéi3 

a 9 tfefr lSqtf 

72 tjfr 10^7 

ZZj <jé*„ 17M 

xér 17 o£ 


•2. "b Jan l/l-tf- 
<X(i #fh<j 1727 


Ì6? ófefr Ì7Ztf 


?>. .■'•■*»: !/25- 

i Jcsj il 55 


de. S?i/o 




Oulh^Jcs nu.f.1 


//francifcuS Cacciani. 
J0aria/j-q. Grsqpfu.- JfojZtscA 

A«> 

qfmurcntut» 
Ser/rtidà 
Sf*p$emai m 


(j*e/i-itS aia /S^fretm 
£j- &xe@rqìl 


O/nyf- 


Jeanne 
MndrcaS 
dlafùi . 

,u*fuA 

iAvclreaS tfm ffeiri 

'Cotiarina-Jj^jo$epk /ìoi/nrj 

CéfiAon'na 

Ki/ucaS 

dì aria.. '*$4. 
yérfrtéi 


1 

86* ifvs 

aS 

4% 

1727 

.;. S 

Jbj 

1765 


27 

juf t£<jx 





É a 


j 

hi 

Juf iTI<t 

9S 

'frfr 

nif 

22 . 

Joi. 

1177 


7 

Jum I72J3 




i. A ' 

.Jfa*. 

me 

tC 

14 

Jlmit 

w 

Jm/ 

t'ito 

* »» 

Jam 

tgm. 

4 



" 



-> Ì3 

dhrt 

’ti* 


'ài 

■j,J .7727 

2S 

<T'tr 

17/7 

za 

, Jcf 

1777. 


7 

J r iTfS 




-> if 

~*hrrf 

iszo. 

$ 

7 4- 

£fr 17/» 




..ai 

Jfre 

nSt . 


7>o 

(jir nS'f 




tÒ 

tir 

it 23 


■ Tri 

>/ -rm 




■> l i 

ffe 

/r V 


<2o 

Sfr t77S 

■ in 


Ili» 

-•• 2. 

pi/,/ 

/s. 34 . 

f 


■sp£t %t£ntf fotracemy^ *ti jfòdp*% 
'Srefmsj*, 


S^m^c m&B>. 


ysJc. no 4 


ir ~rt% 


f 'fcCr igeo 

. 2 <jfr 7 gol 

it Sfr 1 ,V-*3 

■if ?/»■ igof 

aS Jan iglò 


S ef.-fv Ufi J. cr/ .. g£r #'g5J 

■> S 7 fr^ f%9<Z. 

éf sere. /fot. 

~ j£r 1SOQ 


.3 ^ )an 1i%F. 
fé. •]*£*. i*SS 


<•23 vfufihjysf 

léjjLri.iVk&L. 


am 


v/n<>/reo^ tn 2-tSà/is 

^jaeS a, i/. fusi A.' uf/a7/e<u&t^ 

’^CfdaSSupmcli.e.t'slS; 
d/.a>énna ■f.dln't. Muacr/c 
J fUrU.. f 

Mimi A .- ■ - - 

/limianno, 

sfftjphMttd. 

Jtns%mc 

1 oa.71 Hù'4. 


t/se, Pt. !é. o-Sg . 


ÒP ■ ffr llty 

Se i?fs 


a $ Ju». iSag ... is gfr t &23 


71 Sfr Jg03- 

zs 7& . tgos.y/ 2 .cuJ! 
0.6- -Te£r iSSX 
17 . jfoi/i ÌS3S 
_ù~zo StÉr. SJSp. 

. X ff Ùim ■ f£4 6. 

; e /far-. H43._ 

wnn f8&ó~. 

iS-.'Mrf: /M- 


10 J ! 


,g%C Jl. etcì.) sfila: ÌYS$ 

/ir. jSé/z- ’ 

i.2 % ?f liJX ■ 


i’rrfc VIP 92 . 

una tei -lì3 


/s. Jffr./sée 

7- ^«Jr. >U%. 

t>0- Affliliék 


.;. 2 a . pan ■ 1 • 

f- </ ‘/ej4. /sfi £y 

i-j V^4 i-m L.t* s/^^f.4. 

r*~u 7*®f i$0è 

if. XLJ. ufi. 


rJ* 

Mr. h/g^^f.4. 

. -V, Jvms* M^yfr/4^ • 

Irt'SX? 


Xat^jLr p*.'Jr/*>*Jaju. /SmjC&szat* Kéns/S/fO 

4f ^ //. /2 gfr 

_4k/aP«rf //• ***’ iUf - ■ 

0. a. nir»*A, 2-^4-é 

a. 70. yiii-i * e &y 

tyo. /. jEfrstj 

f-é- *f &/•*/■ /a?f 

}-. .jc». /STf. 

S- Apr. Z-S7A, 


.^éÌAéÌ&r 

. ' CÌÓ>y’,J' ea-.-~. 

tAtt,4b !*/*--:■ 
*~A/epAsO^Mj ■ 

■ 

*Ko%f, 


f» 1 ! i]tjr4 V^l>? •& wW, , 

1 3oJi'+r>*4k*JrT/J f £^ 

ma/i S/ff-if- ■ 

*4- io w ijw \4> 

r.sii.0f£fi /sé4, ; . . \ -. \ - 

J _ ^«^4 V 4*W| V^VhmMsJ^J 

/? wùuì/S93 \b% 

/J tfJL/jm ' ,. <• / 

' 7 ' (/ *4 Mr. ms. 


$z .ntyj zsn 


7/4. 2 3 l&ié. O f/j^ 

X0f,-t. ÈU, 

C0&0Q i. 


->. I 5. jcJ]r/S ' 

•h-fi, i5p:y. i;Afp 


Fig. 19. — Nelle Valli del Natisene è nato il 18 luglio 1688 Jacopo Stallini (Jacobus Stullin), il 
più grande filosofo del Friuli, come risulta dall'Archivio Parrocchiale di S. Leonardo 
e non a Cividale come riportano parecchi testi tra i quali l’Enc. Treccani. A Padova 
lasciò (17.1.1770) lo spirito armonioso, che dal 1739 aveva profuso in quella Università. 











Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 85 


d’origine slovena , ma da lunghi secoli legati al Friuli ed a Venezia, così 
che i loro vicini della Val d’Isonzo li chiamano “ Beneschi " ossia Ve¬ 
neti ... gli Sloveni nella Valle del Natisone . . . però non solo nelle con¬ 
valli del Natisone, ma anche presso altre genti slave ,... ». 

Ma chi sono in realtà gli abitanti delle convalli del Natisone? 

Essi rappresentano le vestigia viventi degli insediamenti slavi in 
Italia, al seguito dei Longobardi, a partire dal 568. Mentre però i Lon- 
bordardi ebbero la ventura di avere uno storico, Paolo Diacono, nato nella 
Cividale longobarda (Civitas Austriae), che tracciò la storia della sua gente 
fino a Liutprando partendo dalle origini scandinave, gli Slavi non ebbero 
una simile fortuna. Dobbiamo dire che gli Slavi non vennero al seguito 
dei Longobardi come popolo, ma come gruppi, avendo probabilmente 
subito, al pari dei Longobardi, la pressione degli Avari, popolazione uralo- 
altaica. 

Le notizie degli insediamenti slavi ,al tempo dei Longobardi, ci giun¬ 
gono riflesse nella storia longobarda, quindi cessano con la caduta del 
Regno longobardo. 

Perciò per capire l’importanza storica degli insediamenti slavi in 
Italia, bisogna rifarsi ad una visione più ampia e più continua della 
storia. 

Nonostante l’enorme importanza della storia longobarda per la civiltà 
italiana, non possiamo non rilevare il valore storico degli insediamenti 
slavi ai confini dell’impero bizantino, e quindi anche ai confini d'Italia, 
entro i limiti storico-geografici della penisola. Mentre s’è discusso tanto, 
e ben a ragione, dei Longobardi, quasi nulla s’è detto o capito dell'im- 
dell’importanza di questi insediamenti paleoslavi. 

Forse ciò dipende dal fatto che l'accostamento ai confini proprii 
della civiltà « occidentale » di popoli « nuovi » d’Europa avvenne per un 
disegno giustinianeo non ancora opportunamente sviscerato dagli storici 
occidentali. 

Tomadakis (1961), noto bizantinologo e storico, sostiene nella sua opera 
che il principale problema (e merito) di Giustiniano era quello di raf¬ 
forzare i confini dell'« ecumene » o parte civilizzata del mondo, caratteriz¬ 
zata da comune lingua (greca), da comune religione (cristiana), da comune 
amministrazione (Impero Romano d’Oriente). 

Questo mondo civile doveva essere salvato dalla distruzione indiscri¬ 
minata dei popoli « nuovi », che essendo « barbari » non avrebbero avuto 
alcuna « civiltà » da sostituire a quella dello stato delF« ecumene ». 

Con la germanizzazione della Spagna (Visigoti) e dell’Italia (Ostro¬ 
goti), la slavizzazione della penisola balcanica, Eliade compresa, con la 
presenza dei Vandali nell’Africa Settentrionale e l'avanzata dei Persiani 
e degli Unni nell’Anatolia e nel Medio Oriente, eventi questi impediti e 
procrastinati nel tempo dalle memorabili imprese di Belisario e degli 
altri condottieri bizantini, l’Europa occidentale non avrebbe potuto pre¬ 
parare così lentamente il proprio avvento. 

Tutti i seni storiografi moderni hanno ormai compreso che non è 
possibile per la coscienza europea chiudere gli occhi e la mente, in nome 
di antiche dispute, sull'attualità e sulla perennità del pensiero bizantino 
per ciò che concerne l'evoluzione storica d’Europa. Così Gregorovius par¬ 
lando della disputa tra Giustiniano e la Chiesa, per cui la Chiesa doveva 
essere soggetta al potere dello Stato, dice: «...perocché in quella lotta 
sia stato il procedimento più importante con cui si compì l’elaborazione 
degli elementi della civiltà nel Medio Evo; ed infatti quella grande pugna 


86 G. Matteucig 


ond'ebbe origine l'operosità della vita d’Europa, dopo l’estinzione del¬ 
l’Impero bizantino continuò ad agitarsi fra i più violenti rivolgimenti in 
Occidente; e da lei conviene prendere il vero punto visivo nella storia 
dell'Impero romano trasfuso nel popolo tedesco» (1872). 

Nel periodo di massimo splendore giustinianeo troviamo le radici 
dei fermenti della trasmissione dell'eredità di Roma al mondo tedesco, 
ma molti altri fermenti, in altre parti d’Europa si trasmisero nei secoli 
successivi da Costantinopoli ad altri popoli euorpei, e come sostiene Im- 
pellizzeri (1975), « Fozio fu l'iniziatore della espansione religiosa e cul¬ 
turale (e quindi anche politica) di Bisanzio tra i Bulgari e gli Slavi, i 
quali dell'eredità di Bisanzio ancor vivono ». 

Giustiniano, avendo chiaro il concetto che Costantinopoli, significando 
la fusione dello spirito di Atene e di Roma, doveva rappresentare la ci¬ 
viltà e la continuità di un’idea, cercò di unificare tutto lo stato dell’ecu¬ 
mene, permettendo ai popoli « nuovi » d’insediarsi ai confini dell'Impero 
Bizantino, avviando una politica di contatto con gli stessi, che nei secoli 
successivi avrebbe dato i suoi frutti, cioè la creazione di una più vasta 
area « occidentale » civilizzata. 

Definiamo « preziosi » i ritrovamenti bizantini di Michele della Torre 
Valsassina nel Cividalese ed « importante » la presenza dei Bizantini a 
Cividale perché questi fatti ci chiariscono, alla luce della politica di Bi¬ 
sanzio circa gli insediamenti barbarici ai confini dellTmpero, l'inquadra¬ 
mento storico originario della definitiva localizzazione di Slavi nelle Valli 
che dal ruolo di « invasori » passano — per dirla con Leicht — « alle loro 
funzioni di custodi di passi alpini ». Ma, nell’ottica della storia di Bisanzio, 
questa funzione è precedente il definitivo ruolo di « tramite » per civili 
e pacifici scambi di cose e di idee (Procopio scrive di questo popolo: 
« ...[(X 2Xà(3oi] ovx àpxovToa Tcpò<; àvSpòc; évóc; àXX’èv SiQpoxpaTLa è% TCaXoaou 
(SioTEÓouarv ... »), atti a condurre col tempo « alla creazione di una più vasta 
area occidentale civilizzata ». 

Abbiamo però notizia di altri insediamenti slavi in epoche successive, 
nel IX-X secolo, quando il Patriarcato di Aquileia favorì tali insediamenti 
nelle terre distrutte dalle incursioni ungheresi («vastata Hungarorum »). 
Dopo tale periodo la storia degli slavi del Natisone si identifica con la 
storia del Friuli. Vi è dunque una complementarietà storica di antichis¬ 
sima data tra la gente della pianura friulana e questi montanari fieri e 
laboriosi, gelosi custodi dei propri usi e costumi, della propria libertà, 
della lingua materna. E la Serenissima mai turbò le prerogative di questa 
gente, con grande lungimiranza politica, quando nel 1420 estese la giu¬ 
risdizione su queste terre. 

« I veneziani riconobbero nel 1422 gli sloveni nel Friuli come « na¬ 
zione », con diritto ad un parlamento, a una zecca e ad un esercito che 
aveva il compito di difendere i confini nord-orientali della Serenissima: 
nacque così la Slavia veneta » (S. Salvi, 1975). 

Ancor oggi gli slavofoni del Natisone nella parlata locale parlano della 
loro terra con il nome di « Benecija ». 

Il Congresso di Vienna nel 1815, assegna all'Austria la Slavia veneta 
con il lombardo-veneto. 

« Nel 1866... in seguito alla terza guerra d'indipendenza il Veneto, e 
con esso la Slavia Veneta, passa all'Italia. 

Allora, le conquiste militari venivano ratificate mediante plebiscito. 
Il governo italiano si presentò agli sloveni della Slavia veneta col volto 
del liberatore e promise ufficialmente ciò che l’Austria aveva sempre ne- 


Sejn/ft ' 


Jfg 

aJr Omeri »X ^o^rtom tw- 
ufleiiteudl 

S&p Annui ■ 

\erpof onèa. 

' 7/rfnnu3 


<0 Jj*7 


jpilZaf 
r/vt meni*. . ano 


uflafl't monto Jttneft.' 

c/lA mers.it ano ufi 


i/i<l menSe. 


«6 


2 0 jUea ì66i 


“tir fanti S am SfLpfant 

Jfefnàjfl J 

ya/entinuS 

CirJparuJ 

G eWrjtft'S 

Slt-p/ianuS 

jTlkrrk 

cftteea. 

oda urentu u> 

SJtpÀ’anttS am ~l/r farli 

Gcrtrtic/óé/a. 

(pflju* 

33/Ù,stj 

UÌf.i/* 

ffàn/nS qm STejlfarti 

jfAar7a. fc/. rficAnefà < t / oJZaou 


F/à» Sfnfrn 


Jsari a un*. 

Jr ritorn ili 

57255. 

joanna. 

dnrfreaS jm Sefaf. Jtrecpng, 
•flarià Settata</,.&■ ~~ "" 

(p/iififpu* 

JMep'A 
Ste.frA n a u& 

*4nc/rt> n 4 

fln-Jipif.fi 3 . duftcr tire A-’ 

±jUriU f, J. fa enfi jariii/p- ’ 

SfrJuU 

J&unnej 
jhartia 


4 éff 


s 

2 9 

i 

n 

2 $ 

27 

s 


•v/jj lCl2 

xf>.fr }fyo 
xf if<f3 

rflart l6~<J<ì 

A or no 2 
Jan 17 Oj 
qfr 17 Oc/ 
diva i*wx 


a Jp, 

23 Jan 
2 a Jan 

I Sfr 


n$>t' 

1733 


23 j,m 
3 fan 

1 2 Jfl 

2<T Jpr 

2 7 } att 

li /un 
OV J X/r 


ITÒt 

17*1 

nio 

1773 

P7<r 

17S1 

l7Ìù 


12 

20 

x k 

3 

9 

13 . 


Utpr 1710 
a/BT Ì7ffJ 
•Watt fiyg 

dar 1%o3 

t8o6 

nfr noi 

Jpr 18/2 


7 jfrò 1783 

10 Jtatt 17<// 

11 -far tfjlq 
1-3 .fiat/. Ig27. 
21 /fexj .1 822. 

sf tass 


u*£»*--=__--— 

ff. iiuff.fnj 
ff. “ir/.. fa'2f 
. iti. %'r ìs /g& 
Jé.ZJ. jfrlé 'S3S 
/• Jti tifi /W. 
3 hi. 6LJ)n//gh. 

fSYr. 




j./0/aru’L- 
/7efJÌ>tu.ictj 

ufoMUL' ^ _ 

^‘inferri,trt-■ : ffl-Gijifaj ff, .^ 

Àirilonj.upflJóUiflpJlìri^ .iL.J'j... Jofx J&Jjs 
fl orf Lufl'fl/léLjJiyfr^iilhu. ii iJuJÓ. , J$£% 

fliUo%j!jiu-3 ix 

fù^io’hj.ox,. A..4./Udj. t&fejL 

/ù> tf 


'Tft&rifetn taaJ*-r 


-I ffr 


2>o . fan nfif 


gf i7t$ 

7fr ig/J 


f Su fenne 


ix> Jan 17 6/ 

12 if.fr 17q7 


18 Jui I8C8 
i% /un tgi/i 


v f 7 fr 1&1} 
■>28 jfla, tifò 

-.- 2 1 fS28 

.1- 9/af'i IS4 3 

•;. io vfr ms 


ttiJt.Seui2a.Siip.no 8* 


Il <fefr nqi 

13 -jmf- i82a 
O ' 7& t gii 


3 

•:■ */ x/Aj /$, 


i$Z 

,- s y. ^ 

& 3t? rlaj tgser 
2 /. Su**. ISSA. 


fi zf ttoK 

urna 


1/itJe no il 

viff no 3> ■ np» J~* \ t/’o/ 

. ,t n J> sejr-nn c n% iyà 

ih'Js no *■ 

. O franeS no i’Srf- 


nJ-Jomu e,lì 
e 6 -ff- fS2é 


■li)' jtf 1 ilo 

/q. Jffl'/Sjf. 
jfl JpfJ /Uo, 
2V. Jw'f/é&t.. 


n*Z &?/4 

..jg nu 

ffi? yffnaK jSff. efjón+J- 


r,f ne *1% 


iH3 9>Coj< iqtc frutti Sia. goJtaJL ffxtfl 


ff. 


tifi Uff. 


A4, /n 


Ojt Ufif 


J8S\, 


(Sfé 


tu. mdf,' /s.ff. 

/ Ijpb 


n-2S 7ujiz /8?s J/Sfjc' Japerti/ fLf, 

7.1 Ifén'j/èJ/f 

* H'*fjj,ìtìéi 

|tt»4 irli). I£. Lnq, Ki Ho , 

1W5^ Mi) L *i> 

Z,0p 9 a 

ìt-tt tkiU, Uf • f/~^4SS.^e^ ff 

- J \ r • ue J ■ 


s-% ^ \^r wv f 


fl /jf ftlaiUò. /SS/ 

/*-/ / myf /tyf 

flLk) zm e&-iAj 

JtfiS • 


-liii. m sL. 
K ni? l l 




i>. 

Hai tur 


s jé àzitpw^jsì). » 

-\1 trtviv^fU \ *lo 1— X/- 


-M 


■ftMmn. 'i. <.o,lU? 


ZlfZ Jffxr/u //// 


fjUslflmmfiSé- jLL 


.Lzl „pkrwf t^l I bo/l 


!£l l| 'V - ...- 


Fig. 20. — L’uso del record linkage (l’unione di più informazioni o atti riguardanti lo stesso in¬ 
dividuo o famiglia), partendo dagli atti di battesimo, matrimonio e morte rilevati 
dai registri parrocchiali, apre la possibilità a sviluppi applicativi importantissimi in 
vasti campi della demografia e della genetica (Moroni, 1971, 1972; Skolnick, 1971, 1973). 

























$ 9 fri 


é J 6*3 ^ J&y 

-C^ coC 

/^A^«»4Vk , 

^-r/T Ì=W^« rf *'**■=’• -£f9<rt A*?***^^*^ (1^/Ì’4o 

»—^1 y»C <-.J f gfy^C^^ 'X 

~^^>/1^»vx tlA* &*£*&>? 'P<**^£>/' '>~un ‘~e7**y 

'V T -»c. <^V & 

' "/ 6< 2-0 9aC iC '3 3^ ■ 

0yt^ e OrS~^* /ì ^y , i 

y ✓ .. c ^ i- '• • ^ /• 

/* lc/T*-< ^4yfC-v«. ^ 

s^'^y* /j^f ( '?y ,^v2*^iy y^if, 

' *y~ 



^f\Jt 


yy/^y, <y ■'*** n * ,/< 

%y£ <fcf& • 



jy ^ f 

'A.U «ài /* ♦****• ^ / ~i) ■■ s 

^'A^yyy ' ( T~2' 

/-/- - /JU.VV 7a il / ^- ij, yL m^L 'C O t-£ U^ 

A^y/ 1 ^ ^ó à 


>K ^ 


c^,!X & %A/y 


~ 2 ii*- ^ ' '/**-*'-y ^3 

. r/ ., v-/ «"'^ 

0$*' e y iL ^ 


/ 


T 




yy^A*- 


Fig. 21. — Dagli archivi parrocchiali e comunali è possibile seguire l’evoluzione dei cognomi degli 
abitanti delle Valli, seguendo la loro distribuzione ed estinzione (Yasuda et al., 1974). 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 89 


gato: l’apertura di scuole slovene, come nel resto del territorio caratteriz¬ 
zato dalla medesima lingua. Gli italiani si spinsero fino a promettere 
l’apertura immediata di un istituto magistrale per la formazione degli 
insegnanti sloveni. Gli “ slavi veneti ” votarono tutti, meno uno, per l’an¬ 
nessione all'Italia, fiduciosi nelle promesse di Roma. Il giorno dopo il 
plebiscito, le autorità italiane dimenticarono ogni loro promessa e si de 
dicarono alacremente alla persecuzione linguistica e culturale (Salvi, 
1975) ». 

È però estremamente illuminante il riferimento al campionario di 
violenze programmatiche contenuto nell'articolo di fondo del « Giornale 
di Udine » del 22 Nov. 1866 sotto il titolo « Gli Slavi in Italia », che rias¬ 
sume l’intenzione di coloro che facevano una politica unitaria nazionale 
su basi aculturali, contro i diritti fondamentali dell'uomo. 

Quest'errore deH’aculturalità nelle scelte di fondo nello sviluppo della 
nostra società non è meno attuale oggi se alcuni autori (Basaglia Ongaro 
et al., 1975) chiariscono il ruolo dell'intellettuale e del tecnico come ad¬ 
detti all'oppressione e come custodi di istituzioni violente. Certamente la 
violenza assume molti aspetti a seconda delle epoche storiche e del grado 
culturale di chi la subisca. Spesso capita proprio a chi insegna di eser¬ 
citare una violenza verso chi deve apprendere. Altre volte questa violenza 
si manifesta come emarginazione, altre ancora come oppressione econo¬ 
mica, oppure come violenza fisica, pura e semplice. 

Non è nostro compito rifare la storia delle vicende dal 1866 ad oggi, 
anche perché si tratta di avvenimenti che, a seconda della visione storica, 
possono essere visti da più punti di vista. 

Dobbiamo comunque affermare che nonostante tutte le vicende sto¬ 
riche dal 1866 ad oggi gli slavofoni delle Valli del Natisone sono stati 
degni cittadini d'Italia ed hanno pienamente partecipato alle guerre na¬ 
zionali, con larghi tributi di sangue. 

Il programma di assimilazione e di annichilimento di queste genti 
non ha conosciute soste dal 1866 ad oggi. Le cifre parlano chiaro: in Val 
di Resia nel 1881 c'erano 3.700 residenti, nel 1970 scesi a 2.016, e poi 1.770 
nel 1971. 

Nei sette comuni delle Valli del Natisone c'erano 16.195 residenti nel 
1951, poi 14.293 nel 1961 ed infine 9.643 nel 1971; più semplicemente diremo 
che negli ultimi venti anni esaminati la popolazione è scesa del 40 per 
cento, ma negli ultimi dieci del 33 per cento. 

Nonostante quello che abbiamo sinora dimostrato dell’importanza di 
questo popolo nella storia e nella cultura italiane, nessuno pensa seria¬ 
mente a bloccare quest'emorragia e a conservarne la lingua e la cultura. 
È per questo che Sergio Salvi parla di un « genocidio bianco ». 

Si tratta innanzitutto di restituire un ruolo, una dignità a questa 
popolazione nell'ambito di una diversa disposizione della nostra cultura 
verso tutto il mondo slavo e verso tutto il mondo anglosassone. Si tratta 
dunque di far compiere un balzo europeo a tutta la nostra cultura non 
nel senso sin qui seguito, nel collegare la ricerca alle alterne vicende po¬ 
litiche immediate, bensì di collegare gli studi di questa gente, come su altre 
genti « allofone », con un programma di massima apertura verso tutti gli 
altri popoli europei, almeno sul piano culturale, in senso permanente. E 
questo, nessuno s’illuda, non sarà un programma facile dopo che per 
secoli siamo stati abituati a guardare con malcelata diffidenza tutto ciò 
che nel campo culturale rappresentava qualcosa di diverso da noi e che, 
nell'ambito della nostra società, abbiamo ferocemente discriminato. 


90 G. Matteucig 


Che cosa significano questi insediamenti di popolazioni slavofone 
nelle Valli del Natisone? Niente o molto. Niente, se pensiamo di affidare 
l'evoluzione dei rapporti dei popoli e della cultura alla mutevolezza delle 
ideologie e di certi disegni politici, per cui questo popolo come altre mi¬ 
noranze andrebbero distrutte, se non fisicamente, con le armi del benes¬ 
sere e della cultura (v. «Giornale di Udine» 22-11-1866). 

Molto, se vogliamo ridare un ruolo storico a popolazioni « allofone » 
italiane che per usi, costumi, « forma mentis » possono svolgere, se curate, 
unitamente alla cultura nazionale un disegno di civiltà e di comprensione 
verso una rilevante parte d'Europa, per motivi ideologici trascurata dopo 
essere stata « recuperata » dalla nostra civiltà ad un ruolo non certo mi¬ 
nore di sopravvivenza comune. 

Nell’ambito delle autonomie regionali un grande ruolo può e dev'es¬ 
sere svolto dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, perché il problema delle 
Valli è il problema di tutta la regione. 

« Il Friuli — scrive G. Perusini (1948) — quale regione naturale ha 
come confini storico-geografici lo spartiacque alpino, il corso del Livenza 
ed il mare fino al Timavo. Del Friuli pertanto fanno parte paesi che par¬ 
lano friulano (ladino), veneto (come Grado), tedesco (come Sappada) e 
sloveno ». 

Questa caratterizzazione del Friuli — oggi, in tema di sopravvivenza 
del nostro paese e di tutti gli altri paesi europei di fronte alla crisi 
mondiale — ci fa comprendere che questa regione è la più importante 
per il destino « europeo » d'Italia ed offre agli studiosi di tutti i paesi 
europei ai fini della costruzione dell’Unità europea utili spunti e serii 
argomenti. Questo perché in Friuli da secoli convivono e si confrontano 
culturalmente i gruppi etnico-linguistici che meglio di qualunque altro 
possono indicarci la via di come operare questa « saldatura europea ». 

Ma per fare ciò occorre che non dimenticate istituzioni trovino 
« spazio » anche nei nostri tempi, affinché le Valli del Natisone e la stessa 
Cividale trovando un nuovo ruolo, trovino nuova forza (Fig. n. 18). In¬ 
fatti, per quanto importante, il lavoro svolto dai circoli culturali nelle 
Valli (Novi Matajur; Petricig, 1973, 1974; Petricig-Simonitti, 1974) a fa¬ 
vore della « cultura di base » e dell'evidenziamento di talune storture della 
politica (vedere la Ricerca per un Piano Comprensoriale delle Prealpi 
Giulie predisposta nel 1970 dall'E.F.E.M.) e della « tecnica » di deruraliz¬ 
zazione mediante cancellazione dell’insediamento umano del comprensorio 
(molto simili alle sullodate metodiche del M.I.T. di Boston per il Vietnam) 
servendosi magari di irrazionali rimboschimenti o allevamenti, non può 
essere, a nostro parere, sufficiente se la cultura ufficiale non prende co¬ 
scienza di problemi che coinvolgono gli interessi di tutta la collettività 
nazionale. Anche il prezzo pagato dall'Italia presente nell'Ossario di Ca- 
poretto, nel cippo a Riccardo Di Giusto primo Caduto della Guerra 1915/18, 
ad Oslavia, nell'Ossario di Redipuglia, sul Colle di S. Elia, nella non di¬ 
menticata Risiera di S. Sabba, come abbiamo evidenziato nella Fig. 1, è 
tale che deve imporre al saggio la trasformazione del « particolare » in 
problema generale; del « momentaneo » in problema di tutti i tempi. 
Allora quel dolorosissimo prezzo serva alla costruzione di una stabile ami¬ 
cizia fra tutti i popoli che mandarono a morire i loro Figli migliori in questi 
luoghi, divenuti perciò sacri a loro come alle popolazioni che li abitano. 
All'arguto libro di Guion (1974) sulle popolazioni delle Valli possono e 
debbono seguire studi sull’ecologia umana e sulla demografia come le 
venerande memorie, presenti nelle Valli ed in una sola (Figg. 19, 20, 21, 


a rrt òu fieri or 710 li 


Omeri e/ C.o<jrtom eri 

jf*4ì ffj ajiitla/c 

/Ua'trtmonioJ 

tm di S 4'jt ii /?«- 

$r ce'onna. 

./te mense ano uà 

c' e/ie menSe ano 

11 Si .-/li mense .trio t<A' 

)let n u3 



,;. 27 /i*j 117./ 

JflCg/auS 

S xfr 1763 



J/e/ena. 

%7 ' /e/* nó6~ 

7 S/o/r 177f 

•:• # j»j> iS/ 7 

(ner/rue/id 

17 Mafl 1760 


Sin, fi». 

1Z /Axtt 176 2 



Joanrue 

fXf x/r 1763 



Q/ona.te/u4> 

3/ 8/r nSf 

s efty lìgi 

; . 7J £Sr i //•/ 

/canna* 

H Aj' I7$x 


l6 ffr 11 Ù'I. 


■Vh/efofitTa. no /f-l 


•narc/ui jm sup/ictm. 

taSc/m. t/fr/arù* Sterne 



Ù'i fiér nfY 

50 x/r nSi 

£ .% mi 

/ xb nsq 

lì */Uj ivfz. 

7 J&j n<j* 
iq j7uui n <f7 
C /Ltt 17 qq 
■ÌO xr*t itou 


ss 


jcm 


■a Zi 


f Jtfl 17 Ù 

1 s/y mi 

x ■ z.7y\ t«t<j 
z«" j..( iy«ì. 
/2. }gZ&' 

S ■ yràr / i} 3 & . 


julanuS Su pi a c/teSuS 
innuJi /.Jinf/AiX lue r/cr 
òjWì/lpfLLj 
J/nSrtttj 
fllAitati f\&- 
fflkr/k/ui&s 

ÌpAOUXtJ 


<? /fley f$iy 

* y J un Jg 0% 

!<f JVpiiijgfy 
tif. f/rù ffUe. 
26' Jai- /$AZ- 
Z / Su/r i //S4- ■ 
2/ ///«;/ itIti' 


'fjiianruU suxradic&s in JT. uc/cj a. ^/Lr/t (Si3. 


f- .'lUT/l 

nna/'. talentiM/U^nine/u/ ‘WSMru Uttlf 
! 1/ VeJr. /8U. 

/A. i■'tLrr. tSSf. 


t/oiepkus 
J/ep/unuS.. 

,1*1^ - tintix> 


via vi et ^Anrnu 
Ji a v/a) 

JlnìoKtx.t 

m artv^ A nti tu 

JPorUhs 2/ MxdS 7SZ(a 

Mae*.**** i8<*8- 

v/‘ 


?/. fit/»/SJS 
Z/.juin/XSt 
/8- /n c i> /SóJ 
/('.Zar'* f/Scj- 

% . $<y*.JJ/(nO, 

/$■ **<%. iS/ò, 
2/ Mttiù'/Séja. 

ér*/, 


U 


xW- 


■U.f}j)u4Suttf.JtepAfint. /Pj- U-prtt ‘o-0^ 

U /jht «//jtfl&U Li. ZaJuL/Ho 


JeLauej 


j/ZcrtffLxr 

Jh£hxù**r 

y$d&ti£ij&uu 


%0. 

din- Quq' /ti/S. 
/«• /*?*$» /8é>&. 
3 » *tylxifyS&10> 
XJt- :è^rtY37/. 
$. If • ^rAJ-a . fé Y3> . 

<$: Ofr. 

/,i^. m? 

/z. IV^or./AKL. 


ty . . tfYidWt.a 

wyU .iufwUtte ' 

ìfU^-ùrma. Liti» /-»««&>* é?'2C Jtemati i S^df 


£ j/l*j Ugo 


£JL 


*/7*f 7 goy 
j tJ im 

IfUq. 

V&- i$n 

-X*: r . ISlQi 


.. J 9 gir / g/r 

;.1C X& fWl. 
■■A- ffWt, MS- 
..-. f. Ofvv. /<fsf 
:. £ iiin l7fò 
•(•/• Vij. /S4i\ 
ì.q£ 7h 17 q 7 

/<? ✓/(< ri'.msA 
k 


/S. juf -IW 

27 f£3?. 

f6. Jun. ffj/. 

/*• 


lit 


27 vfly 1SÌ2 . 

J?.. fot, lèèt 


ts. A fi/r'f /SJJ. 
X>3. ytr. 

•tosto_$6r /&<%(}, 
?--f 'Jer. /SS/ 

• • ÌJ i J <7 > S26" 
. 3o. j htf. 


« J. %fZ7./sé£ 
•:• 5. Jhievi/ /SA f 
if-tq tnau 1901 
/? Jiuvi /i’f 3 
•;• 3- .Su/iì) /S/3. 

: 11. almi !/4/ 
V'il Pfuiu ifel 


Th/e. /tnit/ovizZa , 
viete, no aìi. 


tti/e no a . 
t/fe/e e ne? 
Vide no 20- 


niSe jS/ijiaS SS* £/ 

m‘)e. Jota riti, riunì, J, 


Se. "Iner/er 
itile S3. 


ZI. ftrij UA 6.' .7/3. yfr, /f£&\ 

S Z a • 


Je Hnjfnc rló 2,0. 


o.r/. SA' 


/ss/. 


/Z d/£*i /M 


•'• S ‘fi ni /SS? 

■:. 6 . duji. /Ss/, 

/?. fif* it /SS?. 

.:■ ( Jor. !$sf 

(-J klit 1 VMlÙtUot ti/Se 3 e/X~a”'*?#' 

''■è - x*o.st./&i 

Hj&.i&uy. /Si 


Me pi fini /fj. Ztrì/./£2>à %■ <? Itivi/S &/ 


■ Vtrès, 


// si./li /S9/ 
/3 fé% 


/S AAl/^ / 89 S> 


/s-/f myi /Sor 

Ifjg-lb jilnuaZi l'jó'tf jS& J&LtJt. 

/m. 


Zt3. <t i/y 


‘7/i*%A.tu*vutJ a /SZS 

fiefif'iihx. 23 llf Jlitniie l<)00 Min ^ 

3t\aAt*vSKv U M»i 1 ; 

ÌLLdìJAi/C^ y l*jpi 

CVvuuJU ^.1 “it 

Q'r^-l.i'hu- (viario i.1 U Z*..i iqit 

^ 0 ^ 


/*? s/.TÉL/m 

\^ìx li 


Ss ZtAcXÓL. *i£ZÀl~ 


26-21 L^: /geo 


■j-Uu.) 

'Iiawu» I 1 I'’ Olmi iqii 

i H ^ UU 


^99 .1 < 

/gii 


$c- w'u-jl . 


r.fy 


il A 


Fig. 22. — L’omogeneità delle popolazioni delle Valli consente studi, difficilmente condu¬ 
citeli altrove, nel campo della geriatria (Bourliére, 1958, 1969). 














Q^r 


Zjf 

AT* 

té' Omeri et 


rtjtre&fjj.jasefJ Vogm 


té// txria. 

Jicr m cut.tr^j 
SleyìAtt ni/S 

etitiits am Gcxrrq 
/Hexrta^ tj. Sfyt/.ffii/.jjj,;?. 

yfns/retis 
Jotxnna. 

tZiòtétj 

w ^/9- téÀnt/. QuaAtsrm 

f#F 

ZjnnStxe 


Zfo^tr/l2a/t 


uà 


Utilizza i.cr 

jflatr- tmmui , j„n*U 

r/t*. mense at fo U £ L 


'■*-#«/ /£» 

jS®p ** &*■ 


c/ié. . m tnje. .anò 


i/61: 


io dp T Ì 7 jfa . 

*3 Jan Ì7*f-f 

9 ^“2 mg 

*-&■ 1777 

3- Jn/ 
or J'.f aga¬ 
vi .flnrt il 9£ 

-f j“/ hss 

x/r t18cj 


Vì> i7<f*t 

15 Jiéf l7qq 

2/f ^jr iSoó' 


9 ‘tfua 11-76' 
3 jur n 7$ 
G<y ] gjo 
té <jir igea¬ 
li •Hart tgjé' 


23 JfeA ayjj. 

12 y/fG 1 92/. 
42 igay 


* $ sflty igeo 
■I iJ { gfefr {gii 
~ 1$ Xtr tga.; 

i 7 y& .agì. 
sa A^. a té /2ss\ 

* *- i7 53. 

* 27 Jut j79g. 
a. Jan. issi 

■■■li ~%j- tòT~ 

■:•?- Apr. 1827*,. 
4> 7> Zi* té-. 'Sia . 
*•20, fsJz, 

i- qi j£ 


1/tHe.JpAi/ni. nojf 


7/i Ve 


Vtc/o, OJitaa/lo III1. 
T/etéf J/aAr-za ne 56) 


4— 

Jtnlennij 


fyo/eslug, 


'*Z Asti*èirfuj. 

/iàrfajiA Z,ixf£( ^txitérhai 0). Jcén’j /&2 q 


tiP igeo, 

té d/y tZoJf 
7 « téinr/ !&7xf 
3 .. /Utili nii 
ZS .téla*/. Jg$a 

3/ ttr& 

yX^ n 3u/tl ' /S/h/ - 
/- Jio-rl js'fy 


12 <£&- ,g S7 . 

(£■ Ju* li fàf$ 


/J -Z 
té 


ab e 


VtéemaA'stm WV 661 

l-ì 'té gt ■ frS. fyiyl'2 téUg 

tt'tée.&Ì8A. Z.y.aùpté’ 
'• o6C ~qia té- :6- «SK-' 


i feria. ./inno* SJt toh». ^ l, t a/l HZS. 
.A urie). Anne, 2 6. J u n/i tési- 


Ann*. 

SU. su**, 
Ja sèsia-, 
sté-G-rcQ— 


rn.ik- 'K« 


lT 


ISS*. 


-&+*>■ iàéi. 

in- J xtéi. JS 64 

ÌZ XPr. /léf, 


té. J u téti 


/. fu/, mt 

2* </*/*-, /*V/ 

// Ju/OX ì/S? 


tfcj€|ift- < j^SUV InuArùk. 

JÀWlifUUl' ÀU^tUX-lUXw 


T~~ sii /*>; 

tér té .fiadté ufo 

V jtyfl'tL&CemUl/ . // .tyrtéj JSff 

littéf-o 


.//• Affhu m? 


20. 2**v. JtSZ. 

k t sé.'xdy hìr 

BtXjT .,. aìt-èW *S /$. 

+.,3. h-*.jì fgìy*. 

t. a -téfi4- /Mté, 

•i‘3- arMùi }%Sì) 7>espungi» 

Atér M;yl 

2-i /ÒU. ~ ta rlar 

<• 6- té.*;; /Sify. ' 6 ' 

v/é- ii-etét /Sèi 

di a- té: A A , vìdj£ 

'£tff 

•tòlta %rf 


r /Uté 


2S-./X’.- . 
f $. X &r f&jS 


vile -A ffi /{d > Xtfe 


.13-ira 


Vffiì. 4'ììm ,-/ aniurte-/ 


Vtétérf - - - ?- ■ Stéy'f '.iSvZ • 

fcs-jr.t+jW 

no ^6 fruga _ 

datéveaS <fm (Y/tténpi 1S 

daneS cjm dn</r<b>fc7*rn*f // 

TirSuJL 


C*.. frr,*/„*£. Ul... 
- C{ i ■ • 


ZJf 


i& hóh 

Jetn a SO 
Jt in ISIS 


té?*j ISIS 


• 2n. gì. '■ 
/S . dpi 
32 gir 


/fOS. 

Wg 
.1 lis 


Vede, ne 7&- 

■Vieéè^ > o7 e .tfief 


stfnritceJ r/icfus ih2-Vaiti 

lS 

dlHln^jUa-citni TesZtd( 
dndreas 

aG 

2« 

indicai téLtfvJ 


Zia/ìaiftfjnet^, ‘Zr/jAi/y 

(£■ 

17 

’Btf ph.iin.ua 

dnh eoa 

22,. 

s. 


<Jir a su 
j.J 17 SS 
<jAt fitS 

Tir 


n 


sf, i Si/f 
'JéA ìm ! 


■ So- xir 


IS3C 


ne 1 >!#• 

V 


.;. lS. giteti- iilfO J/ttéc (Sapeli!/j 


7 87/ 

■r.!3it. 

Ig'ité 
Sì/. /*?■!. 
(7iy. Jitéi. 


£• 


7? TgJé. 

Z A. a«j. tséy 


** va JeyStfJk U*& adir. /S%8 

**~ógg**~~ s %.$1'£§- 




•LJ££L... 


2Ù *<*?■ tófa 

// JU&Ì // 9/ 
// tétés ri ir 


■ri-?.. Jetéf, f&M 

mJ.4 li Ss. 

*/5- dpr. f-Sìté 

•-Sj2 téuf, AL*, 

, l i. À'jtr. f87S 


t(e ‘gridie ne 

* iJ TT**3 




lt-^ Ò\*G Zie, JOj 

ì - <r ^njvfa i 




ZX'!-. ZÌjrìtéd-fAté )L - 

^ od/Lzl &L 

K dt%jjakk 


il CsfÀiA- 4i./^xa-di.tÌM. 

I ’ £ cc °*f 


x il&&:'&< 


r .•nuuiti.. r *'fL “&._ 

ì LàsTùm» 

J l -S\Z»^À//S/té ' . 
















ylixU-2udf- " 1 














t-tX. J. ( 

13 

ih 

iu^oal 

i«tr 


II 

U 



£ 1 - 1 !) 


1 .W 

• 


il 


Oj-ta 

Itti 






r-r 

rW< 

m 


(1i..'1-»kÌ»- vVeMi *ÙpJ 

Ih 


<d* 

-tfel 










1 j f - £/otéd/,im a - lidteifu. 

■2& 

jj 

Zp 







:j-2. 

Cd*, 

alfe- 




.. ZA 

’jknvn 1 

m 






il-ts 

ÌìAh 

Ifté 

£-u*\. 

t. ?{.^jJjX\MUÙ 

3 

(T 

yih"~ 

in 






f 




¥ ’j£rti v,<x.’ “ pyeJa.it- ni 

r 

/j 


//// 











Ltòil Hi. 


Fig. 23. — È possibile mettere in evidenza l’enorme prezzo pagato da queste popolazioni 
per epidemie e guerre, soprattutto in termini di popolazione giovane (Dean, 1975). 










































Gli Ofidii delle Valli del Natisene, ecc. 93 


22, 23) come in tutte le famiglie delle Valli» consentono; studi sulla di¬ 
gnitosa evoluzione di queste popolazioni ingiustamente destinate a finire» 
« almeno come identità e tnico-c tu tu rate ». Alle vive e pregevoli raccolte 
museologiche di dividale» che possiede uno dei Musei più importanti per 
la storia « europea », per reperti di varie età nelle Valli» sono da accostare 
i valori che Goldfxnger (1969) e Rapo pori (1972) hanno messo in evidenza» 
accanto alle «unità abitative»: «assenza di pretese teoriche o estetiche; 
integrazione al suolo ed al clima; rispetto degli altri individui e delle loro 
case, dalla qual cosa scaturisce il rispetto dell intero ambiente » sia fatto 
dall’uomo o dalla natura ;... ». 

Natura che oggi è minacciata su scala mondiale dalla ricerca acultu¬ 
rale che ha spedito il piombo nelle nevi delle calotte polari» che ha im¬ 
messo il DDT nei grassi di tutti noi» che ha arricchito tutte le ossa del 
genere umano di stronzio radioattivo, che» a proposito delle esplosioni 
nucleari e delFestendersi dell'uso « pacifico » dell’energia nucleare, fa te¬ 
mere dei contenuti in mutageni ambientali delle acque meteoriche. Ecco 
dunque l’importanza della Zoologia « naturalistica » nel tenere d'occhio 
questi gravi attentati al genere umano, tramite ricerche che solo una 
scorretta visione tecnicistica potrebbe ritenere fini a se stesse (Matteucig 
1975 a; 1975 b) e prive di collegamento fra loro. Collegamento che invece è 
assicurato : sul piano gnoseologico ed epistemologico dalla « Tepore; toIu- 
u-£pf).::; » (Aristotele); sul piano umano individuale dal ruolo attivo dell’in¬ 
tellettuale che si rifiuta di essere « uomo superfluo » (Aleksandr Herzen); 
sul piano dello sviluppo della società dal molo che lo ; Stato deve assumere 
in simili questioni (Antonio Machado): « A che cosa deve tendere lo Stato 
futuro — dice Baro]a — con più fervore? Alla produzione dell'alta cultura 
o alla diffusione della cultura media? Forse il dovere dello Stato è, innan¬ 
zitutto» aver cura della cultura delle masse» e anche questo a beneficio 
della cultura superiore. Non ci si può dedicare di preferenza all'educazione 
di una casta di sapienti senza che la cultura degeneri e impallidisca come 
una pianta che si secca alla radice. Ma i partigiani di un’aristocrazia cul¬ 
turale pensano che finché sarà minore il numero degli aspiranti a una 
cultura superiore» essi saranno più più sicuri di possederla come privi¬ 
legio. In alto, gli uomini capaci di conoscere il sanscrito e il calcolo infi¬ 
nitesimale; in basso» una turba di bifolchi che adori il sapiente come un 
animale sacro. Per tutto il resto, Baroja ha ragione quando afferma che 
il sapiente e l'artista» se anche sembrano rivoluzionari» sono d’istinto con¬ 
servatori. Ma lo Stato deve sentirsi rivoluzionario badando all'educazione 
del popolo» dal quale provengono i sapienti e gli artisti ». 


94 G. Matteucig 


9.2. Bibliografia 

Aiazzi Mancini M., Donatelli L., 1969 - Trattato di Farmacologia. Vallardi. 

Aloisi M. et AA.VV., 1972 - La guerra chimica. Bertani editore. 

Balli A., 1941 - Su alcuni rapporti biometrici in Tropidonotus natrix L. Arch. 
Zool. It, voi. XXIX. 

Baker R. J., Bull J. J. & Mengden G. A., 1971 - Chromosomes of Elaphe subocu- 
laris ( Reptilia: Serpentes), with thè description of an in vivo tecnique for 
preparation of snake chromosomes. Experientia, 27, 1228-1229. 

Barbault R., 1967 - Obervations ecologiques dans la savanne de Lamto (Còte 
d’Ivoire) ; Structure de l’herpetocenose. Bull. Ecol., 5, (1). 

Barbensi G., 1952 - Introduzione alla Biometria. Vallecchi, Firenze. 

Baudouin De Courtenay G., 1894 - Il catechismo resiano. Udine, tipografia del 
patronato. 

Basaglia F., Basaglia F. Ongaro, et AA.VV., 1975 - Crimini di pace. Ricerche sugli 
intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione. Einaudi. 

Berlinguer G., 1975 - Per la scienza tra oppressione ed emancipazione. De 
Donato. 

Bernirschk K. (Ed.), Hsn T. C. & Cedy, 1971 - Cromosome Atlas: fish, anphibians, 
reptiles and birds. Springer-Verlag, New York, Ine., 1, 1-14. 

Bertarelli L. V., 1920 - Le tre Venezie. T.C.I., Milano. 

Billings W. D., 1952 - The environmental complex in relation to plant growth 
and distribution. The Quarterly Review of Biology, 27, n. 3. 

Boegan E., Bertarelli L. V., 1926 - 2000 Grotte. Ed. I.C.I., Milano. 

Bohr N., 1961 - Teoria dell’atomo e conoscenza umana. Boringhieri. 

Bosio L., 1965 - Lapis in capite decussatus. Mem. stor. forog., XLVI. 

Boucher J. (J. B.), 1953 - La symbolique magonnique. Dervy - Paris. 

Bourliére F., 1958 - Sénescenze et sénilité. Doion - Paris. 

Brozzi M., 1974 - Nuove indagini sulla necropoli longobarda di S. Giovanni, in 
« Quaderni, 3, della Associazione sviluppo studi storici ed artistici di Civi- 
dale », Cividale. 

Brozzi M., 1975 - Il ducato longobardo del Friuli. Udine. 

Bruno S., 1973 - Problemi di conservazione nel campo dell’erpetologia. Atti del 
III Simp. Naz. sulla cons. della Natura (2-6 Maggio), Bari. 

Bruno S., Dolce S., Sauli G., Veber M., 1973 - Introduzione ad uno studio sugli 
Anfìbi e Rettili nel Carso Triestino. Atti del Museo civico di storia naturale 
di Trieste, 28, 11. 

Cagnolaro L., Rosso D., Spagnesi M., Venturi B., 1974 - Inchiesta sulla distribu¬ 
zione del Lupo (Canis lupus) in Italia. Lab. di Zool. Appi., Bologna. 

Camerano L., 1888 - Monografìa degli ofìdi italiani . Loescher, Torino. Parte prima 
(Viperidi). 

Camerano L., 1891 - Monografìa degli ofìdi italiani. Loescher, Torino. Parte se¬ 
conda (Colubridi). 

Camerano L., 1902 - Ricerche somatometriche in Zoologia. Lettura fatta al III 
Congr. Naz. dell’Unione Zool. It. 

Cameron T. W. N., 1952 - Parassitismo, evoluzione e filogenesi. Endeavour: XI, 44. 

Comes O., 1887 - Le lave, il terreno vesuviano e la loro vegetazione. Napoli. 

Conseil de l’Europe, 1971 - La tutte contre la pollution des eaux douces (5.-213). 


Gli Ofidii delle Valli del Natisone, ecc. 95 


Dajqz R., 1972 - Manuale di ecologia. ISEDI. 

D’Ancona U., 1942 - La lotta per l’esistenza . Einaudi. 

D’Ancona IL, 1955 - Zoologia biologica e Zoologia naturalistica. Bull, di ZooL, 
voi. XXII, fase. II, Padova. 

Dean M., 1975 - Popolazione e territorio in Italia . Le scienze, n. 79, 

De Betta E., 1857 - Erpetologia delle province venete. Stabil. Tip. Vicentini e 
Franchini, 

de Serres M., 1845 - Des causes des migrations des dìvers animaux et particu- 
lierement des oìeseaux et des poissons. Paris, Lagny Freres, Libraires-Edi- 
teurs. 

Eliade M., 1949 - Le mithe de Vétetnei retour . Gallimard, Paris. 

Feruglio E., 1924 - Le Prealpi tra VIsonzo e VArgino . Descrizione geologica. 
Bull. Soc. Agraria Friuli, s. 7, 39. 

Feruglio E., 1925 - La zona delle risorgive del basso Friuli fra il Tagliamento 
e la Torre. Desrizione geologico e idrologica. Ann. Staz. Chini, Agr. Sper. 
Udine, s. 3, voli. 

Fisher R. A., 1948 - Metodi Statistici ad uso dei ricercatori. UTET. 

Fisher R. A., 1950 - Contributions to Mathematical Statistics. Wiley, New York, 
Chapman-Hall, London. 

Forrester J. W. et AA.VV., 1973 - Verso un equilibrio globale. Studi del S. D. G. 
Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.), Mondadori. 

Gasc J. P. & Gourmaim J., 1968 - Les motifs dominants dans la disposition des 
plaques cephalique chez Vipera aspis. Bull. Mus. Hist. Nat. Paris, 40, 

Gnaccolini M„, 1968 - Sull’orìgine del « conglomerato pseudo-cretaceo- » di Vernasse 
(Dividale del Friuli). Riv. Ita!. Paleont. Strat., 74, n. 4. 

Goldfinger M., 1969 - Villages in thè sun (mediterranean community architecture). 
Lund Humpries, London. 

Guion P., 1974 - La gente delle Valli del Natisone. Arti grafiche Friulane, Udine. 

Hartline P. H , 1971 - Physiological basis for detection of sound and vibraiion in 
snakes. I. Exp. Biol., 54, 349-371. 

Impellizzep.i S., 1975 - La letteratura bizantina. Sansoni, Firenze. 

Isidorus Hispalensis, 1911 - Etymologiarum sive Originum libri XX. W. B. 
Lindsay, Oxford. 

Laubscher H. P., 1974 - Evoluzione e struttura delle Alpi . Le Scienze, n. 72. 

Leicht P. S., 1946 » Leggende e credenze di gente di confine. Rivista di etno¬ 
grafia, anno I, n. 1, Napoli. 

Lison L., 1961 - Statistica applicata alla Biologia sperimentale. C.E. Ambrosiani, 
Milano. 

Marinelli G., 1906 - Guida della Gamia. G.B. Ciani, Editore. 

Marinelli O., 1904 - Il senoniano di Vernasse, i klippen ed i conglomerati pseudo¬ 
cretacei del Friuli orientale . Atti. Acc. Scient. Veneto-Trentino-Istriana, Pa¬ 
dova. 

Martinis B., 1969 - Ricerca petrolifera nelle Alpi Meridionali. Enciclop. petrolio 
e gas nat., 6. 

Matteucig G., 1973 a - Biological volleies and prospeets . S. M. Castellabate. 
M.A.M.B.O. 

Matteucig G., 1973 b - Sulla presenza di sostanza fluorescenti dì natura flavinica 


96 G. Matteucig 


nei tubi malpighiani di Hydrophilus piceus L. Annuario Ist. e Mus. Zool. 
Univ. Napoli, voi. XIX, n. 12. 

Matteucig G., 1973 c - Panoramica ecologica. Ed. ITIS Righi, Napoli. 

Matteucig G., Carola G., 1973 d - Effetto del rumore da traffico sull’organismo 
umano. XXX conf. STRESA ACI. 

Matteucig G., 1974 a - A difesa delle minoranze. (Risposta a C. A. Jemolo). Na¬ 
poli, XX settembre. 

Matteucig G., 1974 b - Dal rumore ... al diritto ambientale. X Conv. Naz. Comi¬ 
tati Azione e Giustizia, Amalfi. 

Matteucig G., 1974 s - Il problema del rumore. Le Scienze, fase. 5-6, Le Monnier. 

Matteucig G., 1974 d - Aspetti naturalistici desumibili da una prima elencazione 
delle forme animali rappresentate nell’antica Pompei. Estr. Boll. Soc. Nat., 
voi. LXXXIII. 

Matteucig G., 1974 e - Lo studio naturalistico zoologico del portale di Eumachia 
nel foro pompeiano. Estr. Boll. Soc. Nat., voi. LXXXIII. 

Matteucig G., 1975 a - Inquinamento da farmaci: la iatropatia. (in stampa) « Eco¬ 
logia » - Inchiesta contro: 1 - Napoli. 

Matteucig G., 1975 b - La via atomica italiana: progetti e problemi, (in stampa) 
« Ecologia » Inchiesta contro: 3 - Napoli. 

Menozzi P., 1974 - L’analisi delle ossa nell’indagine paleoecologica. Ed. Silva, 
Parma, 1-109. 

Moriani G., 1974 - Nocività in fabbrica e nel terreno. Bertani ed. 

Moroni, 1971 - Il punto di vista ecologico. Ecologia Umana. Ecologia, 1, 3-10. 

Moroni A., Ammerman A., Menozzi P., 1972 - Paleoecologia e ricerche archeolo¬ 
giche sugli ecosistemi umani in Val Parma. Ateneo Parmense, 8, suppl. 1, 
41-63. 

Moroni A., 1972 - Dinamica delle popolazioni umane in prospettiva ecologica. 
Int. Meet. on Med. and Soc. Problems on Fertility Control. Genova, 13-30. 

Monticelli F. S., 1891 - Notizie su di alcune specie di Taenia. Boll. Soc. Nat. 
Serie I, Voi. V- Anno V. Fase. IL Napoli. 

Nikol'skii A. M., 1964 - Fauna of Russia and Adjacent Countries. Jerusalem. 

Novi Matajur, Annate 1974-75 - Cividale del Friuli. 

Omodeo P., 1952 - Materiali zoologici raccolti dal Dr. Marcuzzi sulle Alpi Dolo¬ 
mitiche. Estr. dall’Arch. Zool. It., voi. XXXVII. 

Omodeo P., 1954 - Alcuni Lombrichi delle Alpi Venete e della Costa Orientale 
dell’Adriatico. Atti del Mus. Civ. di St. Nat. di Trieste. 

Omodeo P., 1954 - Aspetti biogeografici della speciazione. Bull, di Zool., voi. XXI, 
fase. II. 

Orr C., 1963 - Il regno dell’atmosfera. Mondadori editore. 

Perusini G., 1948 - Wellerismi friulani. Rivista di Etnografia, anno II„ n. 4, 
Napoli. 

Petricig P., 1973 - « Introduzione alla riedizione del libro La Slavia italiana di 
Carlo Podrecca ». (1884). S. Pietro al Natisone. 

Petricig P., 1974 - Alcune annotazioni sulla lingua e la cultura nella Slavia ita¬ 
liana. Conf. Int. sulle minoranze, Trieste. 

Petricig P., Simonitti V. Z., 1974 - La comunità slovena del Friuli. S. Pietro al 
Natisone. 


Gli Qfìdii delle Valli del Natisone, ecc. 97 


Pintus G., Muratori A., Giannini A., 1959 - Le sindromi neuropsichiche da ca¬ 
renza alimentare. Ed. Omnia Medica, Pisa. 

Presti J., 1971 - An ecological study of thè viper « Vipera Berus » in southern 
Britain. J. Zoo!., Lond., 164. 

Provine W. B., 1971 - The Origins of Theoretical Population Genetics. The Uni¬ 
versity of Chicago Press, Chicago and London. 

Rapoport A., 1972 - Pour une anthropologie de la maison. Dunod, Paris. 

Sacchi C. F., 1958 - Problemi e metodi di Genetica ecologica: significato selet¬ 
tivo di caratteri cromatici in animali terrestri. Attualità Zool., voi. X. 

Sacchi C. F., 1956 - Relazioni tra colori ed ambienti in popolazioni naturali 
spagnuole di Pseudotachea. Bull, di Zool., voi. XXIII, fase. II. 

Salvi S., 1975 - Le lingue tagliate. Storia delle minoranze linguistiche in Italia. 
Rizzoli, Milano. 

Saviotti G., 1933 - Osservazioni sui caratteri anche ottici e sulla tossicità di 
estratti ofidici (Crotatus - Lachesis - Elaps), con riguardo > all’azione speciale 
sulle capsule surrenali. Arch. Zool. It., voi. XIX, Napoli. 

Schreiber E., 1912 - Herpetologia Europaea. Amphibien und Reptilien, Verlag 
von G. Fischer, Jena. 

Sewertzoff S., 1927 - Zur entwicklungsgeschichte der zunge bei den Reptilien. In- 
stitut der Vergleichenden anatomie, Moskau. 

Skolnick M., Moroni A., Cannings C., and Cavalli-Sforza L. L., 1971 - The re- 
construction of genealogies from parish books. In Hodson F. R., etc.: Ma- 
thematics in thè Archaelogical and Historical Sciences. Edinburgh University 
Press: 319-334. 

Skolnick M., Cavalli-Sforza L. L., Moroni A., Siri E., Soliani L., 1973 - A ri- 
construction of Historical Persons from thè Parish Registers of Parma Valley, 
Italy. Genus, 29, 3-4: 103-155. 

Smith H. M., 1965 - Snakes as Pets. T.H.F. Publication, Jersey City. 

Società Filologica Friulana (S.F.F.), 1972 - Val Natisone. 49° Congresso, S. Pietro 
al Natisone. 

Spiess F. B., 1964 - Papers on Animai Population Genetics. Methuen, London. 

Terent'ev P. V., and Chernov S. A., 1965 - Key to Amphibians and Reptiles. 
I.P.S.T., Jerusalem. 

Tomadakis N. B., 1961 - SóXXaPoc; BuuavTSLVwv pi£XE*cwv xal xEiptévwv. Atene. 

Valverde I. A., 1967 - Estructura de una Comunitad Mediterranea de Vertebrados 
Terrestres. Mon. Cien. Mod. n. 716 C.S.I.C. Madrid. 

Venzo G. A., Brambati A., 1969 - Prime osservazioni sul flysch friulano. Studi 
trentini Se. Nat., 46, n. 1. 

Wash - 1250, 1973 - The Safety of Nuclear Power Reactors (Light Water - Cooled) 
and Related facilities. USAEC. 

Weater C. L., Harward E. D. e Peterson H. T., 1969 - Tritium in thè Environment 
from Nuclear Powerplants. Public Health Report, public Health Service, 
U.S. Department of Health Education and Welfare, 84, n. 4. 

Yasuda N., Cavalli-Sforza L. L., Skolnick M., Moroni A., 1974 - The Evolution of 
surnames. An Analysis of their distribution and extinction. Theoretical Po¬ 
pulation Biology, 5, 1: 123-142. 

Zangheri P., 1970 - Il Naturalista. Esploratore-Raccoglitore-Preparatore. Hoepli. 


7 






Boll. Soc. Natur. in Napoli 
voi. 85, 1976, pp. 99-107, figg. 8 


Gli istoni associati al DNA extracromosomico 
di preoociti e oociti di Dytiscus marginalis L. 

Nota del socio Leone Galassi (*) e di Gelsomina Pica (*) 


(Tornata del 12 gennaio 1976) 


Riassunto. — Sezioni di ovari Dytiscus marginalis, colorate con blu bromo- 

fenolo a pH 7.5, dopo estrazione del DNA con desossiribonucleasi, dimostrano 
la presenza di istoni sia negli stadi iniziali che in quelli di accrescimento della 
massa di Giardina. Il fatto che alcune masse di Giardina iniziali si colorano 
con il blu bromofenolo in sezioni non pretrattate con la DNAsi, dimostra la 
presenza in questi stadi, di istoni con gruppi NH, non ionicamente legati al 
DNA. 

Alcune delle tecniche citochimiche usate per differenziare gli istoni ricchi 
di lisina da quelli ricchi di arginina, prese singolarmente, hanno apparente¬ 
mente indicato il verificarsi di differenze qualitative, durante l’evoluzione della 
massa di Giardina. Tuttavia, prese nel loro complesso, le tecniche usate non 
hanno consentito di affermare con sicurezza che esistono delle differenze chiare 
di composizione tra gli istoni associati al DNA degli stati iniziali e quelli asso¬ 
ciati in trascrizione degli stati finali. 


Summary. — Sections from ovaries of Dytiscus marginalis stained with bro- 
mophenol-blue at pH 7.5, after DNA extraction with deoxyribonuclease show 
thè presence of histones both in thè early and in thè growth stages of thè 
Giardina body. Several Giardina bodies stain with bromophenol-blue in thè 
early stages, without previous extraction of DNA, showing thè presence of 
histones, whose -NH 2 groups are not ionically bound to DNA. 

Some of thè cytochemical techniques empolyed to differentiate between 
lysine and arginine —■ rich histones, individually taken, seemed to show quali¬ 
tative differences during thè evolution of thè Giardina body. However, com- 
prehensivly taken, these techniques have not allowed to assess with certainty 
that clear differences exist in composition between thè histones bound to DNA 
in thè early stages and those bound to DNA beeing transcribed in thè final 
stages. 

(*) Istituto di Biologia Generale e Genetica, Università di Napoli. 


100 L. Galassi e G. Pica 


Gli istoni sono stati considerati negli ultimi anni responsabili della 
regolazione genetica nel differenziamento cellulare: cambiamenti quali¬ 
tativi e quantitativi negli istoni sono stati osservati accompagnarsi alle 
modificazioni di espressione del DNA durante lo sviluppo embrionale. In 
diverse specie di riccio di mare (Vorobyev e al., 1969; Hnilica e Johnson, 
1970; Hill e al., 1971; Easton e Chalkley, 1972) e in Triturus pyrrhogaster 
(Asaq, 1969) è stato osservato che durante i primi stadi dello sviluppo em¬ 
brionale compaiono prima gli istoni ricchi di arginina e poi quelli ricchi 
in lisina. Allfrey e al. (1963) e Hindley (1963) affermarono che gli istoni 
ricchi in arginina sono gli inibitori specifici dell'attività « tempiale » del 
DNA, mentre Huang e al. (1964) conclusero che gli istoni ricchi in lisina 
sono più efficiente nell'inibire tale attività. 

Un sistema nel quale avviene un passaggio netto da uno stato di 
non trascrizione del DNA a uno di attiva trascrizione è l'oocita del Dy- 
tiscus marginatis , dove esiste una massa di cromatina (la massa di Giar¬ 
dinai che dalla sua comparsa fino al termine delle mitosi differenziali 
risulta costituita prevalentemente di DNA, e in seguito, nei cosiddetti 
stadi di trasformazione, è sede di una attiva sintesi di RNA (Urbani, 
1950; Urbani e Russo-Caia, 1964; Rato, 1968). 

Scopo del presente lavoro è stato di verificare con tecniche citochi¬ 
miche se esistono dei cambiamenti nella quantità e relativa composizione 
degli istoni della massa di Giardina che si accompagnino al passaggio 
del suo DNA da uno stadio di quasi inattività ad uno di attiva trascri¬ 
zione di RNA ribosomiale. 

Materiali e metodi 

Esemplari di Dytiscus margìnalis sono stati raccolti nei dintorni di 
Napoli, prontamente portati in laboratorio e cloroformizzati. Gli ovari, 
prelevati dopo apertura della parte dorsale dell'addome, sono stati fissati 
in liquido di Carnoy e. dopo inclusione in paraffina, sono stati affet¬ 
tati a 7 p. 

La colorazione degli istoni è stata effettuata con blu bromofenolo 
a pH alcalino (Bloch e New, 1960); sono state colorate sia sezioni incu¬ 
bate con DNAsi (Sigma. 2400 u. kunitz/mg) 0.1 mg/ml in H 2 0 contenente 
Mg ++ 5 mM, per 2h a 37°C, sia sezioni non incubate con DNAsi, per 
mettere in evidenza la presenza di istoni con gruppi NH 2 ionicamente le¬ 
gati e ionicamente non legati ai gruppi fosfato del DNA. 

Per differenziare gli istoni ricchi in arginina da quelli ricchi in lisina 
sono stati usati i seguenti metodi: deaminazione e acetilazione dei gruppi 


Gli istoni associati al DNA extracromosomico, ecc. 101 


NH 2 della lisina sec. Bloch e Hew (I960), blocco dei gruppi guanidinici 
dell'arginina con acido picrico (Rxngertz e Zetterberg, 1966; Zetterberg e 
Aule, 1968) e con benzile (Lxllie et al., 1971), e colorazione delle proteine 
ricche in arginina con il reagente di Sakaguchi sec. la modificazione di 
Li'Llxe et al. (1971). 

Risultati 

Il blu bromofenolo colora gli stati iniziali e quelli finali della massa 
di Giardina a pH 6.8, a pH 7.5 (Figg. 34) e a pH 8.1, dopo estrazione 
del DNA con deossiribonucleasi ; a pH 8.1 la colorazione è tuttavia appena 
percettibile, per tutti ì tests di blocco è stato scelto il pH 7.5. A questo 
pH, in sezioni non pretrattate con DNAsi, si colorano alcune masse di 
Giardina iniziali, ma non quelle intermedie a finali (Figg. 1-2). 

Sezioni trattate con DNAsi, e quindi soggette a deaminazione, pre¬ 
sentano una cospicua perdita generalizzata dell'affinità per il blu bromo- 
fenolo a pH 7.5; le masse di Giardina iniziali, a differenza di quelle degli 
stadi successivi, tuttavia, nonostante la deaminazione, sembrano 1 conser¬ 
vare una certa affinità per il blu bromofenolo; ciò potrebbe indicare la 
presenza in questi stadi di istoni ricchi di arginina (Figg. 5-6). 

Un'ancor più cospicua perdita generalizzata dell’affinità per il blu 
bromofenolo a pH 7.5 si nota in sezioni trattate con anidride acetica, 
nelle quali la colorabilità di tutti gli stati della massa di Giardina è quasi 
totalmente inibita. 

Mentre questi risultati sembrerebbero indicare che gli istoni della 
massa di Giardina (esclusi alcuni stadi iniziali) sono prevalentemente 
ricchi in lisina, i tests per Farginina hanno dato risultati contrastanti: 
infatti sia il blocco con benzile che quello con acido picrico, due reattivi 
che sono ritenuti specifici per Farginina, hanno soppresso quasi total¬ 
mente la colorabilità di tutti gli stadi della massa di Giardina, che perciò, 
in base a questi tests, sembrerebbe contenere prevalentemente istoni 
ricchi in arginina. 

Il test del n affochi n od e-sul fon alo, applicato a sezioni pretrattate con 
DNAsi ha rivelato invece la presenza di istoni ricchi in arginina negli 
stadi intermedi, immediatamente successivi alle mitosi differenziali, ma 
non negli stadi affatto iniziali o in quelli di accrescimento (Figg. 7-8). 

Discussione 

La massa di Giardina contiene un DNA che negli stadi iniziali è im¬ 
pegnato ciclicamente, durante Finterfase delle mitosi differenziali dei 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 Galassi L. e Pica G. - Gli istoni associati al DNA, ecc. Tav. 


102 L. Galassi e G. Pica 




Figg. 1-2. - Sezioni della camera terminale di ovario di Dytiscus marginalis L., colorate con blu bromofenolo a pH 7.5, 
senza pretrattamento con DNAsi. Alcune masse di Giardina iniziali (freccia) sono intensamente colorate, 
mentre quelle degli stati di accrescimento sono poco colorate; ciò dimostra la presenza di istoni con gruppi 
— NH 2 non legati al DNA nelle prime. 1000 X. 




Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 Galassi L. e Pica G. - Gli istoni associati al DNA , ecc. Tav. II 


Gli istoni associati al DNA extracromosomico, ecc. 103 



Figg. 3-4. - Sezioni della camera terminale di ovario di Dytiscus marginalis L., trattate con DNAsi per un’ora e colorate 
con blu bromofenolo a pH 7.5. Le masse di Giardina, sia degli stati iniziali, sia degli stadi successivi, sono 
più intensamente colorate che nelle sezioni non pretrattate con DNAsi, dimostrando la presenza in tutti gli 
stadi di una cospicua quantità di istoni legati al DNA. 1000 X. 


Boil. Soc. Natur. in Napoli, 1976 Calassi L. e Pica G. - Gli istoni associati al DNA, ecc. Tav. Ili 


104 L. Calassi e G. Pica 



Figg. 5-6 - Sezioni della camera terminale di ovario di Dytiscus margìnalis L., trattate con DNAsi per un'ora, soggette a 
deaminazione, e colorate con blu bromofenolo a pH 15. Le masse di Giardina, affatto iniziali (frecce) sono 
colorate, mentre gli stadi successivi e di accrescimento presentano una riduzione della colorazione, rispetto 
alle figure 3 e 4. 1000 X. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 Calassi L. e Pica G. - Gli istoni associati al DNA, ecc. Tav. IV 


Gli istoni associati al DNA extracromosomico, ecc . 105 




Figg. 7-8. - Sezioni della camera terminale di ovario di Dytiscus marginalis L., trattate con DNAsi per un'ora e colorate 
con naftochinone-4-sodio-sulfonato. Né le masse di Giardina dei preoociti, né quelle degli oociti in accresci¬ 
mento, sono colorate; solo una massa di Giardina (freccia) di uno stadio intermedio, dimostra di possedere 
istoni ricchi in ariginina. 300 X. 


106 L. Calassi e G. Pica 


preoociti, in un processo di duplicazione e negli stadi successivi preva¬ 
lentemente in un processo di trascrizione (Urbani, 1950; Urbani e Russo- 
Caia, 1964; Trendelenburg, 1974). 

Sebbene gli istoni siano stati indicati come possibili regolatori sia 
della duplicazione del DNA (Irvin e al., 1963; Sluyser e al., 1965) che della 
trascrizione (Huang e Bonner, 1962; Allfrey e al., 1963), c’era d’aspettarsi 
tuttavia che tra le due fasi della massa di Giardina ci fossero sensibili 
differenze nella quantità e relativa composizione degli istoni. 

Con le tecniche usate nel presente lavoro, tale aspettativa è stata 
solo in parte verificata; in particolare, dopo trattamento con DNAsi, sia 
gli stadi iniziali che quelli di trasformazione rivelano una cospicua pre¬ 
senza di istoni, e non è possibile rilevare differenze notevoli nella colo- 
rabilità tra uno stadio e un altro. Kato (1968) ha applicato il metodo del 
Fast Green secondo Alfert e Geshwind (1953) a sezioni di ovario di Dy- 
tiscus marginicollis, Rhantus consimilis, Agabus lutosus, A. disintegratus, 
Acilius semisulcatus abbreviatus e ha notato un progressivo aumento 
della colorabilità della massa extracromosomica dagli stadi inziali fino 
al termine delle mitosi differenziali. Nel Dytiscus marginalis , se tale pro¬ 
gressivo aumento si verifica, non è certamente appariscente, come trovato 
da Kato nelle specie da lui studiate. 

La presenza di alcune masse di Giardina iniziali, che si colorano con 
il blu bromofenolo in sezioni non trattate con la DNAsi, indica la pre¬ 
senza in queste masse di istoni con gruppi — NH 2 non legati al DNA; tale 
separazione degli istoni dal DNA potrebbe essere in relazione con la en¬ 
trata ciclica del DNA nella fase S, all’interfase delle mitosi differenziali. 
Una tale relazione potrà essere verificata ricorrendo alla contemporanea 
colorazione con blu bromofenolo e autoradiografia di ovari trattati con 
timidina- 3 H. 

Alcune delle tecniche usate per stabilire la presenza di arginina o 
lisina negli istoni, prese singolarmente, sembrano indicare il verificarsi 
di differenze qualitative durante l’evoluzione della massa di Giardina. Tut¬ 
tavia, prese nel loro complesso, le tecniche usate, a causa della discor¬ 
danza dei risultati ottenuti, non consentono di concludere con sicurezza 
che gli istoni associati al DNA ciclicamente replicantesi degli stadi ini¬ 
ziali della massa di Giardina presentano, sul piano citochimico, delle 
chiare differenze dagli istoni associati al DNA in trascrizione degli stadi 
finali. 

BIBLIOGRAFIA 

Alfert M. e I. I. Geshwind, 1953 - A selective staining method for basis proteina 

of celi nuclei. Proc. Nat. Acad. Se., 39, 991-999. 


Gli istoni associati al DNA extracromosomico , ecc. 107 


Allfrey, V. G., V. C. Littau e A. E. Mirsky, 1963 - Ori thè role of histones in 
regulating ribonucleic acid synthesis in thè celi nucleus. Proc. Nat. Acad. 
Se., 49, 414-421. 

Asao, T., 1970 - Behaviour of histones and cytoplasmic basic proteins during 
embryogenesis of thè japanese newt, Triturus pyrrhogaster during early de- 
velopment. Exp. Celi. Res., 61, 255-265. 

Bloch, D. P. e H. Y. C. Hew, 1960 - Changes in nuclear histones during fertili- 
zation and early embryonic development in thè pulmonate snail , Helix 
aspersa. J. Biochem. Biophys. Cytol., 8, 69-81. 

E aston, D. e R. Chalkley, 1972 - High resolution electrophoretic analysis of thè 
histones from embryos and sperm of Arbacia punctulata. Exp. Celi. Res., 72, 
502-508. 

Hill, R. J., D. L. Poccia e P. Doty, 1971 - Toward a total macromolecular ana¬ 
lysis of sea urchin embryo chromatin. I. Mol. Biol., 61, 445-462. 

Hindley, J., 1963 - The relative ability of reconstituted nucleohistones to allow 
DNA-dependent RNA synthesis. Biochem. Biophys. Res. Comm., 12, 175-179. 

Hnilica, L. S. e A. W. Johson, 1970 - Fractionation and analysis of nuclear pro¬ 
teins in sea urchin embryos . Exp. Celi. Res., 63, 261-270. 

Huang, R. C. C. e I. Bonner, 1962 - Histone, a suppressor of RNA synthesis. 
Proc. Nat. Acad. Se., 48, 1216-1222. 

Huang, R. C. C., J. Bonner e K. Murray, 1964 - Physical and biological properties 
of soluble nucleohistones. J. Mol. Biol., 8, 54-64. 

Irvin, J. L., D. J. Holbrook, J. H. Evans e H. C. Me Allister, 1963 - Possible role 
of histones in regulation of nucleic acid synthesis. Exp. Celi. Res., 9, 359-366. 

Kato, K., 1968 - Cytochemistry and fine structure of elimination chromatin in 
Dytiscidae. Exp. Celi. Res., 52, 507-522. 

Lillie, R. D., P. Pizzolato, H. C. Dessaner e P. T. Donaldson, 1971 - Histochemical 
reactions at tissue arginine sites with alkaline Solutions of -naphtoquinone- 
-4-sodium-sulfonatè and other O-quinones and oxidized O-quinonen and oxi- 
dized o-diphenoles , J. Histochem. Cytochem., 19, 487-497. 

Ringertz, N. R. e A. Zetterberg, 1966 - Cytochemical demonstration of histones 
and protamines. Mechanism and specifìcity of thè alkaline bromophenol blue 
reaction. Exp. Celi. Res., 42, 243-259. 

Sluyser, M., P. J. Thung e P. Emmelot, 1965 - Inhibition of deoxyribonucleic 
acid synthesis in regenerating rat liver by thè administration of histones 

in vivo. B.B.A., 108, 249-258. 

Trendelenburg, M. F., 1974 - Morphology of ribosomal RNA cistrons in oocytes 
of thè water beetle Dytiscus marginalis L. Chromisoma, 48, 119-135. 

Urbani, E., 1950 - La massa di Giardina dell’oocite di Dytiscus marginalis L. 

Riv. Biol., 42, 413-442. 

Urbani, E. e S. Russo-Caia, 1964 - Osservazioni citochimiche e autor adio grafiche 
sul metabolismo degli acidi nucleici nella oogenesi di Dytiscus marginalis L. 
Rend. Ist. Camerino, 5, 19-50. 

Vorbyev, V. I., A. A. Gineitis e I. A. Vinogradova, 1969 - Histones in embryo¬ 
genesis. Exp. Celi. Res., 57, 1-7. 

Zetterberg, A. e F. Auer, 1968 - Early changes in thè binding between DNA and 
histone in human leukocytes exposed to phytohemaagglutinins. Exp. Celi. 
Res., 56, 122-126. 























. 






















































Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 109-120, schemi 10 


Analisi di prodotti cumarinici 
mediante spettrometria di massa 

Nota del socio Eliseo Ramundo (*) e di Felice Senatore (*) 
e Patrizia Morrica (*) 


Riassunto. — Vengono riportati gli spettri di massa di alcuni derivati della 
4-idrossicumarina allo scopo di dare un ulteriore contributo alla identificazione 
di tali prodotti a potenziale attività anticoagulante. 


Summary. — The mass spectra of some 4-hydroxycoumarin derivatives are 
reported; thè study of fragmentation pathways gives a considerable aid to thè 
structure elucidation of these compounds having a probable anticoagulant 
activity. 


Le sostante contenenti il nucleo cumarinico, presente anche in vari 
prodotti naturali, hanno dimostrato di possedere spiccate proprietà an¬ 
ticoagulanti, stimolando, negli ultimi anni, dato anche il notevole au¬ 
mento delle malattie tromboemboliche, l’interesse di molti ricercatori 
alla preparazione di nuovi derivati più attivi. 

Generalmente esse si rifanno a tre strutture fondamentali che hanno 
avuto largo impiego in terapia: il Dicumarolo (1, 2) o la 3,3'-metilen-bis- 
(4-idrossicumarina); il Tromexan (3, 4) o il 4,4'-diossidicumaril-acetato di 
etile; il Warfarin ed il Ciclocumarolo (5). 

Dato l'interesse rivestito da questo tipo di composti, abbiamo rite¬ 
nuto opportuno, nel quadro delle nostre ricerche, effettuarne una accu¬ 
rata analisi mediante l’uso della spettrometria di massa, dato che detta 
indagine spettrometrica ci permette di ricavare utili informazioni per 
la identificazione della loro struttura. 

(*) Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica dell’Università di Napoli. 


110 E. Ramundo, F. Senatore e P. Morrica 


A questo proposito abbiamo preso in esame alcuni derivati iodurati 
e non della 4-idrossicumarina ; questi composti recano nella posizione 3 
dell'anello una catena laterale alla quale sono attaccati sostituenti aro¬ 
matici che contengono alogeni oppure un nitrogruppo (6) oppure sono 
molto vicini strutturalmente al Warfarin ed al Ciclocumarolo (7, 8). 

È stato anche analizzato l’estere etilico dell'acido 6,8-diiodo-4-idrossi- 
cumarin-3-carbossilico (9); l’analogo prodotto non iodurato è un impor¬ 
tante intermedio nella classica sintesi adottata da Anschiitz (10) per la 
preparazione della 4-idrossicumarina. 

I dati spettrometrici ottenuti concordano con quanto si poteva pre¬ 
vedere in base ad uno studio teorico delle frammentazioni possibili o 
dall’esame di alcune strutture similari descritte in letteratura (11). 

Si è constatato che le cumarine, oltre a perdere il gruppo C = O 
lattonico, arraggiando la loro struttura da benzopiranica a benzofuranica, 
perdono un secondo gruppo C =0 a causa della tautomeria cheto-enolica 
esistente nelle posizioni 2-3 dell'anello benzofuranico. 

Tutti i prodotti che sono stati oggetto della nostra indagine, ad ecce¬ 
zione della 3-(a-fenil-p-nitroetil )-4-idrossicumarina, presentano il picco, più 
o meno intenso, a m/e 127 dovuto alla presenza dello ione I + . 

Per quanto riguarda i prodotti di addizione tra le varie 4-idrossicu- 
marine ed il (Tnitrostirene la frammentazione principale è costituita dalla 
perdita di un gruppo nitrico (— N0 2 ) con formazione di uno ione di 
grande intensità, compreso tra il 90 ed il 100 % del picco base dello 
spettro considerato. 

Si notano, contemporaneamente, i picchi ad m/e 30 (NO + ) e ad m/e 
46 (NCV). 

Si è rilevata, inoltre, la presenza del picco a m/e 150 o, nel caso della 
3-[a-(4’-iodofenil)-$-nitroetil]-4-idrossi-6-iodocumarina, di quello a m/e 276 
dovuti ai frammenti nitrostirenico e p-iodonitrostirenico rispettivamente. 

I due prodotti isomeri e) ed f esaminati presentano ambedue un ab¬ 
bondante picco molecolare coincidente con il picco base ed i loro diffe¬ 
renti modi di frammentarsi dimostrano senza ambiguità la struttura 
reale di ciascun composto. 

Infatti mentre nello spettro del composto e), lineare, è presente, tra 
gli altri, il picco a m/e 329 (M — COC 6 H 4 I), questo risulta mancare nello 
spettro del composto f), ciclico, che invece presenta il picco a m/e 298 
(M-IC 6 H 4 COOCH 3 ). 

Inoltre, per queste due sostanze, non si è riscontrata la presenza del 
picco M —CO o di altri picchi dovuti a perdite di CO ad eccezione del picco 
a m/e 273 nella sostanza e) dovuto allo ione C 9 H 6 I0 2 . 


Analisi di prodotti cumarinici, ecc. Ili 


L’estere etilico dell’acido 6,8-diiodo-4-idrossicumarin-3-carbossilico (g) 
non presenta il picco a m/e 458 che avrebbe confermato una frammenta¬ 
zione iniziale di tipo: 



C H 2 — C H g 


va/e 4 5 8 



Ciò può attribuirsi alla esistenza di due possibili processi di fram¬ 
mentazione: uno dovuto all'« effetto orto» per l’interazione dei sostituenti 
del C (3 ) e C (4 ) del sistema cumarinico, l’altro attribuibile alla perdita di 
un radicale • OCH 2 CH 3 . 

Le due diverse vie possono essere così schematizzate: 



m/e 372 






















112 E. Ramando, F. Senatore e P. Morrica 




Sia in A) che in B) gli ioni dapprima formatisi a m/e 440 e ad m/e 
441 vanno incontro, in seguito,ad una reazione di retro Diels Alder con 
perdita di C 3 0 2 e formazione degli ioni a m/e 372 e m/e 373 rispettiva¬ 
mente. Questi ultimi, per ulteriore eliminazione di CO, danno gli ioni a 
m/e 344 e a m/e 345. 

Dalla maggior abbondanza percentuale dei picchi ottenuti nella fram¬ 
mentazione secondo la via A) possiamo ritenere che questo tipo di fram¬ 
mentazione sia quello energeticamente più favorevole. 


PARTE SPERIMENTALE 

I prodotti esaminati sono stati preparati secondo i procedimenti ri¬ 
portati in letteratura (6-9). 

Gli spettri di massa sono stati registrati mediante uno spettrometro 
AEI Mod. MS 902 presso l’Istituto di Chimica Organica - Facoltà di 
Scienze dell’Università di Napoli, con introduzione diretta delle sostanze 
nella sorgente a temperature comprese tra i 170 e i 210° C e con un poten¬ 
ziale di ionizzazione di 70 eV (circa 6 x IO 3 kJ mok'). 
















Analisi di prodotti cumarìnici, ecc . 113 


I dati ottenuti vengono qui raccolti in tabelle e grafici annotando, per 
ciascuna sostanza, i picchi più caratteristici, ognuno con la propria in¬ 
tensità relativa calcolata dando un valore di 100 all'intensità del picco 
corrispondente allo ione più stabile (picco base). 

Per i prodotti c) e d) non si è riscontrata la presenza dello ione 
molecolare; per i rimanenti vengono riportate anche le intensità dei picchi 
M+1 ed M + 2 calcolate attribuendo il valore 100 all’intensità del picco 
ionico molecolare. 


a) 3-(a-fenil-p-nitroetil)-4-idrossicumarina. Ci 7 H n N0 5 





<-D 



3 - [CL - fenil nitr-oetii) - 4 - jdi 


ossicumarina 


m/e 313 312 311 294 265 251 234 

Frammento M + 2 M+l M M —OH M —N0 2 M —CH 2 N0 2 M — C 6 H 5 
% 1,04 2,08 6,25 100 95,83 25,00 10,42 

m/e 161 150 133 105 60 46 30 

Frammento M-C 8 H 8 N0 2 C 8 H 8 N0 2 C 8 H 5 0 2 C 7 H 5 0 CH 2 N0 2 N0 2 + NO 

% 12,50 30,21 37,50 66,67 4,17 6,25 60,42 


m/e 

311 

312 

313 


Frammento 

M 

M + 1 
M + 2 


% 

100,00 

33,33 

16,67 










114 E. Ramando, F. Senatore e P. Morrica 


b) 3-(a~fenil-(3-nitroetil)-4-idrossi-6-iodocumarina. C, 7 Hi2lN0 5 . 




b) 3 ( (t fenil — - nitroetil) 4 idrossi - 6 - iodocu 


m/e 

439 438 

437 

420 

391 

377 

Frammento 

M + 2 M + l 

M 

M-OH M 

-no 2 m 

— CH 2 NO; 

°/o 

1,82 2,73 

11,82 

5,45 

100 

4,55 

m/e 

287 

259 

231 

150 

127 

Frammento 

M-C 8 H 8 N0 2 c 

; 8 h 4 io 

» 2 c 7 hjo 

c 8 h 8 no 2 

I + 

°/o 

17,27 

10,91 

9,08 

25,45 

8,18 

m/e 

46 30 





Frammento 

no 2 + no 





°/o 

14,55 19,09 





m/e 

Frammento 


°/o 



437 

M 


100,00 



438 

M + 1 


23,08 



439 

M + 2 


15,38 




310 
M —I 
63,64 

60 

ch 2 no 2 

7,27 






Analisi di prodotti cumarinicì, ecc. 115 


c) 3-(à-fenil-P-nitroetil)-4-idrossi-6,8-diidocumarina. C 17 H 1 J 2 NO 5 . 



503 


150 


46 


HV 


357 


30 ^ 


3“W—-MV-Hl 


413 




$ 


563 


535 


30 60 127 230 258 


385 436 517 '546 


c) 3 - (a - fenil - R - nitroetil ) - 4 - i d ro ss i - 6, 8 - d i i od o c u m a r i na 


m/e 

563 546 

535 

517 

503 

436 

413 

Frammento 

O 

1 

s 

i 

M-CO 

M-N0 2 

M-CH 2 N0 2 

M —I M 

-CaHsNO: 

% 

— 4,55 

2,73 

22,73 

100 

5,45 

3,64 

m/e 

385 

357 

309 

258 

230 

150 

Frammento 

c 8 h 3 i 2 o 2 

c 7 h 3 i 2 o 

M —21 

c 8 h 3 io 2 

C v H 3 IO 

c 8 h 8 no 2 

% 

9,09 

69,09 

17,27 

1,82 

2,73 

87,27 

m/e 

127 

60 

46 

30 



Frammento 

I 

ch 2 no 2 

no 2 + 

NO + 



% 

0,73 

3,64 

50,00 

9,09 











116 E. Ramundo, F. Senatore e P. Morrica 


d) 3[a-(4'-iodofenil)-(3-nitroetil]-4-idrossi-6-iodocumarina. CnHnLNOs. 


1 




d) 3 iodofenil)--|9-nitroetil] 4 idrossi - 6 - iodocumarina 


m/e 

563 535 

518 


517 507 

503 

276 

Frammento 

— M-CO 

c 16 h 10 i 2 no 3 m 

-N0 2 M-2CO M- 

-CH 2 N0 2 

CsHvINO: 

% 

— 76,47 

35,29 


100 37,25 

25,49 

44,11 

m/e 

259 

231 

203 

127 60 

46 

30 

Frammento 

c 8 h 4 io 2 

C 7 H 4 IO 

c 6 h 4 i 

I + ch 2 no 2 

no 2 + 

NO 

% 

16,05 

6,86 

53,92 

41,17 2,94 

3,92 

13,72 












Analisi di prodotti cumarinici, eco . 117 


e) 3-fMp-iodobenzoiletil)-4-metossi-6-iodocumarina. C 19 H 14 X 2 O 4 . 



560 


1 2 7 


315 


231 


203 


259 


245 


301 


273 


545 


433 




-Mp- 

258 

L, _1_ 

286 

~—HV 1 —-tV—*-—- 

329 529 


e) 3 - 

• - ( P - i 

odobenzoi let i 1 ) 

-4-metossi-6 - iodocumar ina 

m/e 

562 

561 

560 

545 

529 

433 

329 

Frammento 

M + 2 

M + l 

M M 

1 

0 

£ 

-OCH 3 

M —I M 

-C 7 HJO 

°/o 

11,90 

64,29 

100 35,71 

13,10 

0,60 

71,43 

m/e 

315 


301 

286 

273 

259 

258 

Frammento 

M-C 8 H 6 IO m 

-C 9 H 8 IO 

C 9 H 3 IO 

3 c 9 h 6 io 2 

: C 9 H 8 IO 

c 8 h 3 io 2 

°/o 

78,57 

23,81 

4,73 

10,71 

45,24 

34,52 

m/e 

245 

231 

203 

127 

31 



Frammento 

CsHJO 

C 7 H 4 IO 

c 6 h 4 i 

I + 

OCH 3 



% 

14,88 

54,17 

16,67 

66,67 

17,26 















118 E . Ramando, F. Senatore e P. Morrica 


f) 2-(p-iodofenil)-2-metossi-5-oxo-9-iodo-diidropirano (3, 2c) [I] benzo- 
pirano. C19H14I2O4. 



f) 2-(p iodofenil)-2- metossi 5 oxo 9 - iodo ■ d iidro pirano ( 3 ,2c ) 
[i] benzopirano 


m/e 

562 

561 

560 

433 

357 

298 

Frammento 

M + 2 

M + l 

M 

M —I 

M-C 5 H 4 I 

M-C 8 H 7 I0 2 

% 

5,49 

18,90 

100 

15,85 

4,88 

4,88 

m/e 

262 

231 

203 

127 

31 


Frammento 

c 8 h 7 io 2 

c 7 h 4 io 

c 6 h 4 i 

I + 

OCH3 


% 

6,10 

87,80 

21,95 

7,32 

5,49 









Analisi di prodotti cumarinici, eco . 119 


g) Estere etilico dell'acido 6,8-diiodo-4-idrossicumarin-3-carbossilico. 

c 12 h 8 i 2 o 5 . 



372 



9 ) Est 

ere e t i 1 

i c o dell 

acido 6,8 

d ii odo - 4 i d 

rossi cumar 

i n - 

-3 

c a r b o s 

s i 1 i c 0 





m/e 

488 

487 

486 

441 

440 

373 

Frammento 

M + 2 

M + l 

M M 

-OC 2 H 5 m 

-C 2 H 5 OH 

c 7 h 3 i 2 o ; 

% 

1,72 

13,79 

89,66 

81,90 

82,76 

8,62 

m/e 

372 

359 

345 

344 

232 

127 

Frammento 

c 7 h 2 i 2 o 2 

M —I 

c 6 h 3 i 2 o 

c 6 hj 2 o 

M—21 

lì 

% 

100 

4,30 

6,90 

34,48 

6,03 

16,38 


m/e 

Frammento 

% 

486 

M 

100,00 

487 

M + 1 

15,38 

488 

M + 2 

1,92 










120 E. Ramundo, F. Senatore e P. Morrica 


BIBLIOGRAFIA 

1) Campbell H. A., Link K. P., J. Biol. Chem., 138, 21 (1941). 

2) Campbell H. C., Roberts W. C., Smith W. K., Link K. P., J. Biol. Chem. 136, 
47 (1940). 

3) Brodie B. B., Weiner M., Burns J. J., Simson G., Elaine K. Yale, J. Phar- 
macol. & Exper. Therap., 106, 453 (1952). 

4) Vander Veer J. B., Funk E. H. Jr., Boyer F. R., Keller E. A., Am. J. Med., 
14 , 694 (1953). 

5) Ikawa M., Stahmann A., Link K. P., J. Am. Chem. Soc., 66, 902 (1944). 

6) Covello M., De Simone F., Dini A., Rend. Accad. Sci. Fis. Mat., Serie 4, XXXVI, 
356 (1969). 

7) Covello M., Dini A., De Simone F., Rend. Accad. Sci. Fis. Mat., Serie 4, XXXVI, 
361 (1969). 

8) De Simone F., Dini A., Ramundo E., Senatore F., Boll. Soc. Naturalisti Napoli, 
LXXXIII, 243 (1974). 

9) Covello M., Abignente E., Dini A., Annali di Chimica, 53, 1953 (1963). 

10) Anschutz R., Ber., 36, 463 (1903); Ann., 367, 169 (1909). 

11) Barnes C., Occolowitz S., Austr. J. Chem., 17, 975 (1964). 


Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 121-136, fìgg. 6, tavv. 3 


Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino 
in base a recenti indagini idrogeologiche 

Nota del socio Pietro Celico (*) 

(Tornata del 30 gennaio 1976) 


Riassunto. — Nel corso del lavoro vengono resi noti i primi risultati scatu¬ 
riti da alcuni sondaggi geognostici eseguiti nella Piana di Cassino al fine di veri¬ 
ficare Resistenza di eventuali rapporti di interdipendenza tra le sorgenti del F. 
Gari (Cassino) e del F. Peccia (Rocca d’Evandro). 

Le indagini, oltre a provare l’assenza di qualsiasi collegamento idraulico 
tra le anzidette scaturigini, hanno permesso di accertare che le monoclinali car- 
bonatiche di M. Trocchio e M. Porchio sono delle vere e proprie « Klippen » 
sovrapposte alle formazioni terrigene, affioranti in loco. 

L'assenza di fossili significativi nei campioni d’argilla prelevati dalle carote 
non ha permesso di datare con certezza la fase tettonica che avrebbe provo¬ 
cato la traslazione delle suddette monoclinali. 

I dati acquisiti, unitamente ad altre osservazioni di superficie, hanno comun¬ 
que consentito di avanzare delle ipotesi nuove circa l’assetto strutturale della 
intera Piana di Cassino. Quivi, infatti, sembra affiorare il substrato su cui sa¬ 
rebbero sovrascorse le strutture carbonatiche adiacenti. 


Résumé. — Ali cours du travail sont communiqués les premiers résultats 
naits par quelques sondages géognostiques exécutés dans la piaine de Cassino 
pour vérifier l'existence d’éventuels rapports d’interdépendance entre les sources 
du F. Gari et du F. Peccia. 

Les recherches, non seulement ont prouvé l’absence de Communications hy- 
drauliques dans ces sources, mais ont vérifié aussi que les monoclinals calcaires 
de M. Trocchio et M. Porchio son des « klippen ». 

Les éléments acquis ont permis d’avancer une nouvelle hypothèse sur la 
structure de la piaine de Cassino. En effet il semble affleurer là le substrat de 
surglissement des structures calcaire-dolomitiques adjacents. 


(*) Istituto di Geologia Applicata della Facoltà d’ingegneria dell'Università 
di Napoli. - Ufficio Acquedotti Campania e Molise della Cassa per il Mezzo¬ 
giorno, Napoli. 


122 P. Celico 


1. Premessa 

Negli ultimi anni, per iniziativa della Cassa per il Mezzogiorno, sono 
state programmate ed avviate diverse ricerche idrogeologiche aventi lo 
scopo di potenziare le risorse idriche note localizzandone altre. Per tale 
motivo sono state eseguite alcune indagini che, inquadrandosi in un con¬ 
testo più ampio legato all’idrogeologia dei Monti di Venafro e dei Sim- 
bruini-Ernici-M. Cairo, avevano lo scopo di chiarire l’assetto strutturale 
della Piana di Cassino al fine di evidenziare gli eventuali rapporti esistenti 
tra le acque delle sorgenti del F. Gari e del F. Peccia. 

Desidero esprimere i più vivi ringraziamenti all'ing. L. Baj, Capo del 
Servizio Acquedotti e Fognature della Cassa per il Mezzogiorno e la mia 
profonda riconoscenza all'ing. S. Borrelli, Capo dell'Ufficio Acquedotti 
Campania e Molise dello stesso Ente e all'ing. V. Stanganelli, Capo della 
Sezione Ricerche Idrologiche del suddetto Ufficio, per avermi offerto la 
possibilità di seguire le indagini. 

Un sentito ringraziamento, va al Prof. P. Nicotera per avermi accolto 
nel gruppo di ricerca dell'Istituto di Geologia Applicata dell'Università 
di Napoli e per aver consentito la pubblicazione del presente lavoro. 

Ringrazio ancora l'ing. G. Tartaglia, Capo dell'Ufficio Acquedotti Lazio 
della « Cassa », il dott. C. Coppa, geologo dello stesso Ufficio e l'ing. E. 
Bellante, direttore dei lavori inerenti la costruzione della strada a scor¬ 
rimento veloce Sora-Autostrada del Sole, per i dati inediti gentilmente 
fornitimi. 

E mi è gradito chiudere questa premessa con un ringraziamento 
particolare al Prof. Massimo Civita, per la lettura critica del manoscritto. 


2. Studi precedenti 

Molti Autori, fin dagli inizi del secolo, si sono interessati alla tettonica 
della Piana di Cassino, talvolta con studi specifici e talvolta marginal¬ 
mente con lavori a carattere regionale. In particolare, l'attenzione degli 
studiosi si è accentrata sui blocchi carbonatici di M. Trocchio e M. Por¬ 
cino in quanto essi avrebbero potuto rappresentare o delle « klippen » o 
degli « horst » : due interpretazioni, queste, che suggeriscono diverse con¬ 
clusioni circa l'assetto strutturale di tutta la piana, con conseguenti ri¬ 
svolti idrogeologici diametralmente opposti. 

Grzybowsky [1920] e Franchi [1924] si sono interessati per primi agli 
anzidetti affioramenti calcarei interpretandoli come brandelli di un più 


Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino, ecc. 123 


ampio carreggiamento che avrebbe interessato le grosse strutture calcareo- 
dolomitiche circostanti. 

Questo concetto viene indirettamente ribadito da Beneo [1942] quando 
definisce la bassa Valle Latina come la « zona delle scaglie embricate e 
delle klippe ». 

Agli anzidetti autori si contrappone Zalaffi [1962] che interpreta M. 
Trocchio e M. Porchio come due monoclinali rialzate da faglie dirette. 

Nello stesso tempo Accordi [1962] sottolinea la diversa orientazione 
delle due « emianticlinali » rispetto all'assetto tettonico dei massicci cir¬ 
costanti ed ammette, poi, [Accordi, 1966] che le stesse potrebbero essere 
delle « scaglie enucleate ». 

Devoto [1965] attribuisce la genesi della vasta depressione su cui si 
impostò il bacino pleistocenico del Lago Lirino (bassa Valle del Liri) alle 
fasi tettoniche distensive recenti. 

In uno studio successivo, Accordi, Angelucci e Sirna [1967] ritengono 
che la posizione tettonica di M. Trocchio e M. Porchio sia « poco coerente 
rispetto a tutte le strutture che li circondano ». 

Boni [1973] e Boni-Bono [1973] considerano le due monoclinali come 
la prosecuzione sud-orientale della struttura del M. Cairo: le sorgenti del 
F. Peccia, unitamente a quelle del F. Gari, sarebbero, pertanto, alimentate 
dalla falda in rete della struttura simbruino-ernica. 

Mouton [1973] pone la sua attenzione su tutti i massicci del Lazio 
Meridionale e, ritenendoli radicati, ipotizza resistenza di un substrato 
carbonatico anche sotto la Piana di Cassino. 

Celico e Stanganelli [1975], infine, formulano un'ipotesi di lavoro 
che considera come sradicate le strutture calcaree di M. Trocchio e M. 
Porchio. 

Gli studi più dettagliati sulle due monoclinali sono stati eseguiti da 
Zalaffi [1962] che ne ha ricostruito anche la serie stratigrafica. 

La successione cretacica risulta costituita da sedimenti organogeni in 
facies neritica su cui poggiano trasgressivamente i « calcari a Briozoi e 
Litotamni » del Langhiano seguiti da un complesso calcareo-marnoso a 
Globigerine del Serravalliano. Solo a M. Porchio, tra il Cretacico ed il Lan¬ 
ghiano, risultano interposti alcuni piccoli affioramenti di calcari paleogenici. 

Come si è già detto, dal punto di vista tettonico lo stesso Zalaffi in¬ 
terpreta le due zolle come strutture radicate. Ipotizza però, nel settore set¬ 
tentrionale di M. Trocchio, un contatto per faglia inversa. Inoltre nota, 
a M. Porchio, la presenza di liscioni di faglia con andamento a vanga e 
mette pure in evidenza che la sovrapposizione della « formazione di Fro- 


124 P. Celico 


sinone » [Accordi, 1962] sulle marne a Globigerine non è visibile ma può 
essere dedotta solo dalla morfologia dei luoghi. 

L’anzidetta « formazione » è datata Tortoniano [Zalaffi, 1962; Accordi, 
1962]. Nella sua successione tipica [Accordi, 1962] essa è costituita, alla 
base, da argille che man mano si alternano con livelli arenacei sino a 
presentare, nella parte alta, grossi banchi di molassa separati da strate- 
relli argillosi. Nella zona in esame Zalaffi [1962] distingue, dal basso verso 
l'alto, tre livelli costituiti rispettivamente da arenarie di tipo molassico; 
da un’alternanza di argille e arenarie argillose di colore grigio scuro; da 
arenarie grossolane alternate a livelli argillo-marnosi. 

A nord-est delle strutture considerate affiorano altri materiali terri¬ 
geni, non appartenenti alla serie stratigrafica locale e caratterizzati da una 
notevole caoticità. Si tratta della « formazione di Falvaterra » [Accordi, 
1962] costituita, nella zona in esame [Zalaffi, 1962], da una matrice ar¬ 
gillosa grigio-scura e azzurrina, talora scagliosa, contenente inclusi di varia 
natura ed età. Detta formazione poggia generalmente in discordanza an¬ 
golare [Accordi, 1962] sulla « formazione di Frosinone » ma, nella Piana 
di Cassino, la sua posizione è poco chiara [Zalaffi, 1962; Accordi, 1962]. 
Secondo lo stesso Accordi l'età della matrice argillosa e della messa 
in posto è incerta (« forse pliocenica e forse anche posteriore »). Zalaffi 
[1962], sulla scorta di alcune osservazioni effettuate a S. Ambrogio sul 
Garigliano, ritiene che, almeno nell’area oggetto di studio, la messa in 
posto sia avvenuta tra il Tortoniano ed il Pliocene inferiore. 


3. Indagini eseguite 

Come si è già avuto modo di esporre, lo studio dell'assetto tetto¬ 
nico della Piana di Cassino è scaturito dalla necessità di accertare resi¬ 
stenza di eventuali rapporti di interdipendenza tra le sorgenti del F. 
Gari e del F. Peccia. 

Sono stati, pertanto, programmati quattro sondaggi geognostici 
(Tavv. 1 e 3: Ci, C 2 , C 3 , C 4 ) miranti a verificare quelle evidenze di super¬ 
ficie [Celico-Stanganelli, 1975] che rendevano attendibile, per M. Troc¬ 
chio e M. Porchio, l’ipotesi di masse tettonicamente sovrapposte al flysch. 
Due di essi (Ci e C 2 ) sono stati ubicati all'estremo nord di dette strut¬ 
ture, dove era più evidente la sovrapposizione tettonica dei calcari del 
Cretacico sulle assise terrigene appartenenti alla « formazione di Fro¬ 
sinone ». 


mm 


Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino, ecc. 125 



Fig. 1. — Sondaggio C,: argille grigio-scure irregolarmente laminate e tettonizzate 
(tra m 150,80 e m 154,60 dal p.c ). 



Fig. 2. — M. Trocchio: sovrapposizione tettonica della serie di piattaforma car- 
bonatica sulla formazione argilloso-molassica di Frosinone. 












126 P. Celico 


Nel foro Ci, per i primi 144 m, sono stati attraversati dei calcari più 
o meno compatti con fratture spesso intasate da argille giallastre o 
grigio-scure litologicamente molto simili a quelle affioranti ai margini 
di M. Porchio. Successivamente, per circa 6 m, è stata incontrata una 
breccia calcarea bituminosa, a spigoli vivi, chiaramente originatasi nella 
zona di frizione tra le assise carbonatiche e la sottostante formazione 
argillosa. Gli ultimi 13 m sono stati perforati in argille grigio-scure 
(Fig. 1) caratterizzate da una laminazione irregolare e da una tettoniz- 
zazione molto spinta la cui intensità decresce dall’alto verso il basso. 

L’analisi paleontologica eseguita su queste ultime ha dato esito ne¬ 
gativo essendo risultato il campione completamente sterile \ 

Nel foro C 2 , nonostante in superfìcie fosse molto evidente la sovrap¬ 
posizione tettonica (Figg. 2, 3) della serie carbonatica sulle argille della 
« formazione di Fresinone », non è stato incontrato alcun piano di so- 
vrascorrimento fino a 166 m di profondità. I termini calcarei, però, sono 
stati sempre ritrovati in stato cataclastico, con intercalazioni argillose 
giallastre e verdastre. Prima di sospendere la perforazione sono stati 
attraversati 23 m di breccia calcarea bituminosa simile a quella che 
nel foro Ci ha preceduto il passaggio all’argilla grigio-scura. 

Anche nel foro C 3 , spinto fino a 227 m, non è stata raggiunta la zona 
di contatto tra formazioni calcaree e terrigene. Però, dopo 73 m di cal¬ 
care poco fratturato e carsificato, è stata attraversata una breccia cal¬ 
carea a spigoli vivi ricementata da materiale argilloso verdastro (Fig. 4), 
a volte scarso ed a volte più abbondante. Sono state pure incontrate in¬ 
tercalazioni di calcari più compatti con « ciottoli » di argilla e fratture 
intasate da argille giallastre e verdastre. 

Nel foro C 4 , da 37 m dal p.c. fino al fondo (m 197), si è avuta un’alter¬ 
nanza di brecce di frizione (con clasti minuti ricementati o immersi in 
una matrice argillosa più o meno abbondante) e calcari più compatti (con 
fratture intasate da argille giallastre e verdastre). A circa 52 m dal piano 
campagna sono state ritrovate delle argille grigio-verdi (m 1,60 di spes¬ 
sore) miste ad abbondante pezzame calcareo (Fig. 5). L’analisi paleonto¬ 
logica ha purtroppo posto in evidenza la presenza di frammenti organici 
rari e non determinabili. Il colore e la presenza di pirite diffusa lasciano 
intravedere la possibilità che esse appartengano alla formazione delle « ar¬ 
gille varicolori » che, peraltro, affiora a poca distanza (« formazione di 


1 Sono grato al Prof. Mario Torre dell’Istituto di Geologia e Geofìsica del¬ 
l’Università di Napoli per i pareri cortesemente espressimi sulle analisi paleonto¬ 
logiche effettuate. 


I 


Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino , ecc. 127 



Fig. 3. — M. Trocchio: particolare della fìg. 2. 



Fig. 4. — Sondaggio C 3 : breccia calcarea a spigoli vivi ricementata da materiale 
argilloso verdastro. 



128 P. Celico 


Falvaterra »). Le stesse argille (m 3,60 di spessore) laminate e tettonizzate 
(Fig. 6) sono state rinvenute a 143 m dal p.c.: le laminazioni sono molto 
regolari ed inclinate di circa 45° rispetto all’orizzontale. 


4. Interpretazione dei risultati 

Da quanto esposto si evidenzia che in tutti i sondaggi è stata riscon¬ 
trata una successione pressocché monotona. Questa tende a passare, dal- 



Fig. 5. — Sondaggio C 4 : argille grigio-verdi miste ad abbondante pezzame calcareo 
(tra m 51,50 e m 53,10 dal p.c.) 



Fig. 6. — Sondaggio C 4 : argille grigio-verdi regolarmente laminate e tettonizzate 
(tra m 143,00 e m 146,60 dal p.c.). 














Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino , ecc. 129 


l'alto verso il basso dai calcari fratturati e carsificati del Cretacico [Za- 
laffi, 1962] alle assise schiettamente terrigene terziarie. I termini inter- 
medi sono rappresentati da calcari che diventano sempre meno compatti, 
con fratture intasate da argille talora giallastre (probabilmente apparte¬ 
nenti alla « formazione di Frosinone ») e talora grigio-verdi (probabil¬ 
mente appartenenti alla « formazione di Falvaterra »). Queste diventano 
man mano prevalenti fino ad inglobare i frammenti calcarei appartenenti 
alla breccia di frizione. 

Nel foro Ci, in particolare, sono state raggiunte le argille grigio scure 
del substrato che, precedute da una breccia calcarea bituminosa, si pre¬ 
sentavano, al contatto, laminate e tettonizzate. Il colore, la presenza di 
quarzo e feldspati nonché resistenza in loco di argille litologicamente 
simili poste a quota più bassa (raffioramento descritto da Zalaffi [1962] 
tra i km 147 e 148 della via Casilina), ci inducono ad assegnarle alla « for¬ 
mazione di Frosinone ». 

I campioni di argilla prelevati dalle carote sono risultati sterili al¬ 
l'analisi paleontologica, ragion per cui manca il dato più importante che 
avrebbe potuto suffragare, in modo incontestabile, la loro appartenenza 
alle formazioni terziarie affioranti. Restano, però, le evidenze litologiche, 
la posizione tettonica molto chiara e la considerazione che le argille non 
si possono attribuire alla serie mesozoica perché non troverebbero ri¬ 
scontro in tutto l’Appennino centro-meridionale. 

Alla luce di queste osservazioni sembra che non debbano sussistere 
dubbi circa l'effettiva sovrapposizione delle zolle carbonatiche di M. Troc¬ 
chio e di M. Porchio su formazioni terrigene più recenti. Il substrato 
potrebbe essere rappresentato dalla « formazione di Falvaterra » o, più 
probabilmente, dalla « formazione di Frosinone ». Considerati i rapporti 
tettonici intercorrenti tra le due formazioni, non è escluso che detto 
substrato possa identificarsi in entrambe. Il movimento traslativo che 
avrebbe interessato le strutture in esame potrebbe dunque avere un’età 
tortoniano-messiniana o, meno probabilmente, pliocenica. 

A questo punto è importante sottolineare che le monoclinali carbona¬ 
tiche poste in studio sono caratterizzate da una regolare successione stra¬ 
tigrafica [Zalaffi, 1962] che, sia pure con qualche anomalia, può essere 
considerata tipica della « piattaforma abruzzese-campana » [D'Argento - Pe¬ 
scatore - Scandone, 1972; Ippolito - Sgrosso, 1972; Ippolito - D'Argenio - Pe¬ 
scatore - Scandone, 1973; Pescatore - Ortolani, 1973]. È pure possibile corre¬ 
lare [Zalaffi, 1962; Accordi ed altri, 1967] i termini di detta successione 
con gli adiacenti Monti Aurunci e Monti di Rocca d’Evandro nonché con 
gli Ausoni ed il Matese. Si può quindi dedurre che M. Trocchio e M. 


9 


130 P. Celico 


Porchio non possono essere considerati dei semplici blocchi imballati bensì 
delle vere e proprie « klippen », ovvero lembi di un più vasto movimento 
traslativo che avrebbe interessato le grosse strutture carbonatiche circo¬ 
stanti. 

Detta interpretazione presuppone, ovviamente, che lungo i bordi orien¬ 
tali e occidentali della Piana di Cassino s.L, il contatto tra serie di piat¬ 
taforma e formazioni argilloso-arenacee marchi, in effetti, la sovrapposi¬ 
zione tettonica della prima sulle seconde. 

Questo tipo di contatto è effetivamente visibile lungo la valle del Rio 
Secco ed è già stato messo in evidenza negli schizzi geologici allegati ad 
Accordi [1962] e Boni - Bono [1973]. 

In sinistra di detto corso d'acqua il contatto tettonico pare debba 
ritenersi verificato dopo che i sondaggi geognostici (Tavv. 1 e 3: Si 9 , 
S 20 ), eseguiti durante i lavori di costruzione della strada a scorrimento 
veloce Sora-Autostrada del Sole, hanno accertato 1'esistenza di una so¬ 
vrapposizione di calcari cataclastici su sedimenti terrigeni (probabil¬ 
mente appartenenti alla « formazione di Frosinone »). A tal proposito è 
importante sottolineare che, sempre in sinistra del Rio Secco, in tutti 
gli altri sondaggi eseguiti per la costruzione della suddetta strada, i cal¬ 
cari sono stati ritrovati estremamente fratturati e talora ridotti in un 
vero e proprio sabbione calcareo per spessori dell'ordine dei venti metri. 
Non è quindi difficile interpretare il tutto come conseguenza di fenomeni 
di sovrascorrimento [Feraboli, 1975], specie se messo in relazione con i 
liscioni di faglia a striature sub-orizzontali visibili in loco lungo il taglio 
stradale fresco 2 . 

Alla luce di questi elementi si ritiene che, lungo il corso del Rio Secco, 
l’erosione abbia messo a nudo il substrato su cui sarebbero sovrascorse 
le strutture del M. Cairo e del Rapido (Tav. 2: sez. I). L'azione erosiva 
sarebbe stata facilitata dall’esistenza di una zona di minore resistenza 
legata alla linea tettonica regionale che divide la serie lacunosa del Ra¬ 
pido da quella del M. Cairo. Non è escluso che detto substrato possa 
essere stato rialzato dalla tettonica recente. 

A questo punto, considerate le anzidette evidenze ed i dati emersi 
dai sondaggi di M. Trocchio e M. Porchio, non sembra certo possibile 

2 Mentre il lavoro era in corso di stampa è stato completato il sondaggio C 8 , 
ubicato in una cava (in sinistra del Rio Secco) nei pressi di Atina. Dopo circa 
20 m di calcare sono state incontrate le stesse argille grigio-scure affioranti a 
valle ( « formazione di Frosinone »). Queste si presentano irregolarmente lami¬ 
nate e, a tratti, miste ad abbondante pezzame calcareo. Le stesse argille sono 
state seguite per oltre 40 m, fino a fondo foro. 


Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino, ecc. 131 


che la struttura possa cambiare nella parte centrale della piana. A con¬ 
ferma di ciò basti osservare che anche a sud dell’abitato di S. Elia Fiu¬ 
merapido, fino a S. Vittore, si possono riscontrare, a tratti, i termini della 
serie carbonatica sovrapposti alle assise argilloso-arenacee. Tutto il fronte 
carbonatico, inoltre, si presenta estremamente tettonizzato, mentre faglie 
con andamento a vanga (intasate da argille grigio-verdi) sono visibili in 
una cava nei pressi dell’abitato di S. Vittore. 

Detta sovrapposizione non è chiaramente visibile sul bordo opposto 
della stessa piana essendo i contatti mascherati dalle alluvioni recenti. 
Qui, comunque, almeno nei pressi dell'abitato di Cassino, il bordo della 
zolla carbonatica è senz’altro ribassato. 

Quest’ultima affermazione è provata anche da evidenze idrogeologi¬ 
che. Infatti le copiose sorgenti di Cassino (Monticelli e Mastronardi) 
sgorgano da blocchi carbonatici isolati, distanti diverse centinaia di me¬ 
tri dalle pendici del Monte Cairo. 

In tal modo, almeno per la Piana di Cassino, sembra prendere con¬ 
sistenza la tesi di Fancelli, Ghelardoni e Pavan [1966] i quali, dubitando 
dell’effettiva esistenza di faglie dirette a tergo delle strutture carbona- 
tiche dell'Appennino laziale-abruzzese, ritengono che queste ultime deb¬ 
bano poggiare su un substrato continuo affiorante nelle depressioni. 

Nell’area in esame sembra prendere corpo anche la riserva che gli 
stessi Autori avanzano circa la presunta continuità stratigrafica tra la 
serie miocenica che si rinviene a tetto dei calcari e la formazione argil- 
loso-molassica di Frosinone. (Si è già detto che Zalaffi [1962] riconosce 
detta continuità solo sulla scorta di evidenze morfologiche). 

Gli anzidetti Autori ammettono pure che la « formazione di Frosi¬ 
none » possa essere scissa in due formazioni appartenenti a complessi 
tettonico-stratigrafici diversi. 


5. Conclusioni 

Da quanto esposto in precedenza si evince che le indagini hanno rag¬ 
giunto l’obbiettivo principale della ricerca, avendo risolto i problemi 
tecnici originariamente posti sul tappeto. 

Infatti appare provata l’assenza di qualsiasi collegamento carbonatico 
tra i blocchi di M. Trocchio, M. Porchio ed i massicci adiacenti (Tav. 2: 
sez. II). Ciò esclude la possibilità di collegamento idraulico tra M. Cairo 
ed i Monti di Rocca d'Evandro. La acque delle sorgenti del F. Gari e del 
F. Peccia provengono, quindi, da due unità idro geologiche diverse che si 


132 P. Celico 


possono individuare rispettivamente nella struttura dei Simbruini-Ernici- 
M. Cairo [ Boni, 1973; Boni - Bono, 1973] e nel gruppo dei Monti di Venafro. 

Dal punto di vista strutturale, l’aver accertato la posizione tetto¬ 
nica degli anzidetti blocchi carbonatici sovrapposti a formazioni di età 
più recente lascia spazio a nuove interpretazioni sulla tettonica della 
Piana di Cassino. Quivi, infatti, sembra affiorare il substrato su cui sa¬ 
rebbero sovrascorsi, durante le fasi tettogenetiche tardo-mioceniche e 
forse plioceniche, i massicci adiacenti. Tutti i blocchi carbonatici affio¬ 
ranti (M. Trocchio, M. Porchio, Colle Cedro, La Ghiaia, ecc.) sarebbero 
dunque i lembi di un movimento traslativo molto più ampio. 


BIBLIOGRAFIA 


Accordi B., 1962 - Lineamenti strutturali del Lazio e dell’Abruzzo meridionali. 
Mem. Soc. Geol. It., voi. IV, Bologna. 

Accordi B., 1966 - La componente traslativa nella tettonica dell’Appennino Laziale¬ 
abruzzese. Geol. Rom., voi. V, Roma. 

Accordi B., Angelucci A., Sirna G., 1967 - Note illustrative della Carta Geologica 
d’Italia alla scala 1:100.000, fogli 159 e 160 (Frosinone e Cassino). Serv. Geol. 
d'It., Roma. 

Accordi B., Devoto G., La Monica G. B., Praturlon A., Sirna G., Zalaffi M., 1967 - 
Il Neogene nell’Appennino Laziale-abruzzese. Atti IV Congr. Intera, del Co¬ 
mitato del Neogene Medit., Bologna. 

Beneo E., 1942 - Le zone strutturali e le possibilità petrolifere della Valle Latina. 
Boll. R. Uff. Geol. d'It., voi. LXVII, Roma. 

Boni C. F., 1973 - Lineamenti idrogeologici dell’Appennino carbonatico Laziale¬ 
abruzzese (primi risultati della campagna 1910/1972). E.S.A., Atti 2° Conv. 
Intera. Acque Sotterranee, Palermo. 

Boni C. F., Bono P., 1973 - Segnalazione di un gruppo di grandi sorgenti nel bacino 
del Fiume Peccia, affluente del Garigliano. Geol. Rom., voi. XII, Roma. 

Celico P., Stanganelli V., 1975 - Le ricerche di nuove risorse idriche nelle regioni 
carsiche campane e molisane. E.S.A., Atti 3° Conv. Intera. Acque Sotterranee, 
Palermo. 

D'Argenio B., Pescatore T., Scandone P., 1972 - Schema geologico dell’Appennino 
meridionale (Campania - Lucania). Acc. Naz. Lincei, Quaderni di Scienza e 
Cultura, Roma. 

Devoto G., 1965 - Lacustrine Pleistocene in thè Lower Livi Valley. Geol. Rom., voi. 
IV, Roma. 

Fancelli R., Ghelardoni R., Pavan G., 1966 - Considerazioni sull’assetto tettonico 
dell’Appennino calcareo centro-meridionale. Mem. Soc. Geol. It., voi. V, 
Roma. 

Feraboli G., 1975 - Indagini geognostiche per la progettazione della strada a scor¬ 
rimento veloce Sor a-Auto strada del-Sole - II tronco. Amm. Prov. di Frosinone 
(lavoro finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno). Relazione inedita. 


Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino, ecc. 133 


Franchi S., 1922 - Alcuni fatti a documentazione dei carreggiamenti della Valle 
del Liri . Boll. R. Corri. Geol. d'It., voi. XLVIII, Roma. 

Franchi S., 1924 - Il grande « slittamento » delle masse calcaree secondarie dei 
Monti Ausoni e Lepini sui terreni miocenici della Valle del Liri e della Valle 
Latina . Rend. R. Acc. Naz. Lincei, voi. XXXIII, Roma. 

Franchi S., 1924 - Sulle falde di ricoprimento del preappennino campano-laziale. 
Rend. R. Acc. Naz. Lincei, voi. XXXIII, Roma. 

Grzybqwski J., 1920 - Contributo agli studi sulla struttura geologica dell’Italia 
meridionale. Boll. Soc. Geol. It., voi. XL, Roma. 

Ippolito F., D'Argenio B., Pescatore T., Scandone P., 1973 - Unità stratigrafico- 
strutturali e schema tettonico dell’Appennino meridionale. Guida alle escur¬ 
sioni per gli studenti dei corsi di Laurea in Scienze Geologiche e Naturali, 
Napoli. 

Ippolito F., Sgrosso I., 1972 - Sulle ricerche di idrocarburi nell’area litorale del 
Lazio e sulla loro interpretazione. Riv. Miner. Siciliana, nn. 133-135, Palermo. 

Mouton J., 1973 - Contributo allo studio delle acque sotterranee del Lazio Meri¬ 
dionale. E.S.A., Atti 2° Conv. Int. Acque Sotterranee, Palermo. 

Nicotera P., 1973 - Metodologie di studio della circolazione idrica nelle rocce car- 
bonatiche. E.S.A., Atti 2° Conv. Int. Acque Sotterranee, Palermo. 

Pescatore T., Ortolani F., 1973 - Schema tettonico dell’Appennino campano - lu¬ 
cano. Boll. Soc. Geol. It., voi. XCII, Roma. 

Servizio Geologico D’Italia, 1966 - Carta Geologica d’Italia alla scala 1/100.000, 
foglio 160 (Cassino). Ist. Poi. dello Stato, Roma. 

Zalaffi M., 1962 - Su alcune piccole strutture affioranti nella piana di Cassino. 
Mem. Soc. Geol. It., voi. IV, Bologna. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Celico P. - Nuove vedute sulla strut ¬ 
tura , eco . Tav. I 





























































































































































AVI 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Celico P. - Nuove vedute sulla strut¬ 
tura, ecc. Tav. II 


































STRATIGRAFIE DEI SONDAGGI TAV. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Celico P. - Nuove vedute sulla strut¬ 
tura, ecc. Tav. Ili 



u 


,H ¥ 


u -/- 




^ ' “ ■' ’ 



— 


W- 

— 

— 




* " - “ 


-“I 1 : 


Mi 

— 




!z| 

t 

■L 

- - 

: - 


■i- 

i 

% 


\ x -\ 

v 

ri; 

ili 

) 

-5 

-r 
» ■- 

-<. 



“V “ 

:§ 

-*-*D 


\ - N 

\-\ 

¥ 

% 

3 

$ 

% 

% 

Sii 


¥ 


fi 


Sii 

$ 

■\» 

Uxì 

1 


Argille grigio-verdi tettonizzate con laminazioni regolari. 



























































































































































































































































































Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 137-151, figg. 4, tab. 1 


Pigmenti dei poriferi. Demosponge. 
Carotenoidi in Axinella verrucosa (0. Schmidt) 

Nota del socio Giovanni Parisi e di Riccardo Pierantoni 
e Marina Porcelli 

(Tornata del 30 gennaio 1976) 


Riassunto. — Ricerche sono state condotte su alcuni carotenoidi estratti da 
Axinella verrucosa (O. Schmidt) (Poriphera: Demosponge). Sono descritte alcune 
caratteristiche chimico-fisiche dei carotenoidi isolati; tra questi, due risultano 
essere delle xantofille. 

Abstract. — Studies of some carotenoids extracted from Axinella verrucosa 
(O. Schmidt) (Poriphera: Demosponge) have been carried out. 

Some physico-chemical properties of isolated carotenoids have been descri- 
bed; two of these have been identified as xanthophylls. 


Introduzione 

Tra i Poriferi che vivono nel golfo di Napoli, Axinella verrucosa (O. 
Schmidt) è tra quelli abbastanza comuni; ciò malgrado, la letteratura su 
tale specie è piuttosto scarsa e disomogenea ed essenzialmente riguarda 
la morfologia di tale porifero. (Siribelli L. 1961, 1962; - Vormaer, 1912, 
1933) (5, 6, 7). Soltanto recentemente ricercatori interessati allo studio 
della chimica di sostanze naturali hanno evidenziato in Axinella verrucosa 
la presenza di steroli e ne hanno studiato il metabolismo (De Rosa M., 
Minale L., Sodano G., 1975) (1), niente è invece riportato circa la natura 
della sua pigmentazione. 

Noi abbiamo voluto affrontare questo problema e già in una prece¬ 
dente comunicazione (G. Parisi, R. Pierantoni, M. Porcelli, 1976) (4) ab¬ 
biamo annunciato che tale pigmentazione è dovuta alla presenza di nu¬ 
merosi carotenoidi. Tra questi è stata riscontrata la presenza di oc-caro¬ 
tene, isorenieratene, renieratene e di un carotenoide che probabilmente 
è un isomero sconosciuto del renieratene. 


138 G. Parisi, R. Pier anioni e M. Porcelli 


In questa nota diamo notizia di altri quattro carotenoidi, di cui due 
appartengono alla famiglia delle xantofille. 


Materiali e medodi 

Per la nostra ricerca abbiamo utilizzato Poriferi appartenenti alla 
specie Axinella verrucosa. Tali Poriferi sono stati raccolti a cura del 
personale specializzato della Stazione Zoologica di Napoli, nel golfo di 
Napoli, a circa 20 m. di profondità in località : « La Gaiola ». Lotti di circa 
500 g. sono stati estratti in acetone tecnico dopo essere stati tagliati in 
piccoli pezzi. Questo procedimento è stato effettuato a freddo ed avendo 
la massima cura di evitare l'esposizione dell’estratto alla luce. Il pro¬ 
cedimento estrattivo è stato ripetuto più volte fino a decolorazione com¬ 
pleta del materiale. Gli estratti acetonici sono stati riuniti e svaporati in 
un evaporatore rotante sotto una pressione residua di circa 15 mm. di Hg 
e alla temperatura di 30°C. Si è ottenuto, in questo modo, un residuo 
costituito in buona parte da acqua, sali inorganici, pigmenti, fosfatidi e 
steroli. Tale residuo è stato ripetutamente estratto in etere etilico (circa 
2000 mi. in totale) separando di volta in volta le fasi eteree ed acquose. Le 
fasi acquose riunite sono state estratte in n-butanolo ed opportunamente 
analizzate. Sulla natura dei numerosi pigmenti presenti in tale estratto,, 
riferiremo in una prossima nota. 

La fase eterea è stata disidratata su solfato di sodio anidro e svapo¬ 
rata in un evaporatore rotante a 15 mm. di Hg e a 30°C. Il residuo otte¬ 
nuto è stato ripreso in etere di petrolio (frazione con p.e. tra 40 e 70° C> 
e sottoposto a separazione cromatografica. È stata utilizzata una colonna 
cromatografica di 2,5 cm. di diametro e 50 cm. di altezza, caricata con 
ossido di alluminio neutro di attività II Brockmann (preparata idratando 
fino al 3 % di acqua), eluente etere di petrolio 40-70°C. 

Le prime quattro frazioni raccolte, che abbiamo chiamato F2, F4, F 6 
ed F 8 , sono risultate ciascuna costituita essenzialmente da singoli pro¬ 
dotti e sono state oggetto di un nostro precedente studio (G. Parisi, R. 
Pierantoni, M. Porcelli, 1976) (4). 

La quinta frazione raccolta, che abbiamo chiamato FIO, è stata invece 
eluita utilizzando una miscela etere di petrolio : benzolo- = 100:30. Un 
controllo cromatografico su strato sottile (lastre di ossido di alluminio 
Typ T F 254 Merck eluente etere di petrolio: etere etilico = 100:7) rivelava 
che questa frazione era composta da quattro prodotti che abbiamo chia¬ 
mato con le sigle FIO 1 , FIO 2 , FIO 3 , FIO 4 , dove FIO 1 rappresenta il prodotto! 


Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoidi, ecc. 139 


con maggiore Rf. In questa nota riferiamo soltanto circa questi ultimi 

quattro prodotti. 

La frazione FIO è stata ricromatografata su una colonna di ossido di 
alluminio, di attività II secondo Brockmann, di 2,5 cm. di diametro e 
50 cm. di altezza, eluente etere di petrolio: benzolo = 100:30. Sono state 
così isolate le frazioni FIO 1 , FIO 2 , FIO 3 , FIO 4 . 

Ciascuna frazione contenente essenzialmente un sol prodotto è stata 
poi purificata cromatografando su colonne di ossido di alluminio di atti¬ 
vità III (6 % H 2 0) eluente etere di petrolio: benzolo = 100:30 e, succes¬ 
sivamente, cromatografando ripetutamente su lastre preparative di ossido 
di alluminio Typ T F 25 4 Merck eluente etere di petrolio: etere etilico — 100:7. 
Su ciascun prodotto puro sono stati eseguiti spettri di massa, spettri 
nell'U V, spettri nel visibile e spettri I.R. 

Per gli spettri di massa è stato adoperato uno spettrometro A.E.I. MS 902, 
per gli spettri nell'U.V. e nel visibile è stato adoperato uno spettrofoto¬ 
metro Beckman DK2 e per gli spettri I.R. uno spettrofotometro Perkin 
Elmer 157. 


Risultati e discussione 

I risultati ottenuti sono riportati in tabella I e nelle figure 1, 2, 3, 4. 

Dall'analisi degli spettri nel visibile si nota chiaramente che i pro¬ 
dotti isolati sono carotenoidi; ciò è evidenziato dalla forma a tripletta 
tipica dei polieni coniugati. Le intense bande di assorbimento, dovute alla 
transizione re —> n *, si spostano verso le zone di più bassa energia a mano 
a mano che procediamo dal prodotto FIO 1 al prodotto FIO 4 , il che sta ad 
indicare un progressivo aumento di estensione del cromoforo. Si nota, 
inoltre, per ciascun prodotto, il tipico spostamento batocromico dell'assor- 
bimento dovuto all’incrementarsi dell'indice di rifrazione del solvente 
impiegato. Gli spettri I.R. eseguiti in tetracloruro di carbonio, mostrano 
nella regione compresa fra 3000, 2900, 2830 cm 1 le bande tipiche dello 
stiramento del legame CH del CH 3 , CH 2 e CH; nella regione compresa fra 
1480-1440 cm -1 le bande tipiche della deformazione del legame CH dei 
gruppi CH 2 e CH 3 e nella regione compresa fra 1390-1370 cm -1 le bande 
tipiche del gruppo C-CH 3 . Viene esibita, inoltre, una banda a 960 cm -1 

H 

tipica della vibrazione del piano del CH del — C = C — (trans). 


H 


TABELLA 1 — Analisi spettrofotometrica delle frazioni isolate 


140 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 



ooooooooo 

ooro^o-ioioooo 
OONOO^frOrsl^HOO 
ro 04 04 *-< *—i < *—i i i 


TJ 

O 

S~< 

a-i 

5 o 

g •£ 

L & 

V ° 

H 


o 

IO 

3- 

N IO N N 


'T 


LO 

04 

ro 

ro 

00 

LO 

ro 

0 

>^r 

O- 

^sf" 

ro 

2 



Ò 

m 


LO 

ò 

LO 

3” 


LO 

3" 

LO 

3 

vO 

04 

© 

"3- 

ò 

04 

o* 


00 

00 

OO 


(N OS M I M OS OO h- OO 

lo lo lo r^- | ^ lo on o 04 

ro ro ro ro of- * 3 - -o- lo vO 


o o o o oo 

O O Q ro co 

rf C3 Q\ OO 

ro CO rsl ("4 *—I 


o o co o o o 

3 O- LO vO Ol 

^ ro 04 O O On 


O ^1” vO *—i 
ro ro 04 ro 
3333 
\P 
T 

^r 


io io 


-a 

o 

Sh 

S| 

^ § 


ro 3 

3" 3" 

o m 

lo lo 

3‘ 3" 
\0 o 
o. oo 
^ , 3- 


LO vQ 

5 5 


3 

3 oo 

rf 


3 - 3 

'Ó VO 


o 
vO 00 
3 
vD 

o 

LO 


09 on 00 00 

3 LO CN O 04 

"**■ ^ rj- LO vO 



u 



*3, <3, os 

r--' 'Ot- lo' 

LO MD 04 

(N N ro 


0 - 

rsi 


fN 

'Sf 

ro 


jD 

O 

c 

3 


O 

'o 

a 

s 


1) 
O N 


cb 

3 




























Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoidi, ecc. 141 



io 


Solfuro di carbonio 1,628 521-495-470 














142 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 




j L 


I li I 11 


320 


360 


Fig. 1. — Spettro d 














































Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoidi, ecc. 143 



160 200 



I lllllll llll 

>0 



480 



240 


nassa F 10 (180° C, 70 eV). 


440 


520 

m/e 





























142 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 


Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoidi, ecc. 143 














































144 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 


100 


50 


1 0 


111 dii[ili» 111 


il J Li I 1111 


Ll 


40 


80 


1 20 


10 


JL L 


LU- 


x j. 


32 0 


360 


10 


-4 


■idi, 


560 


m/e 


Fig. 2. — Spettro di 


























Pigmenti dei poriferi . Demosponge. Carotenoidi, ecc. 145 


i. 


i La j-t. 


200 


240 


280 


440 


480 


--— 

52 0 


F 2 10 (200° C, 70 eV). 































iiliu 


m/e 


560 


Fig. 2. — Spettro di f F,„ (200° C, 70 eV). 





























146 G. Parisi, R. Pier anioni e M. Porcelli 






iLL 


io., 


320 


—l _l.iL _ r __-Li. 


360 


10 , 



560 


m/e 


Fig. 3. — Spettro 






























Pigmenti dei poriferi . Demosponge. Carotenoidi, ecc. 147 



1 *. 


440 


480 


520 


tassa F 10 (210° C, 70 eV). 




























146 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 


Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoìdi, ecc. 147 





m/e 

560 


Fig. 3. — Spettro 


massa F J 10 (210° C, 70 eV). 



























148 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 




Fig. 4. — Spettro 
























Pigmenti dei poriferi. Demosponge . Carotenoidi, ecc. 149 



- 1 I U _ L1 J U 

360 

assa F 4 i 0 (150° C, 70 eV). 


jljJ 

400 


m/e 


11 
























148 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 


100 - 

% 


50. 


10. 


JAl 



M i.. 

80 


30. 


10. 


u.Ly —l à ,J LI_u.L 


240 


Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoidi, ecc. 149 



120 160 


. i I ■ I I 1 I I y ij-L 

200 


I i _-—t-i—u_ lj —, 

32l 3 60 

Spettro (massa F 4 10 ( 150 ° C, 70 eV). 


-‘H— 

400 


1 


m/e 


























150 G. Parisi, R. Pierantoni e M. Porcelli 


Per quanto riguarda i prodotti FIO 2 ed FIO 3 , in particolare, sono xan- 
tofille. 

Ciò è evindeziato, nello spettro I.R., dalla banda slargata intorno ai 
3400 cm 1 tipica dell’OH associato. Un’ulteriore conferma della presenza 
del gruppo ossidrile è data dalle bande nella regione compresa fra i 1100 
e i 1020 cm" 1 che testimonierebbero anche per la posizione dell’OH su un 
anello terminale (Jensen A. - Jensen L., 1966). Gli spettri di massa dei pro¬ 
dotti FIO 2 ed FIO 3 (vedi figure 2 e 3) presentano un picco a 550 m/e che, a 
nostro avviso, dovrebbe essere dovuto alla eliminazione di H 2 0 per cui la 
massa dei prodotti su indicati dovrebbe essere 568, ciò in accordo con 
quanto accade per le xantofille, dove lo ione molecolare non viene apprez¬ 
zato nello spettro. (Weedon B.C.L. 1970) (9). In base ai dati in nostro pos¬ 
sesso possiamo dire che ai prodotti FIO 2 ed FIO 3 può essere assegnata la 
formula bruta C^FLéCL Tra le xantofille note per la precedente formula vi 
è la zeaxantina. L’analisi, però, della frammentazione dei prodotti FIO 2 ed 
FIO 3 che risulta dallo spettro di massa, ci può far escludere per ambedue 
i prodotti in esame la possibilità che uno di essi sia zeaxantina (Enzell 
C. R., Francis G. W., Jensen S. L. 1969) (2). 

Per quanto riguarda i prodotti FIO 1 ed FIO 4 i valori riportati sembre¬ 
rebbero escludere la presenza, nella loro molecola, di un gruppo ossidrile, 
per cui dovrebbero essere dei caroteni. Dai risultati delle analisi in nostro 
possesso si può concludere che i quattro carenoidi isolati non trovano 
riscontro in letteratura e che due di essi sono xantofille mentre gli altri 
due sono caroteni. A causa delle piccolissime quantità di prodotto a nostra 
disposizione non è stato possibile eseguire spettri NMR e fare saggi de¬ 
gradativi. 

Stiamo, però, provvedendo a raccogliere ed isolare materiale in quan¬ 
tità opportuna per iniziare un lavoro sistematico tendente a chiarire la 
struttura dei composti isolati. 


BIBLIOGRAFIA 

1) De Rosa M., Minale L., Sodano G., 1975 - Metabolism in Porifera IV: Biosyn- 

tesis of thè 3-^-hydroxy-methyl A-nor-5tx-Steranes from Cholesterol by 
Axinella verrucosa. Experientia, 31 (4), 408. 

2) Enzell C. R., Francis G. W., Jensen S. L., 1969 - Mass Spectrometric Studies 

of Carotenoids IL Acta Chem. Scand, 23, 727. 

3) Jensen A., Jensen L., 1966 - Recent progress in carotenoid chemistry. Progr. 

in thè chem. of fats and other lipids (Pergamon Press), 8, 129-212. 

4) Parisi G., Pierantoni R., Porcelli M., 1976 - Marine BioL (in corso di stampa). 


Pigmenti dei poriferi. Demosponge. Carotenoidi, ecc. 151 


5) Siribelli IL» 1961 - Differenze nell’aspetto esterno e nello scheletro fra Axinella 

verrucosa O. S. e Axinella damicornis. Annuario Ist. e Mus. Zoo!, Univer¬ 
sità di Napoli» 13» 1-24. 

6) Siribelli L„» 1962 - Cicli di riproduzione e sviluppo in Axinella verrucosa O. S. 

Annuario Ist. e Mus. Zool. Università di Napoli» 14» 1-8. 

7) Vosmaer G.» 1912 - On thè distinction be tween genera Axinella » Phakellia, 

Acanthella. Zool. Jafarb. Suppl., 12» 307-22. 

8) Vosmaer G.» 1933 - The Sponges of thè Bay of Naptes. Capita Zoologica, 

voi. I» II» III. 

9) Weedon B. C. L., 1970 - Spectroscopic methods for elucidatìng thè structures 

of carotenoids. Fortschritte d. C'hcm, org. Naturst, 27, 98. 





Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 153-178, tavv. 2, tubò. 3 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro 
(Italia meridionale) 

Nota del socio Pietro Celico (*) e di Vincenzo Stanganelli (**) 


(Tornata del 27 febbraio 1976) 


Riassunto. — Il gruppo dei Monti di Venafro è un vasto acrocoro carbona- 
tico probabilmente sovrascorso su formazioni terrigene mioceniche. 

Gli studi in corso hanno consentito di individuare i limiti dell’unità idro¬ 
geologica fornendo, così, le basi per una valutazione preliminare delle risorse 
idriche esistenti. Sono stati pure definiti, in prima approssimazione, i limiti delle 
aree di ricarica dei principali gruppi sorgivi e le modalità di deflusso delle acque 
alTinterno del massiccio. 

Résumé. — Les études en cours dans les monts de Venafro (Italie du Sud) 
ont permis de reconnaìtre les limites de l’unitè hydrogéologique et ont fourni 
aussi les bases pour une évaluation préliminaire des ressources hydriques 
existantes. En outre les études ont permis de définir, approximativement, les 
limites des zones de recharge des principales sources et les modalités de débit 
des eaux dans le massif. 


1. Premessa 

Nel Piano Regolatore Generale degli Acquedotti era prevista la capta¬ 
zione e l'adduzione in Campania delle acque della sorgente Capovolturno. 
La constatazione che detta captazione avrebbe ulteriormente impoverito 
di acque il bacino del F. Volturno, il cui bilancio è già largamente defici¬ 
tario, ha indotto l’Ufficio Acquedotti Campania e Molise della Cassa per il 
Mezzogiorno a condurre una campagna di indagini idrogeologiche avente 


(*) Istituto di Geologia Applicata della Facoltà d'ingegneria dell’Università 
di Napoli. - Ufficio Acquedotti Campania e Molise della Cassa per il Mezzo¬ 
giorno, Napoli. 

(**) Ufficio Acquedotti Campania e Molise della Cassa per il Mezzogiorno, 
Napoli. 


154 P. Celico e V. Stanganelli 


10 scopo di reperire fonti di approvvigionamento idrico sostitutive della 
precedente. 

Gli studi condotti nell’unità idrogeologica dei Monti di Venafro hanno 
permesso di individuare 1’esistenza di una falda copiosa, non ancora uti¬ 
lizzata, che scorre verso le sorgenti del F. Peccia. Ciò ha consentito di pro¬ 
muovere una opportuna variante al P.R.G.A. che è stata favorevolmente re¬ 
cepita ed approvata dal Consiglio Superiore dei LL. PP. 

Gli studi proseguono allo scopo di acquisire gli elementi necessari per 

11 calcolo del bilancio idrogeologico e per risolvere alcuni problemi di det¬ 
taglio legati principalmente alla progettazione delle opere di sfruttamento. 

Gli autori desiderano esprimere i più vivi ringraziamenti all'ing. S. Bor- 
relli per l'interesse con cui ha seguito le indagini, all'ing. L. Baj, all’ing. 
G. Tartaglia, al dott. C. Coppa della « Cassa » nonché all’ing. A. Pagano 
ed al geom. G. Calenda del S.I., per i dati inediti gentilmente forniti. 
Ringraziano ancora l'ing. M. Arpaia, il pi. M. Bandera ed il p.i. G. D’An¬ 
gelo della « Cassa » per le analisi chimiche delle acque, eseguite con pe¬ 
rizia e accuratezza. Un sentito ringraziamento va al Prof. P. Nicotera ed 
al Prof. M. Civita per la lettura critica del manoscritto. 


2. Limiti, orografia e idrografia 

Il vasto acrocoro dei Monti di Venafro è un’unità morfologico-struttu- 
rale molto bene individuata. I limiti sono marcati, a nord dalle valli del 
F. Mollarino e del R. Acquoso, a sud dalle ultime propaggini del Rocca- 
monfina, ad est dalla piana di Venafro s.l. e ad ovest dalla piana di Cas¬ 
sino s.l. 

I rilievi che compongono la suddetta unità non raggiungono quote 
elevate. La cima più alta è rappresentata dal M. Monna Casale (m 1395 
s.l.m.) cui seguono M. Maio (m 1259 s.l.m.), M. Sammucro (m 1205 s.l.m.), 
M. Cesima (m 1180 s.l.m.), M. Bianco (m 1168 s.l.m.) M. La Defensa (m 958 
s.l.m.) e M. Lungo (m 358 s.l.m.). 

La struttura carbonatica in studio è caratterizzata da un’idrografia 
pedemontana ben sviluppata a cui si contrappone quella intramontana 
pressocché priva di corsi d’acqua a deflusso perenne. 

Tra i corsi d’acqua pedemontani bisogna ricordare innanzitutto il F. 
Volturno, che trae origine dalle sorgenti di Capovolturno e scorre ad 
est dell’area in esame, attraverso la Piana di Venafro s.l. Il regime di 
detto fiume, almeno nel periodo di magra, è legato quasi esclusivamente 
a quello delle sorgenti poste alla base dei massicci carbonatici; sono, in- 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 155 


fatti, trascurabili gli apporti legati ad acque superficiali provenienti da 
questi ultimi. 

Il F. Rapido trae origine dalle sorgenti omonime ubicate nella parte 
occidentale del grappo dei Monti di Venafro. Al termine del suo tratto 
intramontano raccoglie le acque del Rio Secco e, dopo aver attraversato 
la Piana di Cassino si, confluisce nel F. Cari. Nella parte più meridio¬ 
nale della stessa Piana si assiste alla confluenza del F. Cari col Garigliano. 

Pure nel Garigliano si versano le acque del F. Feccia che nasce alle 
falde settentrionali del Roccamonfina, per poi subire un considerevole 
incremento di portata lungo- il margine occidentale del M. La Defensa 
[Boni, Bono 1973]. 

A nord il massiccio venafrano è delimitato da corsi d'acqua minori: 
il R. S. Pietro ed il R. Acquoso affluenti del Volturno ed il F. Mollarino 
affluente del F. Melfa. 


3. Morfologia 

Per ovvie ragioni, l'analisi morfologica è stata considerata un argo¬ 
mento introduttivo al discorso sull'idrogeologia del grappo montuoso ve¬ 
nafrano. In particolare si è cercato di porre in evidenza quei motivi mor¬ 
fologici che sovraintendono all’infiltrazione delle acque nella massa car- 
bonatica in quanto producono un effettivo condizionamento sul ruscella- 
mento superficiale. 

L'aspetto morfologico del massiccio venafrano è generalmente molto 
aspro in conseguenza del ringiovanimento delle forme operato dalla, tet¬ 
tonica quaternaria. Soltanto laddove affiorano estesamente le formazioni 
dolomitiche il paesaggio diventa meno- aspro; e ciò a causa della facile 
credibilità delle dolomie legata all’estrema tettonizzazione. 

Nel complesso la morfologia è quella tipica dei paesaggi carsici del- 
FAppennino meridionale. Il fenomeno carsico, infatti, è abbastanza svi¬ 
luppato e si manifesta tanto con microforme quanto- con macroforme. 
Anch'esso appare ringiovanito per effetto della summenzionata tettonica 
recente. 

Bel ciclo carsico attuale ci preme sottolineare il ruolo svolto dalle 
numerose conche tettonico-carsiche a deflusso- endoreico il cui fondo è 
impermeabilizzato da materiale detritico-residuale e, probabilmente, da 
lembi flyschoidi sottostanti. 

Dette depressioni, avendo la possibilità di arrestare il rascellamento 
superficiale, aumentano la percentuale d’acqua d’infiltrazione efficace. Inol- 


156 P. Celico e V. Stangartela 


tre, ritardando l'assorbimento della stessa acqua, operano una naturale 
regolarizzazione dei regimi sorgivi. 

L'infiltrazione secondaria avviene generalmente attraverso inghiottitoi 
e diaclasi; solo quantitativi d’acqua trascurabili sembrano filtrare attra¬ 
verso le soluzioni di continuità dell’impermeabile di fondo. 

Tra l’acrocoro carbonatico e le aree adiacenti esiste un salto morfo¬ 
logico molto vistoso'. Della diversa evoluzione del paesaggio' è certamente 
responsabile la litologia dei terreni che lo costituiscono oltre che le mo¬ 
dalità di sedimentazione dei materiali recenti. 

La piana di Venafro, per esempio, ha un aspetto morfologico molto 
piatto, essendo costituita prevalentemente da alluvioni e da sedimenti flu¬ 
vio-lacustri. Essa trova il suo perfetto corrispondente nella Piana di Cas¬ 
sino, laddove esiste la copertura di sedimenti lacustri, piroclastici e al¬ 
luvionali. 

In quest’ultima, nelle zone ipsometricamente più elevate, affiorano 
le « argille varicolori » ed i depositi argilloso-arenacei in facies di flysch. 
Quivi il pendio aumenta gradatamente il suo gradiente, pur rimanendo 
dolce e ben modellato a causa della facile credibilità dei termini costi¬ 
tuenti. La rete idrografica assume un aspetto dendritico, tipico di ter¬ 
reni impermeabili o poco permeabili. 

Le caratteristiche morfologiche non cambiano sostanzialmente lungo 
il bordo settentrionale del massiccio dove affiorano nuovamente i depo¬ 
siti flyschoidi. 


4. Geo-litologia e complessi idrogeologici 

I fini prettamente tecnici che il lavoro si propone ci obbliga, come 
per i paragrafi precedenti, a sintetizzare le notizie di carattere stretta- 
mente geologico, facendoci prescindere da accurate descrizioni paleon¬ 
tologiche, sedimentologiche ed ambientali. Il discorso è dunque ristretto 
alla descrizione dei principali litotipi affioranti ed ai relativi rapporti stra¬ 
tigrafici, e ciò al fine di poter meglio' comprendere le caratteristiche dei 
complessi idrogeologici e le loro reciproche relazioni. 

L'esame delle caratteristiche e del ruolo svolto da ciascun complesso 
idrogeologico si è reso, invece, indispensabile per meglio comprendere 
le modalità di deflusso a!l'interno del massiccio nonché le possibilità di 
isolamento idraulico che questo ha rispetto alle strutture carbonatiche 
adiacenti. Ovviamente si è cercato di porre l’accento più sulle relazioni 
reciproche dei vari complessi e sulle funzioni idrogeologiche da questi 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 157 


esplicate che non sui caratteri generali degli stessi. Per tale motivo, ed 
anche in considerazione del carattere preliminare dello studio, sono state 
raggruppate in singoli complessi, sia formazioni eterogene sia più for¬ 
mazioni differenti per litologia e genesi. 


4.1. Complesso dolomitico 

Il massiccio dei Monti di Venafro è costituito quasi esclusivamente 
da terreni mesozoici sedimentatisi in ambiente di piattaforma carbo- 
natica. 

Il termine litologico più antico, visibile in affioramento, è attribuito 
al Trias superiore ed in parte al Lias inferiore. Si tratta, in prevalenza, di 
dolomie massicce o grossolanamente stratificate con intercalazioni cal¬ 
caree e calcareo-dolomitiche più frequenti nella parte alta. 

Le dolomie sono sovente saccaroidi mentre a luoghi presentano la¬ 
mine stromatolitiche. 

Gli affioramenti dolomitici più estesi si rinvengono lungo il bordo 
occidentale del massiccio mentre diventano più rari nella parte meridio¬ 
nale dello stesso ed a monte dell’abitato di Venafro. 

Tutti i litotipi or ora descritti sono stati raggruppati in un unico 
complesso idrogeologico che abbiamo indicato come dolomitico in con¬ 
siderazione del ruolo prevalente svolto dalle dolomie. 

La massa litoide si presenta estremamente tettonizzata e ridotta ad 
una vera e propria « farina di dolomia » nelle zone prossime alla super¬ 
ficie di sovrascorrimento (per es., nei pressi dell’abitato di S. Vittore). 
Come logica conseguenza si può osservare, nelle fratture e negli interstizi, 
un certo intasamento dovuto ad accumulo di sabbia dolomitica finissima 
e di argille di decalcificazione. Ciò provoca una diminuzione del grado 
di permeabilità che, altrimenti, sarebbe alto per effetto dell’intensa frat¬ 
turazione. 

Nel bacino del Fiume Rapido, dove il complesso affiora più estesa¬ 
mente, si possono osservare delle forme carsiche epigee alle quali sem¬ 
brano corrispondere delle forme ipogee. Il fenomeno si può spiegare arn 
che in considerazione della sovrapposizione di più cicli carsici che avreb¬ 
bero interessato le dolomie fin dal mesozoico. Sia pure più lentamente 
che nei calcari il carsismo ha avuto, dunque, la possibilità di impiantarsi. 

Da quanto esposto si deduce che il complesso dolomitico, laddove 
affiora, è caratterizzato da un buon grado di permeabilità per frattura¬ 
zione e carsismo la cui evoluzione è da considerare crescente. [Celico 


158 P. Celico e V . Stanganelli 


Civita-Garofalo, 1976]. Anche nelle dolomie sottoposte alle assise calcaree, 
ma ubicate al di sopra della zona di saturazione, la permeabilità do¬ 
vrebbe evolversi positivamente [ Celico-Civita-Garofalo, 1976] o, quanto 
meno, dovrebbe presentare caratteri di staticità. Il grado di permeabilità 
è invece da considerare decrescente [Civita, 1969; Civita et al. 1973/a; 
Celico-Civita-Garofalo, 1976] in quelle dolomie che vengono a trovarsi al 
di sotto del livello piezometrico minimo della falda di base. 

La variabilità di comportamento del complesso dolomitico in fun¬ 
zione della giacitura assume, nei monti di Venafro, caratteri vistosi e 
diventa il motivo idrogeologico fondamentale della circolazione idrica 
sotterranea. Infatti il complesso costituisce un ottimo serbatoio di ac¬ 
cumulo laddove affiora estesamente e si comporta da « impermeabile 
relativo » quando è stratigraficamente sottoposto al complesso calcareo. 

In quest’ultimo caso, pur sostenendo la falda delle assise più per¬ 
meabili, lascia percolare una certa aliquota d'acqua verso zone di reca¬ 
pito altimetricamente meno elevate. Il fenomeno può essere meglio com¬ 
preso se si considerano anche gli effetti del paleo-Karst impiantatosi in 
corrispondenza della lacuna stratigrafica mesozoica. 


4.2. Complesso calcareo 

In continuità stratigrafica sulle dolomie si rinvengono i calcari a 
Palaeodasycladus del Lias medio-superiore, affioranti quasi esclusivamente 
nella zona sud-occidentale dell’acrocoro. 

Per quasi tutto il massiccio, e quindi a NE della linea tettonica re¬ 
gionale Atina - S. Pietro Infine - Rocca Pipirozzi, si possono osservare i 
calcari cretaceo-paleocenici trasgressivi sulle anzidetto formazioni. Ee 
assise trasgressive sono composte, in prevalenza, da calcareniti bianche 
e da « calcari saccaroidi » con intercalazioni di calcari oolitici, brecciole 
e brecce poligeniche. 

Sul Paleocene si rinvengono alcuni lembi di brecce e brecciole cal¬ 
caree con nummuliti ed alveoline, contenenti livelli marnosi e argillosi. 

Nella fascia meridionale dell’area in esame (zona di M. Cesima), cioè 
a SO della direttrice tettonica dianzi menzionata, la serie non appare 
più lacunosa bensì completa fino al Palocene. Quivi, i litotipi più fre¬ 
quenti sono rappresentati da calciruditi, calcareniti e calcilutiti avana, 
calcari oolitici e calcari organogeni. 

A M. Lungo e a M. La Defensa si rinvengono, trasgressivi sui « cal¬ 
cari sacaroidi », i « calcari a briozoi e litotamni » del Langhiano. 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 159 


Il complesso calcareo, che comprende tutti i litotipi summenzionati, 
è caratterizzato da una permeabilità per fratturazione e carsismo molto 
elevata [Civita 1969; Accordi et al. 1969; Nicotera-De Riso 1969; Civita 
e al. 1971; Civita e al. 1973/a; Celico-Civita-Garofalo, 1976]. Sono perciò 
considerevoli le quantità d’acqua che annualmente possono infiltrarsi 
nell’acquifero, specie se si considera che l'area di affioramento di detto 
complesso rappresenta circa il 75 % di quella totale del massiccio. 

La successione calcarea, essendo largamente lacunosa, non dovrebbe 
raggiungere spessori notevoli. Ne consegue che le acque, percolando, giun¬ 
gono ben presto al sottostante complesso dolomitico dove dovrebbe pre¬ 
ferenzialmente circolare la falda in rete principale. Dunque, il complesso 
calcareo controlla l'infiltrazione ma, contrariamente a quanto normal¬ 
mente avviene in altre strutture carbonatiche dell'Appennino centro-me¬ 
ridionale, non costituisce l’acquifero principale. 

A questo punto si rende indispensabile porre in evidenza come la 
permeabilità del complesso calcareo e del complesso dolomitico, pur 
uguali nel tipo, siano sostanzialmente diverse nel grado. Basti osser¬ 
vare sullo schizzo idrogeologico (Tav. 1) il gran numero di conche 
tettonico-carsiche interessanti le assise calcaree, in contrapposizione alle 
poche impiantatesi sui termini dolomitici. È chiaro che, essendo iden¬ 
tiche le condizioni di esposizione dei due complessi agli agenti atmo¬ 
sferici, il fenomeno debba riflettere la maggiore disponibilità dei calcari 
all'attacco dissolutore delle acque carbonicate. Se ciò viene tradotto in 
termini di permeabilità, bisogna riconoscere che quella del complesso 
calcareo è di gran lunga superiore a quella delle dolomie. Detta diffe¬ 
renza nel grado di permeabilità, per i motivi esposti in precedenza, ri¬ 
sulta ancora più marcata se il raffronto viene effettuato non più con le 
dolomie affioranti bensì con quelle sottoposte alle assise calcaree. 


4.3. Complesso calcareo-marnoso 

All’interno del massiccio (a nord dell'abitato di Venafro), si incon¬ 
trano piccole placche trasgressive composte da un’alternanza di calca- 
reniti e calcari marnosi spesso selciferi. A M. Lungo ed a M. La Defensa 
affiorano, invece, i calcari marnosi e le marne a Globigerine. 

Abbiamo assegnato queste formazioni al complesso c^lcareo-marnoso 
il cui grado di permeabilità, complessivamente molto basso, è da ritenere 
variabile da membro a membro. 

Allo stesso complesso sono state associate le brecciole a nummuliti, 
anche se riteniamo che, in generale, le intercalazioni marnose in esse ri- 


160 P. Celico e V. Stanganelli 


scontrate non possano svolgere un ruolo idrogeologico primario: e ciò 
sia per la loro discontinuità quanto per la frammentarietà che caratte¬ 
rizza gli affioramenti di tutta la formazione. 

L’importanza idrogeologica del complesso è, quindi, molto limitata. 
Soltanto nei pressi dell’abitato di Pozzilli la sua scarsa permeabilità 
sembra svolgere un ruolo importante. Infatti, considerata la particolare 
giacitura, esso dovrebbe marcare lo spartiacque sotterraneo tra i bacini 
delle sorgenti Capodacqua di Pozzilli e S. Bartolomeo. 


4.4 Complesso argilloso-arenaceo 

Lungo i bordi settentrionale e occidentale del massiccio, a contatto 
tettonico con i termini della serie di piattaforma, affiorano le formazioni 
terrigene terziarie. Si tratta della « formazione di Fresinone » (argille e 
arenarie grigie e gialle) [Accordi, 1962; Zalaffi, 1962] e della «formazione 
di Falvaterra » (argille scagliose varicolori con frazione lapidea di varia 
natura ed età) [Accordi, 1962; Zalaffi, 1962]. 

Dette formazioni vengono raggruppate nel complesso argilloso-arena¬ 
ceo il cui grado di permeabilità è scarso o pressocché nullo. 

Il principale ruolo idrogeologico viene esplicato al contatto con le as¬ 
sise carbonatiche: il complesso, infatti, tampona lateralmente la falda in 
rete dei litotipi a più alta permeabilità condizionandone il deflusso verso 
punti di recapito preferenziali. Inoltre, essendo molto probabile la so¬ 
vrapposizione dei monti di Venafro sui depositi terrigeni affioranti ai bordi 
[Celico, 1976], riteniamo che proprio questo complesso debba sostenere 
la falda di base dell’unità idrogeologica in esame. 

Lungo la fascia settentrionale del massiccio, detto impermeabile im¬ 
merge verso sud e si trova in posizione ipsometrica più elevata rispetto 
alla piezometrica minima della falda di base: dovrebbe quindi condizio¬ 
nare anche la direzione di flusso delle acque sotterranee. Si giustifica, 
così, l'assenza di sorgenti pedemontane significative lungo tutto il bordo 
nord dell’acrocoro carbonatico. 


4.5. Complesso vulcanico 

Le vulcaniti sono quasi esclusivamente legate alle fasi eruttive del 
vicino apparato vulcanico di Roccamonfina. Si tratta di sedimenti piro- 
clastici (ceneri, lapilli, pomici) e colate laviche (tefriti, basaniti e fono- 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 161 


liti leucitiche, latiti) affioranti preferibilmente nella parte sud-occidentale 
dell'area in esame. Pure affiorante è l'« ignimbrite campana » la cui genesi 
sembra essere legata ad eruzioni lineari [Di Girolamo, 1968]. 

Il complesso in esame è, dunque, molto eterogeneo ma svolge una 
unica azione idrogeologica di rilievo tamponando, in modo più o meno 
completo, la falda in rete del massiccio carbonatico. 

Le lave sono dotate di un discreto grado di permeabilità legato alla 
fessurazione da raffreddamento della massa fusa. Lo stesso tipo di per¬ 
meabilità, unitamente a quella per porosità, caratterizza l’« ignimbrite 
campana » laddove questa presenta la tipica fessurazione prismatico-co- 
lonnare. 

L'opera di tamponamento più efficace è esplicata dalle piroclastiti. 
In particolare, nelle ceneri l'effetto impermeabilizzante è esaltato e dalla 
granulometria fine e dal veloce processo di argillificazione a cui questi 
sedimenti sono generalmente sottoposti. 


4.6. Complesso fluvio-lacustre 

Spesso gli anzidetti sedimenti terrigeni e piroclastici risultano rico¬ 
perti da depositi continentali recenti di origine alluvionale o fluvio-lacu¬ 
stre. Si tratta di affioramenti arealmente molto diffusi, (Piana di Vena¬ 
fro), composti essenzialmente da ghiaie, sabbie, argille e limi misti a ma¬ 
teriale piroclastico dilavato dalle pendici. 

Poiché il ruolo idrogeologico svolto dai suddetti depositi è risultato 
pressocché identico, si è creduto opportuno raggrupparli in un unico 
complesso che abbiamo denominato, appunto, fluvio-lacustre. 

Nell’ambito del complesso il grado di permeabilità per porosità va¬ 
ria, da alto ad estremamente basso, a seconda della granulometria. Ciò 
si traduce in una discreta circolazione idrica per falde sovrapposte che 
trae una certa alimentazione anche dal massiccio carbonatico. Il com¬ 
plesso opera comunque un efficace tamponamento sulla falda di base del¬ 
l'unità idrogeologica venafrana. 

Considerato il carattere preliminare dello studio, anche i depositi di 
travertino affioranti nei pressi di Pozzilli sono stati associati a questo 
complesso nonostante siano dotati di caratteristiche idro-geologiche so¬ 
stanzialmente diverse. Si tratta di depositi legati, probabilmente, ad an¬ 
tiche manifestazioni sorgive non più attive a causa del graduale innalza¬ 
mento della « soglia di permeabilità » operato dai sedimenti fluvio-lacustri 
della piana di Venafro. Il loro grado di permeabilità per porosità è alto. 


162 P. Celico e V. Stanganelli 


ma anche notevolmente inferiore a quello dei complessi calcareo-dolomi- 
tici. Il ruolo idrogeologico si identifica, quindi, con quello esplicato dai 
sedimenti precedenti. Gli affioramenti sono comunque scarsi e di potenza 
limitata. 


4.7. Complesso detritico 

Nell'area in studio non mancano i depositi detritici pedemontani co¬ 
stituiti da sedimenti sciolti e solo occasionalmente cementati. Questi for¬ 
mano talvolta delle conoidi di deiezione e talvolta delle fasce detritiche 
continue che coprono i contatti tra i depositi di pianura e le pendici del 
massiccio. 

La genesi di questi depositi, che abbiamo indicato col nome di com¬ 
plesso detritico, è legata alla degradazione dei versanti. 

Le caratteristiche idrogeologiche sono ovviamente legate alle moda¬ 
lità di sedimentazione ed alla granulometria, prevalentemente grossolana, 
dei clasti che costituiscono detto complesso. Ne consegue che la permea¬ 
bilità è abbastanza elevata da permettere la presenza di discrete falde 
idriche. A causa della limitata estensione areale del complesso, la poten¬ 
zialità di queste ultime è legata più alla possibilità di alimentazione da 
parte del massiccio carbonatico che non all'aliquota d’acqua d’infiltra¬ 
zione diretta. 

In effetti, il grado di permeabilità del complesso non si discosta dal 
precedente. Si è preferito però distinguere gli accumuli detritici pedemon¬ 
tani perché, questi, non sempre hanno la possibilità di operare un effet¬ 
tivo condizionamento del deflusso della falda in rete. La piezometrica, 
infatti, viene spesso a trovarsi a quota più bassa rispetto a quella dei 
coni detritici. A parità di altri fattori, quindi, il ruolo idrogeologico varia 
sostanzialmente per effetto della posizione ipsometrica. 


4.8. Complesso eluviale 

Tra i depositi di origine continentale non bisogna dimenticare le terre 
rosse residuali della dissoluzione dei calcari. Queste, unitamente a cineriti 
rimaneggiate, a limi lacustri ed a detriti provenienti dalla degradazione 
della roccia in posto, costituiscono il complesso eluviale. 

Detti sedimenti, in prevalenza a grana fine, sono dotati di una per¬ 
meabilità per porosità molto scarsa. Ciò nonostante il loro contributo 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 163 


all'equilibrio idrogeologico del massiccio non è da sottovalutare. Infatti, 
impermeabilizzano il fondo delle conche carsiche, con i conseguenti be¬ 
nefici effetti, nei riguardi dell'infiltrazione, di cui si è detto in precedenza. 


5. Tettonica e limiti della struttura idrogeologica 

L’analisi della struttura dei monti di Venafro è stata impostata e 
condotta col fine preminente di chiarire i contatti tettonici di importanza 
idrogeologica. Per tale motivo sono state maggiormente curate le zone 
periferiche dell’area in esame: infatti, proprio i contatti tettonici lungo i 
margini del massiccio riescono a condizionare le direzioni di flusso delle 
varie falde in rete. 

Gli studi recentemente portati a termine dai ricercatori di diverse 
Scuole di Geologia hanno consentito di riconoscere ,nell’Appennino cen¬ 
tro-meridionale, resistenza di movimenti traslativi di notevole entità [Ac¬ 
cordi, 1962-1966; Fancelli - Ghelardoni - Pavan, 1966; Pieri, 1966; D'Argento - 
Pescatore - Scandone, 1972; Ippolito - D'Argenio - Pescatore - Scandone, 
1973-1975; Pescatore - Ortolani, 1973] \ 

In analogia a quanto osservato dagli anzidetti Autori è lecito atten¬ 
dersi, anche nei monti di Venafro, la presenza dei caratteri distintivi di 
una tettonica di compressione. 

AH'interno dell’acrocoro, il carattere prevalentemente distensivo della 
struttura non sembra armonizzare con l’ipotesi dell’alloctonia della stessa. 
Le fasi tettoniche di rilassamento, però, sono successive ai movimenti 
compressivi ragion per cui potrebbero aver cancellato molte tracce di 
questi ultimi. Non è da escludere, comunque, che nel cuore della placca 
carbonatica possano essere effettivamente presenti delle scaglie di limi¬ 
tata estensione. A tal proposito è da considerare che lo scarso interesse 
idrogeologico che avrebbe avuto un eventuale ritrovamento di dette sca¬ 
glie non ci ha fatto curare nel dettaglio questo aspetto della tettonica. 

Tracce di traslazione sono molto evidenti lungo il bordo settentrio¬ 
nale del massiccio dove si rinvengono i termini flyschoidi della « forma¬ 
zione di Frosinone » sottoposti [Accordi, 1962-1966; Pieri, 1966; Cocco, 1971; 
Pescatore - Ortolani, 1973; Ippolito - D’Argenio - Pescatore - Scandone, 
1973-1975] alle assise carbonatiche mesozoiche. 

A settentrione, quindi, l’acquifero è sovraimposto ai depositi flyschoidi 
miocenici. Soltanto per un breve tratto, a nord dell’abitato di Cerasuolo, 

1 Sono stati citati solo i lavori recenti di più ampia sintesi. 


164 P. Celico e V . Stanganelli 


la fascia argilloso-molassica si interrompe per far posto ad un altro com¬ 
plesso « impermeabile » composto in prevalenza da diaspri varicolori e 
marne. 

Da quanto esposto si deduce che nessuna comunicazione idrogeologica- 
mente apprezzabile lega i monti di Venafro al Parco Nazionale d'Abruzzo. 
In particolare, la sovrapposizione tettonica delle assise carbonatiche sui 
sedimenti terrigeni esclude qualsiasi collegamento idrogeologico tra il 
massiccio in esame e la sorgente di Capo Volturno. 

Anche lungo la valle del Rio Secco e nella piana di Cassino è stata 
messa in evidenza resistenza di fenomeni di sovrascorrimento di notevole 
entità [Celico, 1976] che rendono attendibile l'ipotesi del massiccio car- 
bonatico sovrapposto al flysch miocenico. 

Pure ad ovest, quindi, l'isolamento idrogeologico della struttura ve- 
nafrana appare certo. Sono perciò da escludere le ipotizzate alimentazioni 
delle sorgenti del F. Gari da parte della zolla del Rapido [Damiani, 1969] 
e delle sorgenti del F. Peccia da parte della struttura Simbruino-ernica 
[Boni, 1973; Boni-Bono, . 1973]. 

Lungo lo stesso bordo occidentale del massiccio è stata già posta in 
evidenza 1'esistenza di una direttrice tettonica regionale che, dall'abitato 
di Atina, giunge fino a Rocca Pipirozzi. Le tracce dell’originaria faglia 
sinsedimentaria si perdono, almeno parzialmente, tra gli abitati di S. 
Pietro Infine e Rocca Pipirozzi laddove la trasgressione cretacica sembra 
aver saldato la vecchia linea di rottura. Durante le fasi traslative tardo- 
mioceniche, detta saldatura avrebbe facilitato la traslazione del M. Ce- 
sima s.l. insieme al resto del massiccio: e ciò mentre a nord-ovest, lungo 
la stessa faglia, si staccavano lembi di varie dimensioni che oggi ritro¬ 
viamo nella piana di Cassino sotto forma di « Klippen » [Celico, 1976] 2 . 

Per il fine che ci si propone l'anzidetta osservazione ci sembra im¬ 
portante. Essa, infatti, pare dimostrare che le suddette aree carbonati- 
che siano sempre state a stretto contatto tra di loro, nonostante fossero 
separate dalla summenzionata linea tettonica e nonostante fossero carat- 

r 

2 A tal proposito riteniamo importante aggiungere che i sondaggi elettrici 
(Tav. 1) ubicati sui crinali di M. Trocchio e M. Porcàio hanno fatto registrare 
una resistività iniziale superiore ai 4.000 Q m (calcari affioranti) ridottasi, poi, 
a poche decine di Q m (« formazione di Frosinone »?). Inoltre, il foro C u (tav. 1) 
ha posto in evidenza che il substrato resistente evidenziato in alcune zone della 
piana di Cassino da Boni e Bono [1973] e dai nostri sondaggi elettrici è rappre¬ 
sentato da brecciole calcaree che riteniamo debbano essere intercalate nella 
« formazione di Frosinone » alla stregua di quelle affioranti nei pressi di Rocca 
d'Evandro, S. Ambrogio sul Garigliano, S. Giorgio a Liri, Ausonia [Accordi - 
Angelucci - Sirna, 1967]. 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 165 


terizzate da facies diverse. Dal punto di vista idrogeologico ciò dimostra 
1’esistenza di un collegamento carbonatico anche tra M. Cesima, M. Lungo 
ed i Monti di Rocca D'Evandro. Collegamento, questo, che è chiaramente 
visibile in affioramento tanto a M. Rotondo quanto nell'alta Valle del 

Feccia. 

A sud, dove affiorano abbondanti i prodotti effusivi del Roccamon- 
fina, appaiono evidenti i segni di una tettonica di rilassamento. Le vulca¬ 
niti e le falde detritiche pedemontane mascherano, però, i contatti ori¬ 
ginari tra serie carbonatica e terrigena. Quivi, i depositi vulcanici pon¬ 
gono un preciso limite strutturale e idrogeologico [Boni-Bono, 1973]. 

Sempre a sud, considerate le caratteristiche strutturali degli Aurunci 
orientali [Accordi, 1966], è da ritenere pure certa l'assenza di apporti da 
parte di questi ultimi [Nicotera-Civita, 1969; Boni-Bono, 1973]. 

Lungo il margine orientale del massiccio i limiti dell'unità idrogeolo¬ 
gica sono marcati da una serie di faglie dirette che seguono l’alveo del 
F. Volturno. 

La tettonica recente sembra essersi impostata su linee di rottura più 
antiche attivatesi, probabilmente, nel Trias superiore. Basti osservare che 
la serie carbonatica dei Monti di Venafro appare più completa di quella 
del Matese occidentale: infatti la trasgressione cretacica avviene, in que¬ 
st’ultimo, su termini stratigraficamente più bassi rispetto a quelli della 
zolla venafrana. 

Le indagini in corso non hanno ancora chiarito i rapporti esistenti 
tra le summenzionate unità morfologico-strutturali. Nella Piana di Vena¬ 
fro, comunque, la tenuta idraulica è assicurata dai sedimenti alluvionali 
e fluvio-lacustri. 

Che questo complesso sia in grado di operare un valido tampona¬ 
mento sulle assise carbonatiche è provato, innanzitutto dalla presenza 
di una serie di cospicue « sorgenti per soglia di permeabilità sovraim- 
posta » 3 ed in secondo luogo dall'assenza, negli stessi sedimenti, di una 
circolazione idrica degna di rilievo. 

Gli anzidetti depositi quaternari dovrebbero poggiare sul flysch mio- 
nico che si vede affiorare nelle zone ipsometricamente più elevate della 
piana. In basso, quindi, laddove è maggiore la pressione idrostatica eser¬ 
citata dalla falda di base, la tenuta idraulica dovrebbe essere assicurata 
da litotipi praticamente impermeabili. 

Rimane ora da discutere sull'eventuale esistenza di un collegamento 
carbonatico tra l'acrocoro venafrano ed i Monti del Matese. 


3 Nel corso del lavoro è stata utilizzata la classifica di Civita [ 1973/a]. 


12 


166 P. Celico e V. Stanganelli 


Se ci si ricollega a quanto premesso in merito all'alloctonia delle strut¬ 
ture carbonatiche, non dovrebbero sussistere eccessivi dubbi circa la pre¬ 
senza di un substrato impermeabile al di sotto dei due massicci. Al Ma¬ 
tese, nei pressi degli abitati di Capriati al Volturno, Fontegreca e Ma- 
strati, detto substrato sembra affiorare: sarebbe dunque a diretto contatto 
con Facquifero carbonatico dei monti di Venafro. 

Qualora le prossime indagini non dovessero verificare detta ipotesi 
di lavoro ci sembra che comunque l’isolamento idrogeologico tra i due 
massicci debba ritenersi verificato. Infatti, a parità di quota, lungo il 
versante orientale dei Monti di Venafro affiorano i termini alti della 
serie di piattaforma mentre sul versante opposto della piana si intra¬ 
vedono le dolomie di base. È facile dedurre che, in profondità, debba 
esistere un salto di permeabilità dovuto al contatto tettonico tra ter¬ 
mini a diversa permeabilità relativa. L’isolamento dovrebbe considerarsi 
pressocché perfetto perché entrambi i complessi, in profondità, sareb¬ 
bero saturi dell'acqua di fondo il cui deflusso è notoriamente molto lento 
(ci preme sottolineare questo concetto perché nel prosieguo del lavoro 
si avrà modo di osservare come, in condizioni diverse, si possa avere 
un certo travaso di acque tra complessi a diversa permeabilità relativa). 

In ogni caso, la presenza di copiose sorgenti ubicate lungo i margini 
opposti della piana conferma l'assenza di interdipendenza tra i due 
massicci. È evidente, infatti, che nessuna delle due strutture carbonati- 
che riesce a provocare un drenaggio preferenziale sulle acque dell’altra. 

In conclusione si può affermare che, indipendentemente dai motivi 
strutturali che le indagini in corso devono ancora chiarire, la placca 
carbonatica venafrana è da ritenere idrogeologicamente svincolata dalle 
strutture adiacenti. 


6. Idrodinamica delle reti acquifere sotterranee 

Nelle aree intramontane, laddove affiora il complesso calcareo, non 
esistono sorgenti di portata apprezzabile. Qualcuna invece, si intravede 
ad alta quota, nei termini dolomitici. 

È evidente che la maggiore permeabilità per fratturazione e carsi¬ 
smo delle rocce calcaree non permette neanche 1’esistenza di minuscole 
falde sospese. Tutte le grosse sorgenti, infatti, sono dislocate ai margini 
della zolla carbonatica, al contatto con i complessi idrogeologici meno 
permeabili: le acque di percolazione tendono, quindi, a defluire prefe¬ 
renzialmente verso il basso. 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 167 


Quanto osservato, però, non basta a giustificare resistenza di sor¬ 
genti marginali, anche copiose, ubicate a quota abbastanza elevata (S. 
Bartolomeo: 175 m circa; Capodacqua di Pozzilli: 207 m circa) rispetto 
alla piezometrica minima di base (sorg. del Feccia: 30 m circa s.l.m.). 

È chiaro che le falde alimentatrici delle anzidette sorgenti debbano 
essere sostenute da un'« impermeabile relativo »; questo dovrebbe inter¬ 
rompere o rallentare la veloce percolazione delle acque verso il fondo 
e consentire loro di traboccare in punti particolarmente favorevoli. 

Analizziamo, dunque, la genesi dei principali gruppi sorgentizi. 

Le sorgenti del F. Rapido sono rappresentate da una serie di sca¬ 
turigini in parte allineate lungo le incisioni ed alimentate dal complesso 
dolomitico affiorante nella zona nord-occidentale del massiccio. Alcune 
sono « sorgenti per affioramento della piezometrica » : non è difficile spie¬ 
garne la genesi essendo risaputo che, specie quando le dolomie sono 
tettonizzate, la piezometrica si. adatta, modellandola, alla morfologia del 
rilievo. 

Le sorgenti più basse (S. Elia) sono, invece, « per soglia di permea¬ 
bilità sovraimposta » in quanto l'acquifero è tamponato da depositi al¬ 
luvionali recenti. 

Con il limite occidentale degli affioramenti dolomitici dovrebbe coin¬ 
cidere lo spartiacque sotterraneo tra il bacino delle suddette scaturigini 
ed il bacino delle sorgenti del Rio Secco. Alcune, tra queste, sono « sor¬ 
genti per soglia di permeabilità sottoposta » essendo stata accertata [Ce- 
lico, 1976] la sovrapposizione tettonica dell'acquifero carbonatico sul¬ 
l'impermeabile argilloso-molassico. 

Le sorgenti S. Bartolomeo (Venafro) e Capodacqua (Pozzilli) sono 
alimentate da una falda sostenuta dalle dolomie sottostanti all'acquifero 
calcareo. I limiti della zona di alimentazione delle suddette scaturigini 
sono molto evidenti a nord, ad est ed a sud, essendo rappresentati dai 
bordi del massiccio. 

Ad occidente lo spartiacque dovrebbe seguire l'allineamento che passa 
per Venafro-Viticuso-Acquafondata, fino ad intercettare il limite orientale 
della zona di alimentazione delle sorgenti del Rapido. 

Nei pressi di Venafro lo stesso spartiacque è rappresentato dal con¬ 
tatto trasgressivo tra dolomie e calcari. Più a monte, invece, è marcato 
da un innalzamento del substrato dolomitico che, peraltro, affiora in più 
punti. 

L’allineamento evidenziato in tav. 1 è, ovviamente, indicativo perché il 
sollevamento delle dolomie è irregolare. A tal proposito è interessante 
osservare che la monoclinale complessa rappresentata dal massiccio im- 


168 P. Celico e V. Stanganelli 


merge preferenzialmente verso est: ciò provoca un innalzamento gene¬ 
ralizzato del substrato dolomitico ad ovest dello spartiacque indicato. 

A questo punto appare evidente che l’area di alimentazione delle sor¬ 
genti S. Bartolomeo e Capodacqua di Pozzilli è sproporzionata rispetto 
alle portate liberate. Certamente ciò non può meravigliare dopo quanto 
si è detto a proposito dell'« impermeabilità relativa » del complesso do¬ 
lomitico rispetto a quello calcareo ed a proposito della posizione reci¬ 
proca degli stessi. È evidente che le dolomie non possano trattenere a 
quota elevata tutta l'acqua che vi giunge dai sovrastanti calcari: ne ri¬ 
gurgitano, quindi, una certa quantità lasciandone filtrare un’altra aliquota 
che giunge alla falda di fondo e da qui alle sorgenti del F. Peccia. 

Ne consegue che il gruppo sorgentizio del Peccia ha un'area di ali¬ 
mentazione esclusiva rappresentata dalle zone più meridionali del Massic¬ 
cio ed altre aree in comune con le sorgenti summenzionate. 

In altri termini, nei monti a nord di Venafro non è possibile tracciare 
dei veri e propri spartiacque sotteranei: quelli indicati sullo schizzo idro¬ 
geologico devono essere intesi come i limiti delle zone di influenza delle 
sorgenti marginali poste in posizione ipsometrica elevata rispetto alla 
falda in rete principale. 

Al fine di verificare l’anzidetto schema di circolazione, sono stati rea¬ 
lizzati alcuni sondaggi (S 7 , S 9 , S a , S b , S g , C i4 , C 9 , Ci 2 ). In tutti, compreso 
quello ubicato a qualche centinaio di metri dalla sorgente S. Bartolo¬ 
meo (S 7 ), è stata riscontrata una piezometrica più bassa rispetto alla 
quota di emergenza della scaturigine. La cadente di detta piezometrica 
(Tav. 1) conferma 1'esistenza di una falda che scorre verso il F. Peccia. 

Come era ovvio attendersi, nei pozzi esistenti a monte della sorgente 
S. Bartolomeo (P) e nel sondaggio S c , la quota del pelo libero della falda 
è risultata di qualche metro più elevata rispetto alla quota dell’emer¬ 
genza. 

Quanto sopra esposto prova inequivocabilmente che la circolazione 
sotterranea, già a qualche centinaio di metri ad ovest dell’abitato di Ve¬ 
nafro, esula dal bacino della S. Bartolomeo. L'assenza nel massiccio 
di altre sorgenti basse conferma che la falda di base trova il suo punto 
di drenaggio preferenziale proprio all’estremità occidentale dei monti di 
Rocca d’Evandro, dove la soglia di permeabilità, presenta la sua zona 
più depressa. 

A questo punto riteniamo interessante dare uno sguardo alle sezioni 
1 e 2 (Tav. 2) sulle quali possono essere schematizzate le modalità di cir¬ 
colazione delle acque alTinterno del massiccio. 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc . 169 


Volendone focalizzare i punti chiave si può notare come all'altezza 
di M. Rotondo, esista un salto di permeabilità dovuto al contatto dei 
complessi dolomitico e calcareo. Appare evidente come questo contatto 
non possa costituire un ostacolo al movimento delle acque a causa del 
richiamo esercitato dalla quota molto bassa della soglia di permeabilità 
(vedi sorgenti del Peccia). Anzi, bisogna convenire che il deflusso ne è 
condizionato favorevolmente perché la piezometrica, al di là della faglia, 
deve subire un appiattimento legato alla maggiore permeabilità dei calcari. 

In corrispondenza del M. S. Croce e del gruppo del M. Cesima, in¬ 
vece, il deflusso viene rallentato a causa della minore « permeabilità re¬ 
lativa » delle dolomie rispetto ai calcari. 

Così, con il primo ostacolo (dolomie di M. S. Croce) si giustifica il 
rigurgito ed il trabocco delle acque in corrispondenza delle sorgenti di 
Venafro e di Pozzilli; il secondo ostacolo (dolomie del M. Cesima), in¬ 
vece, consente alla falda di base di mantenersi alta nei monti prospi¬ 
cienti la Piana di Venafro (quota media circa 155 m s.l.m.) e bassa in 
corrispondenza dei Monti di Rocca d'Evandro. A tal proposito è impor¬ 
tante osservare che, durante i lavori di costruzione della galleria E.N.E.L. 
che deriva le acque dal bacino del Volturno per trasferirle nel bacino 
del Garigliano, nei pressi di Rocca Pipirozzi è stata incontrata una falda 
(m 154 circa s.l.m.) che sarebbe sparita dopo 600 -4- 700 m, in corrispon¬ 
denza di una faglia. La falda è stata poi riincontrata a quota più bassa 
(m 30 circa s.l.m.), nei monti di Rocca d’Evandro [Boni-Bono, 1973]. 

Da quanto esposto si deduce che i contatti tettonici e stratigrafici tra 
calcari e dolomie non costituiscono uno sbarramento al movimento della 
falda in rete bensì lo condizionano in modo diverso a seconda della posi¬ 
zione reciproca dei due complessi rispetto alla direzione di flusso della 
falda stessa. Soltanto in condizioni particolari, allorché concorrono altri 
fattori, il contatto calcari-dolomie può consentire un effettivo isolamento 
idrogeologico con interscambi trascurabili tra bacini diversi. 

Si può pertanto concludere che il movimento della falda di base verso 
il suo punto di recapito preferenziale (sorgenti del Peccia) è legato esclu¬ 
sivamente all’andamento altimetrico della cintura impermeabile che cinge 
il massiccio carbonatico. 


7. Conclusioni 

Da questo primo approccio con i problemi idrogeologici dei Monti di 
Venafro sono emersi molti elementi interessanti che rappresentano una 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 





































































































































































































































Celico P. e Stanganelli V. - Sulla strut¬ 
tura idrogeologica , ecc. Tav. I 































































































































































































Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Celico P. e Stanganelli V. - Sulla strut¬ 
tura idrogeologica, ecc. Tav. I 



Tav. 1 


Complesso eluviale 


Complesso detritico 


Complesso 
fluvio - lacustre 


Complesso vulcanico 


Complesso 
argilloso - arenaceo 

Complesso 
calcareo - marnoso 


Complesso calcareo 


Complesso dolomitico 


Piccole klippen 
calcareo - dolomitiche 


Faglie principali 


Limite di 
sovrascorrimento 


Giacitura degli strati 


Cono di deiezione 


Sorgenti principali 


Principali spartiacque 
sotterranei 

Limiti presunti delle aree 
di aliment delle sorgenti 
S.Bartolomeo e C. d'Acqua 

Direzione di flusso della 
falda in rete di base 

Idem c.s della falda in 
rete sospesa 


Sondaggi meccanici 


Sondaggi elettrici 


Quota delle sorgenti e 
della falda nei calcali 


Traccia di sezione 




























































































































































































































Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Celico P. e Stanganelli V. - Sulla strut¬ 
tura idrogeologica, ecc. Tav. II 






















Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 173 


utile base di lavoro per il futuro. In particolare, sono stati individuati i 
limiti delle aree di alimentazione dei singoli gruppi sorgentizi, sono stati 
riconosciuti i limiti della struttura idrogeologica e sono state pure defi¬ 
nite le modalità di deflusso delle acque all'interno della stessa. 

Sarebbe stato opportuno concludere il lavoro con il calcolo del bi¬ 
lancio idrogeologico. Questo, però, ha presentato notevoli difficoltà sia 
per la mancanza di dati omogenei relativi alle portate sorgive e sia per¬ 
ché non esistono dati termopluviometrici relativi alle alte quote. Per tale 
motivo si è preferito effettuare una valutazione preliminare delle risorse 


TABELLA 1 




I 

ì 

P h =P+10%P 

Ah 

nf 




Complessi 

idrogeologici 

S kmq 

mm/a 

O 

a 

& 

mm/a 

Q 

a 

o 

E r = 34 % 
mc/a 

nf o 

a 

ii 

o 

C.LP. 

o/o Q 

ci 

*1 

mc/a 

c. calcareo- 

marnoso 

18,5 

1465 

27,1 

1611 

29,8 

10,1 

19,7 

40 

11,8 

7,9 

c. calcareo 

253,9 

1392 

353,4 

1531 

388,7 

1322 

256,5 

90 

25,7 

230,8 

c. dolorai- 

tico 

90,8 

1388 

126,0 

1256 

138,6 

47 1 

91,5 

50 

45,7 

45,8 

totali 

363,2 

1395 

506,5 

1534 

557,1 

189,4 

367,7 

77 

83,2 

284,5 


idriche, valida soltanto come ordine di grandezza ma comunque suffi¬ 
ciente ad avvalorare quanto è stato definito attraverso le indagini. 

L’infiltrazione potenziale, pari a circa 285 • IO 6 mc/anno (vedi tabella 
n. 1), è stata calcolata con gli stessi criteri utilizzati in Celico-Stanganelli 
[1975], ma tenendo conto delle aree di affioramento dei soli acquiferi car¬ 
sici. Detta infiltrazione potenziale, se raffrontata alla media delle uscite 
(Vedi tabella n. 2: circa 280 • IO 6 mc/anno), evidenzia resistenza di un 
deficit in favore delle entrate di circa 5 • IO 6 mc/anno (2 % circa dell’in¬ 
filtrazione potenziale). 

A nostro avviso l’anzidetto deficit, perfettamente ammissibile in quan- 
tizzazioni di questo livello, è da addebitare alla scarsa omogeneità dei 
dati disponibili oltre che all'impossibilità di valutare, in questa sede, i 
quantitativi d’acqua che riescono a filtrare dall’acquifero calcareo-dolo- 
mitico nei depositi quaternari più permeabili. 

















174 P. Celico e V. Stanganelli 


Anche attraverso il bilancio idrogeologico potenziale, dunque, si ha 
conferma circa la provenienza delle acque delle sorgenti del F. Peccia. 

Basterebbe non prendere in considerazione la portata di dette scatu¬ 
rigini per dover constatare un deficit degli efflussi pari a circa il 60 % dei 


TABELLA 2 


Sorgenti o gruppi sorgentizi 

Portata Q 

mc/s 

1 

IO 6 mc/anno 

1 

Area di alimentazione del gruppo del 

Rio Secco 



— gruppo del Rio Secco 

0,28 0) 

8,82 (*) 

— altre sorgenti 

0,05 C) 

1,57 0) 

Area di alimentazione del gruppo del 
Rapido 



— gruppo del Rapido 

1,47 0 

46,35 O 

— altre sorgenti 

0,16 0) 

5,03 (>) 

Area di alimentazione della sorgente 
Capodacqua 



— sorgente Capodacqua di Pozzilli 

0,50 ( 2 ) 

15,76 ( 2 ) 

Area di alimentazione della sorgente 

S. Bartolomeo 



— sorgente S. Bartolomeo 

1,14 ( 3 ) 

35,94 ( 3 ) 

Area di alimentazione delle sorgenti 
del Peccia 



— sorgenti del Peccia 

5 23 ( 4 ) 

165,00 ( 4 ) 

— altre sorgenti 

0,05 0) 

1,57 O 

Totale 

8,88 

280,04 


(*) Media di più misure sistematiche o da bibliografia. 

( 2 ) Portata indicativa: la sorgente ha un regime estremamente variabile, con 
punte che oscillano da O l/s nei periodi di magra ad oltre 1000 l/s nei periodi 
di piena. 

( 3 ) Media di n. 40 misure sistematiche eseguite dal S.I. nel periodo giugno 
1968/novembre 1972. 

( 4 ) Da Boni-Bono [1973] (N.B. La media di n. 36 misure sistematiche eseguite 
sul F. Peccia dal S.I. nel periodo giugno 1957/gennaio 1961 indica una portata di 
5,88 mc/s: tenendo conto della presumibile portata media del fiume a monte 
delle sorgenti, si dovrebbe ottenere una portata sorgiva media molto prossima 
se non coincidente con quella stimata dagli anzidetti Autori). 

(In data 11-9-1975 è stata misurata una portata sorgiva di 6,31 mc/s). 







Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 175 


quantitativi d'acqua d'infiltrazione potenziale: la percentuale non è certo 
compatibile con le approsimazioni proprie di questo tipo di calcoli 4 . 

Un’ulteriore conferma circa l'origine delle sorgenti del F. Peccia si 
fia dall'interpretazione delle analisi chimiche relative alle acque dello 
stesso Peccia, delle sorgenti di Venafro e di Cassino. 

Dai rapporti caratteristici Mg/Ca e S0 4 /C1 (tab. n. 3) si evince molto 
chiaramente che le acque del gruppo Cassino (nn. 1, 2, 3) e del gruppo 
Venafro (nn. 4, 5) provengono da due corpi idrici diversi. In particolare, 


TABELLA 3 


N. 

Sorgenti 

rMg/rCa 

rS0 4 /rCl 

Formula ionica 
(facies chimica) 

1 

Mastronardi 

0,24 

1,38 

Ca Mg Na C0 3 S0 4 CI 

2 

Sondaggio C 6 

0,22 

1,27 

Ca Mg Na C0 3 S0 4 CI 

3 

Gari 

0,21 

1,04 

Ca Mg Na C0 3 S0 4 CI 

4 

S. Bartolomeo 

0,35 

0,02 

Ca Mg Na C0 3 CI S0 4 

5 

Peccia 

0,33 

0,09 

Ca Mg Na C0 3 CI S0 4 


il minore valore del rapporto S0 4 /C1 riscontrato nelle acque della sor¬ 
gente S. Bartolomeo rispetto a quelle del Peccia indica che queste ultime 
provengono dalla falda idrica di base. 

Montando i dati analitici in un diagramma di Schoeller-Berkaloff si 
evidenzia in maniera incontrovertibile la differenza di « facies chimica » 
dei due gruppi di sorgenti: dalla « facies chimica », infatti, si può dedurre 
(tab. n. 3) che mentre le acque di Cassino provengono da un acquifero 
calcareo-dolomitico, quelle del gruppo montuoso venafrano provengono 


4 A tal proposito riteniamo importante precisare che Boni [1973], in una 
valutazione approssimativa del rapporto entrate - uscite della struttura Sim- 
bruino-ernica, porta in conto le sorgenti del Peccia. A nostro avviso la portata 
necessaria a far quadrare detto « bilancio » dovrebbe defluire in gran parte 
a valle delle stazioni idrometrografiche esistenti sul F. Gari a Cassino. Le emer¬ 
genze più concentrate pare si verifichino in corrispondenza della sorgente Ma- 
stronardi dove è visibile la risalita di acqua in pressione nell’alveo del fiume. 
Misure differenziali effettuate, il 20 agosto ed il 22 settembre 1970, a monte ed 
a valle di detta scaturigine (sia pure tenendo conto dell'approssimazione do¬ 
vuta alla non omogeneità dei-dati relativi alle utenze in atto), hanno consen¬ 
tito di calcolare una portata prossima se non uguale a quella di magra [Boni- 
Bono, 1973] del Peccia. 





176 P. Celico e V. Stangartela 


da un acquifero più specificatamente dolomitico (e ciò in accordo con 
quanto dedotto attraverso considerazioni di carattere geologico). 

In conclusione si può affermare che gli studi hanno già risolto i 
maggiori problemi idrogeologici della struttura dei Monti di Venafro. 
In particolare è emerso a chiare lettere che una falda copiosa, non ancora 
utilizzata, scorre alla base del massiccio verso le sorgenti del F. Peccia. 
Di detto corpo idrico rimangono da definire le modalità di sfruttamento. 


APPENDICE 


Simboli usati nel testo e nelle tabelle 


s 4 

p = 
Ph = 


E r = 


Q = 
C. I. P. = 


I P 

R P 


superfici, in kmq; 

precipitazioni totali medie annue osservate, in mm/a e in 
IO 6 mc/a; 

precipitazioni totali medie annue, corrette in funzione della 
elevazione media (h), in mm/a e in IO 6 mc/a (è stato ritenuto 
valido, in prima approssimazione, il fattore di correzione tro¬ 
vato da Civita [1973/c] per l'adiacente unità idrogeologica 
dei Monti del Matese e già utilizzato in Celico - Stanganelli 
[1975]); 

evapotraspirazione reale media annua in IO 6 mc/a (è stato ri¬ 
tenuto valido, in prima approssimazione, il tasso di evapo¬ 
traspirazione calcolato da Civita [1973/c], peraltro prossimo 
ai valori calcolati in altre strutture carbonatiche dell’Appen- 
nino centro-meridionale da vari Autori [Civita, 1975]; 

(P h — E r ) deflusso globale medio annuo, in IO 6 mc/a; 
coefficiente di infiltrazione potenziale, espresso in percentuale 
di Q (sono stati ritenuti validi, in prima approssimazione, i 
coefficienti trovati da Civita [1973/c] per l’adiacente unità 
idrogeologica dei Monti del Matese); 
infiltrazione potenziale media annua, in IO 6 mc/a; 
ruscellamento potenziale medio annuo, in IO 6 mc/a; 


BIBLIOGRAFIA 

Accordi B., 1962 - Lineamenti strutturali del Lazio e dell’Abruzzo meridionali. 
Mem. Soc. Geol. It., 4, Bologna. 

Accordi B., 1966 - La componente traslativa nella tettonica dell’Appennino Laziale¬ 
abruzzese . Geol. Rom., 5, Roma. 

Accordi B., Angelucci A., Sirna G., 1967 - Note illustrative della Carta Geologica 
d’Italia alla scala 1: 100.000, fogli 159 e 160 (Frosinone e Cassino ). Serv. Geol. 
d’It., Roma. 


Sulla struttura idrogeologica dei monti di Venafro, ecc. 177 


Accordi B. e Al., 1969 - Idrogeologia dell’alto bacino del Liri (Appennino Cen¬ 
trale). Geol. Rom., 8, Roma. 

Ass. intern. di idrol. sciENTiF., 1962 - Legenda per le carte idrogeologiche. Bull. 
IASH, 7, 3, Lovanio. 

Boni C. F., 1973 - Lineamenti idrogeologici dell’Appennino carbonatico laziale¬ 
abruzzese (primi risultati della campagna 1910/72). E.S.A., Atti 2° Conv. In¬ 
terri. Acque Sotterranee, Palermo. 

Boni C. F., Bono P., 1973 - Segnalazione di un gruppo di grandi sorgenti nel ba¬ 
cino del Fiume Peccia, affluente del Garigliano. Geol. Rom., 7, Roma. 

Castany G., 1967 - Traité pratique des eaux souterraines. Dunod, Paris. 

Castany G., 1968 - Prospection et exploitation des eaux souterraines. Dunod, Paris. 

Celico P., 1976 - Nuove vedute sulla struttura della piana di Cassino in base a 
recenti indagini idrogeologiche. Boll. Soc. Natur. in Napoli - in corso di 
stampa. 

Celico P., Civita M., Garofalo F., 1976 - Idrogeologia del massiccio del Cervialto. 
Titolo provvisorio. In preparazione. 

Celico P., Stanganelli V., 1975 - Le ricerche di nuove risorse idriche nelle regioni 
carsiche campane e molisane. E.S.A., Atti 3° Conv. Intern. Acque Sotterranee, 
Palermo. In corso di stampa. 

Civita M., 1969 - Idrogeologia del massiccio ■ del Terminio - Tuoro (Campania). 
Mem. e Note Ist. Geol. Appi., 11, Napoli. 

Civita M. 1973/a - Schematizzazione idrogeologica delle sorgenti e delle relative 
opere di captazione. Mem. e Note Ist. Geol. Appi., 12, Napoli. 

Civita M. 1973/b - Proposta operativa per la legenda delle carte idro geologiche. 
Boll. Soc. Natur. in Napoli, 82. 

Civita M., 1973/c - L’infiltrazione potenziale media annua nel massiccio carbo¬ 
natico del Matese ( Italia Meridionale). E.S.A. Atti 2° Conv. Intern. Acque 
Sotterranee, Palermo. 

Civita M., 1975 - Criteri di valutazione delle risorse idriche sotterranee in regioni 
carsiche. E.S.A. Atti 3° Conv. Intera. Acque Sotterranee, Palermo. In corso 
di stampa. 

Civita M., De' Medici G. B., De Riso R., Nicotera P., Nota D'Elogio E., 1973/a - 
Memoria descrittiva della Carta Idrogeologica della Campania Nord-Occi¬ 
dentale E.S.A., Atti 2° Conv. Intera. Acque Sotterranee, Palermo. 

Civita M., De’ Medici G. B., De Riso R., Nicotera P., Nota D’Elogio E., 1973/b - 
Carta idrogeologica della Campania Nord-Occidentale. E.S.A. Atti 2° Conv. 
Intera. Acque Sotterranee, Palermo. 

Civita M., De Riso R., Vallario A., De Masi R., 1971 - Idrogeologia del Massiccio 
del Taburno-Camposauro (Campania). Mem. Soc. Geol. It., 10, Roma. 

Civita M., Nicotera P., 1974 - L’avancement des connaissances sur les conditions 
hydrogéologiques en Campania (Italie du Sud) dans les dix dernières an- 
nèes. A.I.H. Reunion Plen. Intera., Montpellier, France. 

Cocco E., 1971 - Note illustrative della Carta geologica d’Italia alla scala 1: 
100.000, foglio 161 (Isernia). Serv. Geol. d'It., Roma. 

Damiani A. V., 1969 - La sorgente di Capo Volturno in rapporto alle condizioni 
geoidrologiche e strutturali del Monte della Rocchetta e dei Monti della 
Meta. Boll. Soc. Natur. in Napoli, 78. 


178 P. Celico e V. Stanganelli 


D'Argenio B., Pescatore T., Scandone P., 1972 - Schema geologico dell'Appennino 
meridionale (Campania-Lucania) . Acc. Naz. Lincei, Quaderni di Scienza e 
Cultura, Roma. 

Devoto G., 1965 - Lacustrine Pleistocene in thè Lower Livi Valley. Geol. Rom., 4, 
Roma. 

Di Girolamo P., 1968 - Petrografia dei tufi campani: il processo di pipernizzay 
zione. Rend. Acc. Se. Fis. e Matem. della Soc. Naz. di Se. Lett. e Arti in 
Napoli - serie 4, 35, Napoli. 

Dondi L., Papetti I., 1965 - Sul ritrovamento di una microfacies a Miogypsina 
e Lepidocyctina sul fondo del Pozzo Contursi I (m 3478) nel Cilento. Geol. 
Rom. 4, Roma. 

Fancelli R., Ghelardoni R., Pavan G., 1966 - Considerazioni sull'assetto tettonico 
dell’Appennino calcareo centro-meridionale. Mem. Soc. Geol. It., 5, Roma. 

Ippolito F., D’Argento B., Pescatore T., Scandone P., 1973 - Unità stratigrafico- 
strutturali e schema tettonico dello Appennino meridionale. Guida alle escur¬ 
sioni per gli studenti dei corsi di laurea in Scienze Geologiche e Naturali, 
Napoli. 

Ippolito F., D'Argenio B., Pescatore T., Scandone P., 1975 - Structural-stratigraphic 
units and tectonic framework of Southern Apennines. Edited by Coy Squy- 
res. The Earth Sciences of thè Libyan Arab Republic, Tripoli. 

Ministero LL.PP., 1942 - Servizio Idrografico, Pubblicazione n. 14. Le sorgenti 
Italiane, Volume VII (Campania). Ist. Poi. dello Stato, Roma. 

Ministero LL.PP., 1968 - Servizio Idrografico. Pubblicazione n. 24. Precipitazioni 
medie mensili ed annue e numero dei giorni piovosi per it trentennio 1921- 
1950. Ist. Poi. dello Stato, Roma. 

Ministero LL.PP., 1919-1970 - Servizio Idrografico. Annali Idrologici. Sez. Idro¬ 
grafica di Napoli: Anni 1919-1970. Ist. Poi. dello Stato, Roma. 

Nicotera P., 1973 - Metodologie di studio della circolazione idrica delle rocce 
carbonatiche. E.S.A. Atti 2° Conv. Intern. Acque Sotterranee, Palermo. 

Nicotera P., Civita M., 1969 - Idrogeologia della Piana del basso Garigliano (Ita¬ 
lia Meridionale). Mem. e Not. Ist. Geol. Appi., 11, Napoli. 

Nicotera P., De Riso R., 1969 - Idrogeologia del Vallo di Diano. Mem. e Note Ist. 
Geol. Appi., 11, Napoli. 

Pescatore T., Ortolani F., 1973 - Schema tettonico dell’Appennino Campano- 
Lucano. Boll. Soc. Geol. It., 92, Roma. 

Pieri M., 1966 - Tentativo di ricostruzione paleogeografico-strutturale dell’Italia 
centro-meridionale. Geol. Rom., 5, Roma. 

Schoeller H., 1962 - Les eaux souterraines. Masson, Paris. 

Schoeller H., 1968 - Methods pour obtenir le bilan des eaux souterraines. Ass. 
Gen. de Berne A.I.H.S., Louvain. 

Servizio Geologico d’Italia, 1970 - Carta geologica d’Italia scala 1:100.000. F° 160 
(Cassino) e F° 161 (Isernia). Ist. Poi. dello Stato, Roma. 

Turc. L., 1954-55 - Le bilan d’eau des sols. Relation entre les précipitations, l’éva- 

poration et Vecoulement. Ann. Agronom., Paris. 

Zalaffi M., 1962 - Su alcune piccole strutture affioranti nella piana di Cassino. 
Mem. Soc. Geol. It., 4, Bologna. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 179-203, figg. 4, tab. 1, tavv. 4 


Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816 
(Alghe verdi Dasicladacee) (*) 

Nota di Filippo Barattolo e del socio Piero De Castro 

(Tornata del 30 aprile 1976) 


Riassunto. —- Nel presente lavoro viene fornito un inventario delle cono¬ 
scenze sul genere Dactylopora Lamark 1816 e ne viene proposta l’istituzione di 
una nuova specie, Dactylopora praturloni, per alcuni esemplari riscontrati nel- 
l'Appennino Meridionale. 

Le differenze fra gli esemplari dell’Appennino e la specie Dactylopora cv- 
lindracea (finora l'unica nota) risiedono principalmente nel maggior numero di 
rami per verticillo e in altri caratteri minori come per esempio la struttura 
della calcificazione che risulta costituita da un manicotto interno e da un ma¬ 
nicotto esterno separati da un’intercapedine. Quindi, le differenze menzionate 
tra D. praturloni e D. cylindracea non sono cospicue e possono portare a valu¬ 
tazioni diverse sulla opportunità di istituire una nuova specie. La troppo diversa 
localizzazione paleogeografica dei due taxa ci fa ritenere più opportuna, al¬ 
meno per il momento, di attribuire gli esemplari dell’Appennino ad una specie 
distinta anche se la sua validità necessita di essere confermata con lo studio 
della variabilità di un’ampia popolazione: studio che non ci è stato possibile 
effettuare. 

Summary. — The present work is a review of thè genus Dactylopora La- 
marck 1816. A new species (Dactylopora praturloni) is also proposed on thè 
base of some specimens found in a calciruditic level with cobbles of Eocenic age 
interbedded in Miocene flysch deposits near Potenza (Southern Apennines - 
Italy). 

These Apenninic specimens differ from Dactylopora cylindracea (at present 
thè only species known), mainly for a greater number of branches in a whorl 
and for other secondary characters as thè calcification structures consistine 
of an inner and outer calcareous wall divided by a space. Such differences be< 
tween Dactylopora praturloni and Dactylopora cylindracea are not very remark- 
able, so that thè opportunity of a new species is discussed: thè different pa- 


(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R. 

Desideriamo esprimere i ringraziamenti più vivi al Prof. Antonio Praturlon 
dell'Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università di Roma per le cor¬ 
tesie usateci e per la lettura critica del manoscritto. 


180 F. Barattolo e P. De Castro 


laeogeographic distribution of thè two taxa supports better, for thè moment, 
thè idea that Dactylopora praturloni is a new species, even if further inves- 
tigations, mainly through a statical study of large population, are needed. 


1. Premessa e conclusioni 

In questo lavoro viene descritta una nuova specie di alga verde dasi- 
cladacea (ord. Dasycladales ) appartenente al genere Dactylopora Lamarck 
(1816), riscontrata in un ciottolo di età eocenica inglobato in una succes¬ 
sione flyschioide attribuita al Miocene dei dintorni di Vietri di Potenza 
(Basilicata, Italia Meridionale) (Sgrosso, 1966). Il ritrovamento riveste un 
certo interesse sia perché il genere era noto finora con una sola specie, 
sia perché esso sembrava localizzato soltanto alla Francia e al Belgio. 

Sebbene il materiale esaminato sia piuttosto scarso, si sono potuti 
determinare tutti i caratteri essenziali del tallo. Il genere Dactylopora, 
col nuovo rinvenimento risulta rappresentato, ora, perciò, dalle specie: 
D. cylindracea Lamarck, 1816 e D. praturloni n. sp. La nuova specie diffe¬ 
risce da quella di Lamarck principalmente per Televato numero di pori 
per verticillo e per l'andamento della calcificazione. 


2. Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 

La specie tipo del genere fu descritta ed illustrata, in modo molto 
approssimato, per la prima volta, da Bosc nel 1806 che la paragonò alle 
retepore e la indicò col nome di « Rétéporite ovoide ». Successivamente 
nel 1816, Lamarck, conformemente alla nomenclatura linneana, designò 
questi esemplari (che ritenne, anch'egli, dei « polipai ») con Dactylopora 
cylindracea e diede la seguente diagnosi del genere Dactylopora: «Poli¬ 
paio lapideo, libero, cilindrico, lievemente claviforme, ampiamente arro¬ 
tondato ad una estremità, rastremato e perforato all’altra. Superfìcie 
esterna reticolata con maglie romboidali, con reticolato di pori esterno. 
Pori piccolissimi. (Polypier pierreux, libre, cylindracé, un peu en massue 
et obtus à une extrémité, plus étroit et percé à l’autre. Surface extérieure 
réticulée, à mailles rhomboidales, à réseau pcreux en dehors. Pores très- 
petits). 

In seguito, salvo rare eccezioni (fide Morellet, 1913: Lamquroux 1821, 
Deslongchamps 1824, Bronn 1825), il nome generico e quello specifico pro¬ 
posti da Lamarck per le forme di Bosc sono stati gli unici usati se si pre¬ 
scinde dall’uso inappropriato di essi per indicare altri tipi di organismi. 


Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc. 181 


(vedi Morellet, 1913, nota I a p. 26). Tuttavia, la vera natura di alga verde 
dasicladacea di Dactylopora cylindracea fu riconosciuta, per la prima volta, 
da Munier-Chalmas nel 1877; le prime descrizioni soddisfacenti, invece, 
furono quelle fornite da Steinmann (1903) e soprattutto, la seguente di 
Morellet (1913): « Manicotto calcareo a forma di ditale, aperto ad una 
estremità, arrotondato e chiuso all’altra. Superficie esterna regolarmente 
reticolata. Parete robusta attraversata da verticilli di pori radiali che si 
aprono ognuno al centro delle maglie del reticolato. Cisti di piccole di¬ 
mensioni, sferiche, numerose, raggruppate tutt’attorno alla superficie 
esterna dei pori e comunicanti con questi ultimi. (Coquille en forme de 
doigtier, ouverte à une extrémité arrondie et fermée à Vautre; surface 
externe, régulièrement treillissée; parois épaisses traversées par des ver- 
ticilles de canaux radiaires qui s’ouvrent chacun au centre d’une des 
mailles du treillis; chambres sporangiques de petite taille, sphériques, 
nombreuses, groupées tout autour de la partie externe des canaux dans 
laquelle elles débouchent). 

Gli autori posteriori non hanno apportato sostanziali modifiche alla 
diagnosi citata. Tuttavia, è da segnalare che Pia (1927) includeva fra i 
caratteri del genere il fatto che il sifone assiale fosse provvisto di una 
sottile calcificazione (già osservata da Steinmann e dai Morellet sepa¬ 
rata dal ben più robusto manicotto calcareo che si sviluppava per quasi 
tutta la lunghezza dei rami. 

Se si escludono le specie più antiche impropriamente attribuite a 
Dactylopora, citate da Morellet, sono state, successivamente, attribuite 
a questo genere D. cylindracea Lamarck, D. anatolica Pfender, D. (?) sp. 
Johnson (1961) e D. praturloni n. sp. 

Di queste D. anatolica, come è stato dimostrato da Massieux (1966), 
non è da considerarsi una vera Dactylopora. Molto probabilmente non è 
nemmeno una Dactylopora la forma dubitativamente riferita, come Dac¬ 
tylopora (?) sp., da Johnson a questo genere, poiché sia nelle illustrazioni 
fornite dall’Autore, sia nella descrizione, non si ravvisano i caratteri pe¬ 
culiari del taxon in esame (presenza degli organi riproduttori attorno ai 
rami). 

Conseguentemente, al momento attuale, il genere risulta rappresen¬ 
tato soltanto dalle specie D. cylindracea e D. praturloni. Le due specie sono 
molto simili fra loro e differiscono principalmente per il numero di rami 
per verticillo; esse permettono di precisare la diagnosi del genere, già 
esauriente, fornita da Morellet, sia per quanto riguarda la calcificazione 
sia per quanto riguarda la morfologia delle parti molli del tallo. 


13 


182 F. Barattolo e P. De Castro 


La diagnosi di Dactylopora potrebbe, quindi, essere la seguente: tallo 
semplice, cilindrico o claviforme. Rami disposti in verticilli (verticilli al¬ 
terni nelle specie note) di primo ordine, con sezione trasversale costante 
o dilatantesi più o meno sensibilmente verso l’esterno, svasati distalmente 
in modo da formare un cortex. Organi di riproduzione di piccole dimen¬ 
sioni non raggruppati e disposti attorno ai rami e tra i rami. 

I caratteri citati sono volutamente comprensivi per poter soddisfare 
convenientemente ad una diagnosi di rango generico. A causa del numero 
limitato delle specie di questo genere, ci sembra azzardato attribuire, al¬ 
meno per il momento, importanza generica ad altri caratteri presenti nelle 
due specie note. Così si è data importanza secondaria alla inclinazione 
dei rami che sono perpendicolari al sifone assiale in D. praturloni e lie¬ 
vemente inclinati verso l’alto in D. cylindracea, specialmente nell’esem¬ 
plare illustrato da Massieux. 

La stessa osservazione vale per l’andamento dei rami i quali in D. 
praturloni sono costituiti, ognuno, da due porzioni ben distinte, una pros¬ 
simale, relativamente breve e probabilmente, cilindrica, che si raccorda 
tramite una stretta zona di passaggio alla porzione restante del ramo, 
che è acrofora, molto più sviluppata longitudinalmente e trasversalmente, 
attorno alla quale insistono gli organi di riproduzione. Dal punto di vista 
della calcificazione del tallo, la porzione prossimale dei rami ha una certa 
importanza in quanto è la causa, almeno parziale, della distribuzione della 
calcificazione secondo due manicotti calcarei, uno interno e l’altro esterno, 
separati da una intercapedine (vedi descrizione di D. praturloni ). 

Distribuzione stratigrafica e geografica. Dactylopora cylindracea ri¬ 
sulta segnalata finora (Morellet, 1913, 1922, 1939; Massieux, 1966) soprat¬ 
tutto nell’Eocene medio (Luteziano ed Auversiano) della Francia (Bacino 
di Parigi, Cotentin, Bretagna) e del Belgio; subordinatamente nell’Eocene 
superiore (Bartoniano) della Francia (Oise). 

La posizione stratigrafica della specie dell'Appennino, Dactylopora pra¬ 
turloni, per quanto sia riferibile sicuramente all'Eocene, non è precisa- 
bile ulteriormente. 

Comparazioni con generi affini. I generi che presentano maggiori af¬ 
finità con quelli in esame sono Digit ella Morellet (1913), Maupasia Mo¬ 
rellet (1917, emend. 1922) e Zittelina Morellet (1913). 

Dactylopora si differenzia facilmente da essi perché possiede organi 
riproduttori di piccole dimensioni (qui considerati cisti) non raggruppati. 
Negli altri tre generi, invece, le cisti sono raggruppate in ampulle calci- 


Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc. 183 


ficaie sferiche ( Maupasia ) o discoidi ( Zittelina ); queste sono disposte, ester¬ 
namente ai rami, lungo tutto, o quasi tutto, il decorso dei rami stessi 
(Digitella) o soltanto in corrispondenza della loro porzione distale ( Maupa¬ 
sia , Zittelina). 

Attribuzione a tribù e a famiglia. Dactylopora fu attribuita inizial¬ 
mente da Munier-Chalmas (1877) alle dactyloporidee, tribù di cui, però, 
non fornì i caratteri. In seguito i Morellet (1913, 1922, 1939) la assegna¬ 
rono alle bornetellee: la tribù includeva forme con organi riproduttori 
arrotondati disposti lateralmente ai rami. Venivano, così, a far parte 
di questa tribù sia forme con organi riproduttori di piccole dimensioni 
(qui considerati come cisti), tra loro indipendenti, (per es. Dactylopora ); 
sia forme con cisti raggruppate in ampulle interamente calcificate (per 
es. Digitella). Nella stessa tribù i Morellet includevano anche forme con 
organi riproduttori relativamente grandi (qui considerati come ampulle) 
di cui calcificava solo la parete esterna (per es. Jodotella), disposti a ro¬ 
setta nella porzione distale dei rami primari. 

Pia (1920, 1922, 1927) ripartì, più razionalmente, in diverse tribù i ge¬ 
neri atribuiti da Morellet alle Bornetelleae: L'autore ascrisse alla Neo- 
mereae i generi euspondili, coristospori, con rami di primo e secondo 
ordine ( Jodotella, Bornetella); egli riferì, invece, alle Dactyloporeae i ge¬ 
neri verticillati con rami di primo ordine soltanto e organi riproduttori 
disposti fra i rami ( Dactylopora, Digitella , Zittelina = Maupasia e Mon- 
tiella ); le ampulle calcificate contenenti più cisti, indicate col nome gene¬ 
rico di Terquemella, le considerò « incertae sedis ». 

La tribù Dactyloporeae ed i caratteri ad essa attribuiti da Pia sono 
stati accettati anche dagli Autori più recenti (Kamptner 1958, Nemejc 1959, 
Johnson 1961, Emberger 1968). 

Recentemente (Valet, 1968-1969) si è visto che le dasicladacee attuali 
possono essere raggruppate in un ordine, quello delle Dasycladales in cui, 
in base alla morfogenesi, possono essere distinte due famiglie, le Aceta< 
bulariaceae e le Dasycladaceae. In questo schema, fidando sulle affinità 
morfologiche e non sui dati morfogenetici, inaccertabili nei fossili, le Dac¬ 
tyloporeae possono essere ascritte alla famiglia Dasycladaceae. 


Dactylopora praturloni n. sp. 

Origine del nome. La specie è dedicata al prof. Antonio Praturlon 
dell'Istituto di Geologia dell'Università di Roma. 


184 F. Barattolo e P. De Castro 


Materiale studiato. Lo studio della nuova specie si basa, purtroppo, 
esclusivamente su otto esemplari in sezione subtrasversale e obliqua ed 
uno in sezione longitudinale-obliqua contenuti in tre sezioni sottili rica¬ 
vate da un piccolo campione di roccia (un ciottolo). 

Le sezioni facenti parte della collezione del prof. De Castro, sono con¬ 
trassegnate dalle sigle A.4772.1 - A.4772.3; nelle sigle i primi due termini 
si riferiscono alla sigla del campione (interamente utilizzato per la pre¬ 
parazione delle sezioni), l’ultimo si riferisce al numero d’ordine del pre¬ 
parato. 

Località dei tipi. Nei pressi di « Cava « Cava di pietra » di Capo Grasso 
a circa 5,5 km a NE di Vietri di Potenza (Tav.: 194 IV NO - Vietri di 
Potenza). 

Età e livello dei tipi. Il campione A.4772 era costituito da un ciottolo 
facente parte di una successione flyschioide, trasgressiva su dolomie pro¬ 
babilmente triassiche, costituita prevalentemente da calcareniti e con¬ 
glomerati con intercalazione di livelli siltoso-argillosi. 

Nella porzione conglomeratica della successione sono particolarmente 
abbondanti le nummuliti e, subordinatamente, alveoline, discocicline etc. 
Per quanto il materiale contenente la nuova specie sia sicuramente di età 
eocenica, quella della formazione flyschioide, di cui il ciottolo fa parte, 
spetta, invece, al Miocene (Vedi Sgrosso, 1966, pp. 473-474). 


Diagnosi. Tallo semplice, con sifone centrale cilindrico. Rami soltanto 
di primo ordine, perpendicolari alla superficie del sifone assiale, disposti 
in verticilli alterni molto ravvicinati fra loro. Il numero di rami per verti¬ 
cillo è piuttosto elevato e varia, negli esemplari osservati, tra 43-50. I sin¬ 
goli rami sono costituiti da una porzione prossimale cilindrica e sottile 
che si raccorda, mediante un tratto piuttosto breve, alla porzione restante, 
più sviluppata, pure essa cilindrica; distalmente i rami sembrano dilatarsi 
e danno luogo probabilmente ad un cortex a maglie esagonali. Organi di 
riproduzione di piccole dimensioni (cisti) disposti attorno alla porzione 
acrofora di maggiore diametro dei rami e tra i rami. Calcificazione co¬ 
stituita da due porzioni: una più robusta (manicotto calcareo esterno) che 
si sviluppa in corrispondenza della porzione del tallo in cui sono pre¬ 
senti le cisti; una seconda porzione più sottile (manicotto calcareo in¬ 
terno), che si sviluppa in corrispondenza della porzione prossimale dei 
rami. 


Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc. 185 


I valori biometrici di Dactylopora praturloni e quelli di Dactylopora 
cylindracea sono sintetizzati nella tabella I. 

A causa del numero molto limitato di esemplari disponibili, i dati nu¬ 
merici in tabella non forniscono il campo di variabilità di alcuno dei ca¬ 
ratteri riportati. 

Caratteri generali del manicotto calcareo. Le sezioni a nostra dispo¬ 
sizione permettono di stabilire che il manicotto calcareo di Dactylopora 
praturloni è complesso; esso, cioè, non è costituito da un unico involu¬ 
cro calcareo, ma è formato, in realtà, da due involucri coassiali separati 
da una intercapedine (Fig. 2-3; Tav. I, Fig. 2-3): un involucro esterno, 
più robusto, che chiamiamo manicotto calcareo esterno, ed un involucro 
interno, più ostile, a volte non riscontrabile, che chiameremo d’ora in poi 
manicotto calcareo interno. 

Manicotto calcareo esterno. Il manicotto calcareo esterno è cilin¬ 
drico, continuo e regolare in senso longitudinale, privo di articolazione, 
di ondulazione e intusannulazione. Una sezione subassiale-obliqua (Tav. I 
Fig. 1) induce a ritenere che esso si chiudesse ogivalmente all'estremità 
superiore; la stessa sezione lascia desumere che esso tendesse a chiudersi 
anche inferiormente dove, però, era presente un vano ristretto. Attra¬ 
verso questo vano passava, verosimilmente, il penducolo, privo di rami 
e di calcificazione, con il quale si prolungava verso il basso il sifone as¬ 
siale (Fig. 4). 

II manicotto calcareo è perforato con continuità dai pori lasciati dai 
rami; al suo interno sono presenti numerose cavità, molto piccole, rotonde 
e disposte prevalentemente attorno ai pori, ma anche tra i pori le quali 
corrispondono alle tracce degli organi riproduttori (v. in seguito). 

In base a cinque esemplari osservati, il diametro esterno di questo 
manicotto varia tra 4,78 e 5,51 mm; il diametro interno tra 3,27-3,86 mm, 
il rapporto fra diametro esterno e diametro interno tra 1,39-1,46; lo spes¬ 
sore del manicotto è di 0,69-0,90 mm. 

Manicotto calcareo interno. Il manicotto calcareo interno, sensibil¬ 
mente più sottile di quello esterno, è, pur'esso, cilindrico e continuo in 
senso longitudinale; non ci sono prove che esso si chiudesse ogivalmente 
all’estremità superiore e che tendesse a chiudersi verso quella inferiore. 
Probabilmente per questi caratteri seguiva l’andamento del manicotto 
calcareo esterno. 


186 F. Barattolo e P. De Castro 


TABELLA 1 

Valori biometrici più importanti di Dactylopora cylindracea e di Dactylopora 
praturloni n. sp. Tutte le misure sono espresse in millimetri. Le misure in 
parentesi non sono state fornite dagli Autori, ma dedotte dalle fotografie al¬ 
legate al loro lavoro. I valori biometrici relativi al manicotto calcareo (senza 
ulteriori specificazioni) si riferiscono, in Dactylopora praturloni, allo spazio 
compreso fra la superficie esterna del manicotto esterno e la superficie in¬ 
terna del manicotto interno. 



D. 

D. cylindracea 
praturiom j Morelle! 
n. sp. i 9 i3 

D. 

cylindracea 
in Massieux 
1966 

Diametro esterno del manicotto (D) 


4,78-5,51 

7,0 

2,48-3,30 

Diametro interno del manicotto (d) 


2,51-2,58 

4,0 

1,4-1,8 

Spessore del manicotto 


1,20-1,23 

(1,5) 

(0,5-0,72) 

Rapporto D/d 


1,92-1,96 

(1,75) 

(1,83-2,03) 

Diametro esterno del manicotto esterno 

(De) 

4,78-5,51 



Diametro interno del manicotto esterno (de) 

3,27-3,86 



Spessore del manicotto esterno 


0,69-0,90 



Rapporto De/de 


1,39-1,46 



Diametro esterno del manicotto interno 

(Di) 

3,20-3,27 



Diametro interno del manicotto interno 

(di) 

2,51-2,58 



Spessore del manicotto interno 


0,34-0,39 



Rapporto Di/di 


1,29-1,40 



Spessore medio dell’intercapedine 


0,14-0,24 



Distanza tra i verticilli (h) 


0,28-0,35 

(0,35-0,36) 

(0,28) 

Numero di rami per verticillo (w) 


43-50 

(26-31) 

(26-27) 

Diametro della porzione prossimale dei 

pori 

0,09-0,13 1 

(0,09-0,13) 

0,10 

Diametro della porzione esterna dei pori 

0,18-0,25 2 

(0,20-0,26) 3 

0,3 

Diametro degli organi riproduttori 


0,05-0,07 

(0,08-0,096) 

0,075-0,10 


1 Ci si riferisce al diametro della porzione più stretta dei pori del manicotto 
calcareo interno. 

2 Ci si riferisce al diametro della porzione acrofora dei pori del manicotto 
calcareo esterno. 

3 Misure approssimate dedotte da fotografie e riferentesi alla porzione più 
esterna dei pori immediatamente prima dell’espansione relativa al cortex. 





Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc . 187 


Questo manicotto presenta le superfici, esterna ed interna, piuttosto 
irregolari; è attraversato da pori, notevolmente più sottili di quelli rela¬ 
tivi al manicotto esterno, che raggiungono il diametro minore verso la 
parte mediana dello spessore del manicotto. 

Il manicotto interno aderiva alla superficie dei rami nella sua por¬ 
zione mediana ed esterna; invece, in corrispondenza di quella interna si 



Fig. 1. — Porzione della tavoletta I.G.M., alla scala 1:25000, (194 IV NO - Vietri 
di Potenza) da cui provengono i tipi di Dactylopora praturloni. La 
località contrassegnata da un asterisco, al versante orientale di Capo 
Grasso è quella in cui è stato raccolto il campione dei tipi. 


manteneva alquanto discosto da essi. I pori da cui è attraversato presen¬ 
tano, perciò, una forma a clessidra, cioè svasata sia verso Pinterno che 
verso l'esterno. Si è giustificata la svasatura verso l'interno con un difetto 
di calcificazione perché non ci sembra ammissibile che essa possa corri¬ 
spondere ad una dilatazione dei rami in corrispondenza del loro punto 
di attacco al sifone centrale. La svasatura verso l'esterno è, invece, giu¬ 
stificata dalla superficie di ampiezza crescente che doveva necessariamente 
esistere per poter collegare la porzione prossimale più sottile con quella 
restante di diametro maggiore di uno stesso ramo. Per i caratteri ora 
detti, il manicotto interno veniva ad avere una struttura abbastanza fra- 














188 F. Barattolo e P. De Castro 


D 

c 


B 




Fig. 2. — Dactylopora 
praturloni n. sp.: ri- 
costruzione di una 
porzione del tallo. 
In A il tallo è visto 
dall'esterno ; nella 
porzione superiore 
destra il tallo, par¬ 
zialmente decortica¬ 
to, mostra la forma 
della porzione ester¬ 
na dei rami e la di¬ 
sposizione degli or¬ 
gani riproduttori. In 
B sono rappresen¬ 
tati, sui Iati della 
figura, i rami per 
intero ; nella por¬ 
zione centrale è rap¬ 
presentato il sifone 
centrale con i punti 
di ubicazione dei 
rami. In C sono 
rappresentati, in se¬ 
zione, il sifone cen¬ 
trale, i rami e la 
calcificazione. In D 
è rappresentata sol¬ 
tanto la calcifica¬ 
zione. (Ingrandimen¬ 
to: circa 14,5 x). 




































































Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc . 189 


gilè. La fragilità è facilmente comprensibile qualora si consideri, cumu¬ 
lativamente, la presenza dei pori a clessidra, l'elevato numero di pori per 
verticillo e la vicinanza tra i verticilli. 

Questo manicotto poteva essere collegato al manicotto esterno me¬ 
diante apofìsi calcaree, più o meno saltuarie, irregolarmente distribuite. 


D 


B 



Fig. 3. — Dactylopora praturloni n. sp.: ricostruzione della sezione trasversale 
del tallo. Per B, C, e D valgono le stesse indicazioni fornite in Fig. 2 
(Ingrandimento: circa 14,5 x). 


irradiantesi dalla sua superficie esterna. Queste labili connessioni pote¬ 
vano rompersi facilmente ed annullare, così, ogni collegamento tra i due 
manicotti. 

Il manicotto interno, a causa della fragilità della sua struttura, poteva 
facilmente rompersi e, conseguentemente, non essere più rinvenibile al¬ 
l'interno del manicotto calcareo esterno (Tav. I, Fig. 1). 

In base a due esemplari osservati, il manicotto interno presenta il 
diametro esterno (Di) di 3,20-3,27 mm, il diametro interno (di) di 2,51- 
2,58 mm, lo spessore di 0,34-0,39 mm, il rapporto Di/di di 1,29-1,40. 









190 F. Barattolo e P. De Castro 

Intercapedine tra i manicotti. L'intercapedine tra i due manicotti, in 
base all'osservazione eseguita su due esemplari, presenta uno spessore 



Fig. 4 — Dactylopora pratur- 
loni n. sp. : ricostruzione 
generale del tallo. (In¬ 
grandimento circa 5,5 x). 


di 0,14-0,24 mm. L’intercapedine è dovuta a mancanza di calcificazione 
(lungo il tratto in cui l’intercapedine stessa si sviluppa) sia tra verticillo 
e verticillo sia nell'ambito dei singoli verticilli. La mancanza di calcifica- 


















Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc. 191 


zione tra verticillo e verticillo può essere attribuita ad una originaria 
mancanza di mucillagine o, anche se questa era presente, al fatto che 
essa non si impregnava di calcare; questo fenomeno, pur verificandosi 
in modo generale, poteva non essere presente in alcuni punti in corrispon¬ 
denza dei quali si venivano a produrre, perciò, apofisi calcificate, più o 
meno estese, che collegavano i due manicotti. La mancanza di calcifica¬ 
zione nell'ambito dei singoli verticilli era dovuta al fatto che i rami ve¬ 
nivano, lateralmente, a stretto contatto fra loro. 

Procedendo daH'interno verso l'esterno del tallo, il contatto fra i rami 
si verificava per un certo tratto (intercapedine) a partire da subito dopo 
la superficie di raccordo della porzione acrofora, più sottile, con quella 
distale, più ampia, dei rami stessi. Dopo questo tratto (intercapedine) il 
progressivo divergere dei rami lasciava uno spazio via via crescente tra 
ramo e ramo. In questi spazi si aveva formazione di mucillagine che cal¬ 
cificava. 

In Dactylopora cylindracea, a causa del minor numero di pori per 
verticillo e del diametro comparabile della sezione trasversale rispetto 
alla nuova specie (Tav. III-IV), era sempre presente un certo spazio fra 
i rami ed in questo vi era mucillagine che si impregnava di calcare: il 
manicotto calcareo che, perciò, si veniva a formare, si sviluppava, radial¬ 
mente, lungo un intervallo che in Dactylopora praturloni era occupato 
dal manicotto interno, l'intercapedine ed il manicotto esterno. 


Inclinazione e distribuzione dei pori . Nella nuova specie i pori, e 
quindi i rami, sono perpendicolari all'asse del tallo; nella regione supe¬ 
riore del tallo, però, dove il manicotto si chiude ogivalmente, essi si di¬ 
spongono perpendicolarmente alla sua superficie. Nella regione inferiore, 
dove il manicotto si incurva e si restringe lasciando libero un vano per 
il passaggio del peduncolo, i pori sembra che non si dispongano perpen¬ 
dicolarmente alla superficie del manicotto stesso, ma si inclinano lieve¬ 
mente verso il basso. 

La distribuzione dei pori attorno al sifone assiale si effettua in verti¬ 
cilli e, più esattamente, in verticilli alterni: i rami sono quindi euspondili. 
La distanza tra i verticilli successivi è molto ridotta e compresa tra 0,28- 
0,35 mm. 

Il numero dei pori, e quindi dei rami, per verticillo è molto elevato; 
in base a ricostruzioni grafiche eseguite su tre sezioni trasverse-oblique 
esso sembra essere compreso tra 43 e 50. 


192 F. Barattolo e P. De Castro 


Forma e dimensioni dei pori. Come si è già detto, i pori del manicotto 
calcareo esterno sono tubolari. Per quanto sia osservabile soltanto occa¬ 
sionalmente negli esemplari a disposizione, sembra che i pori alla loro 
estremità distale, si dovessero dilatare bruscamente verso l’esterno; i rami, 
perciò, dovevano formare un cortex continuo alla superfìcie del tallo. I 
pori del manicotto calcareo interno sono prevalentemente a clessidra; 
talora, però, sono svasati soltanto verso l’esterno. 

Per quanto si è ora detto e per quanto è stato già esposto parlando 
del manicotto interno e deH'intercapedine, i singoli rami dovevano pre¬ 
sentare una porzione prossimale cilindrica e sottile di circa 0,09-0.13 mm. 
di diametro (zona più stretta dei pori del manicotto interno; da questa, 
mediante una breve superficie di raccordo, si passava alla porzione restante 
del ramo di forma prevalentemente tubolare e del diametro di 0,18-0,25 mm. 
Come si è già detto, nella porzione distale, il ramo si dilatava brusca¬ 
mente formando un cortex. 


Forma del tallo. In base ai caratteri della calcificazione di cui si è 
già parlato, la forma del tallo può essere ricostruita solo in prima ap¬ 
prossimazione. Ciò, principalmente, perché non si ha la certezza che la 
superficie interna del manicotto calcareo interno aderisse al sifone as¬ 
siale. Un’altra limitazione sta nel non poter precisare se il sifone assiale, 
nella sua regione inferiore, sprovvista di rami, fosse più sottile della 
porzione che ne era provvista e attorno alla quale si sviluppava la calci¬ 
ficazione. Inoltre, non è possibile precisare quanto fosse lunga la regione 
inferiore del sifone di cui ora si è detto. 

Nelle Figg. 2, 3, 4, tuttavia, si è tentata una ricostruzione generale del 
tallo ammettendo che la superficie interna del manicotto interno, in cor¬ 
rispondenza dello spazio tra due verticilli successivi, aderisse periodica¬ 
mente al sifone assiale. Si è ipotizzato, invece, che l'aderenza non si veri' 
ficasse in corrispondenza dei verticilli a causa della svasatura dei pori 
in corrispondenza della loro porzione più prossimale. 

I « rami », perpendicolari all’asse del tallo erano distribuiti in verti¬ 
cilli alterni. Nella regione apicale del sifone assiale, chiusa ogivalmente, 
essi erano perpendicolari a questa superficie. I rami dei verticilli più bassi, 
quelli cioè in corrispondenza della superficie di raccordo tra le due re¬ 
gioni a diametro diverso del sifone assiale (vedi in seguito), inclinavano 
leggermente verso il basso. Gli altri caratteri più importanti del tallo: 
distanza tra i verticilli, numero dei rami per verticillo e forma dei rami 
sono stati già illustrati in precedenza. 


Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc. 193 


La regione inferiore del sifone assiale, priva di rami, era probabil¬ 
mente un po' più stretta di quella superiore; la sua lunghezza non è stata 
definita. Tenendo conto delle approssimazioni sopradette il tallo di Dac¬ 
tylopora praturloni poteva essere costituito da un sifone assiale cilin¬ 
drico terminante, probabilmente, verso il basso, in un peduncolo più sot¬ 
tile sprovvisto di rami e di calcificazione. 


Rapporti e differenze . Dactylopora praturloni differisce da Dactylopora 

cylindracea anzitutto per il maggior numero di rami per verticillo; inol¬ 
tre, per la presenza di un manicotto calcareo interno. Quest’ultimo non 
sembra corrispondere alla « calcificazione interna » aderente al sifone as¬ 
siale, segnalata in Dactylopora cylindracea, da Steinmann 1903, Morellet 
1913 e Pia 1927, la quale sembra legata alla calcificazione delle pareti del 
sifone assiale. Il manicotto interno di D. praturloni risulta, invece, legato 
alla calcificazione della porzione prossimale dei rami secondo quanto è 
stato esposto a proposito deH’intercapedine. 

La nuova specie sembra differire da D. cylindracea anche per la mi¬ 
nore grandezza degli organi riprodutori; in D. praturloni essi sono di 0,05- 
0,07 mm di diametro, mentre sono di 0,075-0,10 mm nella D. cylindracea 
illustrata da Massieux e apparentemente simili a questi (0.08-0.096?) negli 
esemplari illustrati da Morellet. 

Inoltre, mentre i pori di Dactylopora praturloni sono acrofori (mani¬ 
cotto esterno), quelli di Dactylopora cylindracea si dilatano, o sembrano 
dilatarsi (esemplari di Morellet), in modo più o meno sensibile verso 
l’esterno. Inoltre, piccole differenze tra le due specie si possono riscon¬ 
trare nelle dimensioni dei pori e nel rapporto tra la lunghezza e il dia¬ 
metro dei pori. 

Quindi, le differenze menzionate tra D. praturloni e D. cylindracea non 
sono cospicue e possono portare a valutazioni diverse sulla opportunità 
di istituire una nuova specie. La troppo diversa localizzazione paleogeo¬ 
grafica dei due taxa ci fa ritenere più oportuna, almeno per il momento, 
di attribuire gli esemplari dell'Appennino ad una specie distinta anche 
se la sua validità necessita di essere confermata con lo studio della va¬ 
riabilità di un’ampia popolazione: studio che non ci è stato possibile 
effettuare. 

Microfacies associata. Il campione contenente Dactylopora praturloni 
era rappresentato da una calcarenite nocciola con matrice costituita pres¬ 
soché interamente da calcite microcristallina. 


194 F. Barattolo e P. De Castro 


Le sezioni mettono in evidenza che i clasti sono costituiti da micro¬ 
fossili animali e vegetali. I fossili vegetali sono rappresentati prevalente¬ 
mente dalla nuova specie, da alghe rosse e, subordinatamente, da altre da- 
sicladacee: Cymopolia elongata Defrance ed esemplari riferibili ad Aci¬ 
culari a o, tutt'al più, a Terquemella. 

I fossili animali sono costituiti prevalentemente da esacoralli e, in via 
del tutto subordinata o occasionale, da ostracodi, tubi di policheti ,rari 
frammenti di lamellibranchi e foraminiferi a guscio calcareo perforato. 


BIBLIOGRAFIA 

Bassoulet J.-P., Bernxer P., Deloffre R., Genot P,. Jaffrezo M., Poignant à.-F., 
Segonzac G., 1975 - Reflexions sur la systematique des Dasycladales fossiles. 
Geobios; 8, fase. 4, pp. 259-290, 6 fìgg. (Lyon). 

Bosc L , 1806 - Descriptìon du reteporite ovoide. Journal de Physique; 62, pp. 433- 
435, I tav. (Paris). 

Brqnn H. G. & Roemer F., 1853-56 - Lethaea Geognostica . 3, 1130 pp., I atlas 
(Stuttgart). 

Elliott G. F., 1968 - Permian to Palaeocene Calcareous Algae ( Dasycladaceae ) of 
thè Middle East. Bull. Brit. Mus. (Nat. Hist.), Geo!., Suppl.; 4, pp. I-III, 
16 tabb., 24 Tavv. (London). 

Emberger L., 1968 - Les plantes fossiles dans leurs rapports avec le vegetaux vi¬ 
vant s. pp. 758, 743 fìgg. (Masson & Cie, Ed., Paris). 

Johnson J. H., 1961a - Fossil Algae from Einivetok, Funafuti and Kita-Daito - 
lima. U. S. Geol. Survey, Prof. Paper; 260 Z, pp. 907-950, tavv. 267-280, 2 
tabb. (Washington). 

Johnson J. H., 1961 h - Limestone-building Algae and algal limestones. Prof. Contr. 
Colorado School Mines; 267 pp., 149 tavv., 14 tabb. (Boulder, Colorado). 

Kamptner E., 1858 - Uber das System und die stammesgeschichte der dasycla- 
daceen (syphoneae vertidllataé) . Ann. Naturhist. Mus. Wien; 62, pp. 95-122, 
I tab. (Wien). 

Lamarck M. DE, 1816 - Histoire naturelle des animaux sans vertebres. 2, 568 pp. 
(Verdier lib. Ed., Paris). 

Maslov V. P,, Naumova S. M., Korde K. B. & Alxi, 1963 - Embranchement des 
Chlorophyta , Algues Vertes. Osnovy Paleontologi!, S.S.S.R. ; 14, pp. 198-223, 
60 fìgg., 4 tabb. (Mosca). (Traduzione N. 4933 B R.G.M.. Paris). 

Massieux M., 1966 - Les algues du nummulitique egyptien et des terrains evèrta- 
ces-eocenes de quelques regions mesogeennes. Revue Micropai.; 9, n. 2, 
pp. 111-132, 11 tavv.; 9, n. 3, pp. 135-146, 3 tavv. (Paris). 

Michelxn H , 1845 - Iconographie zoophytologique, description par localites et 
terrains des polypiers fossiles de Franca et pays environments . 1, 348, pp. 
78 tavv. (Paris). 

Morelle! L. & J.» 1913 - Les Dasycladacées du Tertiaire parisìen . Soc. Geol. 
France, Mem.; 21, n. 1, Mem. n. 47, pp. 1-43, 24 fìgg., 3 tavv. (Paris). 


Osservazioni sul genere Dactylopora Lamarck 1816, ecc. 195 


Morellet L. & J., 1922 - Nouvelle contribution à l’étude des Dasycladacées ter- 
tiaires. Soc. Geol. France, Mem.; 25, n. 2, mem. n. 58, pp. 1-35, 6 figg., 3 tavv., 
1 tab. (Paris). 

Morellet L. & J., 1939 - Tertiary siphoneous algae in thè W. K. Parker collec- 
tion, with description of some Eocene siphoneae from England. Brit. Mus. 
(Nat. Hist.); pp. 1-55, fìgg. 1-6, tavv. 1-4 (London). 

Munier-Chalmas E.C.P.A., 1877 - Observations sur les algues calcaires aparte- 
nant au groupe des Siphonees verticìllées (Dasycladacees Harvey) et con- 
fondues avec les Foraminiferes. Acad. Se. France, C. R. Seances; 85, pp. 814- 
817, 1 fig. (Paris). 

Nemejc F., 1959 - Paléobotanique. Partie systématique. Algues. I. Rhodophyta, 
algues rouges. 5. Chlorophyta , algues vertes. Nakladatelstvi Ceskosl. Akad. 
Ved; pp. 199-228, 247-305, 45 figg., 9 tavv. (Prague). (Traduzione N. 4603 B.R. 
G.M., Paris). 

Pfender J., 1940 - Les algues du nummulitique egyptien et des terrains creta- 
ces-eocenes de quelques regions mesogeennes. Bull. Inst. Egypt.; 22, pp. 225- 
256, 6 tavv. (Le Caire). 

Pia J., 1922 - Einige Ergebnisse neueren Untersuchunger Uber die Gieschichte 
des Siphoneae Verticillatae. Zeitschrift f. indukt. Abstammungs. ; 30, 63 pp. 
(Berlin). 

Pia J., 1927 - (in Hirmer M., Handbuch del Paldobotanik, 1), Tallophyta. pp. 31- 
136, figg. 14-129 (Munchen-Berlin). 

Sgrosso I., 1966 - Tentativo di ricostruzione paleogeografica nella zona di Vietri 
di Potenza con particolare riguardo alla trasgressione miocenica. Boll. Soc. 
Natur. Napoli; 75 ,pp. 463-495, 3 figg., 6 tavv. (Napoli). 

Steinmann G., 1903 - Einfuhrung in die Palaontologie, 1, pp. 1-466, 818 figg. (En- 
gelmann, Ed., Leipzig). 

Valet G., 1968 - Contribution à l étude des Dasycladales. I. Morphogenese. Nova 
Hedwigia; 16 , pp. 21-82, tavv. 4-26 (Lehre). 

Valet G., 1968 - Contribution à l’étude des Dasycladales. 2. Cytologie et repro¬ 
duction. 3. Revision systematique. Nova Hedwigia; 17 , pp. 551-644, tavv. 133- 
162 (Lehre), 

Istituto di Paleontologia dell’Università di Napoli; aprile, 1976. 


TAVOLA I 

Dactylopora praturloni n. sp. 


Fig. 1. — Sezione subassiale obliqua. Nell'esemplare non è presente il mani¬ 
cotto interno. (Preparato A.4772.1). 

Fig. 2. — Sezione trasversale-obliqua. Nell'esemplare sono ben osservabili sia il 
manicotto calcareo che quello esterno. (Preparato A.4772.2). 

Fig. 3. — Sezione trasversale-obliqua. Nell’esemplare sono ben osservabili sia 
il manicotto calcareo interno che quello esterno. (Preparato A.4772.3). 

Per tutte le figure: 

Età . Eocene. 

Località. Nei pressi di « Cava di pietra » di Capo Grasso a circa 5.5 km a 

NE di Vietri di Potenza (Tav.: 194 IV NO - Vietri di Potenza). 

Ingrandimento : circa 13 x. 



Boll. Soc. Matur. in Napoli» 1976 


Barattolo F. e De Castro P. - Osserva ¬ 
zioni sul genere, ecc . Tav. 3 




TAVOLA II 

Dactylopora praturloni n. sp. 


Fig. 1 . — Sezione obliqua. (Preparato A.4772.1). 

Fig. 2. — Sezione obliqua. (Preparato A.4772.2). 

Fig. 3. — Particolare dal lato sinistro delTesemplare di Tav. I, Fig. 2. Sono 
ben distinguibili il manicotto calcareo interno, quello esterno e gli or¬ 
gani riproduttori. (Preparato A.4772.2). 

Fig. 4. — Particolare del lato destro delTesemplare di Tav. I, Fig. 3. Sono ben 
distinguibili il manicotto calcareo interno, quello esterno e gli organi 
riproduttori. (Preparato A.4772.3). 

Per tutte le figure: 

Età. Eocene. 

Lacalità. Nei pressi di « Cava di pietra » di Capo Grasso a circa 5,5 km a 

NE di Vietri di Potenza (Tav.: 194 IV NO - Vietri di Potenza). 

Ingrandimento : Fig. 1-2: circa 13 x; Fig. 3-4: circa 26,5 x. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Barattolo F. e De Castro P. - Osserva¬ 
zioni sul genere, ecc. Tav. Il 





TAVOLA III 


Esemplari di Dactylopora cylindracea Lamarck illustrati dai Morellet (1913), 
riprodotti in questa sede allo stesso ingrandimento (circa 13 x) delle illustrazioni 
di Dactylopora praturloni n. sp.. 

Fig. 1. — Veduta esterna del manicotto calcareo (da Morellet, 1913, Tav. Ili, 
Fig. 1). 

Fig. 2. — Sezione longitudinale del manicotto e veduta interna (da Morellet, 
1913, Tav. Ili, Fig. 2). 

Per tutte le figure: 


Età. Auversiano (Eocene medio). 
Località. Le Fayel (Francia). 
Ingrandimento : circa 13 x. 


Boll. Soc. Matur. in Napoli» 1976 


Barattolo F. e De Castro P. - Osserva - 

zioni sui genere » eoe. Tav. Ili 




TAVOLA IV 


Esemplari di Dactylopora cylindracea Lamarck illustrati da Morellet (1913) 
e da Massieux (1966), riprodotti, in questa sede allo stesso ingrandimento (circa 
13 x) delle illustrazioni di Dactylopora praturloni n. sp. 

Fig. 1. — Sezione trasversale (da Morellet, 1913, Tav. Ili, Fig. 3). 

Fig. 2. — Sezione trasversale e veduta interna della porzione sommitale del ma¬ 
nicotto calcareo (da Morellet, 1913, Tav. Ili, Fig. 4). 

Fig. 3. — Sezione assiale (da Massieux, 1966, Tav. Ili, Fig. 8). 

Fig. 4. — Sezione trasversale-obliqua (da Massieux, 1966, Tav. Ili, Fig. 8). 

Età e località : Figg. 1-2: Eocene medio (Auversiano) di le Fayel (Francia); 

Figg. 3-4: Eocene superiore (Bartoniano) di Montagny (Oise - Francia). 
Ingrandimento. Per tutte le figure : circa 13 x. 


Boll. Soc. Watur. in Napoli, 1976 Barattolo F. e De Castro P. - Osserva¬ 
zioni sul genere, ecc. Tav. IV 




Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 205-230, figg. 10, tab. 1, tavv. 5 


Osservazioni su Salpingoporella exilis 
(Dragastan) 1971 (*) 

Nota di Ciro De Rosa 
presentata dal socio Piero De Castro 


(Tornata del 30 aprile 1976) 


Riassunto. — Vengono esposti i risultati dello studio eseguito su una popo¬ 
lazione relativamente numerosa di Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971, riscon¬ 
trata nel Mesozoico neritico dell'Appennino Meridionale. La specie era stata 
segnalata finora soltanto da Dragastan nel Cretacico inferiore dei Carpazi. 

Vengono forniti di questa specie la variabilità dei parametri biometrici 
maggiormente indicativi: diametro interno ed esterno del manicotto calcareo, 
il rapporto tra questi due diametri e lo spessore del manicotto. Viene, inoltre, 
fornito un diagramma che mette in relazione la variabilità di questi parametri 
a quella del diametro interno del manicotto calcareo. 


Summary. — This work illustrates thè results of a study on Salpingopo¬ 
rella exilis (Dragastan) 1971 (Green algae Dasycladaceae), found in Mesozoic 
neritic limestones of thè Southern-Apennines. This species was, until now, 
known from lower Cretaceous of Carpathyans. 

The variability of main biometrie parameters for this species is given: 
inner and outer diameter of calcareous wall, diameters ratio, thickness of 
thè calcified wall; moreover a diagram illustrates thè variability of parameters 
as a function of thè inner diameter of calcareous wall. 


(*) Lavoro eseguito con il contributo del C.N.R. 

Desidero esprimere la mia riconoscenza al Prof. Piero De Castro dell'Isti¬ 
tuto di Paleontologia dell'Università di Napoli per i consigli, l'assistenza tec¬ 
nica ed i mezzi fornitimi durante lo studio delle alghe che costituiscono l’oggetto 
del presente lavoro; inoltre, per aver messo a mia disposizione la sua ricca 
miscellanea sulle alghe, le numerose sezioni sottili ed i campioni di roccia delle 
sue collezioni. 

I ringraziamenti più vivi desidero esprimere, anche, al Prof. Antonio Pratur- 
lon dell’Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università di Roma per le cor¬ 
tesie usatemi e per la lettura critica del manoscritto. 


206 C. De Rosa 


1. Premessa e conclusione 

Questo lavoro è giustificato dal rinvenimento nel Mesozoico neritico 
dell’Appennino Meridionale di una popolazione piuttosto ricca di Salpin- 
goporella exilis, alga verde dasycladacea istituita da Dragastan nel 1971. 

Il numero relativamente alto di esemplari riscontrati ha permesso 
di definire meglio la variabilità di questa specie e perciò le sue differenze 



Fig. 1. — Porzione della tavoletta I.G.M., alla scala 1/25000, 161 II NE - Rocca- 
mandolfi, da cui provengono i campioni a Salpingo por ella exilis stu¬ 
diati. La località contrassegnata da un asterisco, al versante SW del 
Monte Ruzzo, è quella in cui i campioni sono stati raccolti. 


rispetto ad altre strettamente affini come Salpingoporella istriana, Salpin- 
goporella johnsoni, Salpingoporella pygmaea. 

Poiché un solo parametro, per esempio il diametro esterno (D) del 
manicotto calcareo, a causa della variabilità intraspecifica, mal si presta 
in molti casi al riconoscimento della specie in esame, si son forniti, per 
la specie S. exilis, diagrammi che prendono simultaneamente in conside¬ 
razione più parametri: così si son forniti, oltre a diagrammi che espri- 

D - d 

mono la variazione di D, d (diametro interno), —— (spessore del ma¬ 
nicotto) etc. considerati singolarmente, anche diagrammi che forniscono 







Osservazioni su Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971 207 


D - d 

la variazione di D, — etc. in funzione del diametro interno (d) del 
manicotto» 

Infine si è tentata una ricostruzione del tallo a partire dagli elementi 
desumibili dal manicotto anzidetto. 


2. Cenni sul genere Salpingoporella Pia 1918 

La diagnosi di questo genere, fornita da Pia (1920) in base alla specie 
tipo Diplopora miihlbergii Lorenz, è la seguente « Piccole Dasycladacee 
a forma di bastoncini con pori poco numerosi ampiamente aperti verso 
l’esterno, non ramificati, disposti in verticilli, non addensati fra loro né 
riuniti in ciuffi. Manicotto calcareo non articolato. Organi riproduttori 
sconosciuti ». 

Nel 1912 Pia aveva istituito il genere Macroporella che raggruppava 
anch'esso forme con soli rami di primo ordine aspondili (come nella 
specie tipo del genere; Pia 1917) o euspondili (come in Macroporella pyg- 
maea Pia 1925) che non solo si dilatavano verso l’esterno ma venivano 
anche a contatto nella parte distale formando un cortex (rami floiofori). 

Macroporella e Salpingoporella, secondo Pia, differivano quindi per la 
presenza o l’assenza di cortex. 

Studi posteriori hanno però dimostrato che anche Salpingoporella 
miihlbergii è provvista di cortex (Praturlon & Radoicic, 1967). 

Nel 1962 Radoicic istituì il genere Pianella (specie tipo Pianella grudii 
Radoicic, 1962) con la seguente diagnosi: « Il sifone assiale tubulare porta 
verticilli addensati di rami floiofori alternativamente disposti. Non esi¬ 
stono che rami primari semplici, sottili nella parte prossimale e svasati 
verso l'esterno. Il genere Pianella si distingue dal genere Macroporella 
Pia per la posizione euspondila dei rami: questi possono essere perpen¬ 
dicolari o lievemente inclinati ». 

In Radoicic (1962) non vengono effettuati confronti tra Pianella e 
Salpingoporella. 

Sulla validità, le relazioni e le ambiguità dei tre generi sopra citati 
( Salpingoporella , Pianella e Macroporella ), si sono espressi numerosi 
autori: l'intero problema è stato messo a fuoco da Gusle nel 1970, da 
Deloffre & Ramahlo nel 1971 e successivamente da Conrad, Praturlon & 
Radoicic nel 1973. 

Allo stato attuale il genere Pianella viene ritenuto un sinonimo non 
valido del genere Salpingoporella Pia avente per specie tipo Salpingopo¬ 
rella miihlbergii (Lorenz) emend. Conrad (sub Pianella miihlbergii). 



208 C. De Rosa 


S dipingopor ella raggrupperebbe le Dasycladacee con soli rami di 
primo ordine euspondili e floiofori. 

Non è stato ancora risolto il problema relativo al genere Macropo- 
rella Pia 1912, ossia se tale genere debba includere forme con soli rami 
di primo ordine sia aspondili che euspondili o soltanto forme con rami 
aspondili. Nella prima ipotesi Salpingoporella rappresenterebbe a sua 
volta un sinonimo non valido di Macroporella. 

Per il momento, seguendo una tendenza esistente nella letteratura e 
le considerazioni di Deloffre & Ramahlo (1971) attribuiremo a Salpingo¬ 
porella le forme euspondili e a Macroporella quelle aspondili. 

Tenendo presente la classificazione di Pia (1927) e le recenti vedute 
di Valet (1968, 1969), il genere Salpingoporella viene qui riferito all’ordine 
Dasycladales, famiglia Dasycladaceae, tribù Diploporeae, sottotribù Macro- 
porellinae. 

Distribuzione geografica e stratigrafica del genere. Dall'esame dei la¬ 
vori pubblicati finora risulta che sono note ventidue specie fossili del 
genere Salpingoporella. Il genere anzidetto è presente soprattutto in Eu¬ 
ropa (tranne le regioni settentrionali), Golfo Persico, Israele, Blake 
Escarpement, Texas. Le specie che vi appartengono si rinvengono con 
particolare frequenza nei terreni del Giurassico superiore e del Cretacico 
inferiore; tuttavia qualche specie si rinviene anche nel Cenomaniano. 


Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971 

1971 - Pianella exilis Dragastan: Rev. Esp. Micropai., voi. 3, pp. 169-170, tav. 

IV, figg. 1-2. 

Materiale studiato. Il materiale studiato è costituito complessiva¬ 
mente da ventotto sezioni sottili: S.200.a.l - S.200.a.l4 ed S.200.b.l - S.200.b.l4 
(In ognuna di queste il numero d’ordine che segue alle sigle del campione 
sta ad indicare il numero d’ordine del preparato). 

I campioni furono raccolti nell'anno 1966 dal Prof. Italo Sgrosso 
dell'Istituto di Geologia e Geofisica dell’Università di Napoli. 

Campioni e sezioni fanno parte della collezione del Prof. Piero De 
Castro dell’Istituto di Paleontologia dell’Università di Napoli. 

Le osservazioni si sono basate su circa duecento esemplari in vario 
tipo di sezione. Di questi, numerosi sono stati fotografati ed ingranditi 
per apprezzare nel miglior modo possibile la variabilità di alcuni carat- 





<D . • 

6 5 

fi > 

’B 


<3 X3 


Ri Si fi 


a 

£ 


o 

£ 


























































































































mero degli indivi¬ 
dui. 




























































































Osservazioni su Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971 211 


teri nonché per determinare attraverso opportuni metodi grafici alcuni 
parametri. 

Gli esemplari si presentano per lo più in buone condizioni di fossi¬ 
lizzazione; alcuni, come si può osservare dalle fotografie allegate al pre¬ 
sente lavoro, sono rivestiti nella parte esterna del manicotto da sottili 
veli calcarei ( coated bodies) dovuti probabilmente a moti di rotolamento. 

Caratteri generali del manicotto calcareo . Le sezioni a nostra disposi¬ 
zione permettono di desumere che il manicotto calcareo era cilindrico, 
continuo in senso trasversale, sviluppandosi esso dalla parte prossimale 
dei rami alla loro parte ditale, e continuo anche in senso longitudinale, 
cioè senza alcun fenomeno di articolazione, ondulazione ed intusannula- 
zione. 

Il diametro interno del manicotto (d) varia tra 0,125 mm. e 0,425 mm. 
e la curva che esprime la variazione di questo parametro in funzione 
del numero degli individui presenta un picco in corrispondenza del va¬ 
lore di 0,250 mm. (Figg. 2 e 6). 

Il diametro esterno (D) varia tra 0,450 mm. ed 1,100 mm. e la curva 
di frequenza ad esso relativa presenta un massimo in corrispondenza 
del valore di 0,700 mm. (Figg. 3 e 6). 


Lo spessore del manicotto 


O - d 
2 


varia tra 0,150 mm. e 0,425 mm. 


e la curva di frequenza ad esso relativa presenta un massimo in corri¬ 
spondenza del valore di 0,275 mm. (Figg. 4 e 6). 

Infine, il rapporto tra il diametro esterno e quello interno (D/d) 
varia tra 2,3 e 3,6 e la curva di frequenza ad esso relativa mostra il 
massimo in corrispondenza del valore 2,7 (Figg. 5 e 6). 


Inclinazione e distribuzione dei pori. Rispetto all'asse del tallo di¬ 
sposto verticalmente ed orientato verso l’alto, i pori lungo il loro sviluppo 
longitudinale non presentano sempre la stessa inclinazione. Negli esem¬ 
plari esaminati, difatti, i pori nella zona prossimale sono inclinati di un 
angolo di circa 60°-70°. Tendono poi a disporsi perpendicolarmente nella 
parte distale. 

I pori sono disposti in verticilli addensati e tutti più o meno equidi¬ 
stanti fra loro. La distanza tra i verticilli (h) varia tra 0,027 mm. e 
0,035 mm.. Questo parametro è stato determinato in base a due sezioni 
tangenziali ed in base a procedimenti grafici a partire da una decina di 
sezioni oblique. Sia nell’uno che nell’altro caso i dati riscontrati sono 
risultati pressocché identici. 

I pori dei verticilli successivi, nella massima parte dei casi, non 
sono allineati in senso verticale, ma sono disposti alternativamente (ver- 



0,425 



Fig. 6. — Variabilità del diametro esterno, dello spessore del manicotto calcareo 
e del rapporto tra il diametro esterno e quello interno in funzione 
del diametro interno. Il diagramma tiene anche conto del numero 
degli individui su cui sono state accertate le singole variabilità. 

1) Nella porzione estrema sinistra della figura è riportata la varia¬ 
bilità del diametro interno del manicotto in funzione del numero 
degli individui espresso in °/o. 

2) Nella porzione mediana sinistra della figura è riportata la variabi¬ 
lità del diametro esterno del manicotto in funzione del suo dia- 

























































































L 

L 

L 

I 

L 


L 

L 

L 

I 1 













Sai pingoporelì a eiiìis (DRAGÀSTAN) 
Preparati: S.ZOO.a.l - S.200.a.14 
S.ZOO.b.1 - S.ZOO.b.14 

Indagine su 144 esemplari 

• «< 1 f 

• »■ 1 - Z % 

• »■ 2 - 5 % 

• ^ 5 - 9 % 






































— i 

V 















































\ 

W 

3* | 

1.4 - 

■ £U 

* 

% 

t i 








r 






































p 






















A 








à 

k 4 

k é 













% 

¥ 







i 

f % 

w ' 





















t 

i i 

1 1 

h M 

i 



















f % 

¥ 1 

¥ % 

¥ 1 

¥ 


















à 

k m 



|k à 

k 


















% 

w m 

w " 

¥ 




















4 

I i 

1 1 

l i 

k 





















¥ 1 

¥ 1 

f 





















M 

k à 

1 A 





















i 

P1 

r 1 

P 1 






















h a 


L i 





















¥ 1 

V % 

¥ % 

¥ 























k Jl 

k i 

k 





















P 1 


r 























4 

k 




Manicotto 






Ra 

ippo 

rto 

D/i 

d 




% 

r < 







metro interno, tenendo conto del numero degli individui espresso 
in %. 

3) Nella porzione mediana destra della figura è riportata la variabilità 
dello spessore del manicotto in funzione del diametro interno, te¬ 
nendo conto del numero degli individui espresso in °/o. 

4) Nella porzione estrema destra della figura è riportata la variabilità 
del rapporto tra il diametro esterno e quello interno del manicotto 
in funzione del diameto interno, tenendo conto del numero degli 
individui espresso in °/o. 


15 










































































0,425 

0,400 

0,375 

0,350 

0,325 

0,300 

0,275 

0,250 

0,225 

0,200 

0,175 

0,150 

0,325 



























T 















































i 

























1 
























3 

















































-f 



























|L 
























1 

























A 

























1 


























\ 






















1 




\ 











à 

h g 

1 








- 
















¥ \ 

P 








il 

























-- 

I 



































t 

1 












o 



4 










¥ ' 












3 



f 








A 

1 













3 

o 


1 









\ 

W * 













Q_ 


L 






















A 

3 - 


1 























a 

1 

























4 
























L J. 


























N« 

1 di 

88 

801P 

lari 

i i r 

1 



1 

li ao 

i et r 

0 8 

sta 

rno 

(d: 

) ir 

i ma 






Spesai 

— - rv» C300C300—^ o 


o + + 


Sai pingoporel1 a exi1i 8 (DRAGASTAN) 
Preparati: S.ZOO.a.1 - S.200.a.14 
S.200.b.1 - S.200.b.14 
Indagine su 144 esemplari 
• - 1 % 

• »■ 1 - 2 % 

• =- 2 - 5 % 

• 5 - 9 % 

• >14-20 % 


Rapporto D/d 




I 'co V 


ro co 


co co 


Fig. 6. — Variabilità del diametro esterno, dello spessore del manicotto calcareo 
e del rapporto tra il diametro esterno e quello interno in funzione 
del diametro interno. Il diagramma tiene anche conto del numero 
degli individui su cui sono state accertate le singole variabilità. 

1) Nella porzione estrema sinistra della figura è riportata la varia¬ 
bilità del diametro interno del manicotto in funzione del numero 
degli individui espresso in %. 

2) Nella porzione mediana sinistra della figura è riportata la variabi¬ 
lità del diametro esterno del manicotto in funzione del suo dia¬ 


metro interno, tenendo conto del numero degli individui espresso 
in %. 

3) Nella porzione mediana destra della figura è riportata la variabilità 
dello spessore del manicotto in funzione del diametro interno, te¬ 
nendo conto del numero degli individui espresso in %. 

4) Nella porzione estrema destra della figura è riportata la variabilità 
del rapporto tra il diametro esterno e quello interno del manicotto 
in funzione del diameto interno, tenendo conto del numero degli 
individui espresso in °/o. 













































































































































Salpinqeporelìa aijjjU (BRASASTI!) 
{Osservali oni su £8 esemplari) 


214 C. De Rosa 



Q 

k 

'5 Ò 

,S 

.2 

"3 

e. 

o 

o 

< 

etf 

a p- 

o 

t3 

"O 


s 

3 *53 



o 

,s 


.2 *G 

"o 

D 

p 

s 

co 

Sh 

cd O 


"d 

u 

<u 

*3 

co 

cu 

kJ* U 

<u 

g 

<D 

> 

0) 

fi 

fi 

1 


. 3 

u 

.2 

o 

1 

<2 

'z 

o 

a 

N 

5h 





P 

d 

r»' 

co 

H jU 

r/ì ‘"Fi 


3 

fi 


6 

£ 


d 

o 

u 


fi 

cd 


6 

























































Osservazioni su Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971 215 


D 


c 


Fig. 8. — Salpingoporella 
exilis (Dragastan) 1971: 
ricostruzione longitu¬ 
dinale del tallo. In A 
il tallo è visto dal¬ 
l’esterno. In B sono 
rappresentati, sui lati 
della figura, i rami 
per intero; nella por¬ 
zione centrale è rap¬ 
presentato il sifone 

centrale con i punti 
di ubicazione dei ra¬ 

mi. In C sono rap¬ 
presentati il sifone 

centrale, i rami e la 
calcificazione in se¬ 
zione assiale. In D è 
rappresentato soltanto 
la calcificazione. (In¬ 
grandimento : circa 

100 x). 


B 






































































216 C. De Rosa 


ticilli in alternanza). A questo proposito sono stati esaminati circa cento 
esemplari in buone condizioni di fossilizzazione in sezione obliqua e 
tangenziale e si è riscontrato che un’ottantina di esemplari mostrano una 
netta disposizione in alternanza dei pori e diciassette presentano una di¬ 
sposizione in alternanza poco evidente; non è stato osservato alcun 



Fig. 9. — Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971: ricostruzione trasversale del 
tallo. Per B, C e D valgono le stesse indicazioni fornite in Fig. 8. (In¬ 
grandimento: circa 100 x). 


esemplare in cui i pori dei verticilli successivi si presentino chiaramente 
in continuità. Tre esemplari mostrano una disposizione aspondila dei 
pori; questi esemplari, pur essendo sicuramente riferibili alla stessa 
specie, sono da considerare forme teratologiche. 

Si è condotto un esame allo scopo di riconoscere se la distribuzione 
chiaramente in alternanza o in alternanza poco evidente dei pori sia in 
rapporto con la variabilità dei parametri del manicotto calcareo. Si è 
potuto così accertare che la distribuzione dei pori non è assolutamente 
da mettere in relazione né con la variabilità del diametro esterno e del 
diametro interno, né con la variabilità dello spessore del manicotto. La 
disposizione poco netta dei pori in verticilli alternanti rappresenta quindi 
una tendenza che può insorgere in modo del tutto casuale. 






















Osservazioni su Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971 217 


Numero dei pori per verticillo. Il numero dei pori per verticillo (w) 
varia da 19 a 34. Questo carattere è stato determinato sia contando i pori 
direttamente osservabili in una decina di sezioni trasversali, sia mediante 
un metodo grafico utilizzando una quindicina di sezioni oblique, in ot¬ 
time condizioni di fossilizzazione, preventivamente molto ingrandite allo 
scopo di ridurre il più possibile gli errori. 


Fig. 10. — Salpingoporella exilis (Dragastan) 
1971: ricostruzione generale del 
tallo. (Ingrandimento: circa 14 x). 



Si è cercato, peraltro, di osservare se la variabilità del numero dei 
pori per verticillo fosse in relazione con la grandezza del diametro interno 
del manicotto calcareo. Si è potuto così riconoscere che il numero dei 
rami per verticillo nell'alga doveva aumentare al crescere del diametro 
interno del manicotto. (Fig. 7). 



218 C. De Rosa 


Forma e grandezza dei pori. I pori si svasano con regolarità verso 
Testerno. La loro sezione trasversale, pur aumentando gradualmente di 
diametro, si mantiene costantemente circolare. 

L’esame delle porzioni marginali di numerose sezioni oblique poco 
inclinate e di alcune sezioni tangenziali ha dimostrato che i pori ven¬ 
gono a contatto fra di loro nella loro porzione estrema distale. Conse¬ 
guentemente i rami venivano a formare un cortex continuo alla super¬ 
ficie del manicotto. (Figg. 8-10). 

Non si è potuto eseguire un numero soddisfacente di misure sull'am¬ 
piezza distale dei pori. Tuttavia il diametro distale dei pori sembra es¬ 
sere compreso tra 0,060 e 0,095 mm. 

Organi riproduttori. Non si sono osservati organi di riproduzione. 
Così come è abitualmente accettato per questo genere essi non calcifica¬ 
vano e venivano a formarsi all’interno delle porzioni maggiormente dila¬ 
tate dei rami (tipo cladosporo). 

Rapporti e differenze. Le specie che presentano le maggiori somiglianze 
con gli esemplari studiati sono Salpingoporella exilis (Dragastan), Salpin- 
goporella istriana (Gusic), Salpingoporella pygmaea (Gùmbel). I valori di 
alcuni caratteri biometrici, espressi in mm. e relativi a queste forme, 
sono indicati nella Tabella I. In questa i dati tra parentesi non sono 
stati forniti dagli autori delle specie, ma sono stati dedotti dalle illu¬ 
strazioni allegate ai lavori che trattano delle forme suddette. Peraltro, 
di Salpingoporella pygmaea vengono forniti i valori biometrici dati da 
Dragastan (1968) nel lavoro che riporta un dettagliato studio sulla varia¬ 
bilità dei caratteri di questa forma, lavoro inteso a dimostrare la sino¬ 
nimia, già intuita comunque per la prima volta da Praturlon nel 1966, 
tra Salpingoporella pygmaea e Salpingoporella gigantea: 

TABELLA I 


Alcuni valori biometrici espressi in mm. della specie S. exilis, S. istriana, 

S. johnsoni, S. pygmaea. 


Specie 

d 

d 

D/d 

D-d 

2 

S. exilis 
(in Dragastan) 

0,60 - 0,80 

0,20-0,30 

(2,8-3,0) 

0,15 - 0,23 

S. istriana 

0,25 - 0,74 

0,14-0,41 

(1,73) 

0,06 - 0,10 

S. johnsoni 

0,20-0,31 

0,10-0,15 

(1,9-2,2) 

0,02 - 0,03 

S. pygmaea 
(in Dragastan) 

Ó,70 - 4,00 

0,20-1,60 

f 2,8? 

( (3,0-3,7) 

0,18 - 0,20 





Osservazioni su Saìpingoporella exilis (Dragastan) 1971 219 


Facendo riferimento ai valori dati da Dragastan, i nostri esemplari 
differiscono da Saìpingoporella pygmaea sia per le dimensioni maggiori 
e sia, soprattutto, per il rapporto tra il diametro esterno e quello interno. 

Saìpingoporella johnsoni e Saìpingoporella istriana , pur presentando 
dal punto di vista morfologico molti punti in comune con la nostra 
forma, ne differiscono per il valore del diametro esterno, del diametro 
interno, dello spessore del manicotto e per il rapporto tra i due diametri. 

I miei esemplari, invece, non soltanto sono morfologicamente simili, 
ma presentano anche valori biometrici che comprendono quelli accertati 
da Dragastan nella sua Pianella exilis . La maggiore variabilità dei carat¬ 
teri da me riscontrata è da attribuire probabilmente al maggior numero 
di esemplari che ho avuto a disposizione. Conseguentemente è a Salpin- 
goporella exilis che riferisco la forma studiata. 

Microfacies ed età dei campioni studiati . Calcarenite di colore avana 
con clasti costituiti quasi esclusivamente da microfossili, con matrice 
prevalentemente spatica ed in misura del tutto subordinata microcri- 
stallìna. 

I fossili presenti sono costituiti soprattutto da Dasycladacee, subor¬ 
dinatamente da foraminiferi porcellanacei (Miliolidì), frammenti di mol¬ 
luschi e qualche celenterato. I fossili algali sono costituiti quasi esclu¬ 
sivamente da Dasycladacee appartenenti alla specie descritta e subordi¬ 
natamente ad altri generi ( Neomeris , Petrascula e forme affini a Triplo - 
por ella). 

Saìpingoporella exilis è stata segnalata da Dragastan nel Cretacico 
inferiore (Barremiano superiore - Aptiano inferiore). Questa sembra 
anche essere l'età per il momento non meglio precisabile, della roccia 
che contiene gli esemplari studiati. 

Distribuzione stratigrafìca e geografica. Le alghe studiate in questo 
lavoro, sono state riscontrate in due campioni di roccia, contrassegnati 
dalle sigle S.20Q.a ed S.200.b, provenienti da due punti distanti una ven¬ 
tina di metri di un medesimo strato calcareo affiorante alla quota di 
m. 1.120 s.l.m. del versante SW del Monte Ruzzo (Tav. 161 II NE - Rocca- 
mandolfi) (Fig. 1). 

Questo strato fa parte di una potente successione calcarea costituita 
prevalentemente da conglomerati ad elementi più o meno grandi e fram¬ 
menti di radiolitidi di dimensioni variabili. Pur non escludendo che i 
conglomerati osservati possano contenere elementi di età meno antica, 
quella degli elementi osservati è ascrivibile solamente al Cretacico in¬ 
feriore. 


220 C. De Rosa 


Nell'Appennino Meridionale la specie discussa è stata rinvenuta anche 
al Monte Stella, presso S. Mauro, in provincia di Salerno (Tav. 209 IV SO - 
Pollica). In questa località il rilievo è costituito da una successione fli- 
scioide marnoso-arenacea (formazione di S. Mauro) di età compresa tra 
l’Eocene e l'Oligocene. I campioni a Salpingoporella exilis raccolti in 
questa zona sono stati riscontrati in ciottoli di età cretacica contenuti 
in livelli di conglomerato intercalati nella successione ora detta. Questi 
campioni sono contrassegnati dalle sigle A.1517.a ed A.1517.b. 


BIBLIOGRAFIA 


Carozzi A., 1955 - Dasycladacées du Jurassique supérieur dii Bassiti de Genève. 
Eclogae Geol. Hel., 48, pp. 31-67, 19 fìgg., 2 tavv. (Basel). 

Cocco E. & Pescatore T., 1968 - Scivolamenti gravitativi (olistostromi) nel flysch 
del Cilento (Campania). Boll. Soc. Nat. Napoli, 77, pp. 51-91, 25 figg. (Napoli). 

Conrad M. A., 1969 - Pianella genevensis n. sp., une Dasycladacée cladospore des 
calcaires urgonien. Eclogae Geol. Hel., 62, pp. 571-582, 9 figg. (Basel). 

Conrad M. A. & Peybernes B., 1973 - Sur quelques Dasycladales (Chlorophycées) 
du Dogger des Pyrenées centrales et orientales franco-espanoles. Archi. Sci. 
Genève, 26, pp. 297-308, 4 figg., 3 tavv. (Genève). 

Conrad M. A., Praturlon A. & Radoicic R., 1973 - Reinstatement of thè genus 
Salpingoporella Pia followed by Salpingoporella steinhauseri n. sp.. C. R. 
des Séances, SPHN Genève, NS, 7, pp. 103-111, 1 fig., 1 tavv. (Genève). 

Deloffre R. & Ramahlo M., 1971 - Macroporella epischelensis n. sp., Dasycladacée 
Portlandienne du Portugal et observations sur le geme Macroporella Pia 
1912. Bull. Centre Rech. Pau - SNPA, 5, pp. 189-202, (Pau). 

Dragastan O., 1968 - Algues calcaires dans le Jurassique supérieur de Roumanie. 
Geol. Romana, 6, pp. 59-71, 11 tavv. (Roma). 

Dragastan O., 1969 - Algues calcaires du Jurassique supérieur et du Cretacé infé - 
rieur de Roumanie. Rev. Micropaléont., 12, pp. 53-62 (Paris). 

Dragastan O., 1971 - New algae in thè upper Jurassic and lower Cretaceous in 
thè Bicaz-Valley (East-Carpathyans). Rev. Esp. Micropaléont., 3, pp. 155-192, 
3 figg., 12 tavv. (Madrid). 

Groupe francais d’étude des algues fossiles, 1975 - Reflexion sur la systématique 
des Dasycladales fossiles. Étude critique de la terminologie et importance 
relative des criteres de classifìcation. Geobios, 8, fase. 4, pp. 259-290, 6 figg. 
(Lyon). 

Gusic J., 1966 - Two new Dasyclad species of thè subgenus Pianella from thè 
lower Cretaceous of Istria. Geol. Vjesnik, 19, pp. 35-36, 6 tavv. (Zagreb). 

Gusic J., 1970 - The aigai genera Macroporella, Pianella and Salpingoporella (Da- 
sycladaceae). Taxon, 19, pp. 257-261 (Utrecht). 

Nxkler L. & Sokac B., 1967 - Fossi! Dasycladaceae from thè upper Jurassic of thè 
ìvit. Velebit and thè NW part of thè Mt. Velika Kapeka. Rad JAZU, 345, 
pp. 101-134, 8 tavv. (Zagreb). 


Osservazioni su Salpingoporella exilis (Dragastan) 1971 221 


Pia J., 1918» Dasycladaceae, in Trauth F.. Das Eozànverkommen bei Radstadt im 
Pongati. K. Akad. Wiss. Denkschr,, 195, pp. 171-278 (Wien). 

Pia J., 1920 - Die Syphoneae Vertìciliaiae von Karbon bis zur Kreide. Abh. Zool. 
Bot. Gesell., 2, fase. 2 (Wien). 

Pia J., 1925 - Einige neue oder ungenugend bekannte Syphoneae Verticillatae aus 
dem Mitteleuropaeischen Malm . Ann. K. Naturhist. Hofmus., 38, pp. 82-88,. 
1 tav. (Wien). 

Pia J., 1927 - Thailophyta, in M. Hirmer, Handbuch der Palaeobotanik. I. R. 
Oldenburg (Mùnchen und Berlin). 

Praturlon A,, 1966 - Al gal assemblages from Lias to Paleocene in Southern La¬ 
ti um - Abruzzi: a review . Boll. Soc. Geol. ItaL, 85, pp. 167-194, 16 figg. (Roma). 
Praturlon A. & Radoxcic R., 1967 - Notes on thè genus Salpingoporella Pia. Geol. 
Romana, 6, pp. 136-144, 5 figg. (Roma). 

Rabqicic R., 1962 - On a new upper Jurassic Dasycladacee: Pianella grudii n. gen . 
et n. sp . . Vesnik Zavod Geol. Geof. Istraz., ser. A, 20, pp. 109-199, 4 figg., 
3 tavv. (Beograd). 

Raboicic R., 1965 - Pianella turgida n. sp. from thè Cenomanian of thè outer 
Dinarides. Geol. Vjesnik, 18, pp. 195-198, 1 fìg., 5 tavv. (Zagreb). 

Valet G., 1968 - Contribution à Vétude des Dasycladales. 1) Morphogenése. Nova 
Hedwigia - Zeitschrift fiir Kriptogamenkimde, 17, pp. 23-76 (Lehre). 

Valet G., 1969 - Contribution à Vétude des Dasycladales. 2) Cytologie et Repro¬ 
duction. 3) Revision systématique. Nova Hedwigia - Zeitschrift fiir Kripto- 
gamenkunde, 18, pp. 571-644, tavv. 133-162 (Lehre). 


Istituto di Paleontologia dell’Università dì Napoli - Aprile 1976 


TAVOLA I 

Salpingoporella exilis (Dragastan) 


Figg. 1-7. — Sezioni trasversali (Fig. 1) e trasversali oblique. 

Figg. 8-9. — Sezioni oblique. 

Fig. 1 Preparato S.200.b.3 

» 2 » S.200.b.9 

» 3 » S.200.a.5 

» 4 » S.200.a.7 

» 5 » S.200.a.8 

Per tutti i preparati: 

Età. Cretacico inferiore. 

Località. Versante SW del M. Ruzzo, presso Masseria La Forca, alla quota 
m. 1.120 s.l.m. (Tav. 161 II NE - Roccamandolfi). 


Fig. 6 Preparato S.200.a.l4 

» 7 » S.200.b.3 

» 8 » S.200.a.7 

» 9 » S.200.b.2 


Ingrandimento. Circa 40 x. 


Boll, Soc, Matur. in Napoli, 1976 


De Rosa C. - Osservazioni su Salpingo- 
p orci la exilis, ecc. Tav. I 




TAVOLA II 


Salpingoporella exilis (Dragastan) 


Figg. 1-9. — Sezioni oblique. 

Fig. 1 Preparato S.200.b.8 

» 2 » S.200.b.4 

» 3 » S.200.b.4 

» 4 » S.200.b.3 

» 5 » S.200.a.2 

Per tutti i preparati: 

Età. Cretacico inferiore. 


Fig. 6 Preparato S.200.b.8 

» 7 » S.200.a.5 

» 8 » S.2C0.b.2 

» 9 » S.200.a.9 


Località. Versante SW del M. Ruzzo, presso Masseria La Forca, alla quota 
m. 1.120 s.l.m. (Tav. 161 II NE - Roccamandolfi). 


Ingrandimento. Circa 40 x. 


Boll. Soc. Watur. in Napoli, 1976 


De Rosa C. - Osservazioni su Salpingo- 
porella exilis, ecc. Tav. II 




TAVOLA III 

Salpingopor ella exilis (Dragastan) 


Figg. 1-6. — Sezioni oblique. 

Fig. 1 Preparato S.200.a.l 
» 2 » S.200.b.6 

» 3 » S.200.b.5 


Fig. 4 Preparato S.200.a.6 
» 5 » S.200.a.9 

» 6 » S.200.a.6 


Per tutti i preparati: 

Età. Cretacico inferiore. 

Località. Versante SW del M. Ruzzo, presso Masseria La Forca, alla quota 
m. 1.120 s.l.m. (Tav. 161 II NE - Roccamandolfi). 


Ingrandimento. Circa 40 x. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 


De Rosa C. - Osservazioni su Salpingo- 
porella exilis, ecc. Tav. Ili 



TAVOLA IV 

Salpingoporella exilis (Dragastan) 

Fig. 1. — Sezione longitudinale, lievemente obliqua. 

Figo. 2, 4-5, — Sezioni tangenziali, 

Fig. 3, — Sezione assiale. 

Fig. 1 Preparato S.200.a.7 Fig. 4 Preparato S.20Q.a.2 

» 2 » S.200.b.9 » 5 » S.2Q0.a.l 

» 3 » S.200.a.6 

Per tutti i preparati: 

Età. Cretacico inferiore. 

Località. Versante SW del M. Ruzzo, presso Masseria La Forca, alla quota 
m. 1.120 s.l.m. (Tav, 161 II NE - Roccamandolfi). 


Ingrandimento. Circa 40 x. 


Boll. Soc. Matur. in Napoli, 1976 


De Rosa C. - Osservazioni su Salpinge» 
poreìla exilis, ecc. Tav. IV 



TAVOLA V 

Scilpingoporella exilis (Dragastan) 

Fig. 1. — Sezione longitudinale obliqua. 

Figg. 2-7. — Sezioni oblique. 

Fig. 1 Preparato S.200.a.3 Fig. 4 Preparato S.200.a.2 Fig. 6 Preparato S.200.a.5 

» 2 » S.200.a.3 » 5 » S.200.a.3 » 7 » S.200.a.2 

» 3 » S.200.a.3 

Per tutti i preparati: 

Età. Cretacico inferiore. 

Località. Versante SW del M. Ruzzo, presso Masseria La Forca, alla quota 
m. 1.120 s.l.m. (Tav. 161 II NE - Roccamandolfi). 


Ingrandimento. Circa 40 x. 


Boll. Soc. Nat 

























Soc. Natur. in Napoli, 1976 


Do Rosa C. - Osservazioni su Salpingo- 
porella exilis, ecc. Tav. V 







Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 231-275, figg . 16, tahh. 4 


La frana di Marina Grande di Capri 
del 21 febbraio 1974. 

Studio di geologia-tecnica 

Nota di Mattia Guida (*), Gianmaria Iaccarino (*), 
Goffredo Lombardi (*) e del socio Antonio Vallario (*) 

(Tornata del 30 aprile 1976) 


Sommario. — Molto spesso si vuole attribuire ad eventi pluviometrici ec¬ 
cezionali e non prevedibili la causa di frane a volte funestate dalla perdita di 
vite umane; spesso, come nel caso della frana verificatasi in località Fuosso 
nell'isola di Capri, uno studio analitico mette in evidenza la responsabilità del¬ 
l’uomo che ha utilizzato un pendio fortemente acclive, senza eseguire i neces¬ 
sari interventi di sistemazione. 

Il fenomeno del tipo misto, scoscendimento e colata fangosa, si è verificato 
nell’area destinata ad accogliere Rimpianto di incenerimento dei rifiuti solidi 
del Comune di Capri, realizzato su di un ripiano artificiale a mezza costa sul 
pendio che degrada verso la Marina Grande. La breve area pianeggiante è stata 
ricavata con uno sbancamento di materiali piroclastici incoerenti ed è situata 
ai bordi di un impluvio naturale che sottende un modesto bacino imbrifero. 

Lo studio analitico delle precipitazioni ha permesso di ricavare la legge di 
pioggia ed ha confermato la periodica ricorrenza di eventi meteorici relativa¬ 
mente abbondanti. 

Per individuare le cause determinanti del fenomeno franoso, sono state ana¬ 
lizzate le condizioni del pendio prima della caduta dei materiali, seguendo il 
metodo del Fellenius che si adatta in modo particolare al tipo di movimento 
verificatosi. Il metodo, applicato a tre ipotetiche superfici di scorrimento, ha 
mostrato che il cerchio più prossimo alla superficie di neoformazione presenta 
coefficienti di sicurezza più bassi. Lo studio ha messo in evidenza che il pendio, 
con un angolo di scarpa di 36°, è franato sia per l’aumento dei carichi applicati, 
che del grado di imbibizione. 

Sono state ipotizzate quattro superfici di scorrimento ed è risultata evi¬ 
dente la elevata instabilità del versante specie nella zona della nicchia di di¬ 
staccò. 


(*) Istituto di Geologia e Geofisica dell'Università di Napoli. 


16 


232 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


Sembra quindi necessario un intervento globale di sistemazione, per ridurre 
gli sforzi di taglio nella parte alta, e la realizzazione di canalizzazioni che, al¬ 
lontanando le acque superficiali, impediscano il decremento delle caratteristiche 
tecniche. 

Summary. — Very often unexpected pluviometrie phenomena are blamed 
for landslides which cause thè loss of human life. The case of thè Fuosso 
landslide on thè island of Capri, brings to light man’s responsibility, as thè 
necessary measures ware not taken when work was begun on this very steep 
slope. 

A mixed phenomena of slumps and mudflow occured in thè area chosen 
by Capri Locai Authorities for an incinerator of solid refuse matter, that is, 
on an artificial step halfway down thè slope descending towards Marina Grande. 
The small plain area was obtained by removing thè incoherent pyroclastic ma¬ 
terial and is situated at thè edge of a naturai valley which subtends a modest 
catchment basin. 

The analytical study as regards rainfall has permitted thè law of declivity 
to be calculated and has confirmed thè periodic recurrence of quite abundant 
meteoric events. 

To individuate thè determining causes of thè landslide thè slope condition 
before thè slide has been analized according to thè Fellenius method, parti- 
cularly suitable to thè type of movement which occured. 

The method applied to three hypothetical sliding surfaces shows thè cicle 
nearest to thè neoformation surface with low safety coefficients. 

As was expected thè study showed that thè slope, set at a scarp angle of 36° 
collapsed both because of thè increased weight supported by thè slope and be- 
cause of thè high saturation degree. 

The study was completed by examining thè slope in its present state. Four 
sliding surfaces, were hypothesized, and it became obvious that thè slope was 
extremely unstable especially in thè zone around thè landslide scarp. 

Thus, global intervention is necessary to reduce thè shear stress in thè 
upper part as is thè realization of canalization to draw away surface water 
and to prevent thè decrement of technical characteristics. 


1. Premessa 

Il 21 febbraio 1974, alle ore 14.30 circa, in località Fuosso di Marina 
Grande di Capri, una cospicua massa di piroclastiti incoerenti miste a 
notevoli quantità di rifiuti solidi, si staccava da un pendio particolar¬ 
mente acclive e si riversava, con elevata velocità, nella zona sottostante. 
Il cumulo di frana investiva alcune abitazioni, provocando ingenti danni 
e due morti. 

Ancora una volta l’uomo subiva i capricci della natura! Ma questa 
affermazione semplicistica che sovente costituisce l'alibi di chi è coinvolto 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 233 


con responsabilità dirette, se pur tacita l'uomo comune non può accon¬ 
tentare chi è volto a ricercare le cause obiettive dei fenomeni naturali 
e non quelle di comodo. 

L'esigenza di individuare le possibili cause per interpretare corret¬ 
tamente la meccanica del fenomeno e proporre le opere di sistemazione 
più adeguate, è alla base di questo studio di geologia tecnica di un fe¬ 
nomeno franoso singolo, ma non unico. Infatti le aree campane e la Pe¬ 
nisola Sorrentina in particolare, hanno lamentato spesso e di recente epi¬ 
sodi analoghi. 

Inoltre il contributo che la ricerca può dare, per quanto concerne 
gli eventi naturali disastrosi, deve essere anche di tipo previsionale oltre 
che sistematorio e nel campo della prevedibilità si avverte la necessità 
di studi analitici che consentano di quantizzare, quando possibile, i pa¬ 
rametri che determinano questi fenomeni. 

La frana di Capri rappresenta anche un esempio tipico di infelice 
combinazione tra cause naturali ed azioni umane. È vero infatti che gli 
equilibri naturali dell'area in esame erano già precari, ma è altrettanto 
palese che le azioni di disturbo operate dall'uomo hanno contribuito a 
peggiorare la potenziale instabilità del versante, accelerando i normali 
processi evolutivi. 

Per lo studio dell'episodio franoso sono state prese in esame tanto 
le condizioni geomorfologiche dei litotipi affioranti, quanto le caratteri¬ 
stiche tecniche dei terreni interessati. L’analisi dei dati pluviometrici e 
dei deflussi superficiali è volta a quantizzare la pioggia caduta in occasione 
della frana e mostrarne così la prevedibilità. Del resto, gli eventi piovosi 
abbondanti rappresentano quasi sempre una componente essenziale per 
la rottura degli equilibri naturali, ma inquadrati negli aspetti che carat¬ 
terizzano un certo ambiente non possono ritenersi imponderabili, semmai 
sono da prevedere proprio perché rientrano negli episodi che si verificano 
con una certa frequenza. I dati emersi da queste analisi e lo studio delle 
caratteristiche e delle modalità del movimento franoso, hanno consentito 
di formulare ipotesi attendibili sulle possibili cause che hanno determi¬ 
nato la rottura dell'equilìbrio. 

Ma oltre l'interpretazione delle cause, per valutare la prevedibilità 
del fenomeno, è indispensabile giungere alla formulazione analitica del 
coefficiente di sicurezza del pendio. Tale studio, svolto con il metodo del 
Fellenius sia nelle situazioni precedenti al franamento che nelle condi¬ 
zioni attuali, ha evidenziato che il pendio era instabile prima della frana, 
anche senza considerare i sovraccarichi derivanti dai rifiuti. L'attuale 


Detrito di falda frammisto a 
materiale piroclastico.brecce 
calcaree e cumulo di antica frana 


o 

io 



Depositi piroclastici poco coerenti e 
rimaneggiati per dilavamento, a luoghi 
frammisti a detriti calcarei 


+ -| Brecce calcaree piu'o meno cementate 

+ + + -J con intercalazioni di piroclastiti incoerenti 


1 ~j~r Calcari di periscogliera 
Pendenza degli strati 


Faglie 
_AJ Sezione 



0 50 100 























































































































































Fig. 1. — Carta geologica. 

















































































Detrito di falda frammisto a 
; materiale piroclastico, brecce 
Jcalcaree e cumulo di antica frana 


Depositi piroclastici poco coerenti e 


rimaneggiati per dilavamento, a luoghi 
frammisti a detriti calcarei 


f o * + 1 Brecce calcaree piu o meno cementate 
+_ + con intercalazioni di piroclastiti incoerenti 


J. 1 ijlE Calcari di periscogliera 
j?'' Pendenza degli strati 


Faglie 

L^_ Sezione 





































































































































236 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


situazione nemmeno offre garanzie di sicurezza, di qui la necessità di 
intervenire con adeguate e radicali opere in funzione della futura utiliz¬ 
zazione dell'area. 

Con questa ricerca gli autori oltre ad esporre lo studio analitico di 
un fenomeno franoso, propongono una metodologia di indagine che, a 
loro avviso, sarebbe opportuno applicare per prevenire piuttosto che per 
sistemare. 

Lo studio è stato condotto utilizzando i dati rilevati dalla biblio¬ 
grafia specializzata per quanto riguarda le caratteristiche tecniche delle 
rocce, mentre si è ipotizzato, su basi geologiche e morfologiche, l’anda¬ 
mento delle rocce nel sottosuolo; non è stato possibile avvalersi né di 
prove di laboratorio, né di indagini dirette in profondità. 


2. Geomorfologia 

Le successioni carbonatiche affioranti nell'isola di Capri sono riferi¬ 
bili alla facies marginale della piattaforma campano-lucana. 

I litotipi prevalenti nell'isola sono costituiti da calcari di età com¬ 
presa tra il Lias ed il Cretacico inferiore e medio, e da terreni arenacei 
in facies di flysch del Miocene inferiore. I terreni più recenti sono rap¬ 
presentati da depositi piroclastici del vulcanesimo pleistocenico campano. 

La successione mesozoica è costituita da calcari di periscogliera mas¬ 
sicci e mal stratificati. La struttura è di tipo monoclinalico con immer¬ 
sione prevalente a N-NE. 

La coltre piroclastica, quasi sempre rimaneggiata, si presenta incoe¬ 
rente e spesso alterata; si rinviene nelle depressioni morfologiche e lungo 
i margini dei versanti. 

In quest’ultima situazione, lo spessore della coltre piroclastica au¬ 
menta progressivamente da monte a valle. 

I rilievi calcarei sono interessati da un fitto reticolo di faglie, per 
lo più subverticali, che hanno condizionato l’elevata acclività dei ver¬ 
santi. Alla base dei pendìi si rinvengono detriti di falda variamente ce¬ 
mentati, spesso frammisti a terreni piroclastici. 

II reticolo idrografico si è impostato in corrispondenza delle mag¬ 
giori linee di faglia, per cui le incisioni risultano brevi e rettilinee con 
pendenze elevate e quasi sempre incassate. 

Nell’area in studio i terreni più antichi (Fig. 1) sono rappresentati 
da calcari del Cretacico inferiore e medio per lo più bianchi e grigiastri, 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 237 


talora avana, in banchi. Sono calcari di periscogliera con coralli, echinidi, 
gasteropodi, alghe calcaree e faune neritiche in genere. 

L’intensa tettonizzazione e le acque di dilavamento hanno contribuito 
ad isolare parti più o meno cospicue di roccia calcarea, che talvolta ro¬ 
vinano verso valle e rendono precarie le condizioni di stabilità dei pendìi. 

La permeabilità secondaria è di conseguenza elevata, per cui le acque 
meteoriche vengono assorbite in buona quantità. 

Le rocce calcaree, ora descritte, affiorano da M.te San Michele a 
M.te S. Maria e fino a Marina Piccola. 

Alla base dei rilievi calcarei si individuano brecce di pendio, a 
luoghi ben cementate. Queste sono costituite da elementi calcarei a spi¬ 
goli vivi, di dimensioni variabili, ma generalmente dell’ordine dei 10-20 cm. 
Nelle brecce si rinvengono anche piccoli massi calcarei e depositi vul¬ 
canici quali lapilli e tufi incoerenti; i terreni vulcanici spesso ricoprono 
i materiali detritici. La permeabilità è funzione del grado di cementazione 
delle brecce. 

Le brecce affiorano in continuità lungo le pareti calcaree fino alla 
quota di circa 170 m. 

A quote inferiori si rinvengono materiali piroclastici incoerenti, di¬ 
lavati e rimaneggiati, a luoghi alterati e spesso frammisti a terre rosse 
e detriti calcarei. Verso il basso i terreni piroclastici incoerenti fanno 
passaggio a tufi gialli incoerenti e pozzolane brune. 

La permeabilità non elevata dipende sia dal grado di alterazione che 
dall’assortimento granulometrico. 

I pendii dove affiorano i depositi piroclastici hanno pendenze meno 
accentuate ed è diffusa la coltivazione a terrazzi protetti da muri a secco, 
che attenuano ulteriormente l'acclività dei versanti. 

A monte della strada provinciale ed in sinistra orografica dell’inci- 
cisione del Fuosso è rilevabile il corpo di un'antica frana, costituito da 
un ammasso caotico di brecce calcaree e terreni piroclastici. La nicchia 
di distacco si sviluppa per circa 200-250 m a partire dal Castello Bar¬ 
barossa. Il cumulo di frana, disposto lungo buona parte del pendio, è stato 
successivamente fissato dalla vegetazione. 

Le caratteristiche strutturali e le condizioni morfologiche esaminate 
consentono di prevedere lo spessore dei terreni di copertura sulle rocce 
calcaree; tale spessore va progressivamente aumentando dalla zona del 
piazzale verso valle e il contatto tra le rocce calcaree ed i terreni piro¬ 
clastici segue le linee strutturali, anche se più in basso si potrebbe spo¬ 
stare verso l’esterno del pendio (Fig. 2). 


Strada Provinciale 
Capri Anacapri 
























La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 239 


3. Caratteristiche tecniche dei terreni 

La frana ha interessato, prevalentemente, le piroclastiti incoerenti 
e subordinatamente la copertura vegetale ed i rifiuti accumulati sul piaz¬ 
zale o lungo il pendio. I depositi piroclastici, del tipo pozzolane, per la 
loro giacitura secondaria sono da considerare rimaneggiati. 

Le caratteristiche tecniche di questi terreni sono state studiate si¬ 
stematicamente solo di recente, mentre risalgono al 1920-1930 gli studi 
sul tufo dell’area napoletana. In occasione del Congresso di Geotecnica 
di Cagliari del 1967 è apparso, ad opera di A. Pellegrino 1 , una memoria 
sulle proprietà fisico-meccaniche dei terreni vulcanici del Napoletano. In 
questo lavoro vengono prese in esame sia le pozzolane che i tufi. 

Le caratteristiche tecniche dei depositi piroclastici sciolti e rimaneg¬ 
giati presenti nell'area studiata, sono state dedotte dalla memoria citata 
che illustra molto esaurientemente il comportamento di questi terreni 
nelle varie condizioni. 

Per le pozzolane rimaneggiate l'assortimento granulometrico presenta 
una percentuale più elevata di particelle fini rispetto alle pozzolane in 
sede; inoltre, a causa del rimaneggiamento, esse abbondano di materiali 
umificati e di lapilli. Per la presenza di abbondante frazione sottile e di 
materiale umificato, hanno una discreta plasticità rispetto alle pozzolane 
in sede. Dalla curva granulometrica cumulativa si può affermare che, 
mediamente, le pozzolane rimaneggiate possono essere definite come 
sabbia limosa debolmente ghiaiosa. 

Le pozzolane, in generale, sono costituite principalmente da sostanze 
vetrose con porosità elevata; il peso specifico delle pozzolane rimaneg¬ 
giate varia da 2.3 a 2.6 con valore medio di 2.5 gr/cm 3 , leggermente mag¬ 
giore di quello riscontrato nelle pozzolane in sede. Ai fini pratici si terrà 
conto, in questi terreni, della sola porosità esterna .1 valori medi della 
porosità sono dell'ordine di 0.54. Dalla elevata porosità e dal ridotto peso 
specifico consegue un peso secco dell'unità di volume alquanto basso, me¬ 
diamente di circa 1.13 gr/cm 3 . Il contenuto d'acqua si aggira intorno a 
0.30, valore elevato proprio a causa della struttura vetrosa che favorisce 
l’imbibizione. Il grado di saturazione diffìcilmente supera il valore di 0.6 
nelle pozzolane in sede; in quelle rimaneggiate si raggiungono anche i 
valori più elevati, sia per la presenza di materiali umificati e sia perché 
risentono direttamente delle azioni esterne. 

L’angolo di attrito interno, espresso in termini di pressione effettiva, 
si aggira intorno ai 30°. Tale valore si può definire come parametro ca- 


240 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


TABELLA 


Precipitazioni medie mensili registrate a 


Anno 

GENNAIO 

FEBBRAIO 

MARZO 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

1951 

109.0 

26.0 

12 

9.1 

78.0 

13.0 

11 

7.1 

69.9 

22.4 

10 

7.0 

1952 

44.4 

10.2 

8 

5.6 

77.5 

17.4 

10 

7.7 

32.4 

10.0 

6 

5.4 

1953 

117.8 

30.0 

8 

14.7 

70.5 

17.6 

12 

5.9 

3.7 

3.7 

1 

3.7 

1954 

177.4 

32.8 

14 

12.7 

111.6 

17.0 

14 

8.0 

30.2 

11.6 

5 

6.0 

1955 

57.7 

33.0 

6 

9.6 

25.8 

6.6 

8 

3.2 

57.5 

21.6 

7 

8.2 

1956 

48.2 

15.0 

10 

4.8 

89.8 

14.2 

16 

5.6 

25.8 

7.4 

7 

3.7 

1957 

138.9 

28.6 

11 

12.6 

6.2 

5.6 

1 

6.2 

3.4 

1.8 

2 

1.7 

1958 

85.0 

20.0 

10 

8.5 

45.1 

12.4 

8 

5.6 

152.6 

35.0 

17 

9.0 

1959 

57.2 

14.4 

10 

5.7 

5.9 

4.0 

2 

2.9 

32.2 

17.0 

4 

8.0 

1960 

96.2 

27.8 

13 

7.4 

59.6 

16.0 

11 

5.4 

38.2 

12.2 

5 

7.6 

1961 

109.8 

20.4 

16 

6.9 

5.7 

1.9 

3 

1.9 

20.4 

14.4 

3 

6.8 

1962 

61.2 

20.2 

10 

6.1 

17.6 

4.6 

6 

2.9 

84.0 

26.8 

10 

8.4 

1963 

78.4 

11.2 

12 

6.5 

112.0 

17.2 

16 

7.0 

38.6 

11.4 

7 

5.5 

1964 

20.4 

11.4 

4 

5.1 

37.8 

12.8 

7 

5.4 

93.4 

24.2 

14 

6.6 

1965 

129.8 

28.2 

14 

9.3 

56.0 

13.4 

11 

5.1 

33.4 

15.4 

9 

3.7 

1966 

97.2 

16.6 

11 

8.8 

33.0 

9.6 

7 

4.7 

17.8 

5.8 

5 

3.6 

1967 

55.4 

9.4 

10 

5.5 

19.2 

11.2 

2 

9.6 

0.8 

0.6 

— 

— 

1968 

23.8 

11.8 

6 

4.0 

28.2 

7.8 

6 

4.7 

26.6 

13.2 

5 

5.3 

1969 

54.0 

13.0 

9 

6.0 

97.4 

16.4 

14 

7.0 

160.5 

61.6 

14 

11.5 

1970 

50.2 

10.4 

11 

4.6 

39.8 

6.8 

10 

4.0 

56.2 

19.0 

10 

5.6 

1971 

80.6 

31.8 

9 

9.0 

43.0 

24.6 

6 

7.2 

107.2 

27.8 

14 

7.7 

1972 

72.4 

25.6 

10 

7.2 

77.0 

30.2 

11 

7.0 

18.2 

13.4 

2 

9.1 

1973 

138.0 

82.0 

9 

15.3 

146.8 

27.0 

16 

9.2 

41.0 

8.2 

10 

4.1 

1974 

54.0 

23.2 

9 

6.0 

138.4 

71.0 

15 

9.2 

43.2 

16.2 

8 

5.4 




















La frana di Marina Grande di Capri, ecc . 241 


I 

Capri dal gennaio 1951 al dicembre 1974 


APRILE 

MAGGIO 

GIUGNO 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

24.6 

16.0 

3 

8.2 

64.3 

23.8 

10 

6.4 

2.0 

2.0 

1 

2.0 

56.1 

21.0 

6 

9.3 

21.7 

13.2 

2 

p 

bo 

1.4 

1.4 

1 

1.4 

80.1 

29.5 

8 

10.0 

60.0 

22.3 

7 

8.6 

17.4 

14.0 

3 

5.8 

12.2 

7.2 

3 

4.1 

51.2 

18.2 

8 

6.4 

— 

— 

— 

— 

4.8 

2.4 

2 

2.4 

6.2 

4.0 

2 

3.1 

5.8 

5.8 

1 

5.8 

33.2 

17.8 

6 

5.5 

26.7 

15.0 

2 

13.3 

28.7 

12.3 

6 

4.8 

37.4 

19.0 

7 

5.3 

35.9 

8.2 

9 

4.0 

— 

— 

— 

— 

87.6 

24.1 

12 

7.3 

13.3 

7.3 

3 

4.4 

25.2 

16.0 

3 

8.4 

56.0 

14.0 

7 

8.0 

46.2 

21.2 

8 

5.8 

17.7 

10.3 

4 

4.4 

83.8 

23.0 

8 

10.5 

19.6 

7.8 

4 

4.9 

2.0 

2.0 

1 

2.0 

37.4 

23.2 

5 

7.5 

12.8 

4.8 

3 

4.3 

29.2 

12.6 

6 

4.9 

23.8 

10.4 

6 

4.0 

5.8 

3.0 

2 

2.9 

10.8 

4.8 

3 

3.6 

18.4 

9.8 

4 

4.6 

31.2 

10.4 

7 

4.5 

16.2 

9.2 

4 

4.0 

19.4 

5.0 

5 

3.9 

12.0 

5.4 

3 

4.0 

33.4 

15.8 

5 

6.7 

57.8 

15.4 

9 

6.4 

13.8 

9.6 

2 

6.9 

7.2 

2.8 

3 

2.4 

29.0 

17.0 

4 

7.2 

63.0 

39.6 

7 

9.0 

19.8 

10.8 

3 

6.6 

71.4 

14.0 

10 

7.1 

13.8 

6.0 

3 

4.6 

24.0 

11.0 

5 

4.8 

20.6 

11.8 

4 

5.1 

39.8 

12.0 

5 

8.0 

11.4 

5.0 

5 

2.3 

83.0 

25.0 

8 

10.4 

21.8 

9.6 

5 

4.4 

27.6 

8.0 

7 

3.9 

27.5 

7.8 

6 

4.6 

60.2 

46.0 

5 

12.0 

36.0 

20.8 

6 

6.0 

28.6 

8.6 

8 

3.6 

36.0 

22.8 

3 

12.0 

30.3 

26.1 

3 

10.1 

•' 58.0 

ILO 

12 

4.8 

17.2 

11.0 

3 

5.7 

1.6 

0.8 

— 

— 

24.2 

11.8 

4 

6.1 

0.4 

0.4 

— 

— 

5.2 

3.2 

2 

2.6 

77.8 

26.8 

9 

8.6 

20.0 

12.0 

4 

5.0 

— 

— 

— 

— 



















242 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 




Segue : TABELLA 
Precipitazioni medie mensili registrate a 


Anno 

LUGLIO 

AGOSTO 

SETTEMBRE 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

mm 

Media 

1951 





11.8 

4.0 

4 

2.9 

127.4 

77.0 

6 

21.2 

1952 

27.9 

12.8 

3 

9.3 

3.8 

3.8 

1 

3.8 

129.0 

22.5 

11 

11.7 

1953 

— 

— 

— 

— 

30.2 

20.0 

3 

10.1 

51.4 

22.0 

4 

12.8 

1954 

0.2 

0.2 

— 

— 

20.1 

15.0 

3 

6.7 

9.4 

6.6 

2 

4.7 

1955 

16.0 

12.0 

3 

5.3 

2.8 

1.6 

2 

1.4 

115.0 

25.0 

12 

9.6 

1956 

— 

— 

— 

— 

— 

— 

— 

— 

31.8 

9.0 

5 

6.4 

1957 

23.2 

20.4 

2 

11.6 

24.4 

16.0 

3 

8.1 

16.0 

6.2 

3 

5.3 

1958 

0.2 

0.2 

— 

— 

21.8 

21.8 

1 

21.8 

38.2 

21.0 

3 

12.7 

1959 

9.0 

6.6 

2 

4.5 

3.6 

3.0 

1 

3.6 

65.0 

41.4 

4 

16.2 

1960 

5.2 

5.2 

1 

5.2 

— 

— 

— 

— 

57.2 

14.2 

8 

7.1 

1961 

3.0 

3.0 

1 

3.0 

8.0 

4.0 

2 

4.0 

— 

-- 

— 

— 

1962 

— 

— 

— 

— 

0.4 

0.4 

— 

— 

97.8 

29.8 

7 

14.0 

1963 

21.4 

18.4 

2 

10.7 

26.6 

18.8 

3 

8.9 

45.2 

21.4 

6 

7.5 

1964 

0.8 

0.8 

— 

— 

47.4 

33.2 

4 

11.8 

1.4 

0.8 

— 

— 

1965 

0.6 

0.6 

— 

— 

37.6 

11.4 

3 

12.5 

89.0 

29.4 

7 

12.7 

1966 

60.6 

26.8 

3 

20.2 

24.4 

18.0 

2 

12.2 

41.0 

19.2 

4 

10.2 

1967 

0.8 

0.6 

— 

__ 

55.4 

17.0 

6 

9.2 

23.6 

17.0 

3 

7.9 

1968 

3.4 

3.4 

1 

3.4 

109.8 

53.0 

3 

36.6 

19.0 

9.4 

2 

9.5 

1969 

32.4 

19.2 

3 

10.8 

70.8 

23.4 

7 

10.1 

29.8 

8.6 

6 

5.0 

1970 

11.8 

7.8 

2 

5.9 

5.6 

2.8 

2 

2.8 

20.6 

11.6 

2 

10.3 

1971 

40.0 

26.6 

4 

10.0 

7.0 

7.0 

1 

7.0 

79.8 

21.4 

4 

19.9 

1972 

7.4 

3.2 

3 

2.5 

40.0 

24.4 

5 

8.0 

113.4 

40.2 

8 

14.2 

1973 

17.0 

14.0 

3 

5.7 

46.2 

29.2 

6 

7.7 

22.2 

7.2 

6 

3.7 

1974 

0.6 

0.6 

— 

— 

34.6 

13.6 

4 

8.6 

28.0 

11.2 

4 

7.0 




















La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 243 


I 

Capri dal gennaio 1951 al dicembre 1974 


OTTOBRE 

NOVEMBRE 

DICEMBRE 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 
mm | 

1 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 

Totale 

mm 

Quan¬ 

tità 

max 

Giorni 

piovosi 

Media 

mm 


51.1 

26.5 

5 

10.2 

61.8 

17.5 

9 

6.9 

116.6 

25.8 

8 

14.6 

37.4 

12.0 

6 

6.2 

178.6 

56.4 

13 

13.7 

72.8 

31.2 

7 

10.4 

81.1 

24.4 

9 

9.0 

24.1 

9.6 

6 

4.0 

21.6 

8.2 

6 

3.6 

74.4 

29.0 

10 

7.4 

143.6 

25.0 

11 

13.0 

30.4 

14.4 

2 

15.2 

64.8 

23.4 

5 

13.0 

67.6 

20.0 

9 

7.5 

10.8 

10.0 

1 

10.8 

126.0 

27.4 

16 

7.9 

3.4 

3.4 

1 

3.4 

55.8 

26.2 

3 

18.6 

12.6 

12.6 

1 

12.6 

65.2 

19.0 

6 

10.9 

72.6 

36.8 

3 

24.2 

29.6 

7.0 

8 

3.7 

47.8 

28.8 

4 

11.9 

72.4 

15.4 

14 

5.2 


93.9 

30.2 

8 

11.7 

136.7 

29.8 

15 

9.1 

34.0 

15.0 

4 

8.5 

33.2 

20.2 

8 

4.1 

45.4 

13.6 

8 

5.7 

152.5 

24.2 

16 

9.5 

64.0 

14.4 

9 

7.1 

155.7 

47.4 

14 

11.1 

111.4 

30.0 

13 

8.7 

95.0 

42.2 

11 

8.6 

146.8 

29.0 

17 

8.6 

20.4 

10.6 

2 

10.2 

61.2 

34.4 

3 

20.4 

63.8 

26.4 

5 

12.8 

154.4 

37.4 

13 

11.9 

153.8 

50.0 

15 

10.2 

45.8 

20.4 

5 

9.2 

126.6 

32.4 

10 

12.7 

78.2 

32.4 

7 

11.2 

64.0 

25.0 

6 

10.7 

83.2 

25.2 

9 

9.2 

29.9 

7.0 

8 

3.7 

22.6 

9.4 

3 

7.5 

47.8 

18.0 

6 

7.9 


79.5 

26.0 

7 

11.4 

73.9 

20.7 

12 

6.2 

47.8 

14.0 

6 

8.0 

71.6 

21.0 

9 

8.0 

26.6 

11.4 

6 

4.4 

73.0 

18.8 

7 

10.4 

66.2 

21.8 

9 

7.4 

87.5 

19.4 

11 

8.0 

170.8 

31.4 

15 

11.4 

107.8 

20.6 

15 

7.2 

72.6 

21.4 

9 

8.1 

119.4 

25.4 

16 

7.5 

59.0 

13.4 

12 

4.9 

133.0 

24.4 

13 

10.2 

61.0 

15.2 

11 

5.5 

87.2 

14.4 

18 

7.3 

87.9 

19.4 

10 

8.8 

195.2 

63.6 

14 

13.9 

152.8 

23.6 

18 

8.5 

81.2 

57.2 

7 

11.6 

50.8 

39.0 

2 

25.4 

85.9 

11.0 

4 

9.0 

75.6 

27.6 

7 

10.8 

25.8 

9.0 

4 

6.4 





















244 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


ratteristico delle pozzolane rimaneggiate anche se, in natura, si possono 
riscontrare dei valori di c p superiori o inferiori di qualche grado. 

Per quanto riguarda la coesione, questa presenta mediamente valori 
molto bassi o addirittura nulli; ciò nonostante è possibile rinvenire pendìi 
quasi verticali di pozzolane, in cui è evidente il contributo sostanziale 
della coesione che consente angoli di scarpa tanto elevati. Nello studio 
svolto, mancando informazioni dirette sulle caratteristiche meccaniche dei 
terreni interessati dal fenomeno franoso, si è ritenuto di assumere in 
una prima fase di indagine un valore medio della coesione pari a 
0.03 Kg/cm 2 . 

Successivamente nello studio della stabilità del pendio dopo l'evento 
franoso, si è ritenuto, per ovvi motivi di sicurezza, di considerare nulla 
la coesione; infatti la frana si è verificata in terreni piroclastici rimaneg¬ 
giati, ove i legami coesivi sono mediamente nulli. 

Nelle valutazioni analitiche atte a definire la stabilità del pendio 
prima e dopo l’evento franoso, si sono assunti i parametri fisici corri¬ 
spondenti ad un grado di saturazione di 0.6 e di 0.9. Il primo valore rap¬ 
presenta le condizioni medie, il secondo condizioni possibili e, quindi, 
adottate per motivi di sicurezza. 

Per S = 0.6 si sono assunti i seguenti valori: contenuto d'acqua di 
0.31 e peso dell’unità di volume di 1.48 t/mc. Per S = 0.9 si sono assunti 
un contenuto d’acqua di 0.44 e un peso dell'unità di volume di 1.63 t/mc. 
L'angolo di attrito è stato fissato in 30°. 

Da quanto esposto si può desumere che le pozzolane rimaneggiate 
hanno caratteristiche tecniche leggermente inferiori a quelle delle pozzo¬ 
lane in sede, con un grado di saturazione medio. 

4. Pluviometria e calcolo dei deflussi 

I fenomeni franosi si verificano, di norma, in occasione di eventi 
piovosi ai quali si attribuisce un notevole peso nella rottura degli equi¬ 
libri naturali; non sempre, però, la pioggia si deve ritenere causa deter¬ 
minante. Questa rientra negli aspetti che caratterizzano un certo ambiente 
naturale e pertanto può essere prevista e valutata. 

Con le analisi delle piogge si tende a caratterizzare, dal punto di 
vista pluviometrico, la zona studiata con l’intento di tipizzare la preci¬ 
pitazione avvenuta in occasione della frana, inserendola in un contesto 
generale, per mostrarne così la prevedibilità. Inoltre è possibile valutare 
la quantità massima di pioggia e quindi desumere i deflussi da cana¬ 
lizzare. 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 245 


Sono stati raccolti i dati di pioggia registrati dall’Osservatorio Me¬ 
teorologico dell’Aeronautica Militare di Capri a partire dal gennaio 1951 
fino al dicembre 1974. Nella tabella I sono riportati la quantità totale 
di precipitazioni mensili, la quantità massima giornaliera, il numero di 
giorni piovosi e la media mensile. 

Si è ritenuto di ricercare la legge di « possibilità climatica » che col¬ 
lega le altezze di pioggia con la durata di ciascun evento. Tale legge viene, 
generalmente, posta sotto la forma : 

h = a T n 

h = altezza di pioggia in mm caduta in un tempo espresso in ore; 
a = altezza di pioggia in mm caduta in un’ora; 

T = durata di pioggia espressa in ore; 
n = coefficiente angolare. 

Riportando in diagramma bilogaritmico i dati relativi alle altezze 
di pioggia di forte intensità e breve durata (Tab. II), si è individuato un 
insieme di punti rappresentativi. La legge di pioggia è stata ricavata con 
metodi deterministico e statistico. 

TABELLA II 

Precipitazioni di notevole intensità e di breve durata, registrate nel periodo 

1951-1974. 


t (') h (mm) 


15' 

8 

12 

13.6 

16 

14 

5.7 

13.2 

14 

10 

10.5 

30' 

12 

25.6 

19 

17.6 

17 

14 

15.2 

24 

18.4 

12.5 

60' 

18 

26 

17.6 

27 

22.6 

23.9 

14 

35.6 

22 

20.5 


Il metodo deterministico consiste nell’interpolazione con una retta, 
dei massimi valori di h prima individuati. La retta così definita rappre¬ 
senta la legge di pioggia (Fig. 3). 

Lo studio statistico è stato condotto elaborando i dati di pioggia se¬ 
condo la legge asintotica del massimo valore o di Fuller-Gumbel, per 
un periodo di ritorno di cinquanta anni. Dopo aver ricavato i valori del¬ 
l'altezza di pioggia relativi a 15', 30' e 60' si sono calcolati la media 
aritmetica e lo scarto quadratico medio, per desumere i valori relativi 





246 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 



al l’estremo atteso e al l’intensità di funzione. Le formule utilizzate per 
il calcolo di /imax, per un periodo di ritorno di T anni, con T pari a 50, 
sono: 


K = - 
cr V 6 

„ —M-J- 

= “ [‘ - tett'"'” (t^t) 



















































































































































































































































































































































La frana di Marina Grande di Capri , ecc. 247 


dove : 

K = intensità di funzione; 
p, = estremo atteso; 

<7 = scarto quadratico medio; 

M = media aritmetica; 
r] = 057722. 

L'applicazione di questo metodo porta alla determinazione dei mas¬ 
simi valori di h relativi a 15', 30' e 60' per un periodo di ritorno di 50 
anni. I rispettivi valori di h ottenuti, pari a 19.87, 29.58 e 38.39, sono stati 
riportati sullo stesso diagramma bilogaritmico di fìg. 3. L'interpolazione 
di questi punti individua la linea segnalatrice di possibilità climatiche. 

I risultati ottenuti con i due metodi portano rispettivamente a: 

h = 40 r 0 - 66 per la legge deterministica 

h = 50 r 0 - 66 per la legge statistica 

Di tali valori sarà utilizzato quello più elevato in quanto consente di 
raggiungere un buon margine di sicurezza. 

II 21 febbraio 1974 dalle ore 0.00 alle 24.00 sono caduti 71 mm di 
pioggia; fino alle 14.30-15.00, momento in cui si è verificata la frana, sono 
caduti 58 mm di pioggia. Il giorno precedente si è avuta una precipita¬ 
zione di 9.6 mm, mentre il 19/2/74 non si sono registrate piogge. Dallo 
studio condotto si può rilevare che la pioggia del 21/2/74 rientra in quei 
fenomeni di abbondanti precipitazioni che ricorrono con una certa fre¬ 
quenza. 

Pur avendo determinato la legge di pioggia, il calcolo dei deflussi, 
nel bacino sotteso dall'area interessata, non è stato agevole per la diffi¬ 
coltà di quantizzare i numerosi fattori naturali concorrenti, quali la per¬ 
meabilità, l'asperità del suolo, la pendenza, il grado di saturazione del 
terreno precedentemente alla pioggia in oggetto, l'effettiva variazione di 
intensità durante la precipitazione e la copertura vegetale. Gli effetti 
combinati di tutti questi fattori portano ad una variazione dei deflussi 
meteorici. 

In definitiva la portata affluente, in una data sezione, è rappresentata 
dal prodotto dell'area del bacino imbrifero per l'altezza d'acqua caduta 
durante la pioggia, per un coefficiente di riduzione che tiene conto di tutti 
quei fattori prima citati. 


17 


248 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


Per cui si ha: 


Q = 9 i A 


Q = portata defluente in me; 

<p = coefficiente di afflusso; 
i = intensità di pioggia in m/h; 

A = area del bacino imbrifero sotteso in Kmq. 


Per il calcolo della portata Q si è utilizzata la legge di pioggia rica¬ 
vata col metodo statistico: 


h = 50 r°- 66 


con una intensità di pioggia pari a: 

i = 50T-0.34 


L'assorbimento del terreno varia sensibilmente con l'intensità e la 
durata della precipitazione, oltre che per le condizioni geomorfologiche 
del bacino. Nella pratica, per bacini piccoli e medi, è uso attenersi a dati 
sperimentali la cui attendibilità è stata dimostrata da numerose appli¬ 
cazioni. Rientrando il bacino studiato in queste condizioni, si è ritenuto 
di assegnare a <p un valore di 0.2. 

Per la determinazione della portata si è utilizzato il metodo della 
corrivazione. La superficie del bacino è pari a 0.4375 Kmq, con una pen¬ 
denza media del 39 %. 

Il tempo di corrivazione è stato calcolato sia con la formula di Gian- 
dotti che con quella di Ventura: 

— formula di Giandotti: 


A VS + 1.5 L 

0.8 VW m 

t = tempo di corrivazione in ore; 

S = superficie del bacino in Kmq; 

L = lunghezza del bacino in Km; 

H m = altezza media s.l.m. in m; 



La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 249 


— formula di Ventura: 



t = tempo di corrivazione in giorni; 

S = superficie del bacino in Kmq; 
i m = pendenza media. 

Con entrambi i metodi si hanno valori analoghi dei tempi di corri¬ 
vazione, pari 8'4". 

Applicando la legge di pioggia prima ricavata si ottiene: 

i = 0.050 • 0.1344 ° 34 = 0.099 m/h 

da cui 

Q = cp 0.099 • 437500 = 24 mc/sec 

3600 

Il valore della portata defluente così ricavato si riferisce al bacino 
imbrifero sotteso dall’incisione del Fuosso. La rimanente area drenata 
dalla strada provinciale Capri-Anacapri, ricadente attualmente nel bacino 
di Via Fuosso, non dovrà influire nell’area in esame, in quanto la strada 
dovrebbe rappresentare, con le sue opere di raccolta e smaltimento, un 
sistema indipendente ed autonomo. 


5. La frana del 21 febbraio 1974 
5.1. Descrizione 

La frana ha interessato l'area su cui insiste rimpianto di inceneri¬ 
mento dei rifiuti solidi del Comune di Capri. L'impianto è posto a circa 
200 m s.Lm., nella parte mediana del bacino imbrifero compreso tra M.te 
Solare, M.te S. Maria, M.te Cappello ed il Castello Barbarossa (Fig. 4). 
Tale bacino confluisce in un impluvio che nel tratto a monte segue le 
vie naturali, mentre a valle corrisponde, in gran parte, al tracciato di 
Via Fuosso. 

Le acque superficiali si disperdono nelle aree circostanti senza alcuna 
canalizzazione. In epoca romana, invece, le acque superficiali venivano con¬ 
vogliate prima verso alcune cisterne, di cui sono visibili i ruderi, e poi, 




















Fig. 4. — Planimetria del bacino del vallone Fuosso. 
































Pie. 4. — Planimetria del bacino del vallone Fuosso. 











252 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


con appositi canali, venivano addotte a mare in prossimità dei Bagni di 
Tiberio. 

L'impianto di incenerimento dei rifiuti solidi è situato su un ripiano 
artificiale inciso nelle piroclastiti incoerenti, a monte del ripiano affiorano 
i calcari (Fig. 5). Sulla stessa zona, oltre all'apparecchiatura attualmente 
in funzione, vi sono un locale adibito a deposito posto sul margine a valle 



Fig. 5. — La zona dell'inceneritore vista da valle. 


del piazzale, la struttura in cemento del costruendo nuovo impianto ed i 
relativi materiali di cantiere, oltre a mucchi di rifiuti in attesa di incene¬ 
rimento. Anche sul pendio a valle del piazzale si rinvengono rifiuti sparsi 
derivanti dalla zona di accumulo soprastante. 

A seguito della frana il ciglio del piazzale è arretrato di 5-7 metri, 
su un fronte di circa 30-40 metri. Nelle immediate vicinanze dell’area di 
distacco sono visibili numerose fenditure parallele fra loro ed al ciglio 
della frana. Altre fenditure sono state individuate sul lato valle della 
strada provinciale, in prossimità del tornante di quota 200, ed ancora tra 
questa zona e quella in frana. 

Il cumulo di frana è costituito oltre che da piroclastiti incoerenti e 
frammenti calcarei, anche da notevoli quantità di rifiuti solidi. Il mate- 







Fig. 7. — L’incisione del vallone Fuosso ricoperta in più tratti dai materiali 
franati. 


Fig. 6. — L’area in frana vista dalla strada provinciale per Anacapri. 





254 M. Guida , G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 



riale franato ha raggiunto Via Fuosso e la zona del costruendo campo 
sportivo a quota 40-42 m s.Lm., in località S. Costanzo. Nel movimento 
sono state coinvolte zone terrazzate, parti di pendio vegetale ed alcune 
abitazioni, di cui una in particolare è stata attraversata dalla massa fan¬ 
gosa che ha anche tranciato un pilastro; in questa abitazione ha trovato 
la morte una delle due vìttime, mentre l'altra è stata travolta e trascinata 
a valle. 

Il fenomeno si è verificato intorno alle ore 14.30; qualche minuto 
prima sì è assistito al distacco di una modesta porzione di terra dal 
pendìo. Il movimento è avvenuto con lo spostamento di una cospicua 
massa lungo una superficie dì scorrimento di neoformazione (Fig. 6). 

Il cumulo di frana dopo aver investito alcune abitazioni (Fig. 7) si 
allargava a ventaglio nella zona piana a valle di Via Fuosso (Fig. 8). 

La massa franata presentava una elevata imbibizione che la rendeva 
particolarmente fluida e capace di scorrere velocemente su un pendio 





La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 255 



acclive. A ciò è da aggiungere che lo spostamento è avvenuto con una 
spinta proporzionale anche alla sua posizione iniziale. 

La traccia della superficie di scorrimento sul piazzale dell’inceneritore 
è costituita da una linea concava dell’ampiezza di circa 40 metri; la por¬ 
zione centrale è rientrata di 5-7 metri rispetto a quelle marginali (Fig. 9). 

La superficie di scorrimento non si presenta con inclinazione uni¬ 
forme nel suo sviluppo longitudinale; circa a metà del versante, si nota 
una ingobbatura che permette di individuare una parte superiore più 
acclive. 

La frana si può classificare del tipo scoscendimento e colata di fango. 
Per questi fenomeni la rottura deH'equilibrio è improvvisa e può corri¬ 
spondere all’aumento degli sforzi o al decremento delle resistenze o ad 
entrambe queste azioni. 

Nel caso della frana in esame, le modalità del fenomeno e le carat¬ 
teristiche del cumulo di frana fanno ritenere possibile sia l’aumento del 
































254 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 255 



Fig. 8. — Planimetria dell’area in frana. 


riale franato ha raggiunto Via Fuosso e la zona del costruendo campo 
sportivo a quota 40-42 m s.l.m., in località S. Costanzo. Nel movimento 
sono state coinvolte zone terrazzate, parti di pendio vegetale ed alcune 
abitazioni, di cui una in particolare è stata attraversata dalla massa fan¬ 
gosa che ha anche tranciato un pilastro; in questa abitazione ha trovato 
la morte una delle due vittime, mentre l’altra è stata travolta e trascinata 
a valle. 

Il fenomeno si è verificato intorno alle ore 14.30; qualche minuto 
prima si è assistito al distacco di una modesta porzione di terra dal 
pendio. Il movimento è avvenuto con lo spostamento di una cospicua 
massa lungo una superficie di scorrimento di neoformazione (Fig. 6). 

Il cumulo di frana dopo aver investito alcune abitazioni (Fig. 7) si 
allargava a ventaglio nella zona piana a valle di Via Fuosso (Fig. 8). 

La massa franata presentava una elevata imbibizione che la rendeva 
particolarmente fluida e capace di scorrere velocemente su un pendio 


acclive. A ciò è da aggiungere che lo spostamento è avvenuto con una 
spinta proporzionale anche alla sua posizione iniziale. 

La traccia della superficie di scorrimento sul piazzale dell’inceneritore 
è costituita da una linea concava dell’ampiezza di circa 40 metri; la por¬ 
zione centrale è rientrata di 5-7 metri rispetto a quelle marginali (Fig. 9). 

La superficie di scorrimento non si presenta con inclinazione uni¬ 
forme nel suo sviluppo longitudinale; circa a metà del versante, si nota 
una ingobbatura che permette di individuare una parte superiore più 
acclive. 

La frana si può classificare del tipo scoscendimento e colata di fango. 
Per questi fenomeni la rottura dell’equilibrio è improvvisa e può corri¬ 
spondere all’aumento degli sforzi o al decremento delle resistenze o ad 
entrambe queste azioni. 

Nel caso della frana in esame, le modalità del fenomeno e le carat¬ 
teristiche del cumulo di frana fanno ritenere possibile sia l'aumento del 










256 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


grado di saturazione che l’incremento degli sforzi per carichi sovraincom- 
benti sul piazzale e sul pendio. 



Fig. 9. — Una parte dell’area di distacco al margine orientale del piazzale ove 
è sistemato l'inceneritore dei rifiuti solidi. 


5.2. Analisi delle cause 

Dalle caratteristiche e modalità del fenomeno si è giunti alla formu¬ 
lazione di due ipotesi che, congiuntamente o separatamente, hanno de¬ 
terminato la rottura deH'equilibrio. La prima ipotesi ammette il decre¬ 
mento delle caratteristiche tecniche dei materiali, la seconda, invece, un 
incremento degli sforzi per l'uso cui era adibito il piazzale. 

Come è stato precedentemente illustrato, la pioggia del 21/2/74 rientra 
in quei fenomeni di abbondanti precipitazioni che ricorrono con una certa 
frequenza. 

Il bacino imbrifero relativo al vallone del Fuosso ha un’estensione di 
circa 44 Ha. Tale bacino si deve ritenere teorico in quanto la strada pro¬ 
vinciale nel tratto di Capodimonte al Castello Barbarossa, raccoglie le 
acque provenienti dal versante occidentale di M.te Cappello. In realtà, il 
bacino imbrifero risulta dell'ordine dei 70 Ha e quindi ben più ampio di 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 257 


quello teorico. Ciò è da attribuire alla inefficienza delle opere di raccolta 
e smaltimento delle acque sulla strada. 

Le acque superficiali provenienti dalla strada, attraverso una sca¬ 
linata che serve da accorciatoia, raggiungono rimbocco dell'impianto di 
incenerimento. Di qui una parte ritorna sulla provinciale ed una parte, 
attraversando la zona dell'impianto, giunge al piazzale e quindi ai rifiuti 
da incenerire. 

L'area circostante rimpianto comprende, come già detto, la struttura 
del nuovo inceneritore ed il relativo materiale di cantiere; gli ingombri 
costringevano ad accumulare i rifiuti sulla porzione libera del piazzale 
fino al ciglio ed anche oltre sul pendio. Nell'area interessata dalla frana, 
oltre alle precipitazioni meteoriche dirette, pari a 58 mm di pioggia ca¬ 
duti fino alle ore 14.30, giungevano le acque superficiali dal pendio e dalla 
provinciale. 

In definitiva le cause di questa frana possono essere imputate al de¬ 
cremento delle caratteristiche in concomitanza con l'aumento degli sforzi 
applicati. 

Il pendio, nel tratto corrispondente alla nicchia di distacco della 
frana, presentava, prima dell'evento, una inclinazione media di 36°; valore 
questo abbastanza elevato rispetto all'angolo di attrito interno del ma¬ 
teriale. 

È da ritenere che l'accumulo dei rifiuti, sugli spazi utili del piazzale 
e lungo il pendio, comportava un considerevole incremento degli sforzi 
applicati. 

Per ovviare a tale inconveniente il Comune di Capri stava realizzando 
un nuovo impianto di incenerimento capace di smaltire da 1.3 a 2.0 t/h 
di rifiuti, in sostituzione dell'impianto esistente, vetusto e tecnicamente 
superato, della portata di 0.4-0.5 t/h. 

Circa la produzione giornaliera di rifiuti solidi si fa rilevare che nel¬ 
l'Isola, come è ovvio prevedere, si ha una sostanziale variazione tra il 
semestre invernale (ottobre-marzo) ed il semestre estivo (aprile-settem¬ 
bre), dovuta alle attività turistiche. Nel periodo invernale la produzione 
media giornaliera è di circa 5 t, mentre sale a circa 13.5 t nel semestre 
estivo. Tali valori sono confrontabili con quelli citati nella bibliografia 
specializzata, assumendo una produzione media giornaliera pro-capite di 
0.7 Kg. 

Ovviamente i dati riportati si devono ritenere orientativi e legger¬ 
mente ottimistici in quanto non sono stati computati i rifiuti prodotti 
dalle attività urbane, dai servizi sociali e dalle presenze turistiche gior¬ 
naliere. 


258 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


Il totale smaltimento dei rifiuti avrebbe richiesto il funzionamento 
del vecchio impianto per 11 ore lavorative giornaliere, nel periodo ottobre- 
marzo, e per ben 30 ore al giorno nel semestre estivo. Si deduce, quindi, 
che nel periodo aprile-settembre si sarebbero accumulate circa 3 t al 
giorno, per un totale di oltre 500 t alla fine del semestre, distribuite sul 
piazzale e lungo la scarpata. Quest’ultima valutazione dovrebbe corrispon¬ 
dere ad un funzionamento ininterrotto dell’impianto per 24 ore giornaliere 
per sei mesi consecutivi e ad un arrivo giornaliero di rifiuti non supe¬ 
riore a 13.5 t. Da ciò si possono dedurre i valori minimi dei rifiuti accu¬ 
mulati, senza tener conto dell’incremento di peso dovuto all’imbibizione 
per acque meteoriche. 

Un tale carico distribuito sia sul piazzale che sulla parte alta della 
scarpata, ha determinato l'aumento degli sforzi applicati. 

In definitiva, con il decremento delle caratteristiche tecniche del ter¬ 
reno e con l’aumento dei sovraccarichi si sono realizzate le peggiori con¬ 
dizioni per l’equilibrio del pendio. Infatti un angolo di scarpa di 36°, in 
terreni piroclastici rimaneggiati e frammisti a rifiuti solidi, già rappre¬ 
senta una situazione al limite di stabilità, in condizioni medie; è evidente 
che l'aumento sia della saturazione che degli sforzi applicati, rende più 
probabile l’innesco di un fenomeno franoso. 


6. Verifiche di stabilità del pendio 

Dopo aver analizzato le possibili cause intervenute a turbare gli equi¬ 
libri, si è ritenuto di giungere alla formulazione analitica del coefficiente 
di sicurezza, anche per programmare gli interventi più idonei atti a ga¬ 
rantire la stabilità del pendio. 

In generale la stabilità può essere interpretata riferendosi a condi¬ 
zioni di equilìbrio limite, supponendo di individuare una superficie di scor¬ 
rimento lungo cui si stabilisce un equilibrio effimero tra le forze motrici 
e le forze resistenti. Si raggiungono condizioni di sicurezza quando il rap¬ 
porto tra le forze resistenti e quelle motrici è maggiore dell’unità. 

Tra i vari metodi analitici, noti in letteratura, si è ritenuto di adot¬ 
tare il metodo di Fellenius, in quanto l'evento franoso presenta dei ca¬ 
ratteri corrispondenti alle ipotesi formulate. Questa applicazione consente 
anche di localizzare, specificare e quantizzare gli interventi più opportuni 
per la sistemazione del pendio. 

Con i metodi analitici si presuppone che la legge tensioni-deformazioni 
del terreno sia del tipo rigido-plastico, che il fenomeno sia riconducibile 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 259 


ad uno schema piano, che la superficie di rottura sia assimilabile ad un 
cerchio e che il movimento interessi contemporaneamente l'intera super¬ 
ficie. L'area compresa tra il cerchio di scorrimento e la superficie topo¬ 
grafica viene suddivisa in un certo numero di strisce; le forze da consi¬ 
derare per ogni striscia si distinguono in forze attive e forze reattive. 

Il Fellenius semplifica il metodo trascurando le forze reattive che si 
generano sui lati delle strisce. La formula per il calcolo del coefficiente 
di sicurezza è la seguente: 



fi = 


£ Wi sen a, 


fi = coefficiente di sicurezza; 

bi — ampiezza della singola striscia; 

Wi = peso proprio della striscia; 

et, = angolo formato tra la tangente alla superficie di scorrimento e 
l'orizzontale, relativo alla singola striscia; 
c = coesione del terreno; 
cp = angolo di attrito. 

La formula citata non tiene conto delle pressioni neutre e quindi è 
applicabile al caso in esame, in quanto le caratteristiche geologiche e 
morfologiche fanno escludere la presenza di falde. 

Le verifiche sono state effettuate sia nelle condizioni precedenti l'evento 
franoso del 21/2/74 che in quelle attuali, ipotizzando diverse superfici 
di scorrimento. 

Il calcolo è stato condotto supponendo l'ammasso roccioso costituito 
interamente da piroclastiti incoerenti rimaneggiate. Le caratteristiche fi¬ 
siche e meccaniche, come precedentemente detto, variano in funzione del 
grado di saturazione. 

Le verifiche precedenti la frana sono state effettuate considerando tre 
superfici di scorrimento (Ci, C 2 , C 3 ). Nella tabella III sono riportati, per 
ogni cerchio, i valori relativi alle dimensioni delle singole strisce (ù,) e 
all'angolo che la tangente media alla base della striscia forma con l'oriz¬ 
zontale ( a° ). Il calcolo è stato effettuato considerando il peso delle sin¬ 
gole strisce di larghezza unitaria; per S = 0,6 e yi = L48 t/mc (Wi); per 
S = 0.9 e yi = 1.63 t/mc (W 2 ); per S = 0.9 e Yi = L63 t/mc più i sovracca¬ 
richi dovuti ai rifiuti solidi con y 2 = 0.5 t/mc (W 3 ). 




260 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


TABELLA III 


Tabella riassuntiva dei dati relativi alle figure 10, 11 e 12 


Cerchio 


C l 


C 2 




Striscia 

b i 

m 

o 

a 

l 

t 

w a 

t 

W,3 

t 

1 

6.2 

46 

81.5 

89.5 

94.5 

2 

7.5 

42 

126.3 

139.0 

149.0 

3 

7.5 

38 

141.7 

156.0 

162.5 

4 

7.2 

34 

154.0 

169.5 

174.5 

5 

7.2 

30 

154.5 

170.0 

172.0 

6 

4.0 

28 

86.1 

94.8 

94.8 

7 

7.4 

24 

122.6 

135.1 

135.1 

8 

7.5 

21 

93.1 

102.6 

102.6 

9 

7.5 

17 

96.2 

105.1 

105.1 

10 

7.5 

14 

94.3 

103.9 

103.9 

11 

7.5 

11 

88.3 

97.3 

97.3 

12 

4.5 

7 

48.8 

53.7 

53.7 

13 

6.2 

4 

58.5 

64.4 

64.4 

1 

3.2 

51 

26.3 

29.0 

34.0 

2 

5.0 

45 

63.6 

70.1 

80.0 

3 

5.0 

40 

84.9 

93.4 

100.0 

4 

5.0 

36 

79.4 

87.5 

92.5 

5 

5.0 

31 

81.0 

90.0 

92.0 

6 

5.0 

27 

78.4 

83.4 

85.0 

7 

5.0 

23 

78.8 

86.9 

86.9 

8 

5.0 

18 

71.0 

78.3 

78.3 

9 

3.9 

17 

50.0 

55.0 

55.0 

10 

3.2 

10 

45.4 

50.0 

50.0 

1 

2.5 

65 

22.8 

24.7 

29.7 

2 

6.2 

56 

119.4 

131.4 

141.4 

3 

7.5 

50 

211.2 

232.6 

239.1 

4 

7.5 

42 

228.9 

252.0 

257.0 

5 

7.5 

35 

245.6 

272.0 

274.0 

6 

7.5 

30 

256.6 

282.6 

282.6 

7 

4.0 

25 

138.2 

152.2 

152.2 

8 

7.5 

20 

217.3 

239.3 

239.3 

9 

7.5 

14 

160.7 

185.8 

185.8 

10 

7.5 

9 

163.7 

180.3 

180.3 

11 

7.5 

3 

146.5 

161.4 

161.4 

12 

7.5 

- 4 

128.8 

141.8 

141.8 

13 

4.7 

- 6 

66.3 

73.0 

73.0 

14 

5.0 

-10 

44.5 

49.0 

49.0 

15 

2.5 

-13 

14.1 

15.5 

15.5 


rii r\ 2 


1.2 1.14 


1.1 1.02 


TQ3 


1.13 


0.99 


1.26 


1.23 


1.21 





La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 261 


All’angolo di attrito interno è stato assegnato il valore prima citato 
di 30°, mentre per la coesione si è ritenuto di utilizzare, per S = 0.6, il va¬ 
lore di c prima citato pari a 0.3 t/m 2 e, per S = 0.9, un decimo del pre¬ 
cedente. 

I sovraccarichi considerati sono relativi ai quantitativi minimi e non 
imbibiti di rifiuti solidi urbani presenti, neH'ammissione teorica che l’in¬ 
ceneritore esistente abbia smaltito rifiuti per 24 ore giornaliere nel pe¬ 
riodo aprile-settembre e per 17 ore giornaliere nel periodo ottobre-marzo. 

I coefficienti di sicurezza relativi ai cerchi analizzati e ai diversi va¬ 
lori del peso e dei sovraccarichi sono: 



Wy 

W 2 

W 3 

Cy 

1.2 

1.14 

1.13 

c 2 

1.1 

1.02 

0.99 

c 3 

1.26 

1.23 

1.21 


Dai valori di tq si desume che il pendio, in condizioni naturali, era 
al limite della stabilità; l'equilibrio è venuto meno quando il peso del 
terreno e dei sovraccarichi ha raggiunto i valori minimi citati. 

Lo studio analitico ha convalidato l'ipotesi che la frana abbia avuto 
innesco nella parte alta del pendio, coinvolgendo successivamente l'in¬ 
tera scarpata (Figg. 10, 11 e 12). 

Il coefficiente di sicurezza è stato anche calcolato col metodo gra¬ 
fico del cerchio di attrito per le superfici di scorrimento prima indivi¬ 
duate; i risultati sono analoghi a quelli ottenuti col metodo analitico. 

Per quanto attiene alla situazione del pendio successivo all’evento 
franoso, sono state individuate alcune superfici di scorrimento nel ten¬ 
tativo di ricercare quella che offre minore sicurezza. 

I parametri fisici utilizzati corrispondono ad un peso dell’unità di 
volume di 1.63 t/mc e ad un angolo di attrito di 30°; la coesione, per 
ovvi motivi di sicurezza, è stata considerata nulla. Inoltre nelle valuta¬ 
zioni analitiche non si è tenuto conto dei sovraccarichi. 

I risultati ottenuti (Tab. IV) per i quattro cerchi ipotizzati, sono: 


Ai 

r] = 0.99 

a 2 

ti = 1.06 

Ay 

7] = 1.16 

A 4 

Tì = 1.39 
























18 



























c 




Inceneritori 



Vr 'iOi 


Fig. 10. — Verifiche di stabilità del pen¬ 
dio prima della frana, eseguite 
con metodo analitico e grafico 
e relative al cerchio C,. 

































































266 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


TABELLA IV 

Tabella riassuntiva dei dati relativi alla figura 13 


Cer¬ 

chio 

Stri¬ 

scia 

b i 

m 

o 

oc 

w i2 

t 

TQz 

Cer¬ 

chio 

Stri¬ 

scia 

b i 

m 

o 

oc. 

W i2 

t 

rn 

Ai 

1 

5.0 

65 

41.8 


Ai 

1 

5.0 

69 

50.9 



2 

5.0 

56 

75.4 



2 

5.0 

57 

91.7 



3 

5.0 

45 

86.1 



3 

5.0 

48 

112.1 



4 

5.0 

37 

93.0 



4 

5.0 

40 

126.3 



5 

5.0 

29 

85.6 



5 

5.0 

34 

122.3 



6 

5.0 

23 

82.7 



6 

5.0 

28 

123.3 



7 

5.0 

17 

79.5 



7 

5.0 

23 

120.6 



8 

5.0 

11 

64.2 



8 

5.0 

17 

110.8 



9 

5.0 

7 

50.3 



9 

5.0 

12 

101.9 



10 

5.0 

1 

29.9 



10 

5.0 

7 

83.6 



11 

4.2 

- 7 

9.2 

0.99 


11 

4.3 

1 

57.8 









12 

5.0 

- 5 

42.8 


A 4 

1 

5.0 

62 

38.7 















13 

2.0 

-10 

7.3 

1.06 


2 

5.0 

57 

70.3 









3 

5.0 

53 

95.4 


A, 

1 

5.0 

64 

41.8 



4 

5.0 

48 

120.2 



2 

5.0 

56 

77.5 



5 

5.0 

46 

126.3 



3 

5.0 

51 

106.9 



6 

5.0 

41 

140.6 



4 

5.0 

45 

117.2 



7 

5.0 

38 

154.7 



5 

5.0 

41 

122.2 



8 

5.0 

35 

159.6 



6 

5.0 

35 

118.9 



9 

5.0 

32 

168.0 



7 

5.0 

31 

137.8 



10 

5.0 

29 

168.1 



8 

5.0 

28 

132.0 



11 

4.3 

26 

145.2 



9 

5.0 

25 

136.1 



12 

5.0 

24 

159.6 



10 

5.0 

21 

129.4 



13 

5.0 

21 

146.7 



11 

4.3 

17 

103.4 



14 

5.0 

19 

136.8 



12 

5.0 

13 

110.8 



15 

5.0 

16 

131.6 



13 

5.0 

10 

84.1 



16 

5.0 

13 

133.7 



14 

5.0 

6 

69.9 



17 

5.0 

10 

141.3 



15 

5.0 

3 

57.0 



18 

5.0 

8 

141.3 



16 

5.0 

- 1 

46.9 



19 

5.0 

5 

141.3 



17 

5.0 

- 4 

40.7 



20 

5.0 

3 

139.5 



18 

5.0 

- 8 

30.5 



21 

5.0 

1 

138.6 



19 

5.0 

-11 

20.1 



22 

5.0 

- 2 

116.1 



20 

2.5 

-15 

6.7 

1.16 


23 

5.0 

- 5 

88.5 









24 

5.0 

- 7 

55.6 









25 

5.0 

-10 

31.6 









26 

2.2 

-12 

8.7 

1.39 














La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 267 


Il pendio delle condizioni supposte non è in equilibrio, quindi po¬ 
trebbe innescarsi un ulteriore fenomeno franoso in corrispondenza della 
parte alta (Fig. 13). L'aver supposto nulla la coesione ha condizionato i 
risultati delle verifiche. In natura non sempre sono nulli i valori della 
coesione, infatti è proprio questo parametro che permette angoli di scarpa 
di gran lunga superiori agli angoli di attrito del terreno. Nel caso in esame, 
la presenza di abitati al piede del versante obbliga l'adozione di dati cau¬ 
telativi in quanto lo studio non è stato condotto col fine di effettuare so¬ 
lamente una dimostrazione analitica di stabilità, quanto per prevenire la 
perdita di altre vite umane. 

In definitiva da quanto esposto risulta che il pendio era in condizioni 
critiche prevedibili prima della frana del 21/2/74, e che le attuali condi¬ 
zioni sono altrettanto precarie, per cui è indispensabile intervenire con 
una sistemazione globale tendente e a migliorare le resistenze del terreno 
e a ridurre le forze motrici. 


7. Possibili opere di intervento 

Dall'analisi svolta si è giunti ad una interpretazione del fenomeno e 
quindi alla individuazione delle possibili cause intervenute nella rottura 
degli equilibri; inoltre sono state messe in evidenza le condizioni di sta¬ 
bilità del pendio dopo l’evento franoso. 

La scelta delle opere di bonifica è condizionata, come è ovvio, dalla 
utilizzazione dell'area, oltre che dai costi di realizzazione. Nel caso in 
esame, escludendo in futuro l’attuale utilizzazione del piazzale dell'ince¬ 
neritore, si è ritenuto di ricercare le opere di intervento relativamente 
meno costose. 

Lo studio sulle condizioni di stabilità del pendio ha messo in evi¬ 
denza l'instabilità di tutto il versante. La maggiore acclività nella parte 
più alta lascia prevedere che proprio in questa zona è possibile l'innesco 
di nuovi eventi franosi; come d'altronde è illustrato nella fig. 13. 

Le verifiche di stabilità condotte col metodo di Fellenius hanno con¬ 
sentito di individuare le zone ove è necessario ridurre le forze motrici, 
riduzioni che si possono agevolmente raggiungere mediante l'eliminazione 
di una certa porzione di terreno. 

Per la sistemazione del pendio si è ritenuto di contenere l'angolo di 
scarpa intorno ai 27°-28°, fino a raggiungere la parete calcarea a monte 
dell’attuale piazzale (Fig. 14). 


Fig. 13. — Verifiche di stabilità del pendio dopo l'evento franoso, eseguite con 
todo analitico su quattro possibili cerchi di scorrimento. 































































Fig. 13. — Verifiche di stabilità del pendio dopo l’evento franoso, eseguite con me¬ 
todo analitico su quattro possibili cerchi di scorrimento. 


























270 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 



20 m 







La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 271 


Ciò consentirà di ridurre le forze motrici del 14 %, relativamente alla 
superficie di scorrimento che ha mostrato rinstabilità del pendio. Tale 
riduzione porterà un sensibile miglioramento delle condizioni di equili¬ 
brio con un coefficiente di sicurezza intorno ad 1.2. 

Questo valore si deve ritenere soddisfacente per due ordini di ragioni: 
la prima relativa alle condizioni sfavorevoli poste a base del calcolo ana¬ 
litico, la seconda in quanto la sistemazione definitiva del pendio dovrà 
prevedere idonee opere idrauliche di raccolta e smaltimento delle acque 
superficiali, atte a migliorare il comportamento del terreno. 

Le condizioni geomorfologiche del pendio hanno fatto ritenere validi 
gli interventi di tipo indiretto, che comprendono canalizzazioni e drenaggi 
sia superficiali che profondi. 

La raccolta delle acque superficiali si può realizzare con una rete di 
canali atti a smaltire sia le acque a monte del piazzale che quelle de¬ 
fluenti lungo il pendio; queste dovrebbero essere convogliate a mare con 
un canale di dimensioni tali da raccogliere le portate desunte dallo studio 
idrologico. Attualmente la zona è completamente sprovvista sia di canali 
di raccolta che di smaltimento, né la configurazione morfologica consente 
un deflusso naturale verso il mare per cui le acque superficiali si disper¬ 
dono gradualmente nel terreno. 

Per raccogliere le acque di imbibizione, si ritiene di completare le 
canalizzazioni superficiali con drenaggi della profondità di circa due metri. 
Le acque più profonde dovranno essere raccolte mediante drenaggi sub¬ 
orizzontali con tubi microforati disposti a quote diverse lungo il pendio, 
ad una profondità debordine dei 10-15 metri. 

Le acque di raccolta con i dreni saranno opportunamente smaltite 
attraverso la rete di canali. 

Rispettivamente alle quote 153.00 m e 145.50 m si ritiene utile di¬ 
sporre due strutture in gabbioni opportunamente ammorsate nel terreno, 
che superano il piano campagna di circa tre metri. Queste strutture svol¬ 
gono, per il loro peso, un'azione stabilizzatrice locale in quanto incre¬ 
mentano le forze attive che si oppongono allo scorrimento del pendio. 
Inoltre, riducono localmente la pendenza e quindi contribuiscono alla 
stabilità. Tali strutture, approfondite nel terreno per circa 3-4 metri, non 
impediscono il naturale movimento delle acque di assorbimento e ne evi¬ 
tano accumuli dannosi per la statica delle opere, oltre che per la sicurezza 
del pendio. 

A completamento delle opere di intervento sarà da prevedere una 
idonea copertura vegetale che rallenterà i processi di erosione e consoli¬ 
derà maggiormente il terreno. 


272 M. Guida, G. laccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


Gli interventi delineati non rappresentano le uniche soluzioni sul 
piano tecnico ed economico; non si esclude una diversa sistemazione, 
purché conforme alla interpretazione del fenomeno franoso. 

Qualora si volesse in futuro utilizzare il piazzale con l’inserimento 
di nuove strutture, le opere di intervento dovranno anche tener conto 
delle reazioni del terreno a queste azioni che si aggiungono a quelle già 
prese in esame. Si può prevedere, data la situazione geomorfologica della 
zona, che le opere da costruire richiederanno non solo una analisi locale 
particolarmente dettagliata, quanto un onere economico notevole. La loro 
realizzazione, quindi, dovrà essere subordinata ad una valutazione socio- 
economica oltre che tecnica. 

8. Considerazioni conclusive 

Se l'uomo utilizza un’area in rapida evoluzione geomorfologica, è 
doveroso, oltre che indispensabile, compiere quegli accertamenti tecnici 
dettati anche dal buon senso comune. Mentre i litotipi presenti, la loro 
giacitura ed il grado di fratturazione non possono essere modificati dal¬ 
l’uomo, la pendenza di un versante, il deflusso e la distribuzione delle 
acque e la copertura vegetale, invece, sono fattori sui quali l’uomo può 
intervenire per ottenere un sensibile miglioramento delle condizioni di 
equilibrio. Spesso, però, si trascurano quelle valutazioni tecniche che con¬ 
sentirebbero l'utilizzazione corretta e razionale del territorio. 

Movimenti franosi analoghi a quello analizzato si sono verificati, in 
passato, in non poche zone della Campania. La genesi risulta quasi sempre 
la stessa: una coltre di piroclastiti rimaneggiate, ricoprente versanti cal¬ 
carei, a seguito di eventi piovosi abbondanti, si sposta lungo direttrici 
quasi rettilinee e si riversa nelle zone sottostanti con velocità via via cre¬ 
scenti. Il fenomeno è improvviso e i suoi effetti sono sempre disastrosi. 

A volte le cause sono prevalentemente di tipo strutturale e morfo¬ 
logico, ma spesso l’uomo, con le sue azioni, disturba le già precarie si¬ 
tuazioni di stabilità ed innesca o, comunque, accelera i processi morfo- 
genetici. 

Anche per la frana di Capri questi meccanismi si sono tristemente 
ripetuti provocando vittime e danni (Figg. 15 e 16). I terreni affioranti, 
la loro giacitura e l'acclività del versante avrebbero dovuto suggerire un 
uso più razionale di questa area. 

In tale situazione l'evento piovoso intenso, ma non eccezionale, ha 
imbibito sia gli accumuli di rifiuti che una coltre già al limite di rottura, 
innescando il fenomeno. 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 273 



Fig. 15. — Una abitazione colpita dal cumulo di frana; notare lo spigolo poste¬ 
riore demolito. 



Fig. 16. — L'interno dell’abitazione della figura precedente, dove ha trovato la 
morte una delle due vittime. 







274 M. Guida, G. Iaccarino, G. Lombardi e A. Vallano 


Lo studio ha dimostrato che già prima della frana le condizioni di 
stabilità del versante risultavano precarie e non era certo necessaria una 
pioggia eccezionale per innescare il movimento. Il decremento delle re¬ 
sistenze si è aggiunto, infatti, all’aumento degli sforzi applicati dovuto 
all'accumulo dei rifiuti sul piazzale, oltre che lungo il pendio. 

L’aver condotto la ricerca su basi analitiche 1 ha permesso di indivi¬ 
duare le forze in gioco e di distinguerle in forze motrici e resistenti; con 
ciò è stato possibile determinare la localizzazione e le modalità degli in¬ 
terventi sistematori. 

La conoscenza della distribuzione e dell'entità delle forze motrici ha 
permesso di quantizzare e localizzare i volumi di terra da asportare per 
incrementare in maniera appropriata la sicurezza del pendio. Le resistenze 
generali sono state incrementate mediante interventi indiretti. 

Le opere di sistemazione prospettate rientrano in quelle normalmente 
adottate per la bonifica di un'area in frana. Tuttavia lo studio ha con¬ 
sentito di applicare ad una situazione particolare i concetti generali di 
sistemazione in modo da rendere gli interventi tecnicamente razionali ed 
economicamente vantaggiosi. 

La sistemazione di un'area in frana risulta, comunque, impegnativa 
e non sempre rispondente alle aspettative. Sarebbe auspicabile definire 
in anticipo le condizioni di stabilità delle aree da utilizzare e bonificarle 
preventivamente, laddove necessario. 

La previsione e la prevenzione dei fenomeni franosi non è solo pro¬ 
blema tecnico, ma implica una partecipazione responsabile ed attiva a 
tutti i livelli. 


* 

* * 

Gli autori ringraziano l’Ing. Alfredo Pagano, Ingegnere Capo della 
Sezione di Napoli del Servizio Idrografico, il Dr. Nicola Bello per la rac¬ 
colta dei dati pluviometrici, il Prof. Ing. Arturo Pellegrino ed il Prof. 
Ing. Giovanni Sapio per le discussioni e per gli utili suggerimenti, il 
Prof. Glauco Bonardi per la revisione del manoscritto; inoltre rivolgono 
un ringraziamento a quanti hanno contribuito al reperimento di dati e 
documenti. 


1 I parametri utilizzati nei calcoli analitici sono stati desunti dalla biblio¬ 
grafia specializzata; sono da ritenere attendibili in quanto rientrano nei valori 
medi sperimentali. 


La frana di Marina Grande di Capri, ecc. 275 


BIBLIOGRAFIA 

Arredi F., 1969 - Costruzioni idrauliche. UTET, Torino. 

Cambefort H., 1972 - Geotecnique de l’ingenieur. Reconnaissance des sols. Eyrol- 
les, Parigi. 

Carta Geologica d'Italia, 1960 - Foglio 196, Sorrento - Isola di Capri. Roma. 

D'Antonio G., D’Apuzzo M., Montella B., 1974 - Sul problema dello smaltimento 
dei rifiuti solidi della città di Napoli. Monografia vincitrice del concorso 
indetto dal Rotary Club di Napoli. 

D’Argenio B., Pescatore T. & Scandone P., 1973 - Schema geologico dell Appen¬ 
nino meridionale (Campania e Lucania). Atti Acc. Lincei, Quaderno 183, 
Roma. 

Guida M., Iaccarino G. & Vallario A., 1974 - Alcune considerazioni sui fenomeni 
di dissesto e sulla difesa del suolo nella Penisola Sorrentina. Geologia Tecnica, 
a. 21, n. 2, Milano. 

Pellegrino A., 1969 - Proprietà fisico-meccaniche dei terreni vulcanici del Napo¬ 
letano. Ass. Geot. It., Vili Convegno di Geotecnica, Cagliari 1967, Napoli. 

Pescatore T. & Ortolani F., 1973 - Schema tettonico dell’Appennino Campano- 
Lucano. Boll. Soc. Geol. It., 92, Roma. 

Scarsella F., 1961 - Sulla presenza del Lias nell’isola di Capri. Rend. Acc. Se. 
Fis. e Mat., serie 4, voi. XXVIII. 

Terzaghi K. & Peck R. B., 1974 - Geotecnica. UTET, Torino. 

Vallario A., 1973 - Geologia e franosità nell’area ad oriente del Taburno-Cam- 
posauro e del Partenio (Province di Benevento ed Avellino). Geol. Appi, e 
Idrogeologia, voi. Vili, p. 2, Bari. 

Viparelli C., 1969 - Interpretazione di una serie di dati idrologici. Facoltà di 
Ingegneria, Istituto di Costruzioni idrauliche, Bonifiche ed Irrigazioni. Qua¬ 
derno 1, Napoli. 




















































































■ 









Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 277=297, fig. 1, tavv. 3 


Ulteriori ritrovamenti 

di ceramiche eneolitiche della cultura di Piano Conte 
nella Grotta delPAusino (Salerno) 

Nota dei soci Alfonso Piciocchi ed Antonio Rodriguez 

(Tornata del 25 giugno 1976) 


Riassunto. — Si descrive la successione stratigrafìca ed il meccanismo di 
deposizione cronologica del giacimento della Grotta dell’Ausino, che comprende 
tutti i termini dal Paleotico superiore al Bronzo. 

Si descrivono pure le ceramiche eneolitiche ritrovate in uno degli strati, 
per la prima volta in Campania, non frammiste ad altre culture. 


Summary. — Authors describe thè stratigraphic succession and thè diro • 
nological depositional mechanism of sequence in thè Ausino Cave, including all 
thè terms from Upper Paleolithic to thè Bronze Age, 

Are also described thè Eneolithic potteries descovered, first time in Cam¬ 
pania, non intermingled with other culture fragments. 


Premessa 

La Grotta delPAusino, scoperta e parzialmente esplorata da M, Trotta 
nel 1929, è stata tenuta in minore considerazione rispetto. alla più grande 
Grotta di Castelcìvita fino a quando nel 1969 il Gruppo Speleologico del 
C.A.I. di Napoli, nel completare il rilievo topografico, vi scoprì una serie 
di materiali stratificati contenenti manufatti dì selce e di ceramica. Con 
un lavoro durato oltre due anni, furono portati alla luce oggetti appar¬ 
tenenti a tutti i periodi compresi dal Paleolitico superiore all'epoca sto¬ 
rica, e che ancora oggi sono allo studio. Dopo il Mesolitico ed il Neolitico 
(Piciocchi 1973 a, b), viene ora presentato l’Eneolitico in una caratteristica 
giacitura, del tutto diversa da quelle finora ritrovate e studiate. 

Scopo del presente lavoro, infatti, è lo studio delle ceramiche eneoli¬ 
tiche, ritrovate in quantità considerevole per la prima volta in una serie 
di strati e non in corredi furerari o necropoli e, nello stesso tempo, for- 


278 A. Piciocchi e A. Rodriquez 


nire qualche ulteriore elemento per la conoscenza di questo importante 
orizzonte culturale. 

Della parte riguardante la successione stratigrafica del deposito si è 
interessato A. Rodriquez, mentre lo studio paletnologico è stato curato 
da A. Piciocchi. 

Un cordiale ringraziamento a tutti i componenti del Gruppo Speleo- 
logico di Napoli del Club Alpino Italiano che, con la loro entusiastica 
e delicata opera di scavo, hanno contribuito alla realizzazione del presente 
lavoro. 


Formazione del deposito e successione stratigrafica 

Il deposito della Grotta dell'Ausino, a mano a mano che procedono 
gli studi del materiale rinvenuto, si va delineando sempre più nella sua 
eccezionale importanza sia per la varietà delle culture presenti, che per 
l'intervallo di tempo che esso copre. Con i suoi oltre 15.000 anni di storia, 
infatti, il deposito testimonia, in successione continua, un arco di tempo 
dal Paleolitico superiore fino all'epoca storica. Secondo lo schema illu¬ 
strato da Di Nocera, Piciocchi e Rodriquez (1972), la successione com¬ 
prende, dal basso verso l'alto, i seguenti termini: 


1) Paleolitico superiore: 

Cultura gravettiana ed epigravettiana con indu¬ 
stria litica ed ossea; 

2) Mesolitico : 

Industria epigravettiana con alta percentuale di 
microliti, mista a resti ossei, limitata a tre pic¬ 
coli affioramenti lentiformi alla superficie dello 
strato precedente; 

3) Neolitico : 

Industria in selce a lame e punte molto ritoc¬ 
cate, con schegge ritoccate e grattatoi pedun¬ 
colati di facies bertoniana e ceramiche con anse 

a rocchetto dello stile di Diana; 

4) Eneolitico : 

Industria litica e ceramica con frammenti di 
impasto rozzo di colore rosso o bruno, con su¬ 
perficie lucida ornata e tipiche anse a bugna 
forata ; 



Ulteriori ritrovamenti di ceramiche eneolitiche, ecc. 279 


5) Bronzo 

: È presente la tipica cultura appenninica in 
tutte le sue evoluzioni, dalla fase iniziale a 
quella finale, con una caratteristica industria 
litica con lunghe lame a costole e piccole la¬ 
melle della stessa fattura in ossidiana; 

6) Ferro 

: Dell'epoca storica sono presenti tipi diversi di 
cultura, dai frammenti di ceramica con orna¬ 
mentazione geometrica di stile protocorinzio 
alle ceramiche rosse verniciate in nero del III 

secolo a.C. 


A tutto questo bisogna aggiungere che sono stati ritrovati in altri 
punti della Grotta esemplari di selce levalloisiano-musteriana, certamente 
fluitati dall'esterno e che tale tipo di cultura è stato ritrovato in posto 
all’ingresso della Grotta di Castelcivita (Piciocchi, 1972). 

Da tutto quanto precede scaturisce che il Complesso 1 Ausino-Castel- 
civita doveva rappresentare un nodo importante nell'evoluzione storico¬ 
culturale di tutta la regione, tanto che oggi esso rappresenta un preciso 
riferimento nella cronologia preistorica dell'Italia meridionale. 

* 

* * 

Ritenendo valida la ricostruzione stratigrafica del deposito, illustrata 
nel lavoro cui si è fatto cenno, cercheremo ora di chiarire il meccanismo 
di deposizione dei materiali alla luce delle attuali conoscenze sulla crono¬ 
logia relativa dei singoli livelli. Il lavoro indicato presenta la successione 
degli strati solo con una descrizione litologica, senza tener conto, cioè, 
del loro contenuto paleontologico e paletnologico. Descriveremo ora il 
meccanismo di deposizione dei materiali in rapporto alla loro età ed alla 
successione degli eventi sopravvenuti nel corso della sedimentazione. 

Il giacimento copre una superfìcie di circa 18 metri quadrati, con 
una potenza di m. 2,80 dalla base del livello 1 alla base della sabbia ste¬ 
rile di copertura. 

Come è noto, nel Paleolitico inferiore e medio iniziale l'uomo pre¬ 
feriva soggiornare all'aperto o in ripari sotto roccia. Un'ulteriore con- 

1 Secondo quanto stabilito di recente il termine « complesso carsico » indica 
cavità che, anche se non in diretta comunicazione, sono correiabili per mor¬ 
fologia e per genesi. Per le Grotte dell'Ausino di Castelcivita tale termine è stato 
proposto ufficialmente nel Gennaio 1976 (cfr.; Rodriquez, 1976). 


19 


280 A. Piciocchi e A. Rodriquez 


ferma di ciò è, da una parte, il ritrovamento di culture di tale periodo 
nelle vicinanze dell'ingresso dalla Grotta di Castelcivita e, dall'altra, l'as¬ 
senza di dette culture negli strati dell'Ausino. Selci lavorate con la ca¬ 
ratteristica tecnica levalloisiano-musteriana sono state ritrovate, invece, 
nei pressi del laghetto interno dell’Ausino, nonché nelle vicinanze del- 
F« Orrido » di Castelcivita (Pericoli, 1959); in due punti, cioè, in comu¬ 
nicazione con l'esterno in tale fase dell’evoluzione delle due Grotte del 
Complesso. 

A tale periodo potrebbero essere ascritti i livelli 1, la ed lb del- 
l’Ausino per le seguenti ragioni: a ) natura dei sedimenti: sabbia a grana 
media e fina ed argilla tufacea, di evidente origine esterna; b) loro gia¬ 
citura: formano un conoide che, formatosi per apporto dall'alto, occu¬ 
pava alla base l’intera superficie della cavità; c) assenza in detti livelli 
di manufatti di qualunque genere, essendo l'apertura esterna ubicata 
sulla scarpata del terrazzamento ed in posizione riparata; d) presenza, 
invece, di manufatti all’interno delle cavità poste in corrispondenza delle 
aperture ubicate sul terrazzo in posizione più accessibile. L’interruzione 
della sedimentazione, testimoniata dalla superficie di alterazione fra lo 
strato 1 e lo strato la, potrebbe corrispondere ad una delle oscillazioni 
Riss-Wurm, all’incirca datate in quel periodo. 

A questo punto si verificò un evento importantissimo per l’evolu¬ 
zione della grotta da una parte e per la sedimentazione dei materiali suc¬ 
cessivi dall’altra: il primo innescarsi del sifone nel fondo della grotta. 
Il riversarsi, alLimprovviso, di una grande massa d'acqua dall’interno 
della grotta verso l'esterno causò l'asportazione della parte superiore del 
conoide formato e l’evoluzione della superficie di taglio, con conseguente 
discontinuità e discordanza fra i livelli precedenti e gli strati successivi. 

Nello stesso tempo, ovviamente per ragioni diverse, si aveva l’ostru¬ 
zione dell’apertura in alto, dalla quale erano pervenuti i materiali finora 
depositati (apertura che ancora oggi appare ostruita dal materiale argil- 
loso-tufaceo del livello lb) e da questo momento in poi non solo non com¬ 
pare più tale genere di riempimento, ma cambia il meccanismo di de¬ 
posizione. 

Altro fatto importante è che dal Paleolitico superiore in poi la Grotta 
fu abitata nei pressi dell'ingresso e precisamente nell'area compresa fra 
le sezioni 2 e 4 della planimetria allegata al più volte citato lavoro. Tale 
zona si presenta abbastanza pianeggiante, sufficientemente protetta e ben 
illuminata. Essa presenta, inoltre, una temperatura fra le più elevate del¬ 
l’intero Complesso, nonché diversi sgrottamenti nella parete a monte. 
Queste condizioni, dunque, favorirono senz’altro l'insediamento dell'uomo 


Ulteriori ritrovamenti di ceramiche eneolitiche, ecc. 281 


in tale tratto. Si tratta di un insediamento che, a partire dal Paleolitico 
superiore di cultura gravettiana, si protrasse in continuità fino a tutto 
il Ferro, anche se dal Bronzo il poi a carattere stagionale. 

Che l'uomo vivesse in questa zona è testimoniato dal fatto che in 
diversi saggi di scavo, sia fra le scannellature del pavimento che fra le 
superfici di interstrato allargate per azione chimica e meccanica delle 
acque, sono stati ritrovati manufatti litici e ceramici di epoche differenti. 
Né possono esservi pervenuti in epoche successive perché, oltre a non 
presentare gli strumenti litici tracce di usura per fluitazione ed essere 
le ceramiche, invece, a spigoli vivi, avrebbero dovuto essere depositati 
contro corrente ed a livelli superiori a quelli raggiungibili dall'acqua 
corrente. 

Il materiale accumulato negli anni fu spazzato via dall’acqua scari¬ 
cata per l’innescarsi del sifone, che, oltre tutto, non presentava, come 
ancora oggi, una periodicità costante, fu spinto innanzi appunto verso la 
cavernetta ed ivi abbandonato. Un simile meccanismo è possibile perché: 
a) l'acqua proveniente dalla grotta percorre l'ultimo tratto in salita, per¬ 
dendo così gran parte dell'energia accumulata; b) la cavernetta è posta 
in continuità dell'asse principale della grotta ed è praticamente a fondo 
cieco; c) il suo ingresso è ristretto da un pacco di strati sporgente dalla 
parete a monte; d) il ramo della grotta che porta all’esterno è spostato 
di oltre 90° rispetto al ramo dal quale proviene l'acqua. 

Si formò così un primitivo accumulo di materiale molto eterogeneo 
(indicato come livello 2) formato da avanzi di pasto ed utensili in osso 
ed in selce, frammisti a ciottoli e concrezioni calcaree, il tutto media¬ 
mente cementato da sabbia argillosa. L’ulteriore elaborazione ad opera 
dell'acqua che, frenata dal pacco di strati sporgenti ed avendo libero sfogo 
verso sinistra, formava una corrente quasi circolare, contribuì a dare la 
forma lenticolare e ad obliterare ogni accenno di statificazione. Tutti i 
livelli successivi, infatti, a differenza di questo, presentano sempre una 
laminazione subparallela più o meno evidente, inclinata verso l'ingresso, 
con contatti sempre ben visibili e leggere variazioni di inclinazione, tali 
da far pensare ad una sedimentazione con il livello dell'acqua crescente. 
Si formarono così gli strati 2a e 3 appartenenti, come la lente 2, all'Epi- 
gravettiano (Cfr. figura 1). 

Il termine successivo è caratterizzato da due piccoli lembi di mate¬ 
riale sabbioso più scuro, in forma lenticolare di pochi centimetri di po- 
potenza, sulla superficie dello strato. Complessivamente non superano i 
due metri quadrati, compreso un terzo piccolissimo affioramento, di pochi 
mq., a ridosso del pacco di strati sporgente. Questi lembi contengono una 


282 A. Piciocchi e A. Rodriquez 



Fig. 1. — La figura mostra, in maniera semplificata, i rapporti fra i vari termini 
della successione stratigrafica della Grotta dell'Ausino secondo la ri- 
costruzione di Di Nocera, Piciocchi e Rodriquez (1972). I livelli sono 
descritti nel testo. 
























































Ulteriori ritrovamenti di ceramiche eneolitiche, ecc. 283 


ricca industria microlitica, caratteristica del Mesolitico (cfr. Piciocchi, 
1974). 

La percentuale dei microliti puri (60%) e di quelli adattati (30%) 
nel punto di affioramento più esteso fa certamente pensare ad un adat¬ 
tamento della cultura alle mutate condizioni faunistiche ed ambientali. 
Il limitato sviluppo degli affioramenti, per contro, dà adito a supporre 
un attardamento delle condizioni climatiche precedenti nell'Area dell'Al¬ 
burno, nel senso che era ancora possibile disporre di ampie riserve di 
caccia. Non a caso in tale strato sono stati individuati resti di Cervus 
elaphus, Capra ibex e Bos primugenius , per la caccia dei quali non è 
possibile pensare all'uso di utensili ed armi microlitiche isolate. 

È utile a tale proposito fare presente che nel materiale rimaneggiato, 
al margine anteriore dello scavo, è stato ritrovato un punteruolo di osso, 
adattato ad un margine a raschiatoio, con la parte tagliente formata da 
numerose microliti delle quali solo una è stata conservata in situ; delle 
altre è rimasta traccia del solco servito per immanicarle. Tale utensile 
si trova nella raccolta campione d elYantiquarium della sezione di Napoli 
del C.A.I. 

Il passaggio al Neolitico avviene con una variazione abbastanza evi¬ 
dente: sedimentazione di sabbia argillosa sottilmente laminata ad anda¬ 
mento concordante con il livello precedente; compare la ceramica (ri- 
maneggiata per quanto si è già detto), anche nello stile di Diana, insieme 
ad utensili di cultura bertoniana ed a frecce del tipo di Ripoli. La stra¬ 
tificazione non presenta discordanza con quella precedente e si sussegue 
per quasi 30 centimetri con una sottile laminazione appena visibile, in¬ 
clinata verso l’ingresso. 

Il meccanismo di sedimentazione è abbastanza semplice: una volta 
appianate le irregolarità della superficie sottostante, i materiali si depo¬ 
sitano, sempre in salita, in un ambiente che non presenta più ostacoli 
al periodico fluire delle acque. 

Questo livello, indicato con il numero 4, sfuma verso l'alto ad Eneo¬ 
litico e tale termine si distingue con difficoltà perché non esistono dif¬ 
ferenze litologiche, ma solo tipi culturali diversi.. Le anse a rocchetto, 
infatti, vengono sostituite dalle caratteristiche anse a bugna forata e dai 
manici a lingua ed è presente la tipica ornamentazione a cordoni impressi. 
Delle ceramiche si parlerà in altra parte del lavoro. 

Con lo strato n. 5 si inizia la sedimentazione del Bronzo, nella carat¬ 
teristica successione della cultura Appenninica, che, pur essendo molto 
più limitata nel tempo rispetto al Paleolitico, occupa all'Ausino uno spes- 


284 A . Piciocchi e A. Rodriquez 


sore quasi doppio, complessivamente nelle tre suddivisioni di Bronzo in¬ 
feriore, medio e superiore. 

Molto limitato, ed anch’esso sotto forma di lente, appare lo strato 
del Bronzo iniziale, con un spessore massimo di 10 centimetri ed una 
superficie di circa 4 metri quadrati. 

Lo strato n. 6, Appenninico medio, si appoggia lateralmente al n. 4, 
Eneolitico, proprio a causa dell'irregolarità del livello n. 5. La differenza 
litologica fra i primi livelli del Bronzo è limitata: il contatto è visibile 
solo in pochi tratti, ma in modo da non lasciare dubbi sull'andamento 
della superficie di separazione. 

Gli strati n. 4, 5 e 6 appaiono lateralmente troncati da un canale arti¬ 
ficiale (n. 7), largo una ventina di centimetri e profondo circa quaranta, 
che doveva avere la funzione di convogliare le acque di percolazione verso 
la parete. Con molte probabilità non dovette rimanere in funzione per 
molto tempo sia perché appare riempito da materiali provenienti anche 
dal livello 6, sia perché né alla base né alle pareti è stato notato quel 
caratteristico rivestimento calcareo derivante dalle acque di percolazione, 
notato alla superficie superiore del deposito. 

Lo strato n. 8, Appenninico medio-superiore, è quello che raggiunge 
la potenza maggiore; chiudendosi anch’esso lateralmente contro il livello 
4, passa gradualmente a quello superiore, di epoca ormai storica, è di¬ 
stinguibile da questo solo per la laminazione meno regolare ed accentuata. 

Una copertura di sabbia grossolana sciolta, con pochi inclusi dovuti 
a crollo, chiude la serie con uno spessore di quasi un metro. 

In definitiva, perciò, la serie studiata rispecchia con una certa fe¬ 
deltà le alterne vicende dell’insediamento umano ospitato nella Grotta 
il quale doveva sentirsi da una parte legato dalle favorevoli condizioni 
ambientali e dall'altra vincolato dalle inondazioni cui la Grotta stessa 
era soggetta con periodicità. Tale periodicità, però, doveva avere ritmi 
alquanto diversi da quelli attuali, in rapporto alle diverse condizioni idri¬ 
che vigenti nel lungo periodo preso in esame. 


L’insediamento eneolitico 

Il materiale in esame proviene dallo strato n. 4 e, se in un primo 
tempo alcuni interrogativi sui livelli medi non erano stati risolti, solo 
oggi, dopo una revisione dei quaderni di scavo, dei disegni e delle foto¬ 
grafie è stato possibile presentare questo strato particolarmente ricco di 
materiale ceramico. Esso copre tutto l'orizzonte culturale neolitico ed 


Ulteriori ritrovamenti di ceramiche eneolitiche, ecc. 285 


eneolitico in tutta la sua evidenza e rende più noto il periodo inferiore 
dell'età eneolitica della Campania. 

Dal punto di vista stratigrafico, come si è detto, alla base dello strato 
è stato riscontrato materiale neolitico, con ceramiche con anse a roc¬ 
chetto dello stile di Diana, un'ascia neolitica in arenaria, punte di frecce 
con peduncolo e ritocco foliaceo e grosse punte di selce di fattura ber- 
toniana, punteruoli in osso, frammenti di ceramica di impasto rosso-gri¬ 
giastro a superficie ruvida ed una pietra da macina in arenaria con evi¬ 
denti tracce di usura. 

Oltre i tre quarti dello strato, per un’area di quasi 18 mq. ed uno 
spessore di oltre 30 centimetri, presentano un ricco materiale di vasi d’im¬ 
pasto nero o bruno, grossolano, con superficie lucida in parte decorata 
con fasci di solchi molto larghi e poco profondi, o con striature fatte 
con la spatola. Vi sono scodelle a calotta sferica e, rare, a fondo piatto, 
orcioli globulari o piriformi e vasi con poche anse, varie bugne molte 
delle quali forate. Sono venute alla luce poche scodelle carenate, mentre 
numerosi sono i frammenti di grosse olle con anse a bugna e con bordi 
decorati con cordoni. 

Il materiale in esame può considerarsi « campione » rispetto a quello 
consegnato alla Sovrintendenza; eccone la descrizione: 

1) Frammento di vaso di ceramica d’impasto rosso-bruno, con un fram¬ 
mento di manico. Cent. 11 x 7; spessore al bordo cent. 1,1; 

2) Frammento di fondo e laterale di piccolo vaso di ceramica d’impasto 
bruno-grigiastro con trecce di avvampatura. Cent. 9 x 14; spessore 
cent. 1; 

3) Frammento di grossa ciotola di ceramica d’impasto di colore bruno¬ 
marrone a superficie ruvida. Cent. 10 x 9; spessore cent. 1; 

4) Orlo di tazza. Ceramica d'impasto bruno. Cent. 5 x5; 

5) Frammento di grosso manico di ceramica d'impasto marrone a su¬ 
perficie levigata scoperta; 

6) Frammento di piccolo vaso di ceramica d'impasto grezzo, non levi¬ 
gato, di colore bruno, con cordone a bugne correnti poco sotto l’orlo. 
Cent. 6x4; 

7) Frammento di piccolo vaso con orlo espanso ed ansa a nastro di ce¬ 
ramica d'impasto grezzo, non levigata. Cent. 6,5 x 5; 

8) Frammento di vaso con ansa ad anello nastriforme con appendice al¬ 
l'attacco superiore di cordone a tacca poco al disotto dell'orlo. Ce¬ 
ramica di impasto grezzo, bruno-marrone. Cent. 8x7; 


286 A. Piciocchi e A. Rodriquez 


9) Frammento di grosso vaso di ceramica d'impasto rosso-bruna a su¬ 
perficie rozza con buna appena abbozzata. Cent. 11 x 8; 

10) Frammento di grossa olla con presa a lingua e cordone a tacca; ce¬ 
ramica di impasto marrone. Cent. 11 x 10; 

11) Piccolo vaso a corpo globulare con ansa a cannone orizzontale di 
ceramica di impasto di colore bruno a superficie ruvida. Cent. 9x9; 

12) Frammento a spigoli vivi di ceramica d’impasto ruvida marrone con 
grossa presa a bugna. Cent. 9x8; 

13) Frammento di piccola tazza a corpo globulare di ceramica d’impasto 
ruvida di colore bruno con cordone a tacca corrente poco sotto l'orlo. 
Cent. 6x5; 

14) Frammento di vaso con grosso cordone a tacca; ceramica d’impasto 
bruno a superficie non levigata. Cent. 5x6; 

15) Frammento di ceramica d'impasto bruno non levigata con cordone a 
tacca. Cent. 8x4; 

16) Frammento di grossa scodella con profilo a larga carenatura di cera¬ 
mica d'impasto levigata di colore bruno. Cent. 18 x 7; 

17) Frammento di vaso di ceramica d’impasto di colore bruno a super¬ 
ficie ruvida con grossa bugna per manico, forata orizzontalmente. 
Cent. 7x6; 

18) Frammento di piccolo vaso globulare con presa a bugna nella parte 
mediana; ceramica d’impasto bruna ruvida con tacche a stecca. Cent. 
6x6; 

19) Frammento di orlo di piccola tazza con estremità rialzata per pro¬ 
babile attacco del manico; cordone a tacche corrente sotto l’orlo; ce¬ 
ramica d'impasto bruna. Cent. 6x4; 

20) Fondo di grosso vaso, restaurato, di ceramica d'impasto bruna; dia¬ 
metro cent. 15; spessore cent. 4; 

21) Manico di vaso di ceramica d’impasto con superficie mal levigata ros- 
siccia-bruno-nerastra, con ansa a nastro. Cent. 6x4; 

22) Frammento di vaso con orlo leggermente espanso di ceramica d’im¬ 
pasto bruno-grigiastra. Presenta sotto l'orlo incisioni con solchi larghi 
e poco profondi. Il disegno è rappresentato da una linea ondulata 
che si sovrappone ad una greca. Cent. 7x8; 

23) Frammento di grosso vaso di ceramica di impasto grigio-bruna a 
superficie levigata con tracce di stecca. Cent. 10 x 9; 

24) Ciotola con fondo piatto di ceramica d'impasto bruna. Diametro 
cent. 12; restaurata; 

25) Orciolo globulare o piriforme di ceramica d'impasto grigio-nerastra 
a superficie lucida con bocca stretta e con anse a nastro verticali 


Ulteriori ritrovamenti di ceramiche eneolitiche, ecc. 287 


poco sviluppate. Decorato intorno ai manici su un'area di cent, 12 x 11 
con fasci di solchi poco profondi che incorniciano i manici in ret¬ 
tangoli concentrici. Cent. 14 i|22; restaurato. 

Dall’esame dei pezzi si deve inquadrare l'insediamento nel primo 
periodo dell'Eneolitico, ossia nello stile detto « di piano del Conte », dal 
nome di una contrada sull’altopiano di Lipari. 

Come nella suddetto isola, nella contrada Diana e sull'Acropoli, gli 
strati corrispondenti a questa cultura si sovrappongono a quelli neoli¬ 
tici dello stile di Diana, così nello strato dell'Ausino, nel materiale neo¬ 
litico che forma la base del livello, sono state trovate ceramiche con anse 
a rocchetto dello stile di Diana (seconda e terza fase). 

Di notevole interesse per una esatta diagnosi dello stile, oltre alle 
bugne con foro e senza, sono i due reperti di ceramica ornata: il primo 
(n. 22) che presenta sotto l'orlo incisioni con solchi larghi e poco pro¬ 
fondi formanti un singolare disegno di una linea ondulata che si sovrap¬ 
pone ad una linea greca; il secondo (n. 25) decorato intorno al manico, 
presenta su una vasta area fasci di solchi in rettangoli concentrici. 

Altre ceramiche sono state ritrovate e che corrispondono allo stile di 
Piano Conte a Lipari sono le scodelle sferiche o a fondo piatto e gli orci. 

La cultura di Piano Conte è presente a Lipari anche in altre stazioni 
oltre a quelle, in collocazione stratigrafica, di Contrada Diana e dell'Acro¬ 
poli, sull'Altopiano di Piano Conte e a Piazza Monfalcone, sotto la necro¬ 
poli Ausonia. 

In Sicilia lo stile di Piano Conte è presente nella Grotta della Chiu- 
sazza, in provincia di Siracusa. S. Tinè, nella campagna di scavo 1954-56, 
riscontrò negli strati alti (il 13° ed il 12°) scodelloni e qualche olletta con 
leggere solcature verticali, prodotte per un evidente effetto decorativo. 

Nella suddetta grotta siciliana le ceramiche dello stile di Piano Conte 
sono associate alla cultura di Serraferlicchio, anch’essa dell’Eneolitico 
iniziale, ma con stile molto diverso. 

In Italia continentale, nella Grotta Zinzulusa presso Otranto, nei li¬ 
velli superficiali sopra le ceramiche dipinte a fasce semplici e nello stile 
di Serra d’Alto, sono stati trovati reperti dlelo stile di Piano Conte. 

Anche nella Grotta di Ostuni, presso Brindisi, il Rellini, mise alla 
luce nel deposito con ceramiche impresse, graffite e dipinte a bande sem¬ 
plici e nello stile di Serra d'Alto, materiale di Piano Conte. 

In Campania, il Tiemp, nello strato F della stratigrafica della Starza 
di Ariano Irpino, ha trovato un piccolo vaso in ceramica nera brunita 
con incisioni ad onde orizzontali larghe della cultura di Piano Conte. 


288 A. Piciocchi e A. Rodriquez 


Medesimo materiale, sia pure in piccole quantità, è stato ritrovato 
nella Grotta dell’Angelo ed in quella di Nardantuono ad Olveano sul Tu- 
sciano (Salerno). Chiude l’orizzonte culturale di questo periodo il materiale 
della Grotta di Polla e lo stanziamento a cielo aperto di S. Mauro di 
Buccino. 

La cultura di Piano Conte presenta notevoli somiglianze tipologiche, 
anche se meno fine ed elegante, con quella del Neolitico superiore della 
Lagozza, che presenta i suoi orcetti troncoconici di impasto grossolano, 
di colore giallo-brunastro, decorati con piccole bozze o bugne forate. La 
cultura della Lagozza si estende principalmente nell'Italia settentrionale 
e parte della centrale (va dalle Arene Candite in Liguria fi.no alla Grotta 
dei Piccioni a Bolognano-Pescara, ad Attiggio-Marche ed a Pescale in 
Emilia). 

In Francia il complesso delle ceramiche analoghe a Lagozza vanno 
sotto il nome di cultura di Chassey, che si estende, oltre alla Francia 
meridionale, nella Spagna, nella Catalogna ed anche verso la costa atlan¬ 
tica del Morbihan e nel Finisterre. 

In Svizzera, lo stesso filone di ceramiche tipo Lagozza si estende, 
col nome di cultura di Cortaillod, con le tipiche scodelle a calotta sfe¬ 
rica con coppie di mammelloni forati, con i vasi ad anse e bugne forate. 
Si trovano pure nelle stazioni palafitticole del lago di Neuchàtel, a Cor¬ 
taillod, Auvenier e Port-Conty. 

La cultura di Piano Conte, per la stretta analogia con le culture 
Lagozza-Chassey-Cortaillod, è una derivazione finale del grosso ceppo set¬ 
tentrionale che si propagò nel Neolitico finale nell’Italia del Nord, Sviz¬ 
zera, Francia, Catalogna. 

Fra tutte le stazioni campane dell’Eneolitico iniziale, la caverna del- 
l'Ausino ha restituito il materiale più vario ed abbondante. Gli antichi 
abitanti della caverna in esame, con il loro materiale ceramico e gli 
avanzi di pasto, evidenziano la loro economia basata sull'agricoltura e 
sulla caccia per il ricco e vicino Alburno. 

Si era, nel periodo della cultura di Piano Conte, in un periodo di 
clima subcontinentale, per cui lo sviluppo dell'agricoltura era più red¬ 
ditizio di quello della pastorizia. Ciò non escludeva un piccolo allevamento 
a carattere stazionario, ben diverso da quello solamente armentario e no¬ 
made delle genti della cultura del Gaudo. La gente deH'Ausino viveva di 
una economia mista, anche se prevalentemente agricola. Pur vivendo al¬ 
l'inizio di un’era metallotecnica, le comunità della caverna usarono per 
lungo tempo asce di pietra levigata, grosse cuspidi di selce, con una 


Ulteriori ritrovamenti di ceramiche eneolitiche, ecc. 289 


tecnica di attardamento simile al Campignano e che si avvicina, con altre 
stazioni dell'Alburno, al Bertoniano. 

In altre parole, le genti dell'Ausino del primo Eneolitico praticavano 
una economia prevalentemente agricola, con pacifiche comunità di tra¬ 
dizioni neolitiche. 

Sopraggiunsero, però, gli uomini della cultura del Gaudo a dominare 
quasi tutto l'intero periodo eneolitico della regione campana. Le loro ce¬ 
ramiche, nettamente distinte dalle precedenti per ornati, per forme ed 
usi diversi, si estendono in numerosi ritrovamenti campani, ma special- 
mente in tombe. Le brocche, gli askos, le saliere, i vasi a paniere, i bic¬ 
chieri a gola concava, i pugnali stiliodi e le cuspidi di frecce sono re¬ 
perti di comunità guerriere, di tipo pastorale. Esse, come testimoniano 
l'estensione ed i numerosi ritrovamenti campani, provenendo dall'Anatolia 
settentrionale, si sostituirono o soggiogarono le pacifiche comunità agri¬ 
cole della cultura di Piano Conte, cancellandone quasi le tracce più evi¬ 
denti ed imponendo i propri tipi culturali. 

In conclusione, perciò, si può affermare che il ritrovamento nella 
Grotta dell'Ausino di materiale tanto abbondante appartenente alla cul¬ 
tura di Piano Conte sia la testimonianza più importante dello sviluppo 
che tale civiltà ebbe nell’ambito della Campania prima dell'avvento dei 
metalli, anche se le nuove culture, tecnologicamente più avanzate, tarda¬ 
rono molto ad affermarsi nelle nostre regioni. 


BIBLIOGRAFIA 

Bernabò Brea L., 1954 - La Sicilia prehistorica ecc., in « Ampurias », XV-XVI, 
1953-54. 

Bernabò Brea L., 1956 - Gli scavi nella Caverna delle Arene Candide (Finale Li¬ 
gure). Strati con ceramiche. Bordighera, 1956. 

Bernabò Brea L., 1958 - La Sicilia prima dei Greci. Il Saggiatore. 

Bernabò Brea e Cavalier M., 1956 - Civiltà preistoriche delle isole Eolie e del 
territorio di Milazzo. Bull. Paletn. It., Voi. 64. 

Cavalier M., 1960 - La grotte de la Zinzulusa et la stratigraphie de Lipari. Mei. 
d'Arch. et de Hist. Ecol. Fr. de Rome, 1960. 

Di Nocera S., Piciocchi A., Rodriquez A., 1972 - La Grotta dell’Ausino (SA). Ge¬ 
nesi, morfologia e primo contributo di preistoria. Boll. Soc. Nat. Napoli, 
LXXXI, (1972). 

Piciocchi A., 1973 a - I mesolitici campani e la loro economia. Ann. Speleol. 
1972-73, C.A.I. Napoli. 

Piciocchi A., 1973 b - La facies bertoniana nell’area dell’Alburno. Ann. Speleol. 
1972-73, C.A.I. Napoli. 


290 A. Piciocchi e A. Rodriquez 


Piciocchi A., 1973 c - La civiltà appenninica nella Grotta di Nardantuono ad 
Olevano sul Tusciano ( Salerno ). Boll. Soc. Nat. Napoli, LXXXII, 1973. 

Rellini IL, 1935 - La Caverna di Ostuni. Bull. Paletn. It., LV, 1935. 

Rodriquez A., 1968 - La Caverna del Cervaro ( Lagonegro ) ed i caratteri antro- 
popologici dei suoi abitanti. Boll. Soc. Nat. Napoli, LXXVII, 1968. 

Rodriquez A., 1976 - Il Complesso Ausino-Castelcivita. Speleol. Emiliana. 13°, n. 1, 
1976. 

Ross-Holloway R., 1975 - The Early Bronze Age Village of Tuf anello. Journ. of 
Field Arch., 2°, Brown Univ. U.S.A. 

Sestrieri P. C., 1948 - Primi risultati dello scavo della Necropoli preistorica di 
Paestum. Rend. Acc. Arch. Napoli. 

Trump D. H., 1973 - Prehistoric settlement at La Star za-Ariano Irpino. Pap. of 
Brit. School of Rome, XXV. 

Tinè S., 1965 - Gli scavi della Grotta della Chiusazza. Bull. Paletn. It. n.s. XVI, 
voi. 74. 







TAVOLA I 


Ceramiche eneolitiche dell’Ausino. 


a) - Frammento di vaso; n. 1 del testo. 0,3 x 

b) - Frammento di fondo e laterale; n. 2 del testo. 0,5 x 

c) - Frammento di ciotola; n. 3 del testo. 0,5 x 

d) - Frammento di piccolo vaso; n. 7 del testo. 0,8 x 

e) - Frammento di vaso con ansa nastriforme; n. 8 del testo. 0,3 x 

f ) - Frammento di grosso' vaso con bugna; n. 9 del testo. 0,4 x 

g) - Frammento di vaso con ansa a cannone orizzontale; n. 10 del testo. 0,3 x. 

vista frontale 

h) - Frammento di vaso con ansa a cannone orizzontale; n. 11 del testo. 0,4 x 

vista laterale 

i) - Frammento di tazza con cordone a tacca; n. 13 del testo. 0,4 x 

1) - Frammento di grosso vaso con cordone a tacca; n. 14 del testo. 1,2 x 


Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1976 Piciocchi A., Rodriquez A. - Ulteriori ritrova¬ 
menti di ceramiche, ecc. Tav. I 



h 







TAVOLA II 


Ceramiche eneolitiche dell’Ausino. 


a) - Frammento di piccolo vaso con bugna; n. 18 del testo. 1,1 x 

b) - Frammento di scodella con profilo a larga carenatura; n. 16 del testo. 0,5 x 

c) - Frammento di vaso con grossa bugna forata orizzontalmente; n. 7 del testo. 

1,1 x 

d) - Frammento di ceramica con cordone a tacca; n. 15 del testo. 0,5 x 

e) - Frammento di orlo di piccola tazza con cordone a tacca; n. 19 del testo. 0,3 x 

f) - Manico di vaso con ansa a nastro; n. 21 del testo. 0,6 x 

g) - Frammento' di vaso con orlo espanso' e disegni incisi; n. 22 del testo. 0,5 x 

h) - Frammento di grosso vaso a superficie levigata; n. 23 del testo. 0,4 x 

i) - Ciotola con fondo piatto, restaurata; n. 24 del testo. 0,25 x 
i ) - Frammento di ceramica marrone ; n. 12 del testo. 0,5 x 


Boll. Soc. Matur. in Napoli, 1976 Piciocchi A., Rodriquez A. - Ulteriori ritrova¬ 
menti di ceramiche, ecc . Tav. II 



20 


TAVOLA III 


Ceramiche eneolitiche dell’Ausino. 


Orciolo globulare di ceramica di impasto grigio-nerastra; n. 25 del testo. Restau¬ 
rato. 0,4 x 

a - vista frontale 
b - vista laterale 
c - vista superiore. 

È ben evidente la decorazione intorno al manico con solchi rettangolari con¬ 
centrici. 



BolL Soc. Natur. in Napoli, 1976 Piciocchi A., Kodriquez A. - Ulteriori ritrovo- 

menti di ceramiche, ecc, Tav. Ili 


c 







Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 299-311, figg. 6, tab. 1 


Contributo alla conoscenza della biologia 
di Deroceras pollonerai Simroth, 1889 
(Moliusca, Pulmonata, Limacidae) 

Nota dei soci Ferdinando Di Maio e Francesco Paolo cTErrico(*) 

(Tornata del 29 ottobre 1976) 


Riassunto. — Gli Autori riferiscono alcuni dati morfologici ed osservazioni 
biologiche sul Mollusco Gasteropodo Deroceras pollonerai allevato in cattività 
in terrari. 

Vengono descritte le diverse fasi relative all'accoppiamento che dura 
3' (2'SO" - 3'20" ); alla ovideposizione che si verifica dopo 3 (2-5) giorni dafi’ac- 
coppiamento con un numero di uova deposte di 44 (9-128) ; alla durata dello 
sviluppo embrionale (12-15 gg) e post-embrionale (110 gg.). 

Osservazioni relative a prove di alimentazione hanno confermato la poli¬ 
fagia essenzialmente erbivora della specie e nel contempo evidenziato l’influenza 
del tipo di alimenti sul ciclo biologico di D. pollonerai. 

Summary. — The Authors report some morpho-biological data on thè Ga- 
steropod species Deroceras pollonerai (Limacidae) reared in captivity. 

The copulation phases are described. Copulation requires 3' (2'50 // - 3 / 20") 
and is followed by egg-laying within 3 (2-5) days. Each slug lays a mean value 
of 44 (9-128) eggs. Embryonic and post-embryonic development last 12-15 and 
about 110 days respectively. 

Feeding trials with many plants confirmed thè herbivorous poliphagy of 
thè species. The fife cycle was influenced by thè feeding substrate. 


Nel presente lavoro vengono riportati alcuni dati morfologici ed una 
serie di osservazioni biologiche relative al Mollusco Gasteropodo Dero¬ 
ceras pollonerai Simroth. 

I dati biologici riguardano l'attività sessuale, lo sviluppo embrionale 
e post-embrionale nonché alcune osservazioni sulTalimentazione della 
specie. 


(*) Istituto di Entomologia Agraria dell'Università di Napoli - Portici. 


300 F. Di Maio e F. P. d’Errico 


Per l’attuazione della citata indagine ci siamo serviti sia di esemplari 
prelevati nel loro ambiente che nati ed allevati in cattività. 


Materiali e metodi 

Per l’allevamento delle limacce sono stati utilizzati terrari in plastica 
lunghi cm 32, larghi cm 22 ed alti cm 10 per gli allevamenti comuni, men¬ 
tre per gli allevamenti in isolamento le dimensioni dei terrari sono state 
di cm 22 x 12 x 10. 

I terrari sono stati chiusi con coperchi in plastica aventi un largo 
foro centrale protetto da una rete metallica con maglie di circa mm 0,2. 
Per substrato nei terrari abbiamo usato una miscela di terra sterile mi¬ 
sta a sabbia dello spessore di cm 7. 

Per quanto possibile, l’allevamento è stato effettuato in condizioni 
ambientali molto vicine a quelle che normalmente si riscontrano nel bio¬ 
topo di cattura. Allo scopo si è mantenuta l'umidità, con innaffiature dei 
terrari, a livelli costantemente alti; la temperatura ambiente compresa 
tra i 14° ed i 30° C ed il cibo sempre disponibile. 


Note morfologiche e tassonomiche 

La popolazione di D. polloneri studiata, oltre ai caratteri comuni ai 
diversi limacidi. presenta una livrea di colore variabile dal bruno all’oli- 
vaceo, con qualche esemplare più chiaro. Le limacce adulte, su 40 esem¬ 
plari esaminati, avevano una lunghezza media di mm 39 (35-48). La parte 
caudale presenta una carenatura breve ma decisa. Il tratto genitale è 
caratterizzato: da un breve cieco peniale nella porzione distale del pene 
che a volte è del tutto o in parte introflesso; da un largo lobo peniale 
lungo quanto il cieco e, fra questi interposto, un ciuffo di appendici fla- 
gelliformi (Fig. 1). 

La D. pollonerai non è ritenuta, da alcuni AA, sufficientemente discri¬ 
minata da altre specie molto vicine per l’incerto valore di alcuni carat¬ 
teri. L’Alzona (1971), infatti, la pone fra le « species dubiae », mentre il 
Giusti (1972) ritiene possibile che « ... Deroceras panormitanum (Lessona 
e Pollonera), Deroceras pollonerai (Simroth) ( = Deroceras caruanae Pol¬ 
lonera) ed altri Deroceras quali ad esempio il Deroceras cecconii (Pollo¬ 
nera) siano forme o entità molto prossime, appartenenti ad una unica 
specie assai variabile nella forma e nelle dimensioni del corpo e nella 


Contributo alla conoscenza della biologia di Deroceras, ecc. 301 



Fig. 1. — Tratto genitale di D. pedonerai (A); corpo peniale (B); corpo peniate 
aperto mostrante l'organo stimolatore (C). 






302 F. Di Maio e F. P. d’Errico 


struttura di certe parti del tratto genitale ». Lo stesso Autore, comunque, 
non esclude che le specie citate potrebbero anche essere in realtà ben 
distinte. 

Pertanto, si può concludere che, allo stato attuale delle conoscenze, 
la sistematica di questo gruppo è ancora da definire e che si è in attesa 
di più approfonditi esami dei caratteri discriminanti. 


Osservazioni biologiche 
a) Attività sessuale 

Le osservazioni sul comportamento sessuale di D. pollonerai sono 
state effettuate su 20 limacce allevate in isolamento, su 20 allevate in 
coppia ed infine su altre in popolazione numerosa. 

I primi segni di attività sessuale sono stati notati a partire dalla 
terza decade di marzo e sono durati fino a tutto aprile. 

Le limacce allevate fin dalla cattura in condizioni di isolamento non 
hanno ovideposto. Esse però hanno mostrato segni evidenti della neces¬ 
sità di trovare un partner per l'accoppiamento, come estroflessione del¬ 
l’organo stimolatore accompagnata da una scarsa attività di ricerca del 
cibo. Alcune di queste limacce, se poste in terrari a coppie, si sono unite 
ed hanno poi ripreso rapidamente la loro normale attività. 

Circa il complesso rituale del corteggiamento, preludio allo accoppia¬ 
mento reciproco, la D. pollonerai non si discosta, nelle grandi linee, da 
quello riferito per Agriolimax reticulatum (Runham & Hunter, 1970) e 
per Agriolimax caruanae (Quiete, 1960). 

Le fasi relative all'attività sessuale riscontrate nelle coppie studiate, 
sono di seguito riportate. Il controllo relativo ai tempi è stato effettuato 
su 10 coppie. 

1) « Ricerca » del partner . Riferendoci essenzialmente agli alleva¬ 
menti comuni, sembra si realizzi una vera e propria « scelta » del partner 
condizionata forse dalla disponibilità di quest'ultimo all’accoppiamento. 
Infatti, generalmente, una limaccia pronta per iniziare il rituale, come 
dimostrava l’organo stimolatore estroflesso, muovendosi nel terrario co¬ 
mune, il più delle volte non lo iniziava con la prima limaccia avvicinata, 
bensì solamente con quella che al contatto con l'organo stimolatore ri¬ 
spondeva con l’estroflessione del proprio. Anche negli allevamenti a cop¬ 
pie il gradimento non sempre è stato immediato, potendosi verificare 
l'accoppiamento anche a distanza di diversi giorni (2-5) dai primi sintomi 
manifestati da uno dei partner. 


Contributo alla conoscenza della biologia di Deroceras, ecc. 303 


La ricerca avviene quasi sempre a crepuscolo inoltrato e non è mai 
stata osservata in pieno giorno neanche in natura. 

2) Corteggiamento. Il lungo rituale del corteggiamento, nella po¬ 
polazione allevata, ha una durata media di Ih (55'-72'). Quick (Le.) rife¬ 
risce una durata di 30' osservata su di una sola coppia di Agriolimax 
caruanae, in Inghilterra, nel mese di giugno. 

Questa fase è caratterizzata dallo stato di eccitazione e di disponibi¬ 
lità all’accoppiamento delle limacce che, procedendo in circolo, si allon¬ 
tanano e si avvicinano più volte (Fig. 2 b e c). Durante tale fase le limacce 
muovono ritmicamente il capo, la parte caudale e l'organo stimolatore 



Fig. 2. — Corteggiamento ed accoppiamento in D. pollonerai. Ricerca del partner 
(a); corteggiamento (b); posizione immediatamente precedente l'accop¬ 
piamento (c); accoppiamento (d). 


che, a volte, percuote o lambisce il corpo del partner. Tale comporta¬ 
mento è stato confermato da osservazioni condotte in natura. 

Il pneumastoma, per tutta la durata di questa fase, si presenta enor¬ 
memente dilatato. Ciò è dovuto, probabilmente, al maggior fabbisogno 
respiratorio forse in relazione allo stato di eccitazione dei partecipanti 
e quindi all'accresciuta attività metabolica che si instaura durante il 
preludio amoroso. 












304 F. Di Maio e F. P. d’Errico 


Nei terrari comuni non è raro osservare il tentativo di partecipa¬ 
zione a questi rituali di una terza e di una quarta limaccia. Questi ten¬ 
tativi però vengono subito frustrati da due partner di origine che, con 
continui atteggiamenti di mordere gli intrusi, li scoraggiano facendoli 
allontanare. 

3) Accoppiamento. Questo è preannunciato da un graduale rallen¬ 
tamento dei movimenti ritmici già descritti e dalla disposizione dei corpi 
quasi ad esse. A questo punto i due organi stimolatori vengono messi a 
stretto contatto mentre le due limacce, inarcato il dorso all'altezza dello 
scudo e rovesciata la restante parte del sacco del pene, stabiliscono con 
l'appendice ramificata e dentata un intimo contatto fra di esse tale da 
rendere estremamente difficile il distinguerle (Fig. 2 d). 

La durata della copula, con trasferimento reciproco di sperma, è me¬ 
diamente di 3' (2'SO"^^"). Quick (l.c.) riferisce, sempre per una sola 
coppia di A. caruanae, una durata di 2'. 

Questa fase è caratterizzata anche dall’invaginazione dei tentacoli e 
dalla quasi immobilità delle due limacce. 

4) Separazione dei partner. A copulazione avvenuta le due limacce 
ritirano alquanto rapidamente le masse estroflesse, ripristinano la posi¬ 
zione normale dello scudo e si allontanano alla ricerca del cibo. 


b) Deposizione delle uova 

Per le osservazioni successive all’accoppiamento, le limacce, una volta 
separate, sono state trasferite in terrari singoli. 

Le prime ovideposizioni si sono verificate mediamente dopo 3 (2-5) 
giorni dall'accoppiamento reciproco. Le uova vengono deposte a grup¬ 
petti, sia in superficie che a 2-4 cm di profondità (Fig. 3), nel numero 
medio di 44 (9-128), controllato su 20 deposizioni. In natura la profondità 
di deposizione, a seconda della resistenza del mezzo, arriva anche ai 
10 cm, come osservato in alcuni orti dell’agro nocerino. 

In soli due casi è stato notato che la ovideposizione, che normal¬ 
mente viene effettuata a più riprese (3-11 volte), è stata unica. 

Le dimensioni delle uova appena deposte, controllate su 100 esem¬ 
plari di diverse limacce, sono risultate di mm 2,1 (1,9-2,5) di lunghezza 
e di mm. 1,6 (1,5-1,7) di larghezza. 

Le ultime deposizioni hanno fornito un’altissima percentuale di uova 
sterili. 



Fig. 3. — Gruppo di uova di D. pollonerai deposte nel terreno. 



Fig. 4. — Uova di D. pollonerai deposte nello stesso giorno, da un solo esem¬ 
plare, mostranti diversi stadi di sviluppo, fino aH’embrione prossimo 
alla schiusa. 












306 F. Di Maio e F. P. d’Errico 


c) Sviluppo embrionale 

Nelle condizioni di allevamento lo sviluppo embrionale ha richiesto 
12-15 giorni. In diverse uova, inoltre, è stato osservato che tale sviluppo 
aveva avuto inizio già prima della deposizione (Fig. 4). Lo sviluppo ter¬ 
mina con la schiusa dell’uovo e l’uscita della limaccia (Fig. 5). 



Fig. 5. — Schiusa di un uovo di D. pollonerai fotografato in una goccia d’acqua. 


d) Sviluppo post-embrionale 

Le limacce appena nate misurano 2-4 mm e pesano mg 1-2,3. Esse in¬ 
cominciano a nutrirsi dopo 2-4 giorni dalla schiusa e l’incremento di 
peso, nella prima settimana di vita, è del tutto trascurabile. In questo 
periodo, le limacce restano quasi immobili e contratte, sotto ripari di 
qualsiasi natura, non manifestando segni di vivacità neanche di notte e 
in terrari ben umidi. 

Dopo la prima settimana diventano molto attive e voraci tanto che 
in circa 20 giorni triplicano e più il loro peso iniziale. 




Contributo alla conoscenza della biologia di Deroceras, ecc. 307 


La maturità sessuale, osservata su 45 limacce allevate in cattività, è 
raggiunta mediamente intorno al 110° giorno di vita. Tale processo può 
essere accelerato con una particolare dieta alimentare come in appresso 
evidenziato nelle prove di alimentazione. 

Con i primi caldi, che si sono avuti a partire dalla seconda decade 
di maggio, abbiamo notato un certo rallentamento nella nutrizione con 
tendenza delle limacce ad infossarsi nel terreno o quanto meno a riunirsi, 
sotto ripari vari, in gruppi per offrire una minore superficie evaporante 
esposta albana. 

Le limacce che hanno generato questi nuovi individui sono morte a 
partire dal 3° giorno dall’ultima deposizione. Due esemplari, comunque, 
nonostante la forte graduale perdita di peso, sono sopravvissute rispet¬ 
tivamente fino al 7 ed al 24 giugno. Questo conferma che la specie, al 
pari di altre molto vicine, non oltrepassa un anno di vita (Getz, 1959). 


Prove di alimentazione 

Le prove in oggetto sono state condotte su limacce, nate in cattività, 
a partire da 30 giorni dalla loro nascita. Lo scopo di tali prove è stato 
quello di saggiare l'influenza del tipo di alimentazione sulla maturità 
sessuale e nel contempo i limiti di polifagia della D. pollonerai. 

a) Influenza sulla maturità sessuale. A tale scopo sono stati utiliz¬ 
zati tre terrari contenenti ognuno 15 limacce prese a caso dalla nuova 
popolazione ottenuta. La razione alimentare prevedeva tre diversi tipi 
di alimenti, così distinti per gruppo di limacce: 

1° gruppo : dieta con cariossidi di frumento previamente bagnate; 

2° gruppo : dieta mista con cariossidi di frumento e verdure som- 
ministrate alternativamente ogni due giorni; 

3° gruppo: dieta con alimenti verdi. 

Le osservazioni effettuate hanno permesso di stabilire quanto segue. 

Nel gruppo alimentato con sole cariossidi di frumento le limacce 
hanno fatto riscontrare un aumento in peso, e conseguentemente in vo¬ 
lume, superiore a quello ottenuto negli esemplari degli altri due gruppi. 
Il colore paglierino del corpo è ritornato a quello originario allorquando 
è stata somministrata una razione verde. Scarsa resistenza al caldo-secco. 
Fenomeni di sessualità precoci a partire da 80 giorni dalla nascita. 

Le limacce nutrite con dieta mista hanno raggiunto una grandezza 
inferiore a quella delle precedenti. Il colore del corpo è quello tipico 


308 F. Di Maio e F. P. d’Errico 


della specie allevata. Buona resistenza al caldo-secco. Fenomeni di ses¬ 
sualità evidenti airinizio del mese di settembre. 

Nel terzo gruppo si è riscontrata una taglia ridotta rispetto agli 
esemplari degli altri due gruppi. Il colore del corpo è tipico della specie. 
Maggiore resistenza al caldo-secco. Manifestazioni dei fenomeni di ses¬ 
sualità riscontrate alla fine di settembre. 

b) Diversi tipi di alimenti. In terrari comuni sono stati sommini¬ 
strati diversi tipi di alimenti allo scopo di stabilire i limiti di polifagia 
della D. pollcnerai. I diversi alimenti somministrati sono stati lasciati 
a disposizione delle limacce per 24 ore prima della loro sostituzione. 

I risultati relativi alla prova in oggetto sono riportati nella tabella 1. 
In essa sono stati definiti « alimenti graditi » quelli che le limacce hanno 
consumato regolarmente; « alimenti accettati » quelli che sono stati og¬ 
getto di consumo molto limitato ed infine « alimenti rifiutati » quelli ri¬ 
trovati integri alla sostituzione. 


Diffusione e danni 

In Campania la D. pollonerai è da considerare ubiquitaria. Pullula¬ 
zioni notevoli di popolazioni, comunque, si sono riscontrate nelle zone 
ortive in annate particolarmente favorevoli. Le caratteristiche pedo-cli¬ 
matiche di queste zone — terreni sciolti, irrigui, coltivati nell'arco del¬ 
l’intero anno, temperature miti e senza notevoli escursioni — rappresen¬ 
tano per la specie in esame un habitat evidentemente ottimale. 

I danni arrecati alle colture, in alcuni anni, sono notevoli (Fig. 6). 
Com’è dimostrato dalle prove di alimentazione, D. pollonerai si nutre 
di quasi tutto ciò che è commestibile, non disdegnando la frutta, per lo 
più caduta sul terreno, al pari di altre limacce (Palombi, 1948; Costan¬ 
tino, 1971). 

La loro voracità è molto più accentuata dopo l'estivazione, il freddo 
intenso e le gelate. Questi infatti sono i periodi nei quali le limacce smet¬ 
tono ogni attività biologica per ripararsi nel terreno raggiungendo i 
10 cm ed oltre di profondità. 


Considerazioni e conclusioni 

Il comportamento della D. pollonerai, allevata in cattività, non ha 
mostrato di allontanarsi molto da quello da noi osservato frequente- 


Contributo alla conoscenza della biologia di Deroceras, ecc. 309 


TABELLA 1 

Risultati della prova di alimentazione in cattività. 


Tipi di alimenti 

Specie 


1 - Alimenti graditi 


a) Verdi: 

Lattuga ( Lactuca scariola sativa) ; Indivia ( Cichorium 
endivia); Spinacio ( Spinacia oleracea ); Avena ( Avena 
fatua ) ; Fragola ( Fragaria vesca ); Fava ( Vicia faba 
major); Ravanello ( Raphanus sativus ); Basilico ( Oci- 
num basilicum); Erba medica ( Medicago sativa ); Pian¬ 
taggine ( Plantago sp.); Convolvolo ( Convolvulus ar- 
vensis). 

b) Frutti, tuberi, ra¬ 
dici, ecc.: 

Patata ( Solanum tuberosum ) ; Fragola ( Fragaria ve¬ 
sca); Pomodoro ( Lycopersicum esculentum) ; Anguria 
{Cucurbita citrullus) ; Cetriolo ( Cucumis sativus) ; Ca¬ 
rota ( Daucus carota sativus); Vite ( Vitis vinifera); Me¬ 
lone ( Cucumis melo); Peperone ( Capsicum annum) ; 
Cavolfiore ( Brassica oleracea botrytis). 

c) Semi, cariossidi, 

ecc. : 

Frumento* {Triticum vulgare); Avena* ( Avena sativa); 
Lenticchia* (Ervum lens). 

d) Altri alimenti : 

Pasta *; Crusca *; Uova sode; Mozzarella. 


2 - Alimenti accettati 


a) Verdi: 

Mandarino ( Citrus nobilis var. deliciosa); Salvia (Sal¬ 
via sclarea); Gelso ( Morus alba); Trifoglio ( Trifolium 
pratense); Fagiolo ( Phaseolus vulgaris); Bietola ( Beta 
vulgaris var. esculenta); Nocciuolo ( Corylus avellana); 
Sedano ( Apium graveolens) ; Prezzemolo ( Petroselinum 
hortense); Pisello ( Pisum sativum); Portulaca ( Portu¬ 
laca oleracea). 

b) Frutti, tuberi, ra¬ 
dici, ecc.: 

Fava ( V.f.m .); Ciliegio ( Prunus avium); Albicocco ( Ar - 
meniaca vulgaris); Melanzana ( Solanum melongena); 
Finocchio ( Foeniculum vulgare var. dulce); Fagiolino 
(P.v.) ; Pero (Pirus communis); Melo ( Pirus malus ). 

c) Semi, cariossidi, 
ecc. : 

Fagiolo* (P.v.); Cetriolo (C.s.); Anguria (C.c.); Man¬ 
dorlo (Amygdalus communis). 

d) Altri alimenti : 

Pane; Riso*; Formaggio; Macedonia di frutta. 


3 - Alimenti rifiutati 


a) Verdi: 

Carciofo (Cynara scolymus); Pomodoro (L.e.); Ciliegio 
( P.a .); Vite (V.v.); Zucchino (Cucurbita pepo); Menta 
(Mentha piperita); Peperone (C.a.); Cetriolo (C.s.). 

b) Frutti, tuberi, ra¬ 
dici, ecc.: 

c) Semi, cariossidi, 
ecc.: 

Limone (Citrus limonio); Pesco (Prunus persica). 

Melone ( C.m .); Noce (Juglans regia); Albicocco (A.v.). 

d) Altri alimenti: 

Carne. 


* Alimenti somministrati previo bagno in acqua. 





310 F. Di Maio e F. P. d’Errico 



Fig. 6. — Alimenti somministrati in cattività a D. pollonerai : Avena (a); Salvia 
(b); Mandarino (c); Gelso (d) ; Lattuga (e); Fagiolo (f); Fava (g) (h); 
Fragola (i) (1). 


Contributo alla conoscenza della biologia di Deroceras, ecc. 311 


mente in natura. Si è verificato comunque un allungamento del periodo 
di attività alimentare, a discapito dell'estivazione, agevolato dalla umi¬ 
dità ottimale. 

La specie, al pari di altri limacidi, ha evidenziato una spiccata poli¬ 
fagia anche se essa è essenzialmente erbivora. 

Il tipo di alimentazione, osservato su una sola generazione, oltre ad 
influenzare in modo transitorio il colore dei soggetti, riveste una certa 
importanza in quanto è senz'altro uno dei principali fattori che interfe¬ 
riscono sulla durata del ciclo biologico della specie. 


Gli AA. ringraziano il Dr. Folco Giusti, dell'Università di Siena, per 
aver confermato la determinazione della specie e per la lettura critica 
del manoscritto. 


BIBLIOGRAFIA 

Alzona C., 1971 - Malacofauna Italica. Catalogo e bibliografia dei molluschi vi¬ 
venti terrestri e di acqua dolce. Atti Soc. It. Se. Nat. Milano, voi. Ili, 
pag. 156. 

Costantino G., 1961 - Danni causati da Molluschi Gasteropodi Terrestri, e parti¬ 
colarmente da Agriolimax agrestis, L., a frutti di agrumi. Oss. Mal. Piante, 
Catanzaro, Circ. n. 27, pag. 56. 

Getz L. L., 1959 - Notes on thè ecology of slugs : Arion circumscriptus, Dero¬ 
ceras reticulatum e D. laeve. Amer. Midi. Nat., 61 , pp. 485-498. 

Giusti F., 1972 - Notulae Malacologicae XVIII. I Molluschi terrestri e salmastri 
delle Isole Eolie . Lavori Soc. It. Biogeografia, 3, pp. 206-216. 

Palombi A., 1948 - I molluschi dannosi all’agricoltura. Riv. Fitosanitaria, voi. II, 
pp. 7-13. 

Quick H. E., 1960 - British Slugs (Pulmonata; Testacellidae, Arionidae, Limaci- 
dae). Bull. Br. Mus. (Nat. Hist.). Zoo!., 6 (3), pag. 178. 

Runham N. W. e P. J. Hunter, 1970 - Terrestrial Slugs. Hutchinson University 
Library, London, pp. 88-89. 


21 






Boll. Soc. Natur. in Napoli 

vtl. 85, 1976, pp. 313-397, figg. 30, tabb. 5 


lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 

Monografia del socio Teodoro De Leo (*) 

(Tornata del 29 ottobre 1976) 


I - INTRODUZIONE (**) 

Il principale o almeno uno dei principali effetti di diversi ormoni 
animali è — come è stato accertato in questi ultimi anni — quello co¬ 
siddetto anabolico o di regolazione dello sviluppo corporeo. Tali ormoni, 
in altre parole, pur senza controllare la velocità mitotica, regolano la 
grandezza cellulare, nonché permettono il raggiungimento del compie- 
tamento del differenziamento cellulare, una volta iniziato. Tali osserva¬ 
zioni hanno stimolato, soprattutto in questi ultimi quindici anni, le ri¬ 
cerche a livello cellulare-molecolare sugli effetti e soprattutto sul mec¬ 
canismo d'azione di tali ormoni. 

Ormoni di tale tipo particolarmente studiati sono le iodiotironine 
(tri- e tetraiodiotironine) sintetizzate e secrete dalle cellule follicolari ti¬ 
roidee (paragrafi II-l, II-2 e II-3). Le ricerche eseguite sull'effetto e sul 
meccanismo d'azione di tali ormoni hanno essenzialmente mostrato che 
essi incrementano la velocità della sintesi proteica delle cellule degli or¬ 
gani bersaglio e che tale aumento si verifica solo per somministrazione « in 
vivo » e dopo un notevole periodo di latenza (paragrafo II-4.b). Questi ri¬ 
sultati hanno stimolato le ricerche per correlare l’azione delle iodiotiro¬ 
nine al meccanismo di traslazione ialoplasmatico e soprattutto a quello 
nucleare di trascrizione dell'RNA (paragrafo II-4.c). 

Altri studi hanno mostrato che nel condrioma è localizzato un mec¬ 
canismo di trascrizione e di traduzione affatto diverso da quello nucleare, 
di fondamentale importanza per la biogenesi dei mitocondri (paragrafo 
IX-5). 

Le ricerche riferite nella presente monografia hanno lo scopo di stabi¬ 
lire le eventuali correlazioni esistenti fra i livelli delle iodiotironine or- 

(*) Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Napoli. 

(**) Le abbreviazioni usate sono riportate a pag. 72. 


314 T. De Leo 


menali circolanti e le fondamentali caratteristiche di interesse biogenetico 
del condrioma (paragrafo III). 


II - ATTUALI CONOSCENZE SULL’ARGOMENTO 

II-l. - Anatomo-fisiologia comparata ed origine filogenetica del follicolo 

TIROIDEO. 

Il follicolo tiroideo (Fig. 1), l’unità anatomo-funzionale deputata alla 
sintesi ed alla secrezione delle iodiotironine a funzione ormonale, si ri¬ 
trova in tutte le specie del Subphylum dei Vertebrati, a partire dalla Lam¬ 
preda adulta con caratteristiche morfologiche, strutturali e funzionali 
identiche. 


cxolloide 
mb: membrana 

basale 

Pxellule 

parafollicolari 

F.cellule follicolar 



NEI VERTEBRATI 


NON MAMMIFERI 


NEL CORPO 

W'iy 

ULTIMO BRANCHIALE 





T1R0XINA= 3-5-3-5’-L- 


TET RAI ODIOTIRONINA 

(T*) 

TRIIODIOTIRONINA- 3-5-3- 

TRI IODIOTIRONINA 

CTj) 


Fig 1. — Il follicolo tiroideo e le sue funzioni fisiologiche. 











lodiotìronine ormonali e biogenesi dei mitocondri 315 


Il follicolo si presenta, infatti, come uno sferoide, formato- da uno 
involucro monocellulare di cellule di natura epiteliale, le cellule follicolari, 
circondante una massa astrae turata, la colloide; lo strato monocellulare 
è, a sua volta, circondato da una membrana eoneettivale, entro cui al- 
loggiano- sia una ricca rete di capillari sanguigni e di vasi linfatici, sia 
numerosi plessi nervosi. 

La funzione fisiologica del follicolo tiroideo è, parimenti, identica 
nelle varie specie di vertebrati, articolandosi in ogni caso, nei seguenti 
processi fondamentali (Fìg. 2): 

Concentrazione dello iodio inorganico ematico -» formazione di iodio- 
proteine contenenti monoiodio e diiodio-tirosine (MIT e DIT) ---> idrolisi 
di tali iodioproteine ad opera di proteasi con conseguente formazione di 
triodio e tetraiodio-tironine (T 3 e IV) che vengono secreta nel sangue [II, 1]. 

I follicoli tiroidei, isolati in alcune specie, si organizzano in altre 
in una ghiandola a secrezione interna, la tiroide. Follicoli isolati ( Fìg. 3) 
si ritrovano di regola sia nei Ciclostomi (49), sia nei Teleostei e Dipnoi, 
sìa negli Anfibi Urodeli (5, 121, 215); in tali specie, inoltre, la distribuzione 
somatica dei follicoli è molto ampia essendo essi presenti in un'area che 
va dalla mandibola al cuore o, addirittura, ai reni (Fig. 3). Una tiroide 
ridotta unica e mediana si osserva nei Pesci E1 a s mob rari eh i e nei Rettili 
(216, 230), mentre negli Uccelli e nei Mammiferi la tiroide è, di regola, 
un organo compatto, diviso in due unità simmetriche unite in alcuni casi 
da un istmo. 

Cellule di embriogenesi, nonché di morfologia e funzionalità diverse, 
le cellule parafollicolari o chiare o C si ritrovano 1 , inoltre, nelle tiroide 
della maggior parte dei Mammiferi, accanto alle cellule follicolari (Fig. 1). 
Esse presentano un citoplasma chiaro, particolare ricchezza in mitocondri 
e sono deputate alla sintesi e alla secrezione della calcitonina, ormone spe¬ 
cifico delTomeostasi calciofosfato. Le cellule parafollicolari sono localizzate 
in alcune specie di Mammiferi fra la membrana basale e le cellule follico¬ 
lari, mentre in altre specie formano dei veri grappi cellulari isolati. In 
altre specie di Vertebrati, come Uccelli e Rettili, si ritrovano cellule ana¬ 
loghe, per struttura e funzioni, a quelle parafollicolari in un organo a 
parte, il corpo ultimo-branchiale. 

Lo studio dell'origine filogenetica del follicolo tiroideo ha permesso 
di accertare i seguenti fatti fondamentali (Fig. 4): 

— nell’ambito dei non Cordati, molte specie presentano proteine io¬ 
date, concentrate in organi quali ovaie, cellule pigmentale e così via; 
il metabolismo di tali proteine, però, come ha ampiamente mostrato- Sal¬ 
vatore (173), è diverso da quello delle proteine iodate dei follicoli ti- 





























j 


: O 

O 

CD 

O 

o 

LA 

O 

rrì 

•I- 

CO 

l 

CD 

<!□ 

h- 

_J 

CD 
h—- 

_I 

CD 

i—! 

CD 

1— 

< o 

si: 

J 

■ s: 


CD 

; \ 

cc 

SD 

: <C 

> 

X 

- <C 

V— 





O CD 
CD CD 
CD O 

CD CD 
ND hD 
K\ ND 

Il II 


OD OD 
CsJ CNJ 




cd 

Td 

o 

cd 

c 

3 

O 

o 

3) 

o 

o 


Q H 


S S H" H 
5 Q 


cd cd 
fi fi 


m m 
o o 


fi 

u u sh cd 

H H H < 

Il II II II 

cd 


u 

H < 



































CAPILLARE 


PARTE BASALE 


r MANNOSIO M 
CARBOIDRATI | GALATT0S10 G 
L FUCOSIO F 


POMPA IODICA ~1 



12 Im,m.= : 


AA/NOL T6"6000 
Tyr/HOL TG-100 
I/MOL TG lO-s-50 


12 S,M,M.= 330’000 


A,B,C = 

UNITA' 

OLIGOSACCARICHE 
GALATTOSIO 
-MANNOSIO 
N-ACETILGLUCO- 
SAMMINA 
-A. SIALICO 
FUCOSIO 


Fig. 2.a — Rappresentazione schematica del processo di sintesi 
TGNI = Tireoglobulina non iodata 

TGI = Tireoglobulina iodata 

Tyr = Tirosina 

Ala = Alanina 


tireoglobulina iodata. 

MIT = Monoiodiotirosina 
DIT = Diiodiotirosina 
Tj = Triiodiotironina 
T 4 = Tetraiodiotironina 























318 T. De Leo 


roidei, in quanto lo iodio non si incorpora nei residui delle MIT e delle 
DIT ; 

— nell’ambito dei Protocordati e, precisamente, degli Urocordati, pro¬ 
teine iodate si ritrovano nella tunica e nell’endostilo, ampio solco del 
pavimento della faringe; in tali proteine lo iodio è presente nei residui delle 
MIT e delle DIT, esattamente come nelle proteine dei follicoli tiroidei 
(173); nel sangue di tali animali si ritrovano, inoltre, aminoacidi iodati; 

— in un tipico Ciclostomo, la Lampreda, il follicolo si ritrova nel- 
l’organismo adulto. La larva della Lampreda, l’Aminocele, vive 3^5 anni 



Fig. 2.b — Rappresentazione schematica del processo di secrezione delle iodio- 
tironine (T 3 = Triiodiotironina ; T 4 = Tetraiodiotironina). 


nelle acque dolci, prima di metamorfosare e raggiungere il mare. Nel 
corso della metamorfosi, l'animale si trasforma da microfago a paras¬ 
sita; TAmmocete, infatti, filtra l'acqua dolce utilizzando come filtro la 
faringe, in quanto la ghiandola ipofaringea, organo con funzione ana¬ 
loga a quella dell'endostilo, presenta, appunto, un tratto mucosecernente 
e il muco secreto forma un velo con funzione filtrante sulla parete della 




Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 319 


faringe stessa. Nel corso della metamorfosi, inoltre, contemporaneamente 

a tali trasformazioni, la parte mucosecernente si trasforma nei follicoli 
tiroidei. 


FARINGE 



CICL0ST0M1 



RENE 



= follicoli isolati 
O = tiroide mediana unica 
tf - tiroide bisimmetrica 

Fig. 3. — Rappresentazione schematica dell’organizzazione dei follicoli nelle varie 
specie del Subphylum dei Vertebrati. 














320 T. De Leo 


L'organo da cui derivano i follicoli tiroidei è, pertanto, l'endostilo 
degli Urocordati che evolve, tramite il tratto mucosecernente della ghian¬ 
dola ipofaringea dell'Ammocete, nei follicoli della Lampreda adulta. Con¬ 
temporaneamente gli aminoacidi iodati provenienti dall’idrolisi delle io- 
dioproteine follicolari e circolanti nel sangue assumono nei Vertebrati si 
curamente funzione ormonale, mentre sembrano non averla nell'ambito 
dei Protocordati. In altre parole, mentre nei Protocordati esistono proteine 
iodate analoghe a quelle follicolari e aminoacidi iodati circolanti, questi 


NON CORDATI 


r PROTEINE IODATE STRUTTURALI 
(OVAIE, CELLULE PIMENTATE ) 


IODURAZIONE NON ATTRAVERSO 
MIT a DIT 


UROCORDATI 


AMMOCETE 


LAMPREDA 


i- PROTEINE IODATE NELLA 


TUNICA . SANGUE ed ENDOSTILO 


L IODURAZIONE ATTRAVERSO 
MIT e DIT 


r PROTEINE IODATE NEL 


L IODURAZIONE ATTRAVERSO 
MIT e DIT 


PROTEINE IODATE NEL 


TRATTO 

MUCOSECR, 

GHIANDOLA 

IPOFARINGEA 


FOLLICOLO 


Fig. 4. — Origine filogenetica del follicolo tiroideo. 


ultimi non hanno funzione ormonale e le prime, di conseguenza, non 
fungono da deposito di tali aminoacidi. 

II-2. - Ontogenesi della tiroide 

L’embriogenesi della tiroide (o quella dei follicoli tiroidei nelle specie 
dove essi non si organizzano in ghiandola) sembra procedere, almeno 
















Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 321 


nelle linee essenziali, in maniera analoga in tutte le specie del Subphylum 
dei Vertebrati; le più ampie e dettagliate conoscenze si hanno nel campo 
dei Mammiferi, soprattutto nell'uomo, ed esse possono servire come no¬ 
zioni paradigmatiche per gli altri Vertebrati. 

Nell’embrione umano (Fig. 5) il primo abbozzo di tiroide si osserva, 
tra il 21° e il 28° giorno dal concepimento, come un'evaginazione mediana, 
bilobata ed impari dell’endoderma del pavimento faringeo fra la prima e 
la seconda tasca branchiale (13). Successivamente il peduncolo che unisce 
l’abbozzo al pavimento, il dotto tireoglosso, si atrofizza e la tiroide rag¬ 
giunge la sua sede definitiva al confine laringo-tracheale, mentre contem¬ 
poraneamente si formano i due lobi laterali e l'istmo tiroideo; tra il 35° e 
il 42° giorno la tiroide ha raggiunto la «sua forma e la sua sede definitiva ; 
nel rimanente periodo di vita intrauterina, infine, la sua massa aumenta 
proporzionalmente all'incremento del peso corporeo totale (185). Intorno 
al 50° giorno, inoltre, nei lobi laterali della tiroide si incorpora il tessuto 
ultimo branchiale da cui derivano le cellule parafollicolari (26). Al 73° 85° 

giorno si ha la comparsa della tipica organizzazione follicolare con la for¬ 
mazione della colloide. Si possono distinguere, pertanto, a livello istolo¬ 
gico, tre fasi di sviluppo della tiroide embrionale: quella della precolloide 
(fino al 73° giorno), quello dell'inizio della formazione della colloide 73°— 80° 
giorno) e quella dell’accrescimento della colloide (dall’80° giorno in poi) 
(Fig. 6) (186). 

La maturazione biochimica della tiroide avviene nella fase di inizio 
di formazione della colloide, con l’innesco della reazione [II, 1]; contem¬ 
poraneamente i livelli (59, 76) delle tetraiodiotironine circolanti e quelli 
delle proteine deputate al loro trasporto [come, ad esempio, la globulina 
interalfica, TBG, (paragrafo II-3), la più abbondante di esse] fino a tale 
epoca bassissimi, cominciano ad incrementare rapidamente (Fig. 6). La 
triiodiotironina appare, viceversa, assente dal sangue fetale umano (172). 

Il controllo ipotalamico-adenoipofisario della tiroide umana (Fig. 6 e 7) 
sembra iniziare fra il 125° 150° giorno di vita intrauterina, in quanto a 

tale epoca (Fig. 6) cominciano ad aumentare i livelli sia del TSH ipofi¬ 
sario, sia di quello sierico, nonché ha inizio la secrezione ipotalamica del 
TRF e la risposta ad esso dell'adenoipofisi (59, 76, 100, 115). Il sistema di 
controllo ipotalamo-adenoipofisario della tiroide comincia, cioè, ad entrare 
in funzione allorché si ha la maturazione generale del controllo neuro¬ 
ormonale del sistema endocrino; precedentemente, invece, lo sviluppo del¬ 
la tiroide fetale appare essere indipendente da tale controllo; feti umani 
anencefalici presentano, infatti, la tiroide normalmente funzionante. Lo (svi¬ 
luppo embrionale della tiroide appare anche indipendente dalle iodiotironine 


£AVfTA‘ fARINSEA 


6 u; aje^aj apiojii osaci 



SVILUPPO EMBRIOGENETICO DELLA TIROIDE 











£ 

£ 

8 $ 

01 


0 

*0 

0 

N 

N 

0 

JC 

0) 

c 

3 

o 

co 

t\J 


LO 


LO 

o 


co 

cu 


t\] 

OJ 


L o 


0) 


io M 

OJ tj 

CO 0 

£ 


0 


0 . 
4J 

0 LU 

*■ Q 

o o 

o w n 

S 0 0. 

g o Q, 

O ^ 


o 

IO 

o 

o 

CXJ 


LO 

r- 


L o 


o 

h" 

LU 

LL 


> 

0 ) 


c 

L 

0 

m 

o 

00 

OJ 


o 

o 


o 

o 


o 

LO 


LU 


9 < 

LO 9 

cu Z 

Q 

N 

? 

co 

LU 


c\j O 

LU 


o 

LO 


m 


22 










TSH sierico 


324 T. De Leo 


e dal TSH materni, essendo la placenta umana scarsamente pervia alle 
prime e impervia al secondo, mentre non lo è allo iodio inorganico (17, 44, 
56, 151). 




fase precolloid 


idd [\ 


inizio colloide 


fase dell'accrescimento della colloide 


70 80 


280 


Fig. 6. — La maturazione biochimica della tiroide umana. 
























Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 325 


Negli embrioni delle altre specie di mammiferi si osservano 1 fondamen¬ 
talmente gli stessi eventi biologici ; diversa appare, però, la successione con 
cui tali eventi si verificano, nonché i tempi relativi a cui essi si osservano. 


CENTRI TERMO 
REGOLAZIONE 

IPOTALAMO 


SISTEMA PORTALE 
IPOT ALAF10-1 POPI SI 


ADENQIPQFISI 


CENTRI NERVOSI RECETTORI 
E GENERATORI DI IMPULSI 
NEUROGENI. 


CENTRO REGOLAZIONE 
APPETITO 


: ; TS# 



TRH 

PIROGLlHST-PRO<NHa> 


TSH 

GLICOPROTEINE 

(CARBOIDRATI 8-101 ) 
M.M. = 25.000 


or 

or 


DO M.M, - 13.600 
n M.M. = 14700 


0= UNITA OLIG0SACCARICHE 





■TIROIDE 


SECREZIONE 

t SINTESI ;■] 

li TTDFH— J 



1, I 1 KtU 

- Ji GLOBULINA f 





EMATICHE 


ALTRI COMPOSTI 
TI REO STIMOLANTI 
HUMAN CH0RI0NIC 
THYR0TR0PIN (HCT ) 
(GLICOPROTEINE) 

LONG ACTING THYR0ID 
STIMULATOR (LATS) 
(|f-GLOBULINA 7-S) 


Fig. 7. — Il controllo ipotalamico-ipofisario della tiroide. 


Nel ratto — uno dei mammiferi più studiati sotto tale angolazione 
dopo l'uomo, — è possibile evidenziare (20) lo stato di formazione della 
colloide nel follicolo 1 tiroideo 1 al 17°-18° giorno di gestazione (essa dura in 
tale specie complessivamente 22 giorni), in epoca, cioè, molto più tardiva 
rispetto a quanto si osserva nell'uomo. Esprimendo 1 , infatti, i tempi di ge- 





















TABELLA 

Comparazione temporale dello sviluppo embr 


UOMO 

Giorni 

di gestazione 

Evento biologico 

Riferimento 

Reali 

Convenzionali * 

bibliografico 

o 

oo 

<N 

•I- 

o 

CN 

o 

rf 

O 

T 

oo 

Comparsa primo abbozzo della 
tiroide 

(13) 

35° p 42° 

12.9° - 15.5° 

Raggiungimento della forma e 
sede definitiva della tiroide 

(185) 

50° 

18.5° 

Inizio formazione cellule para¬ 
follicolari 

(26) 

73° 4- 80° 

27.0° - 29.6° 

Inizio della formazione della col¬ 
loide tiroidea 

(186) 



Inizio della maturazione biochi¬ 
mica della tiroide 

(59, 76) 

125° 4- 150° 

46.3° 4- 55.5° 

Inizio del controllo ipofisario- 
ipotalamico, comparsa livelli sie¬ 
rici dosabili di TRH e TSH 

(59, 76, 100 e 

I15) ' 

270° 

100° 

Parto 


* I giorni convenzionali di gestazione sono calcolati facendo uguale sempre a 100 il 


stazione in una scala convenzionale — secondo un sistema di comparazione 
di mia ideazione —, scala che fa sempre uguale a 100 giorni la durata com¬ 
plessiva della gestazione stessa nelle varie specie, si osserva che l’evento pre¬ 
detto — fase della formazione della colloide — avviene al 7.8° ~ 10.3° giorno 
convenzionale nell’uomo, mentre nel ratto essa si può osservare solo al 
77.3°4-81.8° giorno convenzionale, vale a dire alla fine del primo decimo della 
durata della gestazione nell’uomo, alla fine degli otto decimi nel ratto (Ta¬ 
bella I). La maturazione biochimica della tiroide fetale del ratto ha inizio 
alia stessa data: mentre, infatti, tale organo non appare capace tra il 16° 
ed il 17° giorno di gestazione di concentrare lo iodio-ione (la radioattività 
specifica del muscolo e della tiroide appaiono uguali, dopo somministrazione 
di 131 I), tra il 17° ed il 18° si osservano sviluppate nella tiroide fetale di 
ratto sia la capacità di concentrare lo ioduro, sia quella di ossidarlo ad 
iodio zerovalente, sia, infine, quella di organicarlo nella tireoglobulina (70). 
La T 4 compare nel sangue fetale di ratto a livelli dosabili tra il 18° ed il 19° 










Iodici ir onine ormonali e biogenesi dei mitocondri 327 


I 

iogenetico della tiroide nell’uomo e nel ratto 


RATTO 

Giorni 

di gestazione 

Evento biologico 

Riferimento 

Reali 

Convenzionali * 

1 

bibliografico 

17° 4- 18° 

77.3° 4- 81.8° 

Inizio formazione della colloide 
tiroidea 

(20) 



Inizio della maturazione biochi¬ 
mica 

(70) 

18° 4- 19° 

81.8° -4 86.4° 

Comparsa della T 4 nel sangue fe¬ 
tale a livelli dosabili 

(70, 71) 

22° 

100 

Parto 


5° -> 40° 
dopo la na¬ 
scita 


Maturazione del controllo ipofi- 
sario-ipotalamico 

(74) 


periodo di gestazione. 


giorno di gestazione (70, 71) (corrispondenti al 81.8° 4-86.4° giorno convenzio¬ 
nale) ; nel ratto, inoltre, tale comparsa avviene successivamente a quello 
della formazione della tireoglobulina -iodata, mentre nell’uomo —• come ab¬ 
biamo visto — i due eventi sono contemporanei. Anche nel sangue fetale 
di ratto non è stato, finora, evidenziata T 3 circolante. 

La placenta di ratto appare abbastanza pervia alla tetraiodiotironina ; 
la T 4 circolante nel sangue fetale, appare, tuttavia, largamente indipendente 
da quella materna (72). La maturazione del controllo i po t alamico- i polis ario 
della tiroide avviene nel ratto nel periodo postnatale, dal 3° al 40° giorno 
di vita, e tale periodo appare comparabile a quello ultimo intrauterino 
umano (Tabella I). Nel ratto, infatti, il plesso' capillare primario dei vaisi 
portali ipotalamici appare solo al 5° giorno dopo la nascita e si sviluppa 
completamente al 40° (74). Tuttavia Jost (99) dimostrò che il feto di ratto 
presenta un gozzo marcato allorché vengono somministrati gozzigeni alia 
madre e Kobil e Josimovich (106) evidenziarono che ciò avvenne anche 









328 T. De Leo 


allorché la madre è ipofisectomizzata prima della somministrazione. Flor- 
sheim e coll. (63) hanno, inoltre, osservato che nel ratto il rapporto 
MIT : DIT decresce nel periodo prenatale (da due giorni prima della na¬ 
scita a tre giorni dopo), in quanto i livelli delle MIT decrescono; poiché 
Broadhead e coll. (15) hanno mostrato che tale evento si verifica per azione 
del TSH, Florshein e coll. (63) concludono che la prima secrezione ef¬ 
fettiva di TSH si ha nel ratto a tale data. Natof (134) ha mostrato, infine, 
che l’addizione di TSH a culture di tiroide fetale di ratto, mentre non 
ha alcun effetto allorché la tiroide fetale non è ancora funzionante (al¬ 
lorché, cioè, la ghiandola viene prelevata da ratti al 16.0° -4- 16.5° giorno di ge¬ 
stazione) esplica, viceversa, molteplici effetti sulla tiroide fetale funzio¬ 
nante (ratti dal 17° al 21° giorno di gestazione). Si osserva, infatti, che il 
THS stimola la concentrazione dell’ioduro nella tiroide, la sintesi di MIT e, 
soprattutto, di DIT (con conseguente decremento del rapporto MIT:DIT), 
nonché la formazione di T 4 . 

Altre specie di mammiferi — topo, coniglio, porco, vitello, scimmia 
e pecora —■ sono stati studiati. Di regola la capacità della tiroide di con¬ 
centrare lo iodio, quella di sintetizzare MIT e DIT, quella di formare iodio- 
tireoglobuline e quella, infine, di /secernere iodiotironine sono eventi che 
avvengono in fasi successive e temporalmente separate (20, 213). Nel topo, 
ad esempio, la capacità di organicare lo iodio si verifica fra il 15° ed il 16° 
giorno di gestazione (essa dura complessivamente 19 giorni), mentre la 
secrezione di T 4 si verifica fra il 16° ed il 17° giorno (213). 

Solo nei Primati — come nell'uomo — gli eventi della maturazione 
biochimica della tiroide isono contemporanei. 

Lo sviluppo della ghiandola tiroidea nelTorganismo vivente dopo la 
nascita avviene parallelamente aH’incremento della massa corporea. 

Nell'uomo la tiroide pesa mediamente alla nascita 1.5 g, raggiunge a 
10 anni il peso di 10 -4- 12 g, mentre a 20 anni — allorché l’uomo ha com¬ 
pletato il suo sviluppo corporeo — ha quello di 20 h- 25 g (27, 148). Il rap¬ 
porto tiroide/peso corporeo totale risulta nell’uomo pari a 0.3-4-0.5 g/kg di 
peso corporeo. I follicoli hanno un diametro che oscilla fra 20 e 500 pm. 
Durante la isenescenza la ghiandola tiroidea gradualmente declina: i folli¬ 
coli man mano si atrofizzano e l'intero organo diminuisce la grandezza 
(41, 122). 

Nel ratto la tiroide pesa circa 1 mg alla nascita (peso corporeo 7-4 8 g) 
per raggiungere nello stadio di allattamento avanzato (peso corporeo 
40 ~r 50 g) il peso di circa 5 mg (174), per cui il rapporto peso tiroide/peso 
corporeo totale oscilla fra 1 e 1.4 mg/g, ovvero è più elevato che nell’uomo. 


T 4 sierica (^g/lO0mi) TSH sierico (mU/100 mi) 


IocLiotirorline ormonali e biogenesi dei mitocondri 329 

Una relazione lineare fra il peso della tiroide e quello corporeo si può 
osservare allorché i valori dei due parametri isi esprimono entrambi come 
logaritmi (174). 




Fig. 8. — L'ipertiroidismo neonatale nell'uomo. 



















330 T. De Leo 


L’attività della tiroide presenta un caratteristico andamento con l’età: 
a) alla nascita si osserva il cosiddetto ipertiroidismo neonatale. Nel¬ 
l'uomo, dove è ben pronunziato (Fig. 8), esso è caratterizzato da un brusco 
incremento dei livelli sierici del TSH che si decuplicano nello spazio di 




ETÀ' IN,GIORNI 


Fig. 9. — Variazione dei livelli della tetraiodiotironina sierica con l’età nel ratto: 
in alto da Dussault (43) e in basso da M. Samel (174). 


pochi minuti dopo la nascita, per poi ritornare ai valori di partenza al 
termine di 2 -e 3 giorni (55); contemporaneamente i livelli sierici della 
T 4 (Fig. 8), pari alla nascita a valori paragonabili a quelli dell’adulto, 
si raddoppiano nei primi tre giorni di vita, per poi ritornare uguali a 
quelli dell'adulto al termine dei successivi 7 -e 35 giorni (54, 55). 


T 3 {n^/100 m! ) 










Iodictironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 331 


Anche in altre specie di mammiferi, come il vitello, l'agnello ed il 
porco si osserva l'ipertiroidismo neonatale (189, 190): in altre ancora (co¬ 
niglio, ratto) esso è assente o molto meno cospicuo (57, 174, 191). Nel ratto 
gli studi (sulle variazioni dei livelli delle iodiotironine con l’età sono 
scarsi. Secondo Samel (Fig. 9) i livelli della T 4 passano dai valori molto 
bassi della nascita (intorno a 2 pg/100 mi siero) a valori molto elevati 
(circa 9 pg/100 mi di siero) al 2° giorno di vita; successivamente i valori de¬ 
crescono di nuovo (a 3v4 pg/lOO mi) fra il 3° e il 10° giorno, per au¬ 
mentare ancora al 15° (5 -^-6pg/100 mi), stabilizzandosi, infine, sui valori 
degli adulti (4-^5 pg/100 mi) al 17° -e 18° giorno di vita (174). In un 
recentissimo lavoro (43) Dussalt mostra che la T 4 passa dai valori di circa 
1 pg/100 mi siero, presentati dal ratto neonato, a quelli di 6 pg/100 mi 
siero all’inizio della terza settimana di vita; successivamente fra il 16° e 
il 50 p giorno di vita i livelli dell'ormone oscillano fra i 4 e i 6 pg/100 mi 
di siero. I livelli della T 3 crescono più lentamente : dai valori quasi nulli 
esibiti dall’animale neonato, a quelli di circa 100 ng/100 mi di siero, tipici 
del ratto appena svezzato, per oscillare, successivamente fino al 50° giorno 
di vita), fra 70 e 100 ng/100 mi di siero (Fig. 9). 

Si ritiene, pertanto, che l’ipertiroidismo neonatale sia regolato dall'asse 
ipofisi-ipotalamo, per cui esso si verifica (soltanto nelle specie dove tale 
asse è già efficiente alla nascita. In altre specie — come ad esempio nel 
ratto — tale maturazione avviene nel periodo postnatale; in tale periodo, 
infatti, si osservano i valori massimi rispettivamente dei livelli ipotalamici 
del TRH e dei livelli ipofisari e sierici del TSH (43). 

Il vantaggio fisiologico dell’ipertiroidismo neonatale è quello di pro¬ 
durre maggiore quantità di calore nel passaggio dalla vita intrauterina a 
quella extrauterina ; neonati umani, posti in incubatrice a 35° C subito dopo 
la nascita, presentano un ipertiroidismo neonatale poco cospicuo, mentre 
esso è notevole — soprattutto per i livelli del TSH — allorché il neonato 
è posto cippo la nascita in ambienti freddi (55, 57). 

b) Dalla nascita in poi Fattività della tiroide lentamente decresce 
fino a stabilizzarsi al completamento dello sviluppo corporeo; ulteriore 
lento decremento dell’attività tiroidea si ha nella senescenza. 

I livelli sierici della T 4 totale nell’uomo (Fig. 10) decrescono lenta¬ 
mente, dopo l’ipertiroidismo neonatale, fino a raggiungere un minimo in¬ 
torno alla pubertà (femmina 13 -r- 14 anni, maschi 14 h- 15 anni (137); suc¬ 
cessivamente i livelli subiscono un nuovo incremento per stabilizzarsi, in¬ 
fine, all’epoca del completo sviluppo corporeo (18-^21 anni), sui valori 
dell'adulto che rimangono, poi, essenzialmente invariati anche nella estrema 
senescenza (124). 


332 T. De Leo 


Il decremento pubertale dei livelli della T 4 nell’uomo non è dovuto 
ad ipotiroidismo, ma alla diminuita capacità di legare la T 4 della TBG 
sierica (la globulina capace di legare la T 4 , paragrafo II-3) che si verifica 



Fig. 10. — Variazione con l'età nell'uomo dei livelli della T 4 , della TBG e della 
TBPA, nonché della velocità di turnover della T 4 e del suo spazio di 
distribuzione corporeo. 















Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 333 


nella pubertà (Fig, 10) (14). Gli ormoni androgeni decrescono, infatti, la 
capacità di legare la T 4 della TBG, mentre viceversa, incrementano tale 
capacità per la TBPA sierica (prealbumina capace di legare la T 4 ) (47, 58); 
effetti opposti sono provocati dagli estrogeni (47). L'incremento dei livelli 
degli ormoni sessuali nella pubertà, ed il prevalere dell'effetto degli an¬ 
drogeni sugli estrogeni danno luogo ad un decremento della capacità della 
TBG di legare la T 4 , che si risolve nella diminuzione puberale dei livelli 
della T 4 (53). 

Il mancato decremento dei livelli della T 4 durante la senescenza del¬ 
l'uomo appare dovuto all'azione compensatoria che esercitano sulla di¬ 
minuzione della velocità di sintesi della T 4 sia il decremento della velocità 
di degradazione (78), sia quello dello spazio di distribuzione corporeo del¬ 
l'ormone (78, 138), per cui la T 4 si distrugge più lentamente e subisce una 
minore diluizione all'avanzare dell’età (Fig. 10). 

II-3. - Trasporto plasmatico delle iodiotironine 

Allorché ad un campione di siero umano si aggiunge tetraiodiotiro- 
nina marcata ( 131 I-T 4 ) [che si mescola istantaneamente con la T 4 non mar¬ 
cata nel siero] e successivamente un precipitante delle proteine, si ritrova 
la quasi totalità dell' 131 I nel precipitato (209) il che indica che la T 4 circola 
nel sangue legata quasi completamente a siero-proteine; ciò è anche pro¬ 
vato dalla osservazione che la T 4 sierica è estraibile solo mediante solventi 
organici — come etanolo, butanolo, acetone — che dissociano, appunto, 
il legame T 4 -proteine. La separazione elettoforetica delle sieroproteine 
umane, effettuata con siero addizionato con 131 I-T 4 , (su carta da filtro in 
Tris-malato o glicin-acetato, a pH 8.6), seguita dalla evidenziazione delle 
proteine (con i comuni metodi di rilevazione di tale specie chimica) e del 
151 I (mediante autoradiografia) permette di evidenziare che le proteine le¬ 
ganti le tironine — o TBP — sono tre e cioè: 

a) una prealbumina, TBPA; b) l’albumina, e c) una globulina inte- 
ralfica, TBG (53) (Fig. 11). Uguali risultati si ottengono per la T 3 . 

L’isolamento della TBPA è relativamente facile (essa è presente nel 
plasma umano in quantità non eccessivamente piccole (22 -4- 34 mg/100 mi 
siero); molto più complesso è quello della TBG (i cui livelli plasmatici 
sono più bassi e, cioè, 1 ^ 2 mg/100 mi, Fig. 11). Tre gruppi di ricercatori 
(73, 142, 225) le hanno isolate e le hanno caratterizzate dal punto di vista 
sia chimico fisico sia chimico (Fig. 11). La capacità di legare la T 4 della 
TBP è dell’ordine di qualche decina (TBG) o di qualche centinaia (TBPA) 
di mg di T 4 /100 mi siero. Da tali valori, da quelli dei livelli e da quelli 


334 T. De Leo 









8 t 

b d 2 d 1 ALBUMINA 


\~-GLOBULINE -| 



TBG ALB. TBPA 


5.1 ó.l 8.8 


1-2 3500 22-34 


§ 2 o',w 3.6-3.92 4.1 4.1-4.58 
m . M . 69000 70000- 

58000-59000 73000 


gì mnpRnT PRO TÈ INA 

GLICOPROT. TETRAmER , QA 

PRQTUHÀ .. .J 


COLORAZIONE CON 
BLEU BROMOCRESOLO 


AU TORÀ BIOGRAFI A 


MOBILITÀ ELETTROFORETICA 
cm xlO 5 x V 1 x sec 1 

CONCEN TRA ZI ONE 
mg j 100 mi siero 

COSTANTE DI SEDIMENTAZIONE 
MASSA MOLECOLARE 


NA TURA CHIMI CA 


25 — 150 


CAPACITÀ DI LEGARE LA T 4 


Tu/ 100 mi 


siero 



CAPACITÀ DI LEGARE LA T 3 

j|Ag T 3 / 100 mi siero 


1 1 1 


SITI LEGANTI PER LA 
molecole T 4 / molecola 


t 4 

proteina 


INVERSA DIRETTA 
DIRETTA 


CORRELAZIONE CON LA 
TEMPERATURA E p« 


Fig. 11. — Separazione elettroforetica delle proteine sieriche leganti la T 4 (TBP) 
del siero umano e loro principali caratteristiche. 



































Iodiotirorline ormonali e biogenesi dei mitocondri 335 


delle masse molecolari delle due proteine è possiile risalire al numero 
di moli di T 4 legate ad una mole di TBP, valori uguali, in entrambi i casi, 
all'unità. La capacità di legare la T 4 delle TBP appare essere, infine, fun¬ 
zione della temperatura e del pH. La T 4 si lega, infatti, in quantità cre¬ 
scente al crescere della temperatura e del pH alla TBPA e alPalbumina, 
mentre l'inverso si verifica per la TBG (183, 226). 

L'unione T 4 -TBP appare altamente specifica: già con la T 3 essa avviene 
con minor intensità. Diverse specie chimiche, tuttavia, pur non essendo cor¬ 
relate (Strutturalmente né fra di loro né con la T 4 sono capaci di compe¬ 
tere con quest'ultima per i siti attivi delle TBP. Un esempio è dato dai 
barbiturici (per cui è sconsigliabile usare nell’elettroforesi il tampone ve¬ 
ronal (167, 180). 

La natura dei siti di unione della T 4 alle TBP non è stata ancora de¬ 
lucidata, così come non è stato stabilito se al variare della temperatura 
e del pH vari il numero dei siti/molecola o l'affinità di tali siti per la 
T 4 (93). 

La capacità di legare la T 3 è stata stabilita solo per la TBG. 

Il luogo di sintesi delle TBP è ritenuto essere il fegato. Gli ormoni 
sessuali influenzano la velocità di (sintesi delle TBP, come abbiamo già 
visto nel paragrafo precedente. 

Lo studio comparato delle TBP nei vertebrati (52, 156) mostra che: 
(a) una prealbumina legante la T 4 appare presente in poche specie di 
mammiferi (Primati e Cavallo); (b) una a-globulina legante la T 4 appare 
presente in tutti i mammiferi; (c) le due proteine legano sia T 4 sia T 3 ; 
(d) proteine leganti le iodiotironine sono assenti nei Vertebrati diversi 
dai mammiferi. 

La presenza nel siero delle TBP ha come conseguenza che le iodio¬ 
tironine circolano nel sangue umano in due forme; (a) iodiotironine libere 
(T 4 e T 3 ) e (b) iodiotironine legate alle proteine sieriche (T 4 — TBP e 
t] - TBP). 

Il dosaggio delle due forme si esegue addizionando al siero (Fig. 12) 
131 I-T 4 (la specie marcata si ripartisce fra le due forme esattamente nelle 
stesse proporzioni dell’ormone endogeno) ed eseguendo la dialiisi del siero 
stesso a pH 7.4 e a 37° C (solo l'ormone libero passa attraverso la mem¬ 
brana dializzante) ; il dosaggio della radioattività nel residuo della dialisi 
e nel dializzato dà il rapporto fra iodiotironine libere e iodiotironine le¬ 
gate (94, 140) (Fig. 12). 

La quantità di T 4 libera nel sangue umano è molto piccola (circa 
0.02 — 0.05 % della T 4 totale) mentre dieci volte maggiore è la percentuale 
della T 3 libera [0.2-0.05 della T 3 totale (140), Tabella II]. 


336 T. De Leo 


La ripartizione delle iodiotironine legate fra le varie TBP <si esegue 
determinando — con la metodica innanzi illustrata — la suddivisione fra 
le TBP stesse della 131 I-T 4 aggiunta al siero sottoposto alla elettroforesi 


131, -r- r 131 


-T 4 (ol- t 3 ) 


SIERO 





— r 

nr 

n 



» 

fi «* 

i. TI 

a. 

iS A 

LB TI 

IWk 


’ . . .. 


3 ar* ,• * ; 

*' i. 


DIALISI a 37’C e pH 7,4 


ELETTROFORESI A pH=a6 
ED AUTORADIOGRAFIA 


131, 


0/ _ cpm i dializzato 

° 4 ,lbera ~~ cpmì3l| d j a |, + cpm i3i| Pes>diaL 


v tbpg%= 

T 4 - Alb. = 

t 4 - TBG = 


cpm 131 | -TBPG 


cpm 

1 -TBP 

cpm 

,3, l -Alb. 

cpm 

1 -TBP 

cpm 

,3 ’i-tbg 

cpm 

1- TBP 


Fig. 12. — Rappresentazione schematica della metodica di determinazione delle 
iodiotironine libera e legata alle varie TBP sieriche. 


(Fig. 12). Nel plasma umano i risultati ottenuti mostrano che circa il 
60% delle T 4 è legato alla TBG, il 30 % alle TBPA e solo il 10% alle al¬ 
bumine (141) (Tabella II); occorre, però, osservare che la separazione 





















Iodictironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 337 


elettroforetica è eseguita ad un pH non fisiologico — 8.6 anzicché 7.4 — 

per cui nel sangue circolante la quantità di T 4 legata alla TBPA è certa¬ 
mente minore (93): secondo stime eseguite con altri metodi il 15% (142) 
(Tab. II). 


TABELLA II 

Livelli delle iodiotironine nel plasma umano 





Livelli 

% della 
iodiotironina 
totale 




Tetraiodiotironina 
pg/100 mi 


Totale 



4.5 - 9.5 

100 

Libera 



0.001 -f- 0.002 

0.03 

Legata 

alla 

TBPA 

0.6 4- 1.2 

15 4- 25 * 

Legata 

alla 

Alb 

0.4 - 0.9 

10 

Legata 

alla 

TBG 

3.5 4- 7.4 

65 * -4 75 ** 




Triiodiotironine 
ng/100 mi 


Totale 



80 - 150 

100 

Libera 



0.25 4- 0.44 

0.3 


* Metodo elettroforetico. 
** Altri metodi. 


Tra la tetraiodiotironina (T 4 ) libera e quella legata alle TBP, (T 4 — 
TBP), esiste in vivo il seguente equilibrio: 


T 4 + TBP T 4 TBP [II, 2] 

regolato dalla legge di azione di massa 


[T 4 TBP ] = 

[T 4 ] x [TBP] 

dove K = costante di associazione della T 4 con le TBP. 


[II, 3] 


I valori della costante di associazione della T 4 con le TBP — propor¬ 
zionali alla capacità della T 4 di legarsi alle TBP -— vanno da IO 5 (TBPA), 
a IO 6 - IO 10 (albumina) a IO 10 - 2,3 x IO 10 (TBG) moli 1 . 







338 T. De Leo 


Il ruolo fisiologico delle TBP appare evidente dall'osservazione che 
nel sangue circolante i livelli della T 4 e della T 3 libera si mantengono ab¬ 
bastanza costanti, anche allorché variano quelli delle iodiotironine totali. 
Ciò è dovuto ad una variazione delle TBP e, quindi, delle iodiotironine le¬ 
gate. In diverse condizioni patologiche, parafisiologiche e farmacologiche 
si osserva, infatti, sia un aumento di livello delle TBP — epatopatie cro¬ 
niche, trattamento protratto con estrogeni, gravidanza —, sia una loro 
diminuzione — sindrome nefrosica — mentre i livelli delle iodiotironine 
libere restano costanti (8, 141, 194, 225). Il ruolo fisiologico delle TBP sembra 
essere, pertanto, quello di un controllo omeostatico dei livelli delle iodio¬ 
tironine libere, attraverso il legame degli ormoni eccedenti. 

Si avrebbe, in definitiva, il seguente complesso equilibrio : 

T 4 - TBP T 4 + TBP 

T 3 - TBP T 3 + TBP 

T 4 T 3 + I [11,4] 

È, pertanto, necessario valutare i livelli delle T 4 e T 3 libere per poter 
valutare la disponibilità delle iodiotironine ormonali per gli organi e tes¬ 
suti bersagli \ 


II-4. - Azione ed effetti 1 2 delle iodiotironine 

II-4a. - Effetti delle iodiotironine sullo sviluppo corporeo 3 

L'effetto delle iodiotironine sullo sviluppo corporeo prenatale appare 
ben provato per quanto riguarda il processo di differenziazione prenatale. 
Il processo di accrescimento prenatale apparirebbe, viceversa, indipenden- 


1 La disponibilità dei vari organi e tessuti in T 4 e T 3 si determina anche 
misurando l’attività di un enzima responsivo all'attività della tiroide, quale, ad 
esempio, l’ot-glicerofostato deidrogenasi mitocondriale epatica (gc-GPD). 

2 Come è ben noto viene definito effetto l'insieme delle variazioni morfo- 
funzionali che si esplicano dopo un lungo periodo di latenza dalla sommini¬ 
strazione dell’ormone e senza che sia necessaria la dimostrazione della sua 
presenza, mentre viene definita azione l'insieme delle variazioni morfo-funzionali 
che si esplicano con notevole rapidità (periodo di latenza nullo o tutt'al più 
molto breve) e allorché è dimostrato sia « in vivo » sia « in vitro » l'interdipen¬ 
denza fra tali variazioni e la presenza dell’ormone. 

3 Lo sviluppo di un organismo può considerarsi costituito dall’insieme di due 
processi: accrescimento e differenziazione. Il primo appare costituito dal con- 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 339 


te sia dagli ormoni tiroidei, sia da quelli ipofisari. Neonati prematuri o 
nati a termine, di varie specie di mammiferi affetti da ipotiroidismo con¬ 
genito, o feti affetti da apituitarismo per acefalia congenita appaiono, 
infatti, di peso e lunghezza normale (se si apportano le dovute corre¬ 
zioni per l'acefalia (21, 98, 151, 152). Pari indipendenza dagli ormoni ti¬ 
roidei non si osserva, viceversa, per la differenziazione fetale, soprat¬ 
tutto per quanto riguarda il sistema scheletrico e quello nervoso cen¬ 
trale (72, 220). 

Sembrerebbe, pertanto, che il processo di differenziazione sia regolato 
solamente dai geni fino alla maturazione del follicolo tiroideo, per diven¬ 
tare, poi, dipendente dalla tiroide in misura maggiore o minore da tes¬ 
suto a tessuto. 

L’effetto delle iodiotironine sullo sviluppo post-natale si esplica in 
maniera notevole a livello sia dello sviluppo sia dell'accrescimento cor¬ 
poreo. Il ratto, ad esempio, tiroidectomizzato alla nascita cresce con ve¬ 
locità di accrescimento notevolmente più bassa rispetto a quella presen¬ 
tata da animali normali; tale decremento si osserva parimenti allorché 
l'ipotiroidismo sperimentale è indotto nel periodo successivo alla na¬ 
scita (77, 87, 104, 184). L'ipotiroidismo produce, inoltre, alterazione nella 
differenziazione cellulare postnatale a carico di diversi sistemi ed organi, 
quale quello scheletrico, nervoso centrale, renale, cardiaco e polmonare 
(77, 184). Nel ratto, secondo alcuni autori -— Enesco e Lablond (46), 
Winick e Noble (221) — vi sono tre distinti periodo di accrescimento: 
il periodo I, intrauterino e perinatale, nel quale si ha notevole incre¬ 
mento del numero delle cellule, il periodo II successivo allo svezza¬ 
mento, nel quale si ha un incremento a carico sia del numero, sia 
della grandezza delle cellule e il periodo III, nell'ultimo stadio di accre¬ 
scimento corporeo, nel quale aumenta la grandezza delle cellule. L’ipoti- 
roidismo ha effetto su tutti i tre periodi, con influenze maggiori sulla 
popolazione cellulare, se si instaura precocemente (periodo I e II) o sulla 
grandezza delle cellule, se si instaura più tardivamente (periodo II e III). 
Gli stessi risultati si ottengono sostanzialmente nei fanciulli ipotiroidei (23). 


tinuo aumento della massa corporea dell'organismo, dovuto o alla moltiplica¬ 
zione cellulare, che si risolve in aumento della massa cellulare, o all’incremento 
della grandezza delle singole cellule (non vi è accrescimento allorché in un or¬ 
ganismo aumenta la massa corporea per aumento dell'acqua o dei lipidi cor¬ 
porei, o allorché si passa dallo stadio della blastula a 4 cellule a quello della 
blastula ad 8 cellule). Il secondo è il processo di continua differenziazione morfo- 
funzionale che conduce alla struttura finale dell’organismo vivente. 


23 


340 T. De Leo 


Esperimenti condotti su culture HeLa di cuore, reni e polmoni hanno 
mostrato che in presenza di iodiotironine diminuisce il tempo richiesto 
per duplicare il numero delle cellule, mentre aumenta sia la frequenza 
dei nucleoli soprannumerari sia la velocità di sintesi degli acidi nucleici 
e delle proteine (7, 114, 187). Tutto ciò indica che le iodiotironine hanno 
effetto sulla mitosi e sulla differenziazione cellulare. Le quantità di io¬ 
diotironine necessarie per tali esperimenti sono dello stesso ordine di 
grandezza dei livelli degli ormoni tiroidei circolanti e la triiodiotironina 
appare parimenti più efficace della tetraiodiotironina. 


¥ 

ì ; 


Attività" tiroidea 
naturale minima o nulla 
/nfiuenza della tiroide nulla 


PERIODO PREMETAMORFICO 
O FASE DI CRESCITA 



2 - 20 


nanomoli 


Attività tiroidea notevole 


Influenza della tiroide positiva 
Cnei T il processo non avviene] 


PRO METAMORFICO 

Attività" tiroidea = massima T 4 in f = 200-^50 nmoli 
/nfiuenza della tiroide altamente positiva 
tttj ?*' 1 Cnei T il processo non avviene] 

' ^ 

l- ASSENZA ALIMENTAZIONE 
|- PERDITA NOTEVOLE HjO CORPOREA 
j TRASFORMAZIONE TUBO DIGERENTE 
k TRASFORM. HùF —* HtiA 
I- COMPARSA ALBUMINA , URLA E 
METAMORFOSI 1 c/ clo krebs nel fegato . 

Fig. 13. — L’effetto della tiroide sulla metamorfosi degli anfìbi. 



L’effetto delle iodiotironine sulla metamorfosi degli anfìbi è ben noto 
ed accuratamente studiato (Fig. 13). Il processo avviene allorché si ha la 
maturazione dell’asse ipotalamo-ipofìsi-tiroide. La metamorfosi nei girini, 
infatti, può essere impedita tiroidectomizzandoli, o provocata mediante 
somministrazione di opportune dosi di T 3 o T 4 (Fig. 13). 


Iodio-tironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 341 


Le trasformazioni corporee che avvengono nei mammiferi alla matura¬ 
zione del predetto asse possono considerarsi perfettamente paragonabili 
alla metamorfosi degli anfìbi. 


II-4b. - I principali effetti metabolici delle iodiotironine 

Le iodiotironine esplicano i seguenti fondamentali effetti sul meta¬ 
bolismo: (a) effetto calorigeno; (b) effetto sul metabolismo delle pro¬ 
teine; (c) effetto sul metabolismo dei carboidrati; (d) effetto sul meta- 

EFFETTI DELLE IODIOTIRONINE 

AJ A LIVELLO DI ORGANISMO O ORGANO : 



VERTEBRATI 


SVILUPPO 

CORPOREO 


MAMMIFERI 

UCCELLI 


TELEOSTEI 


METAMORFOSI CALORIGENESI OSMORE- 

GOLAZIOME 

CRESCITA 


DIFFERENZIAZIONE 


B3 A LIVELLO CELLULARE - MOLECOLARE 

IODIOTIRONINE 


METABOLISMO 
DEI CARBOIDRATI 

r GLICOGENOGENESI 

o-o 

l glicolisi 
O 


METABOLISMO 
DEI LIPIDI 

CDLESTEROLOGENESI 

0—0 

SINTESI A. GRASSI 
0-0 
LIPOLISI 

o 

L-DSSIDAZIONE a. GRASSI 


METABOLISMO 
DELLE PROTEINE 

SINTESI 

PROTEICA 

o-o 


RICAMBIO ACQUA 
-RICAMBIO Ca e PO ; 3 


•POMPA 


IODICA 


O effetto momofasico rsolo stimolazione o inibizione ) 

O O — effetto di fasi co (a basse dosi stimolazione, 

ad alte inibizione) 


Fig. 14. — Quadro sinottico degli effetti degli ormoni tiroidei a vari livelli. 











342 T. De Leo 


bolismo dei lipidi; (e) effetto sul metabolismo degli ioni inorganici, nonché 
sul metabolismo di specie chimiche organiche di minore importanza 
(Fig. 14). 

L'effetto calorigeno delle iodiotironine consta di due processi contem¬ 
poranei: (a) incremento del consumo di ossigeno e (b) decremento della 
sintesi di ATP (Fig. 15); si instaura, pertanto, nel condrioma una situa¬ 
zione energeticamente sfavorevole in quanto il rendimento energetico della 


variazioni % 



Fig. 15. — Variazioni percentuale delle velocità del consumo di ossigeno nel 
condrioma (volume di ossigeno 0 2 per unità di tempo: 0 2 /t) e del¬ 
l’efficienza della fosforilazione ossidativa (atomi di fosforo organi- 
cato, P, per atomo di ossigeno consumato O) in funzione dello stato 
tiroideo dell'organismo (eutiroideo: EU; ipo: IPO; ed Iper-: IPER [da 
Hoch (89,92)]. 


fosforilazione ossidativa mitocondriale cala notevolmente con conseguente 
incremento della produzione di calore 4 e ciò è di notevole importanza fi¬ 
siologica, principalmente ai fini del processo di termoregolazione (89-91). 

4 È noto in clinica che l’ipertiroidismo grave produce stati febbrili, mentre 
il mixedema grave provoca ipotermia (fino a 23,3° C). 







Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 343 


L’effetto calorigeno delle iodiotironine presenta le seguenti caratteri¬ 
stiche: (a) ha un lungo periodo di latenza; qsso si verifica, infatti, solo 
dopo alcune ore dalla somministrazione degli ormoni tiroidei iodati; (b) 
condiziona quello provocato da altri agenti calorigeni — catecolamine, glu- 
cagone, ormone somatotropo —; tali agenti, infatti, provocano effetti ca¬ 
lorigeni ridotti negli animali ipotiroidei, effetti esaltati in quelli iperti- 
roidei; (c) appare chiaramente correlato alla variazione della sintesi pro¬ 
teica provocata dalle iodiotironine (discuteremo, pertanto, tale ultimo 
aspetto nel contesto dell'effetto della T 4 e della T 3 sulla sintesi proteica). 



METABOLISMO METABOLISMO 

DEI CARBOIDRATI DEI LIPIDI 


VARIAZIONI DEI 
LIVELLI DEL 
GLICOGENO 


o 




VARIAZIONI NEL 
METABOLISMO DEI 
PR0TIDI.UPIDI.CAR30IDRATI 
VARIAZIONI DEI LIVELLI 
DELLE VITAMINE 


Fig. 16. — Effetti delle iodiotironine sul metabolismo. 


L'effetto calorigeno è di notevole importanza fisiologica nella termorego¬ 
lazione : il freddo stimola la secrezione delle iodiotironine, il caldo la ini¬ 
bisce e le variazioni dei livelli delle iodiotironine circolanti provocano 
— sia direttamente sia in sinergismo con gli altri ormoni termogenetici 
innanzi citati — variazioni della termogenesi. 

L'effetto delle iodiotironine sul metabolismo proteico è di fondamen¬ 
tale importanza nello studio degli effetti degli ormoni tiroidei iodati a 
livello sia di organismo — organo sia cellulare — molecolare. 

La T 4 e la X 3 appaiono necessarie per mantenere la sintesi proteica 
a velocità normale. Basterebbe, per affermare ciò, l'osservazione che lo 
sviluppo corporeo —- come si è visto nel precedente paragrafo — si riduce 




















344 T. De Leo 


negli animali tiroidectomizzati e nei fanciulli ipotiroidei. Direttamente è 
possibile dimostrare che la biosintesi proteica decresce nel fegato degli 
animali ipotiroidei, allorché si misura l'incorporazione nelle proteine degli 
aminoacidi marcati sia « in vivo », sia in « vitro » (203, 206, 209), mentre 
viene riportata alla norma allorché si ripristina lo stato normotiroideo 
o leggermente ipertiroideo (203, 106, 208). L'ipertiroidismo severo dà luogo, 
viceversa ad un decremento della sintesi proteica, con contemporaneo 
incremento del catabolismo delle proteine. L'effetto delle iodiotironine 
sul metabolismo proteico è, cioè, difasico: basse quantità di ormoni ti¬ 
roidei iodati circolanti stimolano la sintesi delle proteine corporee, quan¬ 
tità eccessive l’inibiscono, favorendo, viceversa, la deplezione delle pro¬ 
teine corporee, soprattutto di quelle del muscolo (ciò si osserva, ad 
esempio, in clinica nelle tireotossicosi gravi). 

L’effetto delle iodiotironine sul metabolismo proteico sembra essere 
—, insieme con quello sul glicogeno epatico, che esamineremo più in¬ 
nanzi — la causa primaria degli altri effetti di tali ormoni. Le iodio¬ 
tironine, stimolando la sintesi di molti enzimi, darebbero luogo ad una 
variazione — incremento o decremento —- delle velocità metaboliche in 
molti processi cellulari. Diversi effetti, tra cui principalmente l’effetto ca¬ 
lorigeno non si verificano, infatti, né negli animali trattati contempora¬ 
neamente con iodiotironine e con inibitori della sintesi proteica, né in quei 
tessuti o organi dove la sintesi proteica è basjsa (cervello, milza, gonadi, 
polmoni degli omotermi adulti, organi con quoziente respiratorio uguale 
all'unità, il che indica scarso metabolismo proteico e/o lipidico). Esso si 
verifica, viceversa, dove la sintesi è alta (cervello in maturazione ed altri 
organi dove il quoziente respiratorio tende a 0.7, indice di intenso meta¬ 
bolismo proteico e/o lipidico (84) ). 

L'effetto delle iodiotironine sul metabolismo dei carboidrati è ben 
stabilito. È stato, infatti, osservato che: (a) negli animali ipotiroidei si 
verifica un decremento dell’entità sia della glicogenogenesi sia della gli- 
colisi epatica, comunque quest'ultima avvenga e, cioè, attraverso la via 
classica (Embden, Mayeroff, Parnas) o la via dei pentosi (Warburg, Dickens, 
Lippman); (b) negli animali normotiroidei o con moderato ipertiroidismo 
si ha, viceversa, un incremento dell’entità di entrambi i predetti processi; 
(c) negli animali con notevole ipertiroidismo, mentre la glicogenogenesi 
epatica viene depressa, con deplezione del glicogeno, perdura l’incremento 
dell'entità della glicolisi (92). 

Negli organismi eu- o lievemente ipertiroidei, le iodiotironine agi¬ 
scono accelerando il metabolismo dei carboidrati mediante le seguenti 
azioni : ( a) incremento della velocità di assorbimento intestinale dei mo- 


lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 345 


nosaccaridi; (b) potenziamento dell'azione sia dell’insulina (adsorbimento 
cellulare del glucosio e glicogenogenesi), sia dell’adrenalina (glicogenolisi). 

L’effetto delle lodiotironine sulla glicogenogenesi epatica è, pertanto, 
difasico: stimolazione, allorché i livelli ematici delle iodiotironine sono 
bassi o medi, inibizione allorché sono alti. 

La deplezione del glicogeno epatico, provocata dalle iodiotironine, ap¬ 
parirebbe qssere la causa di altri effetti metabolici delle iodiotironine, 
come, ad esempio, quello sulla biogenesi del colesterolo, che ora prende¬ 
remo in esame. 

L’effetto delle iodiotironine sul metabolismo dei lipidi, parimenti ben 
stabilito, avviene a livello sia della sintesi sia del catabolismo di tali 
specie chimiche. 

L’effetto delle iodiotironine sul metabolismo del colesterolo è — come 
nel caso della glicogenogenesi — difasico: stimolazione della sintesi a 
basse dosi, inibizione a dosi elevate (200). Il passaggio dall’uno all’altro 
tipo di effetto avviene in corrispondenza di variazioni relativamente mo¬ 
deste dei livelli delle iodiotironine circolanti. Fletcher e Myant (60, 61, 62), 
hanno, infatti, evidenziato che la velocità di sintesi da acetato del cole¬ 
sterolo epatico, misurata in « vitro », è incrementata allorché si sommi¬ 
nistrano a ratti 20 pg di T 4 per 9 giorni, mentre decresce allorché la dose 
passa a 30 pg prò die. I citati autori furono, inoltre, capaci di far regre¬ 
dire l’inibizione da tale ultima dose di T 4 aggiungendo al mezzo di incu¬ 
bazione glicogeno e ritennero che l’effetto difasico dipendesse dai livelli di 
glicogeno epatico, e precisamente dai livelli epatici dell'ATP e NADPH, 
che si formano appunto dal glicogeno e sono necessari per la sintesi del 
colesterolo. La T 3 e la T 4 agiscono, inoltre, anche su vari enzimi delle vie 
biosintetiche del colesterolo, fra cui quello chiave della biosintesi, la 
(Lidrossi, [3-metil glutarato reduttasi (79, 84). È ben noto, infine, che le io¬ 
diotironine stimolano la velocità del catabolismo del colesterolo (84). Tali 
ultimi due effetti sembrano essere dovuti a un decremento della sintesi 
degli enzimi preposti alla biosintesi ed al catabolismo del colesterolo 5 . 

L’effetto delle iodiotironine sul metabolismo degli acidi grassi sembra 
essere anch’esso del tipo difasico; i risultati sperimentali in tale settore 
sono, però, molto meno probanti di quelli del colesterolo (51, 75). Ben 
accertato è, comunque, l'effetto sulla velocità di ossidazione degli acidi 
grassi, che porta, come conseguenza, ad una deplezione in lipidi del tes¬ 
suto adiposo ed a un aumento dei livelli degli acidi grassi liberi plasma¬ 
tici (FFA) nel corso dell'ipertiroidismo sia sperimentale sia clinico. 

5 Un effetto difasico è stato anche evidenziato da L. Foti e coll. (Arch. Fsiol. 
1973, 70, 3-5) per la biosintesi epatica del colesterolo da stearato e linoleato. 


346 T. De Leo 


II metabolismo dei gliceridi appare, anch’esso, sotto il controllo degli 
ormoni tiroidei iodati; notevole è l’effetto lipolitico di tali ormoni, che essi 
esercitano tramite l'AMP ciclico, stimolando l’adenilciclasi della membrana 
piasmatica, soprattutto nelle cellule adipose (91). Le catecolamine espli¬ 
cano un effetto analogo con il medesimo meccanismo, per cui tra i due 
ormoni vi è sinergismo (2). Sui fosfolipidi — soprattutto quelli cere¬ 
brali — la T 3 e la T 4 non sembrano avere alcun effetto. 

La deplezione in lipidi ed in glicogeno che si osserva nell'ipertiroidismo 
severo apparirebbe essere la causa della stimolazione del catabolismo pro¬ 
teico — con bilancio negativo d'azoto —, in quanto l’organi>smo utilizze¬ 
rebbe gli aminoacidi per la sintesi di lipidi e di glicogeno cellulare. 

L'effetto delle iodiotironine sul metabolismo degli ioni inorganici e 
di specie organiche diverse da quelle innanzi esaminate è, parimenti, ben 
stabilito, soprattutto a livello del ricambio calcio-fosfato, a livello della 
pompa sodica e del metabolismo della creatina (92). 

L’effetto delle iodiotironine sulle vitamine è, parimenti, conosciuto; 
il fabbisogno vitaminico aumenta neH'ipertiroidismo per diminuzione dei 
livelli vissutali delle vitamine dovuto all’incremento dei processi metabolici 
innanzi descritto; ciò si osserva soprattutto per le vitamine B,, B 2 , B n e 
C. La sintesi della vitamina A dai carotenoidi richiede le iodiotironine, 
per cui essa decresce nell'ipotifoidismo (in tale condizione si osserva un 
caratteristico colore giallo-cera della cute). 

Le correlazioni fra iodiotironine ed altri ormoni sono state studiate: 
gli effetti degli ormoni tiroidei sono in gran parte simili a quelli delle 
catecolamine 6 , soprattutto a livello del tessuto muscolare cardiaco (fa¬ 
voriscono entrambi l’inotropismo e il cronotropismo) e, ancor più, del 
tessuto adiposo, dove favoriscono entrambi, mediante l'azione sull’adenil- 
ciclasi innanzi illustrata, la lipolisi (2-125). L’ACTH e i glicocorticoidi (219) 
sembrano esplicare un effetto di inibizione della funzione tiroidea; tale 
funzione sarebbe, viceversa, istimolata dagli estrogeni se somministrati in 
piccole dosi e per breve tempo (69). 


II-4c. - Meccanismo di azione delle iodiotironine 

Lo studio in termini cellulare-molecolari degli effetti delle iodiotiro¬ 
nine ha come scopo finale quello di descrivere il meccanismo d’azione 

6 In clinica molti sintomi deH'ipertiroidismo sono simili a quelli derivati 
dall'iperattività della midollare del surrene; gli ipertiroidei trovano, inoltre, molto 
giovamento nell’uso di farmaci che provocano — in vario modo — una diminuita 
attività delle catecolamine. 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 347 


degli ormoni stessi. Malgrado l'imponente massa delle ricerche svolte in 
numerose scuole in questi ultimi anni tsi è ancora lontano da conoscenze 
sicure; circa mezza dozzina di differenti meccanismi sono stati, infatti, 
suggeriti per tale azione (la Tabella III li elenca in ordine crescente di 
popolarità), il che indica chiaramente che si è ancora allo stadio delle 
spiegazioni ipotetiche. Mentre diversi autori propendono per l’una o per 
l’altra ipotesi, altri (Ingbar, Sterling, Tabella III) ritengono che più mec¬ 
canismi diversi coesistono, in realtà, nella cellula. 

TABELLA III 

Meccanismi d'azione delle iodiotironine ipotizzati 


1) Insieme di più meccanismi (Ingbar, Sterling). 

2) Azione a livello di membrana (Ingbar e coll.). 

3) Azione a livello della sensibilità dei recettori adrenergici (Rosenquist). 

4) Azione a livello dell’ATPasi sodio-potassio dipendente (Edelman e coll.). 

5) Azione a livello mitocondriale (Tapley, Hoch, Babior, Ingbar, Sterling). 

6) Azione a livello della trascrizione nucleare (Samuels, Oppenheimer, De 
Groot e Baxter). 


Da tabella A, pag. 559 (intervento di K. Sterling), in (147). 


L’ipotesi che le iodiotironine iniziano la loro azione a livello del nucleo 

appare una delle più accreditate. Nel 1972 la scuola di Oppenheimer (176) 
evidenziò la presenza di un sistema di siti cellulari, a limitata capacità 
ed alta affinità, specifici per la T 3 , nella adenoipofisi di ratto e, successi¬ 
vamente (144), nei nuclei del fegato dello stesso animale; tali ultimi ri¬ 
sultati furono ottenuti anche da De Groot e Strausser (28) per gli epa- 
tociti di ratto e da Samuels e coll. (175) nelle cellule GH, provenienti 
da tumori adenoipofisari di ratto fatti crescere in cultura (175). I vari 
gruppi di ricercatori iniziarono allora lo studio sistematico di tali siti 
nucleari per delucidarne le caratteristiche chimiche, chimico-fisiche e fi¬ 
siologiche, onde stabilire le correlazioni fra l’unione della T 3 a tali siti e 
l’inizio dell’azione ormonale stessa. Oppenheimer e coll. (144) evidenzia¬ 
rono nel 1974 che la T 3 sierica (Figura 17) penetra nel citosol formando 
il pool endocellulare dell'ormone; la T 3 di tale pool in parte si lega con 
le proteine citosoliche capaci di legare la T 3 [proteine evidenziate da vari 
autori fra cui Spauldin e Davis (195)], in parte si unisce con organuli ci¬ 
toplasmatici (fra cui, come vedremo, i mitocondri), in parte, infine, in- 





20-5-24 ORE I 
S. ^-, 

STIMOLAZIONE 

PROTEINE 

^ RET. ENDOPL. 



STIMOLAZIONE 
SINTESI PROTEINE 
MITOCONDRI AL I 



Fig. 17. — Modello per evidenziare l’azione della T 3 su una cellula bersaglio 
(epatocita di ratto), ottenuto compendiando i modelli proposti da 
vari autori [Hoch (92), Oppenheimer e coll. (147), Sterling e coll. (198, 
199 e discussione in 147)]. 

CTBP = cytosol t riio dot hyr orline bound proteins 

( = proteine citosoliche capaci di legare la T 3 ) 

MTBP = mitochondrial triiodothyronine bound proteins 

( = proteine mitocondrali capaci di legare la T 3 ) 

NTBP = nuclear triiodothyronine bound proteins 

( - proteine nucleari capaci di legare la T 3 ) 















































Iodiotirorline ormonali e biogenesi dei mitocondri 349 


teragisce con i siti nucleari di limitata capacità ed alta specificità per la 
T 3 ; il nucleo rilascia, poi, di nuovo Forinone senza metabolizzarlo (144). 
La concentrazione nucleare della T 3 sempre secondo i dati di Oppenheimer 
e coll. (144), raggiunge nel fegato di ratto il suo massimo valore (corri¬ 
spondente ad una quantità massima specificamente legata ai siti nucleari, 
detta « capacità d’unione », di circa 0.6 ng di T 3 /mg di DNA nucleare) 
dopo mezz’ora dalla somministrazione dell’ormone; il ti /2 di rilascio da 
parte del nucleo è pari a 15 minuti (144). Il valore della capacità d'unione 
della T 3 trovata da De Groot e Strasser (28) è circa doppio. La costante 
di associazione presenta, secondo Oppenheimer e coll. (147) un valore pari 
a 4,6 x IO 11 L/M; K. Starling riferisce, viceversa, un valore di 5.0 x IO 8 
(vedere discussione e tabella B, nella pubblicazione 147), mentre i valori 
evidenziati sia da Samuels e coll. (175) sia da De Groot e Torresani (29) 
sono dell'ordine di IO 10 L/M. La natura delle proteine nucleari contenenti 
i siti leganti la T 3 ( Nuclear triiodo-thyronine binding proteins, NTBP) è 
stata studiata da Oppenheimer e coll. (201); tali autori evidenziarono che 
la maggior parte delle NTBP sono nucleoproteine non istoniche di massa 
molecolare pari a 60000 -- 70000. Questi risultati furono confermati da 
altri ricercatori [esempio: (28) e (175)], che evidenziarono, inoltre, altre 
caratteristiche di tali proteine, fra cui quella che il complesso T 3 -NTBP 
potrebbe essere il messaggero intracellulare che provoca la risposta cellu¬ 
lare alla T 3 , legandosi alla cromatina nucleare con un’unione, ad alta 
affinità e con scarsa specificità di tessuto (30). Più recentemente è stato 
mostrato che più della metà dei siti sono localizzati nella matrice nucleare, 
il rimanente nella cromatina; nessun sito si ritrova nel nucleolo e nelle 
membrane nucleari (40). 

La dimostrazione dell'esistenza nel nucleo dei siti leganti specifi¬ 
camente la T 3 , di limitate capacità ed alta affinità, non prova di per 
se stessa che essi hanno un significato fisiologico. Numerosi dati si 
stanno accumulando, però, a favore di tale ipotesi. È stato, infatti, dimo¬ 
strato che i tessuti che esibiscono un consumo di ossigeno proporzionale 
allo stato tiroideo dell'animale (paragrafo II-4b), quale fegato, cuore e 
rene, presentano elevati valori della capacità nucleare di legare la T 3 
(0.4 -f- 0.6 ng T 3 /mg DNA nucleare), mentre questi valori sono in genere 
bassi per i tessuti (milza, testicoli), dove tale proporzionalità non si os¬ 
serva (145). Esiste, inoltre, una correlazione piuttosto generale fra l'entità 
dell'attività tireomimetica degli analoghi delle iodiotironine e la loro spe¬ 
cificità per i siti nucleari specifici epatici e cardiaci (143); fa eccezione 
l'acido 3,5,3 triiodioacetico (28, 143). È evidenziabile, infine, una chiara 
correlazione fra l’entità dell'unione della T 3 ai siti nucleari e l’entità del- 


350 T. De Leo 


l'effetto ormonale a livello di un organo bersaglio, quale il fegato, effetto 
determinato misurando o l'attività dell'alfa-glicerofosfato deidrogenasi mi- 
tocondriale (alfa-GPD) o la formazione « de novo » dell'enzima malico ci- 
tosolico (146). Allorché, infatti, la quantità di T 3 legata a tali siti attivi 
passa dal 50 % di quella massima unibile (il che è la normale situazione 
fisiologica) a quella massima possibile (100 %), l'attività dell'alfa-glicero- 
fosfato deidrogenasi mitocondriale (attività, come abbiamo visto, propor¬ 
zionale all'entità dell’effetto ormonale della T 3 ) passa dall '8 % al 100 %; 
nel corso dell'unione TVsiti attivi la velocità della sintesi proteica degli 
enzimi sensibili alle iodiotironine esibisce, cioè, una amplificazione espo¬ 
nenziale (147). 

Mentre, come abbiamo detto, nel fegato di ratto, la concentrazione 
nucleare della T 3 raggiunge il suo massimo valore dopo mezz'ora dalla 
somministrazione di T 3 , i primi eventi biochimici si osservano solo dopo 
4-^6 ore. Le ricerche di Tata e coll., svolte nella scorsa decade, hanno 
magistralmente evidenziato la sequenza degli eventi biochimici che si 
osserva nel fegato di ratto ipotiroideo dopo somministrazione di un'unica 
dose di T 3 . I più precoci di tali eventi sono rispettivamente un incremento 
della velocità d'incorporazione « in vivo » dell’acido orotico nell’RNA nu¬ 
cleare e una stimolazione dell'attività della RNA polimerasi attivata dal 
magnesio-ione, misurabile nei nuclei isolati (205, 207, Figura 17) [l’enzima, 
cioè, che dà luogo alla sintesi di RNA ribosomiale (229)]. Successivamente 
a partire da 8 4 - 10 ore dopo la somministrazione di T 3 e con un massimo 
a 30 ore, si osserva un incremento della velocità di accumulo nel cito¬ 
plasma dei ribosomi e dei polisomi neoformati ed, infine (a partire dalle 
14° -4 15° ora e con un massimo alla 45° ora circa), della velocità della 
sintesi proteica [misurata dall'entità d'incorporazione degli aminoacidi 
marcati nelle proteine citoplasmatiche (205, 207 e Figura 18)]. Contempo¬ 
raneamente a tali due ultimi eventi, si può osservare (205, 207 e Figura 18) 
un incremento dell'attività della RNA polimerasi, attivata dal manganese- 
ione e dal solfato di magnesio, sempre nei nuclei isolati; tale enzima, come 
è ben noto, catalizza essenzialmente la sintesi dell'RNA messaggero (229). 
Appare evidente che gli ormoni tiroidei iodati stimolano la sintesi di 
entrambi gli acidi ribonucleici, ma che la trascrizione dell'RNA riboso¬ 
miale è molto più incrementata rispetto a quella dell'RNA messaggero. 
Questa sequenza di eventi biochimici nucleari non sembra essere speci¬ 
fica delle iodiotironine, ma generale degli ormoni anabolici, in quanto 
Widnel e Tata (218) la dimostrarono anche per l’ormone somatotropo e 
per il testosterone. 


lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 351 

L'evidenziazione più recente (160, 161) della presenza nei nuclei epa¬ 
tici di ratto di tre forme di RNA polimerasi, responsabili ciascuna della 
sintesi di differenti specie di RNA, ha permesso di chiarire l’effetto delle 
iodiotironine su tale sintesi. È stato, infatti, dimostrato (214) che una 
singola iniezione di T 3 a ratti tiroidectomizzati stimola dopo 10 ore le 



Fig. 18, — Eventi biochimici che si verificano nel fegato di un organismo ipo¬ 
tiroideo (ratto tiroidectomizzato) in seguito alla somministrazione di 
una unica dose di triiodiotironina [da Tata e coll. (205, 207)]. 

RNA Nucleare — velocità d'incorporazione « in vivo » dell’acido oro- 
tico marcato nell’RNA a rapida marcatura. 

RNA Polimerasi Nucleare = Attività specifiche della RNA polimerasi 
attivata dal Mg 2+ (1) e della RNA polimerasi stimolata dal Mn 2+ / 
(NH 4 ) 2 S0 4 (2), misurate entrambe sui nuclei isolati. 

Sintesi Polisomi Citopl. — velocità di accumulo dei ribosomi e poli- 
somi neoformati nel citoplasma. 

Sintesi Proteica = Velocità di incorporazione « in vitro » degli amino¬ 
acidi marcati nelle proteine citoplasmatiche effettuata dai ribosomi ed 
espressa per mg di RNA citoplasmatico. 


attività sia della cosiddetta polimerasi I (di localizzazione nucleolare, 
insensibile alla tossina fungina alfa-amanitina ed attiva a bassa forza io¬ 
nica) responsabile della sintesi dell'RNA ribosomiale, sia della polimerasi 










352 T. De Leo 


III [di localizzazione nucleoplasmica, sensibile solo alle alte dosi di a-ama- 
nitina ed attiva a più elevata forza ionica], responsabile, a sua volta, 
della sintesi dell'RNA solubile o transfer e di RNA a costante di sedimen¬ 
tazione di circa 5 S. Solo più tardi (dopo 24 ore) si osserva la stimola¬ 
zione dell’attività della polimerasi II (anch’essa di localizzazione nucleo- 
plasmatica, estremamente sensibile aH'oc-amanitina ed attiva ad elevati 
valori della forza ionica), che catalizza la sintesi essenzialmente dell’RNA 
messaggero. La stimolazione del processo di trascrizione del DNA può 
essere dovuto, oltre ad un incremento dell'efficienza della RNA polimerasi, 
anche ad un aumento della disponibilità del DNA. È noto, infatti, che 
nelle cellule eucariotiche il processo di trascrizione si è ristretto ad 
una piccola parte del DNA presente nella cromatina e che tale restri¬ 
zione si è regolata dagli istoni e dalle proteine acide non istoniche pre¬ 
senti nella cromatina (150). La fosforilazione di tali proteine sembra fa¬ 
vorire il processo della trascrizione. In tale contesto è stato recentemente 
dimostrato che la somministrazione di T 3 a ratti tiroidectomizzati, mentre 
stimola «in vivo» la fosforilazione dell'istone Fi, ricco di lisina (150) e 
« in vitro » l'attività delle proteincinasi, che catalizzano la fosforilazione 
delle proteine acide totali della cromatina, non ha, almeno apparente¬ 
mente, effetto apprezzabile sulla fosforilazione « in vivo » delle proteine 
acide totali della cromatina (64, 231); tale somministrazione, inoltre, sti¬ 
mola la fosforilazione delle proteine nucleolari (65), che sembrerebbero 
assolvere un ruolo importante nella formazione, a livello del nucleolo, delle 
particelle preribosomiali (139). L’incremento della sintesi dell’RNA nu- 
cleolare che si osserva, come abbiamo detto, dopo la somministrazione 
di T 3 sembra dovuto ad un incremento dell'attività della RNA polimerasi 1, 
piuttosto che ad una più grande disponibilità di cistroni del DNA per la 
sintesi dell'RNA ribosomiale (232). 

Le ricerche di Dillman e coll. (38) potrebbero, infine, permettere di 
correlare le acquisizioni relative agli eventi più precoci che si osservano 
dopo somministrazione di T 3 ad animali tiroidectomizzati (unione dell’or¬ 
mone a siti nucleari ad elevata affinità e limitata capacità) con quelle 
relative agli eventi più tardivi (stimolazione del processo di trascrizione). 
I citati autori riferiscono che allorché si somministra a ratti ipotiroidei 
un’unica dose di T 3 e, concomitantemente ed un'ora più tardi, alfa-ama- 
nitina, si osserva per 66 ore, per quanto, cioè, dura l’azione dell’inibitore, 
una completa inibizione degli eventi biochimici promossi dalla T 3 , quale, 
appunto, l'unione dell’ormone ai siti nucleari specifici (non si osserva, 
infatti, la sintesi dell'enzima malico citosolico, che, come abbiamo in¬ 
nanzi visto, è correlata a tale unione) e il processo di trascrizione nu- 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 353 


cleare. Allorché (dopo 66 ore) l’effetto inibente deiralfa-amanitina cessa, 
pur essendo la concentrazione della T 3 residua praticamente nulla, l’at¬ 
tività polimerasica nucleare incomincia ad aumentare fino a raggiungere 
valori uguali a quelli esibiti dagli animali ipotiroidei, che hanno ricevuto 
solo triiodio-tironina. Ciò significherebbe che gli animali hanno un « ri¬ 
cordo » del trattamento da T 3 , che utilizzano allorché cessa l’effetto dei¬ 
ralfa-amanitina. Tale ricordo in termini molecolari potrebbe essere rap¬ 
presentato, dal complesso T 3 -NTBP; il complesso si forma a livello nu¬ 
cleare ed agisce successivamente innescando la stimolazione del processo 
di trascrizione (per azione o sulla RNA polimerasi o sulla capacità di 
stampo della cromatina. 

L’ipotesi che le iodiotironine iniziano la loro azione a livello dei mi¬ 
tocondri e che tale azione sia prioritaria o contemporanea a quella nu¬ 
cleare, è abbastanza antica. In particolari condizioni,sperimentali — estremo 
ipotiroidismo o diminuita capacità delle TBP sieriche a legare le iodio¬ 
tironine — la somministrazione di T 4 dà luogo, concomitantemente o su¬ 
bito dopo il suo arrivo ai mitocondri epatici (il che accade in pochi mi¬ 
nuti) ad un effetto calorigeno, transeunte, ma netto (42-101). I mitocondri 
di alcuni tessuti — come è stato recentemente evidenziato — sono capaci 
di legare a siti specifici la T 3 , la T 4 , nonché loro analoghi e sostituti (198). 
Il fenomeno *si osserva per i mitocondri renali, epatici eec., e non per 
quelli del cervello, milza, testicoli ; esiste, cioè, anche in questo caso una 
correlazione fra l'unione delle iodiotironine e la capacità d’incrementare 
il consumo di ossigeno. La T 3 sembra legarsi ad una proteina termosta¬ 
bile della membrana mitocondriale interna (198). La costante di associa¬ 
zione di tali recettori mitocondriali è più elevata rispetto a quella nu¬ 
cleare dello stesso tipo di cellule [esempio: nucleo di fegato di ratto: 5xl0 8 
L/M; mitocondrio dello stesso organo: 3 x IO 11 L/M (199)]; i valori delle 
costanti possono essere, inoltre, correlati all’entità dell’attività tireorni- 
metica degli ormoni tiroidei iodati, dei loro derivati e dei loro sostituti. 
Tutto ciò indicherebbe un ruolo chiaramente fisiologico dei siti specifici 
mitocondriali e sarebbe in accordo con l’ipotqsi che la T 3 e la T 4 iniziano 
la loro azione sotto forma di una diretta stimolazione del metabolismo 
energetico mitocondriale; tale visione non nega, però, l'azione, innanzi de¬ 
scritta, a livello nucleare di regolazione della trascrizione di messaggi 
genetici per la sintesi di peculiari proteine nucleari, citosoliche ed anche 
mitocondriali. 

Gli eventi biochimici successivi all'unione della T 3 con specifiche pro¬ 
teine mitocondriali sono ancora ignoti. Sokoloff (192-193) ha ipotizzato la 
genesi di una particolare specie chimica (fattore di Sokoloff) che imme- 


354 T. De Leo 


diatamente stimolerebbe il processo di translazione a livello dei polisomi 
citoplasmatici; tale fattore, successivamente, innescherebbe i processi a li¬ 
vello nucleare (Fig. 17). Occorrerebbe a tal punto correlare Fazione di 
tale fattore con quella specifica e diretta delle iodiotironine a livello dei 
nuclei innanzi riferita. 


11-5. - La biogenesi dei mitocondri 

II-5a. - Caratteristiche della biogenesi dei mitocondri e suo significato bio¬ 
logico 

Una delle più significative acquizisioni degli ultimi quindici anni nel 
campo della biologia cellulare è stata la dimostrazione dell'esistenza di 
genomi extranucleari, localizzati in organuli citoplasmatici, quali i mi¬ 
tocondri, i cloroplasti e, probabilmente, il centriolo. 

Alla sintesi delle proteine mitocondriali provvedono, infatti, due si¬ 
stemi completamente diversi: (a) il genoma nucleare, che codifica la quasi 
totalità delle proteine mitocondriali, la cui sintesi avviene a livello dei 
polisomi ialoplasmatici ; (b) il genoma mitocondriale, che codifica la ri¬ 
manente parte delle proteine mitocondriale, la cui sintesi avviene a livello 
di particelle simili ai ribosomi ialoplasmatici, localizzate nei mitocondri, 
i cosiddetti « mitoribosomi » (4, 168). Le cellule eucariote, in altre parole, 
appaiono provviste di due differenti sistemi genetici che cooperano alla 
sintesi degli elementi strutturali e funzionali del condrioma. Tali sistemi 
si sarebbero formati nel corso dell'evoluzione filogenetica. Per la loro 
formazione si ipotizzano due processi biogenetici e, cioè, quello endo- 
simbiotico [i mitocondri trarrebbero la loro origine da cellule protoca- 
riotiche primitive che si sarebbero installate in cellule eucariotiche per¬ 
dendo successivamente gran parte del loro genoma (9)] e quello episomico 
[i mitocondri trarrebbero la loro origine da un episoma endocellulare che 
avrebbe incluso parte della cellula, ricoprendosi di una membrana for¬ 
mata dalla catena respiratoria (168)]. Lo studio delle caratteristiche delle 
specie chimiche costituenti il sistema mitocondriale della sintesi proteica 
— DNA mitocondriale, RNA mitocondriale, enzimi polimerizzanti gli acidi 
nucleici mitocondriali ed enzimi preporti al processo di translazione mi¬ 
tocondriale — oltre a produrre elementi a favore dell’una e dell’altra ipo¬ 
tesi sulla biogenesi evoluzionistica del condrioma, chiarisce notevolmente 
le caratteristiche di formazione e di funzionamento del condrioma stesso, 
alla luce delle acquisizioni della biologia cellulare-molecolare. 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 355 


II-5b. - Il DNA mitocondriale 

L’esistenza di DNA nei mitocondri è acquisizione relativamente re¬ 
cente: fu, infatti, a partire dal 1960 che diversi autori dimostrarono me¬ 
diante auto-radiografia che tali organuli incorporano timidina marcata. 
L'esistenza di un acido desossiribonucleico extranucleare fu accettata con 
difficoltà; fu necessario, infatti, la dimostrazione di tale esistenza me- 


SACCHAROMYCES 

CEREYISXAE 


FEGATO DI PULCINO 




11.683 
1.740 11.698 


1 tt 

1.740 |1. 


1.698 

707 


Fig. 19. — Dimostrazione dell'esistenza del DNA mitocondriale [da (153) adat¬ 
tato]. Campioni di DNA nucleare e mitocondriale furono estratti da 
diversi tipi di cellule e sottoposti a centrifugazione isopicnica in gra¬ 
diente di cloruro di cesio in una ultracentrifuga analitica. La misura 
dell’entità dell’assorbimento stabilisce la posizione dei vari tipi di DNA 
in seno al gradiente, mentre la densità viene misurata rispetto al 
DNA dal fago SPO-1 (la cui densità è uguale a 1.740 g/ml) (154, 
155). 

Poiché la densità del DNA è funzione lineare del contenuto percen¬ 
tuale della coppia guanina-citosina appare evidente la diversità* chi¬ 
mica del DNA mitocondriale rispetto a quello nucleare dello stesso 
tipo di cellula. 


diante diverse tecniche, e, cioè, oltre l’autoradiografia già menzionata, la 
evidenziazione diretta mediante microscopia elettronica (132-133) e l'iso¬ 
lamento dai mitocondri di un DNA differente in densità dal DNA nu¬ 
cleare dello stesso tipo di cellula (11, 120, Figura 19); quest'ultima distin¬ 
zione è considerata quella più probante. 


24 












356 T. De Leo 


È nozione basilare della biologia molecolare che la densità del DNA 
è funzione lineare del suo contenuto percentuale della coppia guanina- 
citosina (196). Ne consegue che il DNA mitocondriale presenta, rispetto 
a quello nucleare della stessa cellula, un diverso contenuto percentuale 
di tale coppia di basi azotate. L’esame in un gran numero di specie sia 
animali sia vegetali ha mostrato che in alcune specie il contenuto per¬ 
centuale di guanina-citqsina è più elevato nel DNA mitocondriale (fra i 
mammiferi, ad esempio, tale è il caso del bue, del coniglio e della cavia, 
Fig. 20), in altre specie è più basso (sempre tra i mammiferi: ratto, Fig. 20), 
in altre, ancora, uguale (topo, agnello, Fig. 20). Ciò starebbe a dimostrare 
una completa indipendenza fra le due specie di DNA nel corso dell’evo¬ 
luzione filogenetica (153). 


SPECIE ED ORGANO 

PECORA (cuore) 
BUE 

CONIGLIO 
CAVIA (fegato) 
TOPO (fegato) 
RATTO (fegato) 



DENSITÀ' ( g/ml ) 


CONFIGURAZIONE 
DELLA MOLECOLA 

DIAMETRO MEDIO 
DELLA MOLECOLA^) 

MASSA 

MOLECOLARE 

1,690 

V 00 fci.7o*>y'0 0HA NUC. 


5.4 



fu.7031 
, 4*1.702) , 

DNA MIT. 
DNA NUC. 

x 5 CIRCOLO 




fll.7031 
,^11.7011 

DNA MIT. 
DNA NUC. 

il # APERTO 




1(1.7031 

^,.700, 

DNA MIT. 
DNA NUC. 

u 

eoo 

5.66 

4.96 

5.0 



f(1.70* 1 
.(,«.°1 

DNA MIT. 
DNA NUC. 

1.0 x IO 7 
0.95 x IO 7 


jCI. 6901 

, 1(1.7031 , 

DNA MIT. 
DNA NUC. 

ATTORCIGLIATA 


f(1.701l 

DNA MIT. 



Fig. 20. — Caratteristiche morfologiche e chimico-fisiche del DNA mitocondriale 
di alcune specie di mammiferi [adattata da (153) e (212)]. 


La molecola del DNA nei Metazoi presenta (159, 188, 212) una con¬ 
figurazione caratteristica, quella di un’elica (con l’usuale appaiamento 
delle basi di Watson) circolare, del diametro di circa 5 pm che ha la forma 
di un circolo aperto o di una molecola attorcigliata in spire (131) (Fi¬ 
gura 20). La massa molecolare è dell'ordine di IO 7 (Figura 20); poiché 
il contenuto di DNA mitocondriale è dell’ordine di circa IO 1 17 g DNA/mito 
condrio 1 , ciò significa che il numero delle molecole di DNA per mito¬ 
condrio è di poche unità [nel fegato dei mammiferi e dei vertebrati in 
genere: 4-^5 molecole (12)]. 

7 Ad esempio nei mammiferi si ha: 

— DNA mitocondriale = 0.6 pg/mg proteina mitocondriale; 

— mg proteina mitocondriale/g fegato fresco = 60; 

— g DNA mitocondriale/g fegato fresco = 4 x 10~ 7 ; 

— nuclei/fegato fresco — IO 8 ; 

— mitocondri/nucleo = IO 3 ; 

— mitocondri/g fegato fresco = IO 11 . 







lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 357 


II-5c. - La sintesi del DNA mitocondriale e la DNA polimerasi DNA-dipen- 
dente mitocondriale 

La capacità dei mitocondri di sintetizzare il proprio DNA è stata am¬ 
piamente dimostrata (vedere, ad esempio, 83 e 179). Il processo di sin¬ 
tesi del DNA mitocondriale appare essere una replicazione semiconserva¬ 
tiva; le ricerche di Gross e Rabinowitz sui mitocondri da fegato di ratto 
lo dimostrano chiaramente (82). La replicazione sembra avvenire nel corso 
del ciclo cellulare, soprattutto fra la fase S e la citodieresi (107), il che 
mostra chiaramente l'indipendenza fra la sintesi del DNA mitocondriale 
e quella del DNA nucleare nello stesso tipo di cellule. 

Tale indipendenza ha come logica conseguenza che i mitocondri deb¬ 
bano possedere un loro autonomo sistema di sintesi del DNA mitocon¬ 
driale. La capacità di incorporare deossinucleosidi trifosfati nel DNA mi¬ 
tocondriale da parte di mitocondri isolati è stato dimostrato sia per 
gli epatociti di ratto (88-149), sia per le cellule di lievito (223). L'enzima 
è stato isolato e purificato dai condrioma di vari tipi di cellule (96, 103, 
126); le polimerasi nucleari e quella mitocondriale dello stesso tipo di 
cellula hanno forme molecolari differenti. Kalf e Ch'ih (103) suggeri¬ 
scono che l'enzima mitocondriale preferisce come stampo il DNA mito¬ 
condriale. Altra caratteristica importante della polimerasi mitocondriale 
— almeno di quella presente nell'epatocita di ratto — é la notevole sen¬ 
sibilità all'azione inibitrice del bromuro di etidio, rispetto alle polime¬ 
rasi nucleari. Nel fegato di ratto, infine, è stato dimostrato da Ch'ih e 
Kalf (24) [dall'esame comparato dell'incorporazione degli aminoacidi nelle 
proteine cellulari, sia « in vivo », sia « in vitro », in presenza di specifici 
inibitori che permettono di distinguere la biosintesi proteica nucleare da 
quella mitocondriale (paragrafo II-5)] che la DNA polimerasi mitocon¬ 
driale è sintetizzata al di fuori dei mitocondri, ovvero la sua sintesi ap¬ 
pare essere sotto il controllo del genoma nucleare. 


II-5d. - Le RNA polimerasi DNA-dipendenti mitocondriali 

Nel triennio 1964-67 parecchie scuole mostrarono, quasi contempora¬ 
neamente, che i mitocondri isolati sono capaci di sintetizzare RNA dai 
nucleosidi trifosfati usando DNA mitocondriale come stampo (102, 120, 
135, 169, 222). La membrana mitocondriale è impervia e poco pervia a 
diverse specie chimiche coinvolte nel processo biosintetico dell’RNA mito¬ 
condriale, quali i nucleosidi trifosfati stessi, quasi tutti gli inibitori e 
così via; si usano, pertanto, più vantaggiosamente mitocondri pretrattati 


358 T. De Leo 


in modo da aumentare la permeabilità della loro membrana (135, 169).. 
In tali mitocondri è possibile dimostrare che la reazione, mentre è com¬ 
pletamente insensibile daH'a-amanitina (la cui azione inibente a basse 
dosi della polimerasi II ed ad alte dosi della polimerasi III nucleari è 
stata illustrata nel paragrafo II-4e) è specificamente inibita dalla rifam- 
picina (una specie chimica che inibisce specificamente le polimerasi bat¬ 
teriche) e dal bromuro di etidio (168). L'isolamento in forma purificata 
dell'enzima responsabile del processo di trascrizione mitocondriale, la RNA 
polimerasi DNA-dipendente mitocondriale, è avvenuta in questi ultimi anni 
da varie fonti biologiche (68, 113, 120, 129, 181, 210, 229), tra cui il fegato 
di ratto (68). L'enzima apparirebbe essere unico nei mitocondri finora 
esaminati, fatta eccezione di quelli del lievito, nei quali alcuni autori (45, 
224) trovano più polimerasi, come nel nucleo, altri (182) una sola. Ete¬ 
rogenee appaiono anche diverse caratteristiche delle varie polimerasi mi- 
tocondriali finora esaminate. Quella che più particolarmente interessa ai 
fini di questa monografia — la RNA polimerasi da fegato di ratto — ap¬ 
pare essere un enzima formato da un'unica catena polipeptidica, di massa 
molecolare pari a 60.000 -f- 66.000, insensibile all’a-amanitina, mentre è ini¬ 
bita dalla rifampicina e allorché la forza ionica del mezzo di incubazione 
presenta elevati valori (168). Le altre polimerasi finora studiate presen¬ 
terebbero caratteristiche più o meno diverse da caso a caso [M:M da 
60.000 a 2.600.000, numero di catene polipeptidiche da 1 a 3, sensibilità al- 
l'a-amanitina (lievito (168)), insensibilità alla rifampicina (ovaie di Xe¬ 
nopus (227), lievito secondo alcuni autori (181)), ecc. ecc.]. 

Un altro enzima polimerizzante è stato anche evidenziato ed isolato' 
nei mitocondri: la poli(A) polimerasi che, incubata in presenza di ATP 
forma un nucleotide poliadenilico, polimerizzando n molecole di AMP; tale 
enzima è stato finora ritrovato solo nel condrioma di fegato di ratto e 
nell'epatoma di Morris. La trascrizione del poli(A) non richiede come 
stampo DNA mitocondriale (97, 129). 


II-5e. - URNA mitocondriale e i mitoribosomi 

I mitocondri delle cellule eucariote contengono una quantità di RNA 
circa 10 20 volte maggiore di quella del DNA mitocondriale. Gli studi 

sulla caratterizzazione dell'RNA mitocondriale sono ancora largamente in 
corso, focalizzati su alcuni particolari tipi di cellule, quali lievito, Neu¬ 
rospora crassa, Tetrahymena piriformis, cellule HeLa, Xenopus laevis ed, 
infine, epatociti di ratto. 


lodìotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 359 


La presenza nei mitocondri di particelle simili ai ribosomi ialopla- 
-smatìci è stata dapprima ipotizzata (per spiegare la capacità di sinte¬ 
tizzare proteine del condrioma) e poi, dopo diversi tentativi infruttuosi, 
direttamente dimostrata [Kuntzel, ricerche in Neurospora crassa, 1967-69 
(110, 111, 112)]. Essi possono essere denominati « mitoribosomi » per di¬ 
stinguerli da quelli ialoplasmatici o citorìbosomi, secondo la proposta di 
Ashwell e Work (4), o, se provenienti da cellule di Metazoi, « miniribo- 
somi » a causa del basso valore delle loro costanti di sedimentazione 
(55 t<0 S), rispetto a quella dei citorìbosomi eucarìotici (80 S), I mitori¬ 

bosomi sono stati studiati in materiale biologico essenzialmente uguale 
a quello usato per lo studio del ORNA mitocondriale ed innanzi riferito. 

Nel fegato di ratto vi sono tre differenti specie di RNA, stabili e 
■capaci di ibridare con il DNA mitocondriale, di massa molecolare (quale 
stimata dai valori della mobilità elet.Lroforeti.ca su gel di poliacrilamide) 
rispettivamente pari a 6.6 x IO 5 , 3.4 x IO 5 e 2.7 x IO 4 (1); le prime due 
specie appaiono essere RNA ribosomali, contenuti nei mitoribosomi, la 
terza RNA transfer. 

I mitoribosomi da fegato di ratto presentano sia le proprietà ge¬ 
nerali esibite da tutti i ribosomi isolati finora dai condrioma di cellule 
animali e vegetali [alto valore del rapporto proteine/RNA, struttura lar¬ 
gamente ripiegata dell'RNA, dissociazione a valori elevati del rapporto 
magnesio-ione/cationi monovalenti (10)] sia le proprietà particolari esi¬ 
bite dai ribosomi isolati dal condrioma di cellule animali [basso valore, 
come abbiamo detto, della costante di sedimentazione (55 60 S), ri¬ 

spetto a quella (80 S) dei citorìbosomi dello stesso tipo di cellule (37, 
105, 136, 171)]. 

Circa, infine, il sito cellulare di sintesi delle proteine costituenti i 
mitoribosomi, la quasi totalità dei ricercatori sono dell'avviso che esse 
sono sintetizzate a livello dei citorìbosomi (118, 178). 


II-5f. - I prodotti del precesso di transazione mitocondriale: le proteine 
mitocondriali sintetizzate in situ 

Nei primi anni della scorsa decade alcuni ricercatori (Kroon, Roodyn, 
Work ed altri) mostrarono chiaramente che mitocondri isolati incorpo¬ 
rano aminoacidi nelle loro proteine (108, 109, 162, 163, 164, 165) e che tale 
incorporazione non è un artefatto dovuto' a contaminazioni nucleari o 
batteriche, in quanto si verifica sia in condizioni di asepsi, sia utilizzando 
mitocondri provenienti da animali germ-free (80, 123). 


360 T. De Leo 

Come fu indaginosQ stabilire un’effettiva esistenza di una biosin¬ 
tesi proteica mitocondriale autonoma, così è stato diffìcile riconoscere 
la natura delle proteine mitocondriali sintetizzate «in situ » dai mito- 
condri. Gli studi a tale riguardo — peraltro ancora in corso — utilizzano 
varie tecniche, fra cui essenzialmente —- almeno per gli epatociti di ratto—• 
l'esame dei prodotti dell’incorporazione « in vivo » ed « in vitro » di ami¬ 
noacidi marcati nelle proteine mitocondriali in presenza di due inibitori 
della sintesi proteica, il c!oramfcnicolo e la cicloeximide. Il primo ini¬ 
bisce la sintesi proteica nei mitocondri isolati da fegato di ratto (29) 
— così come inibisce la biosintesi proteica batterica —, mentre il se¬ 
condo — la cicloeximide — inibisce la biosintesi proteica a livello dei 
citoribosomi (4). Il cloramfenicolo non ha nessun effetto su tale ultima 
sintesi, così come la cicloeximide non ne ha su quella dei mitocondri 
isolati (4). Sebbene il blocco della sintesi proteica a livello dei citoribo¬ 
somi porta successivamente al blocco della sintesi proteica autonoma mi¬ 
tocondriale, mentre l’inibizione di quest’ultima blocca, a sua volta, la bio¬ 
sintesi ialoplasmatica, un’attenta analisi permette di individuare la ge¬ 
nesi delle proteine mitocondriali (4). I risultati ottenuti finora sono an¬ 
cora scarsi per poter descrivere efficacemente la natura delle proteine 
mitocondriali sintetizzate « in situ », ma indicano strade da percorrere 
molto interessanti. Molti ricercatori hanno recentemente riferito che i 
prodotti della sintesi proteica mitocondriale « in situ » sono proteine a 
bassa massa molecolare, altamente idrofobe e, quindi, solubili nei sol¬ 
venti organici. Hardvary e Kadenback (86) riportarono nel 1973 che il con¬ 
drioma da epatocita di ratto sintetizza proteine di massa molecolare 
8.000 30.000, solubili nel coloroformio. Wheeldon e coll. (217) nel 1974 

riferirono che il principale prodotto della biosintesi proteica autonoma 
mitocondriale nel fegato di ratto sono proteine a massa molecolare 
12.000 -f- 13.000, legate ai mitoribosomi ed altamente idrofobe. Anche altre 
cellule — ad esempio lievito — mostrano di sintetizzare proteine mito¬ 
condriali con analoghe caratteristiche (211). Tali risultati hanno portato 
all'ipotesi di Michel e Neupert (128) sulla funzione fisiologica della bio¬ 
sintesi proteica mitocondriale autonoma: il meccanismo di transazione 
mitocondriale si sarebbe conservato (qualora si accetti l'ipotesi endosim- 
biotica, paragrafo Il-Sa) o formato (qualora si accetti l’altra ipotesi, quella 
deH’episoma, medesimo paragrafo) in quanto alcune proteine mitocon¬ 
driali . e, precisamente, quelle della membrana mitocondriale interna — 

essendo altamente idrofobe, non possono essere sintetizzate fuori dal 
mitocondrio e poi ivi trasportate. Un’altra funzione delle proteine mi¬ 
tocondriali sintetizzate «i n situ » sembrebbe essere quella di coordinare 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 361 


i due processi biosintetici della cellula, quello promosso dal genoma nu¬ 
cleare e quello promosso dal genoma mitocondriale (6). 


Ili RISULTATI SPERIMENTALI ORIGINALI E LORO DISCUSSIONE 


III-l. - Efetti della tiroidectomia e della somministrazione «in vivo» di 

TRIIODIOTIRQNINA SULLA POPOLAZIONE MITOCONDRIALE EPATICA 
III-la. - Impianto sperimentale della ricerca 

III-l a.I - Animali . — Le ricerche sugli effetti dell'ablazione della ti¬ 
roide sulla popolazione mitocondriale epatica furono eseguite (32, 33, 34, 
66, 67, 116, 117, 170) utilizzando tre gruppi di animali: 

a) animali normali: ratti Wistar maschi di 60 giorni di età (ovvero 
all'epoca della completa maturità sensuale), alimentati dallo svezzamento 
in poi ad libitum con una dieta standard (Mil - ratti, Merini, San Polo 
d'Enza, Reggio Emilia), normale in iodio (1 pg di ioduro-ione/g di alimento 
fresco). 

La stabulazione dei ratti avveniva in un ambiente a temperatura co¬ 
stante (24 + 1° C), sottoposto ad un ciclo circadiano costante artificiale 
di luce-oscurità (ciascun periodo di 12 ore), in gabbie che permettevano 
una notevole deambulazione. Tali condizioni impediscono l'influenza delle 
modificazioni termiche o delle variazioni stagionali della durata dell'il¬ 
luminazione naturale nello stabulario o della restrizione dell'attività fi¬ 
sica sull'attività della tiroide (48). 

b) Animali tiroidectomizzati (T). L'ablazione della tiroide (che in 
pratica dà luogo ad una tiroide-paratiroidectomia) veniva eseguita al 25° 
giorno d’età (ovvero allo svezzamento) chirurgicamente (33); successiva¬ 
mente gli animali venivano stabulati e alimentati come quelli normali. Al 
posto dell’acqua veniva usato per il loro abbeveramento una soluzione con¬ 
tenente 1 g di Vitamina C, 0.625 g di CaC0 3 , 300 U.I. di Vitamina D e 15 mg 
di Vitamina B 6 /litro. Dopo il sacrificio venivano esaminate sezioni seriali 
della regione tracheale e i risultati provenienti da ratti che mostravano 
residui di tessuto tiroideo venivano scartati. 

c) Animali trattati con triiodiotironina (T + T 3 ). I ratti di tale gruppo 
furono tiroidectomizzati al 25° giorno d’età e trattati con l’ormone negli 
ultimi dieci giorni precedenti al sacrificio. La stabulazione e l'alimenta¬ 
zione erano uguali a quelle degli animali normali, mentre l’abbeveramento 


T 4 SIERICA *g/ioo mi) PESO CORPOREO IN g 


362 T. De Leo 



5.0 


4.0 


3.0 


- 2.0 


- 1.0 


- 0 


CON T, 



_ 

_ 


NORMALI 

- 

- 

5 

_0_0_ 0_ . 
/ 6 T+ T. 

<y 

/ 

TIROID. 

-i-L-. 

—1-1 1 


60 


< 
40 O 

cc 


co 


20 


20 

UJ^ 

I _ UJ 

J(/l et 
U< ° 15 

QCD è 

o 

c<0 ° 


t© 


o^2 

O _J 

Jo 
LJ CD 
X 


10 - 


•5 - 


NORMALI 


’^T+t, 


TIR0ID. 


50 1 52 54 56 58 1 60 EIA' IN GIORNI 5° 


TRATTAMENTO 

CON T» 


52 54 56 58 

TRATTAMENTO 
CON T 3 


60 


Fig. 21. — Caratteristiche dei ratti Wistar maschi in accrescimento, normali, ti- 
roidectomizzati e trattati con T 3 , usati nelle ricerche sperimentali (33). 


PESO TIROIDE IN g 















lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 363 


ed il controllo istologico dell'assenza di tessuto tiroideo avveniva come 
per i ratti tireodoctomizzati. 

L'ormone fu somministrato alla dose di 10 pg di T 3 /100 g di peso cor¬ 
poreo a giorni alterni dal 49° al 59° giorno, mediante iniezioni subcutanee 
di T 3 al 0.01 % (m/v) in NaCl 0.15 M, pH 7.5 (la T 3 veniva disciolta nel 
minimo volume di NaOH 0.1 N e poi diluita con la soluzione fisiologica 
innanzi detta. 

La dose ormonale adoperata nelle nostre ricerche può considerarsi 
« sostitutiva » (capace, cioè, di riportare i ratti nel periodo di maturazione 
sessuale ad uno stato eutiroideo o leggermente ipertiroideo) in quanto: 

a) ripristina negli animali T la normale velocità di crescita (la 
velocità di accrescimento corporeo fra il 50° ed il 60° giorno è pari a 0,7 
g/100 g/giorno nei ratti T, mentre sale a 3.3 g/100 g/giorno durante il 
trattamento con T 3 , valori perfettamente uguali a quelli dei ratti normali 
di pari età); 

b) ripristina negli animali tireodectomizzati il tasso di sopravvivenza 
del 98-100 % degli animali normali; 

c) non dà luogo a tachicardia, caratteristica, come è ben noto, del- 
l’ipertiroidismo : la frequenza cardiaca, pari a 330 + 2 battiti/minuto negli 
animali tiroidectomizzati, sale, in quelli trattati con T 3 , dopo 10 giorni di 
trattamento a 370 ± 2 battiti/minuto, valore inferiore a quello degli ani¬ 
mali normali, pari a 450 ± 6 battiti/minuto. 

Le caratteristiche degli animali appartenenti ai tre gruppi già detti 
(normali, tiroidectomizzati o tiroidectomizzati e trattati con T 3 ) sono ri¬ 
portati nella Figura 21. 

III-la.II - Preparazione delle frazioni cellulari . — I ratti a digiuno dal¬ 
la sera precedente, furono isacrificati per decapitazione al 60° giorno d’età 
(quelli T + T 3 , 24 ore dopo l’ultima somministrazione dell’ormone) fra le 
9 e le 10 del mattino. I fegati furono rimossi, lavati varie volte con so¬ 
luzione di Krebs-Ringer a pH 7.4, asciugati, pesati, tagliati in piccoli pezzi 
ed, infine, omogeneizzati in Saccarosio 0.3 M, EDTA 0.5 mM, TRIS - HC1 
20 mM, pH 7.4, nel rapporto di 1 g di fegato fresco/10 mi della soluzione 
innanzi indicata. 

Tutte queste operazioni e quelle che saranno successivamente descritte 
furono eseguite, fino all’addizione di agenti chimici denaturanti le pro¬ 
teine, utilizzando vetreria, ferri chirurgici e soluzioni sterili; i fegati ap¬ 
pena rimossi furono portati a 0° v 4° C e a tale temperatura si operò suc¬ 
cessivamente. 


364 T. De Leo 


Furono utilizzati (34, 67, 117) per le indagini: 

a) omogenato, preparato come innanzi detto; 

b) nuclei puri: nuclei grezzi furono isolati dalFomogenato per cen¬ 
trifugazione a 100 x g X 10 minuti e purificati per centrifugazione a 
20000 r.p.m. per un’ora in saccarosio 2.2 M. 

c) mitocondri purificati: mitocondri grezzi furono isolati dal su¬ 
pernatante (ottenuto dalFomogenato dopo isolamento dei nuclei grezzi) 
per centrifugazione a 5000 x g X 10 minuti; tale frazione fu incubata a 
4° C per 40 minuti in saccarosio 0.32 M, TRIS - HC1 5 mM, pH 7.4, con¬ 
tenente 20 pg/ml di DNasi pancreatica; successivamente, dopo lavaggio 
per due volte con la soluzione usata per Fomogenizzazione, i mitocondri 
trattati con DNasi furono sospesi nella già detta soluzione e mescolati con 
saccarosio 2.4 M, EDTA 0.5 mM, TRIS - HC1 20 mM, pH 7.4, nel rapporto 
di 1:2.25 (v/v), in modo da ottenere una concentrazione finale di sacca¬ 
rosio pari a 1.76 M. La soluzione Saccarosio, EDTA, TRIS-HC1 usata per 
Fomogenizzazione fu stratificata su tale sospensione e il tutto centrifugato 
a 83700 x g X 90 minuti in modo da far flottare i mitocondri all’interface 
fra lo strato inferiore di saccarosio 1.76 M e quello superiore di saccarosio 
0.32 M (i nuclei e i frammenti cellulari contaminanti i mitocondri se¬ 
dimentano al fondo durante la centrifugazione); i mitocondri furono, in¬ 
fine, rimossi e sospesi in un piccolo volume di saccarosio 0.32 M, TRIS-HC1 
20 mM, pH 7.4. 

d) mitocondri puri: i mitocondri grezzi ottenuti come innanzi de¬ 
scritto furono purificati in un gradiente lineare di saccarosio 1.03 -» 1.91 M 
per centrifugazione 20000 r.p.m. per 2 ore (Fig. 22). Nella zona centrale 
di tale gradiente (dalla frazione 9° a quella 20°) sono concentrati i mito- 
condri puri. Infatti la citocromo c ossidasi è presente solo in tale fra¬ 
zione, mentre i livelli del DNA erano in essa pari all’l % circa di quelli 
esibiti dai nuclei puri e Fattività della glucosio-6 fosfatasi era pari al 3 % 
di quella dei microsomi puri ; l’esame al microscopio a contrasto di fase 
rivelò, infine, l’assenza in tale frazione sia di nuclei, sia di frammenti nu¬ 
cleari e cellulari. L'ulteriore purificazione della frazione dei mitocondri 
puri nel gradiente di saccarosio non modificò i suoi livelli del DNA e 
dell'RNA mitocondriale (Fig. 23) (31, 34) il che dimostra l’elevato grado 
di purezza della frazione stessa. 

IlI-la.III - Determinazioni. — La conta dei nuclei e dei mitocondri 
fu eseguita usando direttamente Fomogenato per i mitocondri o le so¬ 
spensioni degli organuli per i nuclei e per i mitocondri; le varie sospen¬ 
sioni furono diluite, in ogni caso, con Saccarosio 0.25 M, TRIS-HC1 20 mM, 


MOLARITA’ DEL DISTRIBUZIONE DELLE PROTEINE 

SACCAROSIO IN % DEL PICCO • 



o 

o 

GL 

LU 


MITOCONDRI 
PURI (9-20 


9-20 


DNA/PROTEINE 

ATTIVITÀ' 

GLUCOSSO-6- 

"FOSFATASI 

BATTERI 


1% DEI NUCLEI PURI 
3% DEI MICROSOMI PURI 


0.2-H.0x10 3 /mg PROTEINE 

MITOCONDRI ALI 


Fig. 22. — Caratteristiche del gradiente di saccarosio 1.03 —» 1.91 M usato per pu¬ 
rificare i mitocondri (in alto e al centro) e della frazione subcellulare 
( = mitocondri puri) contenuta nelle frazioni 9 ~>20 del gradiente (in 
basso) (34). 














366 T. De Leo 


pH 7.4 fin ad ottenere una concentrazione finale di 5 4- 10 organuli per 
ogni campo del microscopio, in modo da effettuare conteggi accurati al- 
ringrandimento usato. L’osservazione fu fatta con un microscopio Leitz- 
Grthoplan usando per il conteggio dei nuclei una camera conta-globuli di 
Thoma-Zeiss e per quello dei mitocondri una camera contabatteri di 
Petroff-Hauser. 



Fig. 23. — Livelli degli acidi nucleici nei mitocondri purificati diverse volte in 
gradiente di saccarosio 1.03 1.01 M (33). 


La popolazione nucleare presente in 1 g di fegato fresco fu stimata 
dividendo i valori dei livelli di DNA/g fegato fresco per quelli che espri¬ 
mono i livelli di DNA/nuclei (questi ultimi furono misurati dosando sulla 
stessa sospensione di nuclei puri sia il DNA, sia il numero dei nuclei). 
La popolazione mitocondriale presente in 1 g di fegato fresco fu stimata 
contando direttamente i mitocondri presenti nell'omogenato. La stima 
della concentrazione batterica risultò pari a 0.20 -4- 1.0 X IO 3 batteri/mg 
proteine mitocondriali, mentre il numero dei mitocondri corrispondenti 
a 1 mg di proteine appaiono essere 0.7 4-2.1 x IO 10 (paragrafo Ill-lb); 
tali valori dimostrano che il rapporto batteri : mitocondri è pari a 1 : IO 7 , 
per cui non si commette errore nel conteggio dei mitocondri per la pre¬ 
senza dei batteri. 

I livelli del DNA e dell’RNA mitocondriali (32, 33) furono determinati 
sui mitocondri puri usando rispettivamente il metodo di Burton per il 





















Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 367 


DNA (18), e quello di Ceriottx per l'RNA (22) e quello di Lowry e coll, 
per le proteine (119). 

L'attività della DNA polimerasi mitocondriale (32, 33) fu determinata 

incubando mitocondri purificati in quantità corrispondenti a 1.5 -f 2 mg 
di proteine mitocondriali con 1 mi della miscela di Wintersberger 8 in 
un agitatore Dubnoff a 37° C per 10 minuti. La reazione fu fatta terminare 
aggiungendo 10 mi di acido tricloroacetico al 5 % (m/v) — pirofosfato di 
sodio 60 mM; il materiale acido insolubile, lavato cinque volte con il pre¬ 
cipitante, fu, infine, sospeso in 1.0 mi di acido tricloroacetico al 5 % 
(m/v) e idrolizzato per riscaldamento a 100° C per 30 minuti. La radioat¬ 
tività dell’idrolizzato fu misurata utilizzando il contatore a scintillazione 
Mark I della Nuclear Chicago, usando una miscela di scintillazione pre¬ 
parata sciogliendo 4 g di 2,5 difenilossazolo (PPO) 1.4 mg di [2,5-feni- 
lossazolil)] — benzene (POPOP) e 120 g di naftalene in 1-4 diossano e 
portando ad 1 litro con questo ultimo solvente. 

L’attività della RNA polimerasi mitocondriale fu determinata utiliz¬ 
zando mitocondri grezzi rigonfiati (i mitocondri intatti sono quasi impervi 
ai nucleosidi trifosfati, mentre quelli rigonfi sono ad essi pervi) con il 
seguente trattamento: la frazione fu sospesa in tampone di fosfato 0.1 M, 
pH 7.4, per 15 minuti a 30° C; i mitocondri rigonfiati furono isolati per 
centrifugazione e sospesi in Saccarosio 0.25 M, TRIS-HC1 20 mM, pH 7.4. 
Una aliquota di tale sospensione corrispondente a 0.25 mg di proteine mi¬ 
tocondriali fu incubata con una miscela contenente 1 mi: 

— 50 pinoli di TRIS-HC1, pH 74.; 

— 3 pinoli di Mg Cl 2 ; 

— 50 pmoli di KC1; 

— 4 pmoli di fosfoenolpiruvato (PEP); 

— 40 pgrammi di piruvato-chinasi (PK); 

— 100 pmoli di adenosintrifosfato (ATP), di guanosintrifosfato (GTP), 
di citosintrifosfato (CTP); 


8 1 mi della miscela Wintersberger contiene: 

— 20 pmoli di TRIS-HC1, pH 7.4; 

— 20 pmoli di Mg Cl 2 ; 

— 4.8 pmoli di fosfoenol-piruvato (PEP); 

— 100 pgrammi di piruvato chinasi (PK); 

— 50 nmoli rispettivamente di deossiadenosintrifosfato (dATP), di deossigua- 
nosintrifosfato (dGTP), di deossicitosintrifosfato (dCTP) e di timidintrifosfato 
(dTTP). 

— 8 pCi di metil — [ 3 H] dTTP o [8 — 3 H] — dATP con attività specifica ini¬ 
ziale di 17.1 o 17.3 Ci/mole rispettivamente. 


368 T. De Leo 


® ■: '.v: . •: :/u!vj" 

— 50 mCi [ 3 H] — uridintrifqsfato (UTP) con attività specifica iniziale 
di 1000 Ci/mole. 

L'incubazione fu eseguita in un agitatore Dubnoff a 30° C per 10 mi¬ 
nuti e la reazione fu fatta fermare aggiungendo la stessa soluzione usata 
per la misura della DNA polimerasi. Il materiale acido-insolubile fu rac¬ 
colto su filtro Millipore e lavato con acido tricloroacetico al 5 % (m/v) 
freddo. I filtri furono essiccati, sospesi nello istesso liquido di scintillazione 
usato per il dosaggio della DNA polimerasi e la relativa radioattività fu 
misurata nel contatore a scintillazione Tri-Carb della Packard. 

III-la.IV - Esame istologico del fegato e della tiroide 9 . — Le tiroidi, 
prelevate unitamente a tratti di laringe e trachea, furono fissate in Bouin 
o in formalina neutra al 10 %. 

I pezzi, previa inclusione, vennero tagliati in serie e i preparati furono 
colorati con ematossilina-eqsina, Bodian e Weigert. 

Pezzi prelevati dai lobi destro e quadrato del fegato furono fissati in 
formalina neutra al 10 %, inclusi in paraffina, tagliati in serie e colorati 
con le comuni metodiche. 


Ill-lb. - Risultati e loro discussione 

III-lb.I. - Effetto della tiroidectomia e del trattamento con triiodio - 
tironina sulla popolazione mitocondriale. — La popolazione nucleare epa¬ 
tica (34) rimane inalterata su valori pari a 3.10 x IO 8 nuclei/g fegato fresco, 
sia dopo ablazione della tiroide sia dopo trattamento con T 3 degli animali 
tiroidectomizzati (Fig. 24). 

Il numero delle cellule polinucleate epatiche (determinato mediante 
esame istologico del fegato) risulta pari a 10.5 + 0.8, 9.9 + 0.7 e 10.2 ± 0.7 
su 1000 cellule, rispettivamente nei ratti normali, tiroidectomizzati e ti¬ 
roidectomizzati e trattati con T 3 ; tali valori mqstrano che non si com¬ 
mette un grande errore ritenendo il numero delle cellule pari al numero 
dei nuclei. 

La popolazione mitocondriale epatica decresce (Fig. 24) al 72.3 % dopo 
l'ablazione della tiroide: essa, infatti, passa da 1.72 ( ± 0.05) x IO 11 mito- 


9 L’esame istologico del fegato e della tiroide fu eseguito dal prof. G. V. 
Pelagalli e dal Dott. G. Paino della I Cattedra di Anatomia Sistematica e Com¬ 
parata della Facoltà di Medicina Veterinaria deU'Università di Napoli; ad essi 
vanno vivissimi ringraziamenti da parte dell’A. 


lodictironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 369 


condri/g fegato fresco (corrispondente a 550 mitocondri/nucleo o, appros¬ 
simativamente, per cellula) a 1.25 (± 0.05) x IO 11 mitocondri/g fegato fresco 
(397/nucleo o, approssimativamente/cellula) con un decremento stati¬ 
sticamente significativo (p<0.01). La somministrazione della triiodiotiro- 
nina per 10 giorni (dal 51° al 59° giorno d'età) incrementa la popolazione 
mitocondriale a 1.41 ( + 0.01) x IO’ 1 mitocondri/g fegato fresco (447 mito- 


RATTI NORMALI 



RATTI TIROIDECTOMIZZATI 

3.15 «IO 8 


MITOCONDRIALE : 550 hit/nucleo 

( 100 *) 



400 miri nucleo 

(72 X) 


RATTI TIR. E TRATTATI CON T 3 



450 miri NUCLEO 

(92 X) 



1,5* IO" 13 

a. PRO! INUT 


I 



1^ 


0.45, IO -13 

c. pRorjMir 



Fig. 24. — Rappresentazione schematica dei valori delle popolazioni nucleari e 
mitocondriali epatiche nei ratti normali, tiroidectomizzati e tiroidecto- 
mizzati e trattati con triiodotironina (34). 


condri/nucleo o, approssimativamente/cellula), e livelli minori di quelli 
degli animali normali (81.8% di essi), ma che chiaramente tendono ad 
essi (l'incremento è statisticamente significativo: p<0.01). 

Il contenuto in proteine del mitocondrio (34) (ottenuto dalla determi¬ 
nazione, sulla stessa sospensione di mitocondri puri, sia dei livelli delle 
proteine sia del numero dei mitocondri) è pari a 0.09 x 10~ 13 g di proteine 
mitocondriali negli animali normali; la tiroidectomia porta tale contenuto 

































370 T. De Leo 


a circa il doppio (1.5 x IO -13 ), il trattamento con T 3 a circa la metà 
(0.45 x IO 13 ). 

È noto che i mitocondri di ratti tiroidectomizzati incorporano gli 
aminoacidi nelle loro proteine a velocità minore, sia che la misura di tale 
velocità avvenga con mitocondri isolati [Roodyn et coll. (166)] sia che 
essa sia effettuata nell'animale vivente [Trara- Genoino et coll. (208)]. I ri¬ 
sultati innanzi riportati si possono spiegare ritenendo che la velocità di for¬ 
mazione dei mitocondri decresca in seguito a tiroidectomia, mentre la du¬ 
rata della loro vita media, viceversa, aumenti. Il primo fenomeno porta 
ad una diminuzione del loro numero (diminuzione resa, però, meno co¬ 
spicua dall'incremento della durata della vita media), mentre il secondo 
produce un accumulo delle proteine mitocondriali, malgrado la diminu¬ 
zione della loro velocità di sintesi. A tale proposito va notato che Trara - 
Genoino et coll. (208) hanno mostrato che tale decremento è poco notevole 
per le proteine mitocondriali strutturali, di sintesi mitocondriale, mentre 
è cospicuo per quelle mitocondriali idrosolubili, di sintesi extra mitocon¬ 
driali (vedere paragrafo II-5). La somministrazione di T 3 appare incre¬ 
mentare la velocità di formazione dei mitocondri e diminuire la durata 
della loro vita: il loro numero, infatti, aumenta (il che indica un incre¬ 
mento della loro velocità di formazione), mentre il loro contenuto di pro¬ 
teine diminuisce, malgrado che la velocità di sintesi sia incrementata (il 
che indica un decremento della durata della loro vita). 

III-lb.II - Effetto della tiroidectomia e del trattamento con triiodio- 
tironina sui meccanismi mitocondriali di sintesi degli acidi nucleici mito¬ 
condriali. — La somminstrazione di T 3 a ratti tiroidectomizzati dal 51° al 
59° giorno di vita (Fig. 25) permette di osservare che: 

— l'attività della DNA polimerasi mitocondriale è precocemente e no¬ 
tevolmente stimolata: 24 ore più tardi la prima somministrazione di T 3 
(5 pg/100 g di peso corporeo), i valori dell’attività dell'enzima subiscono, 
infatti, un incremento del 90 % rispetto ai valori osservabili per i ratti 
di pari età tiroidectomizzati, a cui, però, non fu somministrato l’ormone. 
Al quinto giorno di trattamento la stimolazione è pari al 50 %. Appare 
interessante notare che a partire dal 3° giorno i valori dell’attività en¬ 
zimatica diventano dello stesso ordine di grandezza di quelli osservabili 
nei ratti normali di pari età, e non subiscono, successivamente al 5° 
giorno, variazioni di sorta. 

— I livelli del DNA mitocondriale (32, 33 e Fig. 25) cominciano ad 
aumentare a partire dal secondo giorno di trattamento [da 0.6 (valore 
dei ratti tiroidectomizzati) a 2 pg/mg proteina mitocondriale, con un in- 


STIMOLAZIONE % DELL'ATTIVITÀ 



I_I_—L_L 

51 53 

ài 


INIZIO 

TRATTAMENTO 


GIORNI TRATTAMENTO CON T 3 

_i_i_—i_i_i j 

55 57 59 60 

GIORNI DI VITA 

SACRIFICIO 


Fig. 25. — Incremento percentuale dei livelli del DNA e dell’RNA mitocondriali 
e stimolazione percentuale delle attività DNA- ed RNA- polimerasiche 
mitocondriali nei ratti tiroidectomizzati (valori fatti uguali a 100 %) 
nel corso della somministrazione di triiodiotironina (5 pig/100 g peso 
corporeo prò die) (32, 33). 


25 


INCREMENTO % DEI LIVELLI 












372 T. De Leo 


cremento del 233 %], raggiungono i valori massimi al 5° giorno [4 pg 
DNA/mg di proteina mitocondriale, con un incremento del 680%], per, poi, 
tendere lentamente di nuovo ai valori degli animali normali (0.7 0.8 pg 

DNA/mg proteina mitocondriale). Questi risultati, del tutto originali fu¬ 
rono successivamente confermati da Haldar e Work (157). Essi appaiono, 
inoltre, non derivare da uno specifico effetto delle iodiotironine, in quanto 
altri ormoni anabolizzanti, come il testosterone, danno effetti simili, anche 
se quantitativamente meno cospicui (Fig. 26) (32, 33). 



VZ1 TIROSDECTOMIZZ AT I 
G3 TIROIDECT. E TRATTATI CON T 3 
M CASTRATI 

S CAST. E TRATT. CON TESTOSTERONE 
I ERRORE STANDARD 

Fig. 26. — Variazione dei livelli degli acidi nucleici mitocondriali nei ratti in 
accrescimento tiroidectomizzati o castrati e trattati rispettivamente 
con triiodiotironina e testosterone (Ciascun valore rappresenta la me¬ 
dia ottenuta con gruppi da 3 a 5 animali; * = differenze statistica- 
mente significative (p < 0.001); O : idem (p < 0.05). 


— L'attività RNA polimerasica mitocondriale (66, 67) rimane negli ani¬ 
mali tiroidectomizzati inalterata (Fig. 25) fino al 3° giorno di trattamento, 
mentre comincia ad aumentare a partire dal 4° (con una stimolazione pari 
al 26%); la stimolazione raggiunge il suo massimo (96 %) al 7° giorno, 
rimanendo l'attività polimerizzante FRNA mitocondriale successivamente 


























lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 373 


inalterata sui valori raggiunti (anche dopo 15 giorni di trattamento). Tali ri¬ 
sultati furono confermati da Schimmelpfennig e coll. (177) e da Grqss (81). 

— I livelli dell'RNA mitocondriale (32, 33) (Fig. 25) rimangono inal¬ 
terati (circa 9 pg/mg di proteina mitocondriale) fino al 5° giorno di tratta¬ 
mento, subiscono un incremento del 77 % alT8° giorno (passando da 9 a 
15.8 pg/mg di proteina mitocondriale). Questi risultati, confermati da 
Haldar e Work (157) completano il quadro delineato dallo studio delle 
variazioni dei livelli del DNA e delTattività delle polimerasi mitocondriali 
nel fegato di ratto tiroidectomizzato nel corso del trattamento con tri- 
iodiotironina a dosi sostitutive. 

DalVinsieme dei risultati esposti apparirebbe che le iodiotironine ab¬ 
biano la funzione fisiologica di regolare, nel corso dell’accrescimento cor¬ 
poreo, la popolazione mitocondriale e, quindi la biogenesi dei mitocondri ; 
tale funzione si estrinsicherebbe con la stimolazione del meccanismo au¬ 
tonomo della biosintesi delle proteine mitocondriali. 


III-2. - Variazioni dei livelli delle iodiotironine sieriche e della popola¬ 
zione MITOCONDRIALE EPATICA NEL CORSO DELL'ACCRESCIMENTO CORPOREO 

III-2a. - Impianto sperimentale della ricerca 

III-2a.I. - Animali. — Le ricerche sulle variazioni dei livelli delle io¬ 
diotironine sieriche e della popolazione mitocondriale epatica nel corso 
delTaccrescimento corporeo furono eseguite sui ratti Wistar maschi dalla 
nascita allo sviluppo corporeo completo (150 -h 200 giorni d'età). 

Gli animali erano stabulati, alimentati e sacrificati come indicato nel 
paragrafo precedente (Ill-la). 

Il prelievo del sangue, da cui ottenere il siero necessario per il do¬ 
saggio delle iodiotironine sieriche, fu eseguito con metodiche diverse a se¬ 
condo dell'età deH'animale, per evitare l'emolisi. Tale processo rende im¬ 
possibile, infatti, il dosaggio della T 3 mediante analisi radioimmunologica e 
difficile quello della T 4 mediante analisi per competizione; esso avvene tanto 
più facilmente quanto più giovane è l'animale da cui si preleva il sangue. 
Tale operazione fu eseguita, pertanto, mediante puntura cardiaca nei ratti 
dallo svezzamento in poi (d’età, cioè, superiore a 25 -p 30 giorni), per pre¬ 
lievo dalla giugulare da 4 5 giorni alla fine dello svezzamento e, infine, 

per decapitazione dalla nascita al 4° giorno d'età. 

III-2a.II - Dosaggio delle iodiotironine sieriche. — Il dosaggio della 
tetraiodiotironina o tiroxina sierica è stato effettuato secondo una modi- 


374 T. De Leo 



TBP (PROTEINE VEICOLANTI LA 

TIROXIN A SIERICA IN ESAME) 

[tbpa.alb.tbg] 


ALCOOL ASSOLUTO 


V 



INCUBAZIONE 

A 17-30* 

PER 30 MIN. 



DOSAGGIO RADIOATTIVITA’ 

Fig. 27. — Rappresentazione schematica dell’analisi per competizione della tetra- 
iodiotironina sierica secondo il metodo di Murphy e Pattee modi¬ 
ficato (130). 







Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 375 


fica del metodo di Murphy e Pattee (130), basata sul seguente principio 
(Figura 27): 

a) la X 4 in esame viene estratta dal siero mediante alcool assoluto 
che la libera dai legami con le proteine sieriche (TBPA, Alb e TBG) che 
la veicolano nel sangue, in quanto denatura le proteine sieriche; 

b) la (soluzione alcolica della T 4 in esame, così ottenuta, viene fatta 
incubare — a temperatura ambiente (17 -4- 30° C) e per 30 minuiti — 
con una soluzione contenente TBG legata a tiroxina marcata con 125 I 
[ 125 I -T 4 - TBG], e granuli di adsorbente solido capace di legare reversibil¬ 
mente la T 4 — radioattiva o inerte —; la T 4 in esame compete con la 
125 I - T 4 per i siti della TBG leganti la T 4 , che sono in numero limitato 
per cui la T 4 in esame spiazza da tali siti una quantità proporzionale alla 
sua massa di 125 I-T 4 , che viene, viceversa, legata all’adsorbente solido; 
ne consegue che isolando la TBG alla fine dell'incubazione questa è tanto 
meno radioattiva quanto maggiore era la quantità della T 4 in esame (da 
ciò la denominazione di «analisi per competizione»); 

c) la radioattività della TBG marcata isolata dopo incubazione viene 
determinata e la relativa quantità della T 4 in esame ottenuta dai valori 
della radioattività mediante l'uso di una retta di taratura, costruita dai 
risultati emersi dall'analisi di sieri contenente quantità note e crescenti 
di T 4 (Figura 28). 

Il dosaggio della triiodiotironina sierica mediante analisi radioimmu- 
nologica è stato effettuato secondo una modifica del metodo di Brown e 
coll. (16) basata sul seguente principio: 

a) la T 3 sierica in esame viene incubata — a 37° C per 90 minuti — 
con una miscela contenente : 

— triiodiotironina marcata con 125 I [ 125 I - T 3 ] ; 

— Pantisiero [ottenuto in coniglio mediante un immogeno costituito 
da T 3 coniugata con succinil-poli-L-lisina ] in tampone di fosfato-citrato a 
pH 7.0, contenente lo 0.03% (m/v) di acido 8 anilino-l-naftalen-solfonico ; 

— il siero. 

In tali condizioni sia la T 3 sierica in esame sia la 125 I-T 3 competono 
per i siti leganti dell'anticorpo, mentre l'acido 8 anilino-l-naftalen-solfonico 
impedisce che entrambe le specie chimiche si leghino alle TBP del siero: 

T 3 in esame —_ . 


125 I-T 


anticorpo + antigene —> antigene — anticorpo — 
— T 3 in esame - 125 I-T 3 [III-l] 


376 T. De Leo 


b) alla miscela d’incubazione alla fine di tale processo viene addi¬ 
zionata una sospensione di carbone destrano in tampone fosfato-citrato, 
pH 7.0, e il tutto incubato in modo da absorbire la T 3 ■— marcata e non — 
libera; il complesso antigene — anticorpo — T 3 viene isolato per centri¬ 
fugazione e la sua radioattività opportunamente dosata. 

Mediante una retta di taratura — analoga a quella per il dosaggio 
delle T 4 — ottenuta dai risultati dell’analisi di siero contetente quantità 
note e crescenti di T 3 , si risale alla quantità di T 3 in esame. 

Il dosaggio richiede esclusivomente l’uso di siero non emolizzato e 
privo di anticoagulanti. 


LJO 

<z 

LO< 

99 


iE Q 98 ' 

0?r 97 - 
CLl— 96 - 

Z> 95- 


°|— 

— e£ 90 



<C <1 8 0 

h-cr 




70- 
60 - 


< LJ 50 

oq 40 



1 



J_l_I_I I I 111. 

2 3 4 56789 10 


1 .-l..- 

2 0 30 


DI TIROXINA/100 mi DI SIERO 

Fig. 28. — Relazione fra la radioattività delle soluzioni alcooliche di T 4 nel do¬ 
saggio deH’ormone mediante analisi per competizione secondo il me¬ 
todo di Murphy e Pattee (130). 


III-2b. - Risultati e loro discussione 

III-2b.I - Esame istologico della tiroide al variare dell’età. — L’esame 
istologico della tiroide (35, 36, Fig. 29) mastra che nel ratto neonato la 
ghiandola è abbastanza differenziata e presenta numerosissimi follicoli, 




lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 377 



RATTI NEONATI 
(1 giorno di età') 


RATTI APPENA 

SVEZZATI 

(25 giorni di età’) 


RATTI ALLA FINE 
DELLO SVILUPPO 
CORPOREO 
(125 giorni di età’) 


l. ______i (ingrandimento x250) 

100 pm 



Fig. 29. — Esame istologico della tiroide di ratto (35, 36). 



378 T. De Leo 


separati da spazi interfollicolari molto ampi. I follicoli sono di grandezza 
diversa, essendo alcuni molto piccoli, con scarsa colloide (diametro 24 pm), 
altri, viceversa, più grandi (diametro fino a 65 pm), con rivestimento con¬ 
tinuo di cellule cubiche e ampia colloide. Nel ratto in fase di svezzamento 
si osserva una tiroide con follicoli di pari grandezza (diametro 25 + 65 pm), 
ma in numero più elevato e con maggiore grado di differenziazione, mentre 
gli spazi interfollicolari sono più ridotti. Nell’animale che sta terminando 
lo sviluppo corporeo la tiroide presenta follicoli a grandezza abbastanza 
uniforme (60 -4- 90pm), nettamente maggiore rispetto a quelle dei soggetti 
giovani; essi sono, inoltre, rivestiti da cellule cubiche e presentano col¬ 
loide abbondante uniformemente distribuita, mentre gli spazi interfollico¬ 
lari sono notevolmente ridotti. 

III-2b.II - Variazione dei livelli delle iodiotironine sieriche al variare 
dell’età. — Il dosaggio dei livelli nel siero della tetraiodiotironina o ti- 

TABELLA IV 

Livelli delle iodiotironine sieriche nel ratto al variare dell'età (M ± ES) 
Ciascun valore fu ottenuto utilizzando gruppi di ratti Wistar maschi formati 
da 1 a 10 animali secondo l'età. 

La T 4 fu determinata mediante analisi per competizione (130) e la T, mediante 
dosaggio radioimmunologico (16). 


Età in giorni 

Tetraiodiotironina 
gg/100 mi 

Triidiotironina 
ng/100 mi 

0.5 

1.2 ± 0.5 

3.5 

1.5 

< 1.0 

< 1.0 

3 

2.0 ± LO 

30 =h 10 

4 

2.3 + 1.0 

42 ± 8 

12 

5.3 ± 0.8 * 

— 

21 

— 

82 ± 10 ** 

30 

5.3 ± 1.0 

56 ± 9 

45 

6.4 ± 1.0 

59 ± 8 

60 

5.3 ± 0.9 

18 db 7 ** 

90 

4.2 ± 0.8 

43+9 

120 

7.4 + 1.1 ** 

60 ± 10 ** 

150 

4.3 ± 0.9 

38+7 


* e **: valori che presentano differenze statisticamente significative (p al¬ 
meno < 0.05) rispetto ai valori dei livelli degli animali più giovani (*) o più 
giovani e più vecchi (**). 




lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 379 


roxina, T 4 (mediante analisi per competizione) e della triiodiotironina, T 3 
mediante dosaggio radioimmunologico) nei ratti Wistar maschi dalla na¬ 
scita all’età adulta (Tabella IV) permette di osservare che: 

a) i livelli della T 4 sierica sono molto basasi alla nascita (1.2 ±0.5 
pg/100 mi, a 12 ore di vita), aumentano durante le prime due settimane 
di vita, stabilizzandosi poi a partire da tale età intorno a valori pari 5 + 6 
pg/100 mi di siero. Verso la fine dello sviluppo corporeo (120 giorni di età) 
si osserva, inoltre, un incremento del livello della T 4 con valori statisti¬ 
camente significativi e quelli presentati da animali immediatamente più 
giovani (90 giorni d’età) o più vecchi (150 giorni). 

L’ipertiroidiismo neonatale, osservabile nell’uomo e in altre specie (pa¬ 
ragrafo II-2), non sembra verificarsi, in base ai risultati da noi ottenuti, 
nel ratto, in contrasto con quanto osservato da Samel (174) che, come 
abbiamo riferito ( parag. II-2, Fig. 9), trovò che al 2° giorno di vita i li¬ 
velli delle T 4 sieriche sono pari a 9 pg/100 mi di siero, di molto superiore 
a quelli alla nascita (2pg/100 mi) ed a quelli del 3° giorno di vita (3 + 4 
pg/100 mi). Samel usò nelle sue ricerche ratti dello stesso ceppo (Wistar) 
usato da noi ed effettuò il prelievo del sangue parimenti per decapita¬ 
zione. Il metodo di analisi della T 4 sierica utilizzato da tale autore era, 
viceversa, quello per competizione originale di Murphy e Pattee (130), 
nel quale viene utilizzato per stabilire le variazioni della 125 I - T 4 legata alla 
TBG la filtrazione su gel. Tale metodo dà luogo ad un equilibrio irrever¬ 
sibile (dipendente, cioè, dal tempo e dalla temperatura di analisi) fra la 
125 I - T 4 legata alla TBG e quella libera a differenza di quanto si verifica 
nel metodo da noi usato (metodo di Murphy e Pattee modificato) nel 
quale l'equilibrio è perfettamente reversibile. L’uso del metodo di Murphy 
e Pattee (130) non modificato o di siero emolizzato potrebbe aver dato 
luogo, nello studio condotto da Samel, a valori abnormi proprio nel caso 
dei ratti di due giorni ; se si escludono, infatti, tali risultati i valori di 
Samel coincidono abbastanza bene con i nostri. Quasi completamente jSO- 
vrapponibili ai nostri valori sono, viceversa, quelli ottenuti molto recen¬ 
temente da Dussault (43) con ratti Sprague-Dawley dalla nascita alla 
completa maturità sessuale (50° giorno di vita). 

b) I livelli della triiodiotironina (Tabella IV) sono quasi indosabili 
alla nascita (1 + 4 ng/100 mi di siero); essi, successivamente, aumentano 
rapidamente raggiungendo già al quarto giorno di vita valori cospicui 
(30 ± 10 ng/100 mi di siero); nei ratti da noi studiati di età maggiore i 
livelli delle T 3 oscillano fra 20 e 60 ng/100 mi, con un minimo alla matu¬ 
rità sessuale (60 giorni: 18 + 7 ng/100 mi di siero) e due massimi, di 
cui il primo allo svezzamento (21 giorni: 82 + 10 ng/100 mi di siero) e il 




380 T. De Leo 


TABELLA 

Popolazione nucleare e popolazione mitocondriale 

(Valori 

Ciascun valore è stato ottenuto esaminando 


Età 

Neonati 

30 giorni 

Numero nuclei/g fegato fresco 

2.95 (± 0.1) x IO 8 

3.0 (± 0.2) x IO 8 

Numero cellule polinucleate/1000 cellule 
totali • 

6.67 ± 0.5 

9.94 ± 0.6 

Mitocondri/g fegato fresco 

0.83 (± 0.05) x IO 11 

2.81 (±0.05) x IO 11 * 

Mitocondri/nucleo 

281 ± 10 

937 ± 10 * 


* Valore che presenta differenza statisticamente significativa (p < 0.001) rispetto al 

** Valore che presenta differenza statisticamente significativa (p < 0.001) rispetto al 

*** Valore che presenta differenza statisticamente significativa (p < 0.001) rispetto al 


secondo verso la fine dello sviluppo corporeo (120 giorni: 60 + 10 ng/100 
mi di siero) in concomitanza con il descritto aumento delle T 4 . 

IIL2b.HL » Variazione della popolazione mitocondriale epatica al 
variare dell’età. — La determinazione della popolazione nucleare epatica 
nei ratti Wistar maschi dalla nascita in poi [Tabella V, (35)] evidenzia che 
tale popolazione rimane costante, sull'ordine di grandezza di trecento mi¬ 
lioni di nuclei per grammo di fegato fresco. Il numero delle cellule po- 
linucleate è di circa TI % delle cellule totali (da 7.38 a 9.94 cellule poli- 
nucleate su 1.000 cellule totali); non si commette, pertanto, grave errore 
se si identifica il numero dei nuclei con quello delle cellule. 

La determinazione della popolazione mitocondriale epatica negli stessi 
animali evidenzia che tale popolazione, relativamente bassa alla nascita 
(circa 300 mitocondri per cellula), aumenta notevolmente alla fine dello 
svezzamento' (quasi 1.000 mitocondri per cellula), per poi decrescere len¬ 
tamente nel successivo' periodo di accrescimento corporeo, verso la fine 
del quale (120 giorni d'età) i mitocondri sono pari a circa la metà (500 
per cellula) di quelli che si osservano alla fine dello svezzamento [Tabella 
V, (35)]. 

Paragonando i predetti risultati con i valori dei livelli delle iodio- 
tironine sieriche, si osserva che nei neonati a livelli ormonali circo- 


















lodiotirorline ormonali e biogenesi dei mitocondri 381 


V 


nel fegato di ratto al variare dell'età 
medi + S.E.) 

gruppi costituiti da 3 a 6 ratti Wistar maschi 


60 giorni 


90 giorni 


120 giorni 


150 giorni 


3.1 (± 0.1) x IO 8 


2.78 (±0.2) x IO 8 


2.85 (.± 0.2) x IO 8 2.90 (± 0.2) x 10 


7.38 ± 0.8 


1.72 (± 0.05) x IO 11 ** 
555 ± 20 ** 


1.45 (± 0.10) x IO 11 *** 
508 ± 20 *** 


valore dei ratti neonati, 
valore dei ratti di 30 giorni, 
valore dei ratti di 60 giorni. 


5.anti molto bassi (T 4 = 1 pg circa e T 3 = 1 ± 4 ng/100 mi di siero) corri¬ 
sponde una popolazione mitocondriale ridotta, mentre nei ratti appena 
svezzati si ha una cospicua popolazione mitocondriale in concomitanza 
di livelli notevolmente più elevati delle iodiotironine sieriche (T 4 = 5 ± 6 pg 
e T 3 = 60 ng/100 mi di siero). Nel successivo periodo di accrescimento 
corporeo, la popolazione mitocondriale lentamente decresce, mentre i li¬ 
velli della iodiotironina sierica o restano inalterati (T 4 :5 ± ópg/100 mi di 
isiero) o variano non eccessivamente (T 3 : 20 ± 60 ng/100 mi di siero). 

Appare evidente da tali risultati che allorché i livelli delle iodiotiro¬ 
nine sieriche variano sia sperimentalmente (tiroidectomia o tìroidectomia 
seguita da somministrazione di TV? sia naturalmente (periodo di allatta¬ 
mento) si osserva che : (a) la popolazione nucleare resta invariata, il che 
indica che le iodiotironine non esplicano alcun effetto su tale popolazione: 
e (b) la popolazione mitocondriale varia e a livelli più elevati di iodiotiro¬ 
nine circolanti corrisponde una popolazione più cospicua . 

III.2b.IV. - Variazione delle attività DNA- e RNA-polimefasiche mito- 
condriali al variare dell’età. — L’attività DNA-polimerasìca mitocondriale 
epatica decresce rapidamente nei primi periodi di vita nel ratto [dalla 
fine delio svezzamento, 30 giorni di vita, alla maturità sessuale, 60 giorni 
di vita (66, 67, 170 e Figura 30)], lentamente nei successivi [dalla maturità 
alla fine dello sviluppo corporeo, 210 giorni di vita (Figura 30)]. 






382 T. De Leo 


L'attività DNA-polimerasica mitocondriale epatica decresce parimenti 
nei primi periodi di vita del ratto (dal 10° giorno al 40° giorno di vita (116, 
117, Fig. 30) per poi rimanere cqstante sucessivamente. 



Fig. 30. — Variazioni delle attività DNA-polimerasica e RNA-polimerasica mito- 
condriali nel ratto maschio normale al variare dell'età (66, 67, 116, 117, 
170). 


IV. - CONCLUSIONI 

I risultati sperimentali esposti nella presente monografia (paragrafo 
III), esaminati alla luce delle acquisizioni reperibili sull'argomento (pa¬ 
ragrafo II) permettono di arrivare alle seguenti conclusioni: 

— allorché nel ratto nel corso dell'accrescimento corporeo i livelli 
delle iodiotironine sieriche, T 4 e T 3 , aumentano [tale incremento avviene 
naturalmente nell'arco di tempo dell’allattamento o può essere provocato 






lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 383 


sperimentalmente, «sia somministrando dosi sostitutive di ormoni tiroidei 
iodati a ratti privati in giovane età della tiroide, sia paragonando ratti 
tiroideetomizzati con ratti normali di pari età] si osserva che a livello di 
un organo, quale il fegato, nel contesto dello sviluppo' corporeo denom¬ 
inale non solo il numero di cellule aumenta, ma ciascuna cellula, rima¬ 
nendo inalterata la sua massa, ha un incremento della sua popolazione 
mitocondriale ; 

— a livello molecolare si evidenzia contemporaneamente un incre¬ 
mento' dell'attività dei meccanismi siti nel condrioma deputati alla bio¬ 
sintesi proteica, a partire dall'attività specifica degli enzimi di localizza¬ 
zione mitocondriale polimerizzanti gii acidi nucleici del condrioma. 

La fenomenologia riferita può essere imputata a: 

—• un'azione diretta delle lodiotironine — in particolare della T 3 — 
a livello del condrioma [e precisamente ad un'azione del complesso 
l’rMTBP (paragrafo' IL4c), formatosi per unione della T 3 con le proteine 
costituenti i siti attivi mitoeondriali (Fig. 17)], di stimolazione delle atti¬ 
vità e/o della sintesi delle polimerasi mitoeondriali [la sintesi di tali en¬ 
zimi è sotto il controllo di geni nucleari ed avviene a livello dei enopo¬ 
li som! (paragrafo II-5)] ; 

— un'azione diretta della triiodiotironina a livello' del nucleo, con 
conseguente azione del complesso T 3 -NTBP (paragrafo II.4c e Fig. 17 ) di 
stimolazione della sintesi delle polimerasi mitoeondriali [le polimerasi 
mitoeondriali (paragrafo IL5c) sono sintetizzate sotto il controllo del ge¬ 
noma nucleare] ; 

— un'azione diretta delle lodiotironine sia a livello del nucleo sia a 
livello dei mitocondri; 

— un’azione indiretta delle lodiotironine. 

La tiroidectomia effettuata chirurgicamente produce, infatti, non solo 
un decremento dei livelli delle iodiotironine picriche ma anche di altri 
ormoni. Tali decrementi interessano, oltre la tireocalcitonina, secreta e 
sintetizzata dalle cellule parafollicolari della tiroide (paragrafo' ILI), ben 
presenti nel ratto ed il paratormone, sintetizzato e secreto dalle parati¬ 
roidi [questa ultima viene inevitabilmente, in parte o in tutto, asportata 
nella tiroidectomia chirurgica -(paragrafo III 1)] . anche quasi, tutti gli -or¬ 
moni dell’adenoipofisi (25, 50, 15.8, 197). La tiroidectomia effettuata allo 
svezzamento o poco più tardi, produce, infatti, almeno nel ratto, una 
ipofisectomia funzionale, caratterizzata da un decremento della sintesi e 
della secrezione di altri ormoni anabolici, quali quello somatotropo, il te¬ 
stosterone ecc.; a tale decremento potrebbe essere, in tutto o in parte, 
attribuita la fenomenologia da noi innanzi riferita. 


384 T. De Leo 


Ulteriori ricerche in corso di esecuzione, effettuate somministrando a 
ratti tiroidectomizzanti o contemporaneamente T 3 e specifici inibitori (clo 
ramfenicolo, cicloeximide, ex. amini Lina) delle biosintesi proteiche dirette 
dai genomi nucleari e mitocondriali (paragrafi II 4 e IL5) o ormoni ade- 
noipofisari sono volte a chiarire tali aspetti della problematica da noi 
studiata. 


Ringraziamenti 

L/'À. ringrazia il Sig. Aldo Bruschini per la fattiva collaborazione 
avuta nella stesura materiale della comunicazione. 


Abbreviazioni: DIT — 3-5 diidiodiotirosina; MIT = 3- monoiodiotirosina; 
TBP = proteine sieriche (prealbumina, albumina e globulina interalfica) le¬ 
ganti le tironine (dall’inglese: thyronine bound proteins ); T 3 = 3-5-3’-triiodio- 
tironina; T 4 = 3-5-3'-5' tetraiodiotironina o tiroxina; TBPA = prealbumnia (migra 
prima dell’albumina nell'elettroforesi delle proteine sieriche) legante la T 4 e la 
T 3 (dall'inglese: thyronine-binding prealbumin ); TBG = globulina interalfica (mi¬ 
gra fra Par e l’a 2 -globuline nell'elettroforesi delle proteine sieriche) legante la 
T 4 e la T 3 (dall'inglese: thyronine-binding globulin ); TRH = ormone (o fattore 
rilasciante) ipotalamico stimolante la secrezione del TSH (dall’inglese: thyro- 
trophin-releasing hormone ); TSH = ormone adenoipofisario stimolante la tiroide 
(dall’inglese: thyroìd-stimulating hormone ). 


BIBLIOGRAFIA 

1) Aaij C., Borst P., 1970 - Mitochondrial RNA from Rat-liver. Biochim. Biophys. 
Acta, 217, 560-562. 

2) Ackerman N. B., Arons W. K., 1958 - The effect of epinefhrine and norepi- 
nefhrine on thè acute thyroid release of thyroid hormones, Endocrinology, 
62, 723-731. 

3) Anderson H. J., 1960 - Studies of hypothyroidism in children. Acta Paediat. 
SuppL, 125. 

4) Ashwell M., Work T. S., 1970 - The biogenesis of mitochondria. Ann. Review 
of Biochemistry, 39, 251-290. 

5) Baker-Cohen K. F., 1961 - The rote of thè thyroid in thè development of pia- 
tyfish . Zoologica, 46, 181-223. 

6) Barat Z., Kùntzel I-L, 1972 - Cooperation of mitochondrial and nuclear genes 
specifying thè mitochondrial genetic apparatus in Neurospora Crassa. Proc. 
Nat. Acad. Sci. USA, 69, 1371-1374. 

7) Bartfield H.» Siegel S. M., 1968 - Antioxidant activity of thyroxine and related 
substances . Effect on in vitro celi growth. Exptl. Celi -Res., 49, 25-30. 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 385 


8) Bernstein G., Oppenheimer J. H., 1966 - Factors influencing thè concentration 
of free and total thyroxine in patients with nonthyroidal disease. J. Clin. 
Endocrinol. Metab., 26, 195-201. 

9) Borst P., 1972 - Mitochondrial Nucleic Acids. Ann. Rev. Biochem., 41, 333-376. 

10) Borst P., Flavell R. A., 1972 - « Mitochondrial DNA: Structure, genes, replica- 
tion ». In: Mitochondria : Biogenesis and Bioenergetics; Biomembranes : Mole- 
cular Arrangements and Transport Mechanisms , edito da S. G. Van den Bergh, 
P. Borst, L. L. Van deenen, J. C. Riemersma, E. C. Slater, J. M. Tager, 
Amsterdam, North-Holland/Amer., Elsevier, 28, 1-19. 

11) Borst P., Kroon A. M., Ruttenberg G. J. C. M., 1967 - « Mitochondrial DNA 
and other forms of cytoplasmic DNA ». In: Genetic Elements, Properties 
and Function, edito da D. Shugar, London, Academic, p. 81-115. 

12) Borst P., Ruttenberg G. J. C. M., Kroon A. M., 1967 - Mitochondrial DNA. I. 
Preparation and properties of mitochondrial DNA from chick liver. Biochim. 
Biophys. Acta, 149, 140-155. 

13) Boyd J. D., 1964 - « Development of thè human thyroid gland ». In: The 
Thyroid Gland, edito da R. Pitt-Rivers, W. R. Trotter, London, Butterworths, 

I, p. 9-28. 

14) Braverman L. W., Dawber N. A., Ingbar S. H., 1966 - Observations concerning 
thè binding of thyroid hormones in sera of normal subjects of varying ages. 

J. Clin. Invest., 45, 1273-1279. 

15) Broadhead G. D., Pearson I. B., Wilson G. M., 1965 - The effect of prolonged 
feeding of goitrogens on thyroid function in rats. J. Endocrin., 32, 341-351. 

16) Brown B. L., Ekins R. P., Ellis S. M., Reith W. S., 1970 - Specific antibodies 
to triiodothyronine Hormones. Nature, 226, 359. 

17) Brown-Grant K., 1961 - Extrathyroidal iodide concentrating mechanism. Phy- 
siol. Revue, 41, 189-213. 

18) Burton K., 1956 - A study of thè conditions and mechanion of thè dipheny- 
lamine reaction for thè colorimetrie estimation of deoxyribonucleic acid. 
Biochem. J., 62, 315-323. 

19) Caldwell A., Fain J. N., 1971 - Triiodothyronina stimulation of cyclic adeno- 
sine 3’-5’ monophosphato accumulation in fat celi . Endocrinology, 89, 1195-1199. 

20) Carpenter E., Rondon-Tarchetti T., 1957 - Differentiation of Embryonic Rat 
Thyroid in vivo and in vitro. J. exp. Zool., 136, 393-425. 

21) Case J. F., 1952 - Adrenal cortical-anterior pituitary relationship during em¬ 
bryonic life. Ann. NY Acad. Sci., 55, 147-158. 

22) Ceriotti G. J., 1955 - Determination of Nucleic Acids in Animai Tissues. J. 
Biol. Chem., 214, 59-70. 

23) Cheek D. B., 1968 - « Muscle celi growth in abnormal children ». In: Human 
Growth, edito da D. B. Cheek. Philadelphia, Lea and Febiger, p. 352-371. 

24) Ch'ih J. J., Kalf G. F., 1969 - Studies on thè Biosynthesis of thè DNA poly- 
merase of rat liver Mitochondria. Arch. Biochem. Biophys., 133, 38-45. 

25) Contopoulos A. N., Koneff A. A., 1963 - Pituitary Hormone production and 
release in thè thyroidectomized rat after thyroxine administration. Acta 
Endocr., 42, 275-292. 

26) Copp D. H., Crockroft D. W ., Kuck Y., 1967 - Ultimobranchial origin of cal- 
citonin, hypocalcemic effect of extraets from chicken glands. Cancer J. Phy- 
siol. Pharmacol., 45, 1095-1110. 


386 T. De Leo 


27) Costa A., Cottimo M., Dellapaine M., Ferraris G. M., Lenart L., Magro G., 
Patrito G., Zoppetti G., 1965 - « Thyroid function and thyrotropin activity 
in mother and fetus ». In: Current Topics in Hormone Research, edito da 
E. Cassano, M. Andreoli. New York, Acad. Press, p. 738-748. 

28) De Groot L. J., Strausser J. L., 1974 - Binding of T 3 in Rat Liver Nuclei. En- 
docrinology, 95, 74-83. 

29) De Groot L. J., Torresani J., 1975 - Triiodothyronine binding to isolated 
Liver Celi Nuclei. Endocrinology, 96, 357-369. 

30) De Groot L. J., Hill L., Seo H., Bernal J., 1976 - « Binding of nuclear triiodo¬ 
thyronine binding protein-X 3 complex to chromatin ». In: Thyroid Research, 
edito da J. Robbins, L. E. Braverman, Amsterdam, Excerpta Medica, p. 
320-323. 

31) De Leo T., 1967 - Identificazione dell’acido desossiribonucleico nei mitocondri 
di fegato di ratto. Nota IL Rend. Acc. Sci. Fis. Mat., 34, 3-12. 

32) De Leo T., Barletta A., Di Meo S., 1969 - Effects of testosterone and of triio¬ 
dothyronine on thè levels of mitochondrial DNA and RNA from rat liver. Life 
Sci., 8, 747-755. 

33) De Leo T., Trara-Genoino I., Barletta A., Di Meo S., Tafuri M. C., 1967 - Ef¬ 
fects of thè hormonal anabolic action on mitochondrial nucleic acids. Rend. 
Acc. Sci. Fis. Mat., 36, 126-144. 

34) De Leo T., Di Meo S., Barletta A., Martino G., Goglia F., 1976 - Modification 
of Nucleic Acid Levels per Mitochondrion Induced by Thyroidectomy or 
Triiodothyronine Administration. Pfliigers Archiv, European Journal of Phy- 
siology, 366, 73-77. 

35) De Leo T., Barletta A., Di Meo S., Goglia F., Liverini G., Bove G., 1976 - 
Attività tiroidea e popolazione mitocondriale epatica al variare dell’età nel 
ratto. Boll. Soc. Biol. Sper., 52 (in corso di stampa). 

36) De Leo T., Barletta A., Di Meo S., Goglia F., Liverini G., Bove G., Paino G., 
Zicarelli L., 1976 - Esame comparato dell’attività della tiroide in alcune specie 
di mammiferi al variare dell’età. Boll. Soc. Biol. Sper., 52 (in corso di 
stampa). 

37) de Vries H., Kroon A. M., 1974 - « Physicochemical and functional characte- 
rization of thè 55S ribosomes from rat-liver mitocondria ». In: The Biogenesis 
of Mitochondria, edito da A. M. Kroon, C. Saccone, New York, Acad. Press, 
p. 357-365. 

38) Dillmann W., Schwartz H. L., Surks M. L, Oppenheimer J. H. Citato in (107) 
come in corso di stampa in Endocrinology. 

39) Dillmann W., Schwartz H. L., Silva E., Surks M. I., J. H. Oppenheimer, 
1976 - « Effects of alpha-amanatin on thè induction of hepatic enzymes by 
Triiodothyronine ». In: Thyroid Research, edito da J. Robbins, L. E. Bra¬ 
verman, Amsterdam, Excerpta Medica, p. 326-330. 

40) Docter R., Visser T. J., Van Den Hout-Goemaat N. L., Hennemmann G., 1976 - 
« Evidence for thè existence of two different classes of binding sites for 
triiodothyronine in rat liver and Kidney nuclei ». In: Thyroid Research, edito 
da J. Robbins, L. E. Braverman, Amsterdam, Excerpta Medica, p. 307-310. 

41) Doghotti E. C., Nuzzi N. G., 1935 - Thyroid and senescence: Structural 
transformations of thè thyroid in old age and their functional interpretations. 
Endocrinology, 19, 289-292. 


lodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 387 


42) Donhoffer Sz., Balogh L., Mestyan Gy., 1949 - The immediate response of 
thyroidectomized rats to small doses of thyroxine. Experientia, 12 , 482-483. 

43) Dussault J. H., 1975 - « Development of thè Hypothalamic-Pituitary-Thyroid 
Axis in thè Neonatal Rat ». In: Perinatal Thyroid Physiology and Disease, 
edito da D. A. Fisher, G. N. Burrow, New York, Raven Press, p. 73-77. 

44) Dussault J. M., Row M. V. V., Lickrish G., Volpe R., 1969 - Studies of serum 
triiodothyronine concentration in maternal and cord blood: transfer of 
triiodothyronine across thè human placenta . J. Clin. Endocrinol. Metab., 29, 
595-603. 

45) Eccleshall T. R., Criddle R. S., 1974 - « The DNA-dependent RNA polymerases 
from yeast mitochondria ». In: The Biogenesis of Mitochondria, edito da A. 
M. Kroon, C. Saccone, New York, Academic Press, p. 31-46. 

46) Enesco M., Leblond C. P., 1962 - Increase in celi number as a factor in thè 
growth of thè organs and tissues of thè young male rat . J. Embryol. Exptl. 
Morphol., 10, 530,536. 

47) Engerin N. I., Engstrom W. W., 1959 - Effects of estrogen and testosterone 
on circulating thyroid function hormone . I. Clin. Endocrinol. Metab., 19, 
783-196. 

48) Escobar Del Rey F., Morreale De Escobar G., Jolin T., Lopez-Quijada C., 1968 - 
Effects of Small Doses of Thyroid Hormones on Thyroid Weight in Hypo- 
thyroid rats. Endocrinology, 83, 41-50. 

49) Etkin W., Gona G. A., 1974 - « Evolution of thyroid function in poikilothermic 
vertebrates ». In: Thyroid, edito da A. Greer, D. H. Solomon, Washington, 
American Physiological Society, p. 5-20. 

50) Evans E. S., Rosemberg L. L., Evans A. B., Honeff A. A., 1963 - Relative Sen- 
sitivity of Different Biological Responses to Small Quantities of Thyroxine 
and Triiodothyronine. Endocrinology, 74, 770-778. 

51) Fain J. N., Wilhelmi A. E., 1962 - Effects of adrenalectomy, hypophysectomy, 
growth hormone and thyroxine on fatty acid synthesis in vivo . Endocrinology, 
71, 541-548. 

52) Farer L. S., Robbins J., Blumberg B. S., Rall J. E., 1962 - Thyroxine serum 
protein complexes in various animals. Endocrinology, 70, 686-696. 

53) Federman D. D., Robbins J., Rall J. E., 1958 - Effects of methyl testosterone 
on thyroid function, thyroxine metabolism and thyroxine - binding protein. 
J. Clin. Invest., 37, 1024-1030. 

54) Fisher D. A., Oddie T. H., 1964 - Neonatal thyroidal hyperactivity. Am. J. 
Diseases Children, 107, 574-581. 

55) Fisher D. A., Odell W. D., 1969 - Acute release of thyrotropin in thè newborn. 
J. Clin. Invest., 48, 1670-1677. 

56) Fisher D. A., Lehman H., Lackey C., 1964 - Placental transport of thyroxine. J. 
Clin. Endocrinol. Metab., 24, 393-400. 

57) Fisher D. A., Oddie H., Makoski E. J., 1966 - The influence of environmental 
temperature on thyroid, adrenal and water metabolism in thè newborn human 
infant. Pediatrics, 37, 583-591. 

58) Fisher D. A., Oddie T. H., Epperson D., 1966 - Norethynodrel - mestranol and 

thyroid function. J. Clin. Endocrinol. Metab., 26, 878-884. 

59) Fisher D. A., Hobel C. J., Garza R., Pierce C., 1970 - Thyroid function in thè 
pre-term fetus. Pediatrics, 46, 208-216. 


26 


388 T. De Leo 


60) Fletcher K., Myant N. B., 1960 - Effects of thyroxine on thè synthesis of 
cholesterol and fatty acids by cell-fre fractions of rat liver. J. Physiol., 
London, 154 , 145452; 

61) Fletcher K., Myant N. B., 1958 - Influence of thè thyroid on thè synthesis 
of cholesterol by liver and skin, in vitro. J. Physiol., London, 144, 361-372. 

62) Fletcher K., Myant N. B., 1962 - Effect of thyroxine on thè synthesis of lipids 
in rat liver . Endocrinology, 71 , 870-877. 

63) Florsheim W. H., Faircloth M. A., Corcorran V. L., Rudko P., 1966 - Perinatal 
thyroid function in thè rat. Acta Endocrinol., 52, 375-382. 

64) Fugassa E., Taningher M., Gallo G., 1975 - Fosforilazione delle proteine acide 
della cromatina nell’epatocita del ratto tiroidectomizzato e trattato con 3,5,3’- 
Triiodo-L-Tironina. Boll. Soc. It. Biol. Sper., 51 , 233-238. 

65) Fugassa E., Gallo G., Pertica M. - Increased in vitro Phosphorylation of Rat 
Liver Nucleolar Proteins Following Triiodothyronine Administration. Expe- 
rientia. In press. 

66) Gadaleta M. N., Barletta A., Saccone C., De Leo T., 1970 - Effetto della triiodo- 
tironina sulla RNA polimerasi mitocondriale di fegato di ratto. Rass. Med. 
sper., 5 - 6 , 146-152. 

67) Gadaleta M. N., Barletta A., Caldarazzo M., De Leo T., Saccone C., 1972 - 
Triiodothyronine action on RNA synthesis in rat-liver mitochondria. Europ. 
J. Biochem., 30, 376-381. 

68) Gallerani R., Saccone C., Cantatore P., Gadaleta M. N., 1972 - DNA dependent 
RNA polymerase from rat liver mitocondria. FEBS Lett., 26, 215-220. 

69) Galton V. A., 1971 - Thyroxine metabolism and thyroid function following 
administration of estragens. Endocrinology, 88, 976-982. 

70) Geloso J. P., 1958 - Recherches preliminaires sur la secretion de thyroxine 
par la thyroide du foetus de rat en fin de gestation. Compt. Rend., 246, 
168-171. 

71) Geloso J. P., 1961 - Date de l’entree en fonction de la thyroide chez le foetus 
de rat. Compt. Rend. Soc. Biol., 155, 1239-1244. 

72) Geloso J. P., Hemon P., Legrand J., Legrand C., Jost A., 1968 - Some aspects 
of thyroid physiology during thè perinatal period. Gen. Comp. Endocrinol., 
10, 191-197. 

73) Giorgio N. A., Tabachnick M., 1968 - Thyroxine-protein interactions. V. Isola- 
tion and characterization of a thyroxine-binding globulin from human plasma. 
J. Biol. Chem., 243, 2247-2259. 

74) Glydon R. S., 1957 - The development of thè blood supply of thè pituitary 
in thè albino rat with special reference to thè portai vessels. J. Anat., London, 
91 , 237-244. 

75) Gompertz D., Greenbaum A. L., 1966 - The effects of thyroxine on thè pattern 
of fatty acid synthesis in rat liver. Biochim. Biophys. Acta, 116 , 441-459. 

76) Greenberg A. H., Czernichow P., Reba R. C., Tyson J., Blizzard R. M., 1970 - 
Observations on thè maturation of thyroid function in early fetal life. J. 
Clin. Invest., 49 , 1790-1803. 

77) Greenberg A. H., Najjar S., Blizzard R. M., 1974 - « Effects of thyroid fior¬ 
inone on growth, differentiation, and development ». In: Thyroid, edito da 
M. A. Greer, D. H. Solomon, Washington, American Physiological Society, 
p. 377-389. 


Iodiotircnine ormonali e biogenesi dei mitocondri 389 


78) Gregerman R. I., Gaffney G. W., Shock N. W., 1962 - Thyroxine turnover in 

euthyroid man with special reference to change with age . J. Clin. Invest., 41, 
2065-2074. 

79) Gries F. A., Matschinsky F., Wieland O., 1962 - Induktìon der $-hydroxy-$-me- 
thylglutaryl-reduktase durch Schilddrbisenhormone. Biochim. Biophys. Acta, 
56, 615-617. 

80) Grivell L. A., 1967 - Amino acid incorporation by mitochondria isolated, es- 
sentially free of microorganisms, from Saccharomyces carlsbergensrs. Bio- 
chem. J., 105, 44-46 C. 

81) Cross, N. I., 1971 - Control of mitochondrial turnover under thè influence of 
thyroid hormones. J. Celi. Biol., 48, 29-40. 

82) Grqss N. J., Rabinowitz M., 1969 - Synthesis of new strands of mitochondrial 
and nuclear deoxyribonucleic acid by semiconservative replication . J. Biol. 
Chem, 244, 1563-1566. 

83) Gross N. J., Getz G. S., Rabinowitz M., 1969 - Apparent turnover of mito¬ 
chondrial deoxyribonucleic acid and mitochondrial phospholipids in thè tis- 
sues of thè rat. J. Biol. Chem., 244, 1552-1562. 

84) Guber W., Nolte I., Wieland O., 1968 - The influence of thyroid hormones on 
fì-hydroxy-ft-methylglutaryl-coenzyme A reductase of rat liver. European J. 
Biochem., 4, 273-278. 

85) Guerineau M., Grandchamp C., Yotsuyanagi Y., Slonimski P. P., 1968 - Examen 
au microscope éléctronique, du DNA mitochondrial de la levure: molecules 
à deux extremités libres. Comp. Rend., 266 D, 1884-1887. 

86) Hadvary P., Kadenback B., 1973 - Isolation and characterization of chloroform- 
soluble proteins from rat-liver mitochondria and other fractions. Eur. J. 
Biochem., 39, 11-20. 

87) Hamburgh M., Lynn E., Weiss E. P., 1964 - Analysis of thè influence of thy¬ 
roid hormone on prenatal and postnatal maturation of thè rat. Anat. Re¬ 
cord, 150, 147-162. 

88) Helge FI., Neubert D., 1965 - RNS- und DNS-Synthese in isolierten Mito- 
chondrien und ihre Beeinflussung durch Pharmaka. Arch. Exptl. Pathol. 

' Pharmakol., 251, 113-117. 

89) Hoch F. L., 1968 - Biochemistry of hyperthyroidism and hypothyroidism. 
Postgrad. Med. J., 44, 347-362. 

90) Hoch F. L., 1970 - The pharmacologic basis for thè clinical use of thyroid 
hormones. Pharmacol. Physicians, 4, 1-5. 

91) Hoch F. L., 1971 - Energy Transformatìon in Mammals: Regulatory Mecha- 
nisms, edito da E. J. Masoro, Philadelphia, Saunders. 

92) Hoch F. L., 1974 - « Metabolic effects of thyroid hormones ». In: Thyroid, 
edito da M. A. Greer, D. H. Solomon, Washington, American Physiological 
Society, p. 391-411. 

93) Ingbar S. H., 1963 - Observations concerning thè binding of thyroid hormones 
by human serum prealbumin. J. Clin. Invest., 42, 143-160. 

94) Ingbar S. H., Braverman L. E., Dawber N. A., Lee G. Y., 1965 - A new method 
for measuring thè free thyroid hormone in human serum and an analysis 
of thè factors that influence its concentration. J. Clin. Invest., 44, 1679-1689. 

95) Ismail-Beigi F., Edelman I. S., 1976 - Mechanism of thyroid calorigenesis: 
a role of active sodium transport. Proc. Nati. Acad. Sci. U. S., 67, 1071-1078. 


390 T. De Leo 


96) Iwashima A., Rabinowitz M., 1969 - Partial purification of mitochondrial and 
supernatant DNA polymerase from Saccharomyces cerevisiae. Biochim. Bio- 
phys. Acta, 178, 283-293. 

97) Jacob S. T., Schindler D. G., 1972 - Poliriboadenylate Polimerase Solubilized 
from rat liver mìtochondria. Biochem. Biophys. Res. Commun., 48, 126-134. 

98) Josx A., 1954 - Hormonal factors in thè development of thè fetus. Cold 
Spring Harbor Symp. Quant. Biol., 19, 167-181. 

99) Jost A., 1957 - Action du propylthiouracile sur la thyroide de foetus de Rat 
intacts ou dècapitès. C.R. Soc. Biol. (Paris), 151, 1295-1301. 

100) Jost A., 1966 - « Anterior pituitary function in foetal life ». In: The Pituitary 
Gland, edito da G. W. Harris, B. T. Donovan, London, Butterworths, voi. II, 
p. 299-323. 

101) Kaciuba-Uscilko H., Legge K. F., Mount L. E., 1970 - The development of 
thè metabolic response to thyroxine in thè new-born pig. J. Physiol., London, 
206, 229-241. 

102) Kalf G. F., 1964 - Deoxyribonucleìc acid, in mìtochondria and its role in 
protein synthesis. Biochemistry, 3, 1702-1709. 

103) Kalf G. F., Ch'ih J. J., 1968 - Purification and properties of deoxyribonucleic 
acid polymerase from rat liver mitochondria. J. Biol. Chem., 243, 4904-4916. 

104) Katz H. P., Youlton R., Kaplan S. L., Grumbach M. M., 1969 - Growth and 
growth hormone. III. Growth hormone release in children with primary 
hypothyroidism and thyrotoxicosis. J. Clin. Endocrinol. Metab., 29, 346-351. 

105) Kleinow W., Neubert W., Miller F., 1974 - « Fine structure of mitochondrial 
ribosomes of locust flight muscle ». In: The Biogenesis of Mitochondria, 
edito da A. M. Kroon, C. Saccone, New York, Academic Press, p. 337-346. 

105) Kobil E., Josinovich J. B., 1959 - Placental transfer of thyrotropic hormone, 
thyroxine, triiodothyronine, and insulin in thè rat. Ann. N. Y. Acad. Se., 
75, 895-907. 

107) Koch J., Stokstad E. L. R., 1967 - Incorporation of [ 3 H~\ Thymidine into 
Nuclear and Mitochondrial DNA in Synchronized Mammalian Cells. Euro- 
pean J. Biochem., 3, 1-6. 

108) Kroon A. M., 1964 - Protein synthesis in mitochondria. IL A comparison of 
mitochondria from liver and heart with special reference to thè role of oxi- 
dative phosphorylation. Biochim. Biophys. Acta, 91, 145-154. 

109) Kroon A. M., 1965 - Protein synthesis in mitochondria. Ili On thè effeets 
of inhibitors on thè incorporation of amino acids into protein by intact 
mitochondria and digitonin fractions. Biochim. Biophys. Acta, 108, 275-284. 

110) Kuntzel H., 1969 - Mitochondrial and Cytoplasmic Ribosomes from Neuro¬ 
spora crassa: Characterization of their Subunits. J. Mol. Biol., 40, 315-320. 

111) Kuntzel H., 1969 - Proteins of Mitochondrial and Cytoplasmic Ribosomes 
from Neurospora Crassa. Nature, 222, 142-146. 

112) Kuntzel H., Noll H., 1967 - Mitochondrial and cytoplasmic polysomes from 
Neurospora crassa. Nature, 215, 1340-1345. 

113) Kuntzel H., Schafer K. P., 1971 - Mitochondrial RNA Polymerase from Neu¬ 
rospora crassa. Nature - New Biol., 231, 265-269. 

114) Leslie L, Sinclair R., 1959 - The action of thyroxine and triiodothyronine 
on human cells growing in tissue culture. Exptl. Celi. Res., 17, 272-285. 


Iodiotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 391 


115) Levina S. E., 1968 - Endocrine features in development of human hypotha- 
lamus, hypophysis and placenta. Gen. Cornp. Endocrinol.» 11» 151459. 

116) Liverini G., Martino G.» Barletta A.» Di Meo S.» De Leo T.» 1976 - Effect 
of thyroidectomy and in vivo administration of triiodothyronine on DNA 
synthesis in isolated mìtochondrìa. The Italian Journal of Biochemistry» 25» 
115426. 

117) Liverini G.» Martino G.» Barletta A.» Di Meo S.» De Leo T.» 1976 - DNA syn¬ 
thesis in isolated mìtochondrìa: effect of thyroidectomy and of triiodothy¬ 
ronine administration in vìvo . The Italian Journal of Biochemistry» 25, 236-244. 

118) Lizarbi P. M.„, Luck D. J. L., 1972 - The intracellular site of synthesis of 
mìtochondrial ribosomal proteìns in Neurospora Crassa. I. Celi. BioL» 54, 
56-74. 

119) Lowry O. M., Rosenbrough I. N, Farr A. L.» Ranball R. I.» 1951 - Protein mea- 
surement with Folin Phenol reagente J. BioL Chem.» 193, 265-275. 

120) Luck D. J. L., Reich E.» 1964 - DNA in mitochondria of Neurospora crassa. 
Proc. Nati. Acad. Sci. U.S., 52, 931-938. 

121) Lynn W. G., Zmich J., 1967 - Thyroid morphology in lizardo of thè famìly 
Scincidae. Am. Midland Naturalist, 11, 245-247. 

122) McGavach T. H.» Seegars W.» 1959 - Status of thè thyroid gland after age 50. 
Metabolism, 8, 136-150. 

123) McKay R.» Druyan P.» Getz G. S., Rabinowitz M., 1969 - Intramitochondrìal 
localization of B-aminolaevulate synthetase and ferrochelatase in rat liver . 
Biochem. I.» 114» 455-461. 

124) Meindoch H.» Franks W. M.» 1969 - Serum proteìns , protein bound iodine 
and triiodothyronine uptake in thè elderly. J. Am. Geriat. Soc., 17, 451-458. 

125) Melander A., Sundler F.» 1972 - Interactions between catecholamines, 5 hy- 
chexy tryptamine and TSH on thè secretion of thyroid hormone . Endocri- 
nology, 90, 188-195. 

126) Meyer R. R.» Simpson M. V.» 1968 - DNA biosynthesis in mitochondria: 
partial puriftcation of a distinct DNA polymerase from isolated rat liver 
mìtocondria . Proci'Nati. Acad. Sci. U.S., 61, 130-137. 

127) Meyer R. R., Simpson M’. V.» 1969 - DNA biosynthesis in mitochondria: dif- 
ferenfiai inhìbition of mìtochondrial and nuclear DNA polymerases by thè 
mutagenic dyes ethidium bromide and acriflavin . Biochem. Biophys. Res. 
Commun.» 34, 238-244. 

128) Michel R.» Neupert W.» 1973 - Mìtochondrial Translation Products before 
and after integration into thè Mìtochondrial membrane in Neurospora 
Crassa. Europ. J. Biochem., 36, 53-67. 

129) Mukerjee H.» Goldfeoer A.» 1973 - Puriftcation and properties of Ribonucleic 
acid Polymerase from Rat-Liver Mitochondria . Biochemistry» 12» 5096-5101. 

130) Murphy B. E. P.» Pattee C. J.» 1964 - Determination of thyroxìne utilizing 
thè property of protein-binding . J. Clin. Endocrin. metab.» 24» 187-196. 

131) Mass M, M. K.» 1966 - The circularity of mìtochondrial DNA. Proc. Nati. 
Acad. Sci. U.S., 56, 1215-1222. 

132) Nass M. M. K.» Nass S.» 1963 - Intramitochondrìal fbers with DNA characte - 
ristics. I. Fixation and electron staining reactions. J. Celi. BioL» 19, 593-611. 


392 T. De Leo 


133) Nass S., Nass M. M. K., 1963 - Intramitochondrial fibers with DNA characte- 
ristics. IL Enzymatic and other hydrolytic treatments. J. Celi. Biol., 19, 
613-629. 

134) Nataf B. M., 1968 - Fetal rat thyroid gland in organ culture . Gen. Comp. 
Endocrino!., 10, 159-173. 

135) Neubert D., Oberdisse E., Bass R., 1968 - « Biosynthesis and degradation of 
mammalian mitochondrial DNA ». In: Biochemical Aspects of thè Biogenesis 
of Mitochondria, edito da E. C. Slater, J. M. Tager, S. Papa, E. Quagliariello, 
Bari, Italy, Adriatica Editrice, p. 103-128. 

136) O'Brien T. W., Denslow N. D., Martin G. R., 1974 - « The structure, com- 
position and function of 55 S mitochondrial ribosomes ». In: The Bioge- 
genesis of Mitochondria, edito da A. M. Kroon, C. Saccone, New York, Aca- 
demic Press, p. 347-356. 

137) Oddie T. H., Fisher D. A., 1967 - Protein bound iodine level in euthyroid 
children and adolescents. J. Clin. Endocrinol. Metab., 27, 89-92. 

138) Oddie T. H., Meade J. H. Jr., Fisher D. A., 1966 - An analysis of published 
data on thyroxine turnover in human subjects. J. Clin. Endocrinol. Metab., 
26, 425-436. 

139) Olson M. O. J., Prestayko A. W., Jones C. E., Busch H., 1974 - Phosphoryla- 
tion of Proteins of Ribosomes and Nucleolar Preribosomal Praticles from 
Novikoff Hepatoma Ascites Cells. J. Mol. Biol., 90, 161-168. 

140) Oppenheimer J. H., Surks M. I., 1964 - Determination of free thyroxine in 
human serum: a theoretical and experimental analysis. J. Clin. Endocrinol. 
Metab., 24, 785-793. 

141) Oppenheimer J. H., Squef R., Surks M. I., Hauer H., 1963 - Binding of thy¬ 
roxine by serum proteins evaluated by equilibrium dialysis and electropho- 
retic techniques. Alterations in non-thyroidal illness. J. Clin. Invest., 42, 
1769-1782. 

142) Oppenheimer J. H., Surks M. I., Smith J. C., Squef R., 1965 - Isolation and 
characterization of human thyroxine-binding prealbumin. J. Biol. Chem., 240, 
173-180. 

143) Oppenheimer J. H., Schwartz H. L., Dillman W., Surks M. I., 1973 - Effect 
of Thyroid hormone analogues of thè deplacement of 125 -I-L-Triiodothyronina 
from hepatic and heart nuclei in vivo: possible relationship to hormonal 
activity. Biochem. Biophys. Res. Commun., 55, 544-550. 

144) Oppenheimer J. H., Schwartz H. L., Koerner D., Surks M. I., 1974 - Limited 
binding capacity sites for L-triiodothyronine in rat liver nuclei. Nuclear- 
cytoplasmic interrelation, binding constants, and cross-reactivity with L-thy- 
roxine. J. Clin. Invest., 53, 768-778. 

145) Oppenheimer J. H., Schwartz H. L., Surks M. I., 1974 - Tissue Differences 
in thè Concentration of Triiodothyronine Nuclear Binding Sites in thè Rat: 
Liver, Kidney, Pìtuitary, Heart, Brain, Spleen and Testis. Endocrinology, 
95, 897-903. 

146) Oppenheimer J. H., Schwartz H. L., Surks M. I., 1975 - Nuclear Binding Ca¬ 
pacity appears to limit thè hepatic response to L-Triiodothyronine (T 3 ). 
Endocr. Res. Commun., 2, 309-320. 

147) Oppenheimer J. H., Schwartz H. L., Surks M. I., Koerner D., Dillmann, W. 
H., 1976 - « Nuclear receptors and thè initiation of Thyroid Hormone action ». 


lodìotironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 393 


In: Recent progress in hormone research, edito da R. 0. Greep, New York, 
Academic Press, p. 529-536. 

148) Palmer W. W., Leland J. P., Gutman A. B., 1938 - The micro-determination 
of thyroxine in thè thyroid gland of thè newborn. J. Biol. Chem., 125, 615-623. 

149) Parsons P., Simpson M. V., 1967 - Biosynthesis of DNA by isolated mitochon- 
dria : incorporation of thymidine triphosphate-2-C 14 . Science, 155, 91-93. 

150) Paul J., Gilmour R. S., 1968 - Organ-specific Restriction of Transcription 
in Mammalian Chromatin. J. Mol. Biol., 34, 305-316. 

151) Pennel M. T., Kukral A. J., 1946 - An unusual case of haloacephalus. Am. 
J. Obstet. Gynecol., 52, 669-671. 

152) Raiti S., Holyman C. B., Scott R. L., Blizzard R. M., 1967 - Evidence for 
thè placental transfer of triiodothyronine in human beings. New. Engl. J. 
Med, 277, 456-459. 

153) Rabinowitz M., Swift H., 1970 - Mitochondrial Nucleic Acids and their re¬ 
lation to thè biogenesis of Mitochondria. Phys. Review., 50, 376-427. 

154) Rabinowitz M., Sinclair J., De Salle L., Haselkorn R., Swift H., 1965 - Iso- 
lation of deoxyribonucleic acid from mitochondria of chick embryo heart 
and liver. Proc. Nati. Acad. Sci. U.S., 53, 1126-1133. 

155) Rabinowitz M., Getz G. S., Casey J., Swift H., 1969 - Synthesis of mito¬ 
chondrial and nuclear DNA in anerobically grown yeast during thè develop- 
ment of mitochondrial function in response to oxygen. J. Mol. Biol., 41, 
381-400. 

156) Retetoff S., Robin N. I., Fang V. S., 1970 - Parameters of thyroid function 
in serum of 16 selected vertebrate species: a study of PBI serum T 4 , free 
T 4 , and thè pattern of T 4 and T 3 binding to serum proteins. Endocrinology, 
86, 793-805. 

157) Riferito in: Aswell M., Work T. S., 1970 - The biogenesis of mitochondria. 
Ann. Rev. Biochem. 39, 251-290. 

158) Robert-Scooley R. A., Friedkin S., Evans E. S., 1966 - Re-examination of thè 
Discrepancy between acidophil numbers and growth hormone concentration 
in thè anterior pituitary gland following thyroidectomy. Endocrinology, 79, 
1053-1057. 

159) Rolfe R., Meselson M., 1959 - The relative homogeneity of microbial DNA. 
Proc. Nati. Acad. Sci. U.S., 45, 1039-1043. 

160) Roeder R. G., Rutter W. J., 1969 - Multiple Forms of DNA-dependent RNA 
Polymerase in Eukaryotic Organisms. Nature, 224, 234-237. 

161) Roeder R. G., Rutter W. J., 1970 - Specifìc nuclear and nucleoplasmic RNA 
polymerases. Proc. Nati. Acad. Sci. USA, 65, 675-682. 

162) Roodyn D. B., 1962 - Protein synthesis in mitochondria. 3. The controlled 
disruption and subfractionation of mitochondria labeled in vitro with ra- 
dioactive valine. Biochem. J., 85, 177-189. 

163) Roodyn D. B., 1965 - Further study of factors affecting amino acid incor¬ 
poration into protein by isolated mitochondria. Biochem. J., 97, 782-793. 

164) Roodyn D. B., Reis P. J., Work T. S., 1961 - Protein synthesis in mitochon¬ 
dria. Requirements for thè incorporation of radioactive amino acids into 
mitochondrial protein. Biochem. J., 80, 9-21. 

165) Roodyn D. B., Suttie J. W., Work T. S., 1962 - Protein synthesis in mito¬ 
chondria. Rate of incorporation in vitro of radioactive amino acids into 


394 T. De Leo 


soluble proteins in thè mitochondrial fraction, including catalase, malie 
dehydrogenase and cytochrome c. Biochem. J., 83, 29-40. 

166) Roodyn D. B., Freeman K. B., Tata I. R., 1965 - The stimulation by treatment 
in vivo with trHodothyronine of amino acid incorporation into protein by 
isolated rat-liver. Biochem. J., 94, 628-641. 

167) Ross J. E., Tapley D. F., 1966 - Effect of various analogues on thè binding 
of labeled thyroxine to thyroxine-binding globulin and prealbumin. Endo- 
crinology, 79, 493-504. 

168) Saccone C., Quagliariello E., 1975 - Biochemical Studies of Mitochondrial 
Transcription and Translation. J. Review Cyt., 43, 125-165. 

169) Saccone C., Gadaleta M. N., Quagliariello E., 1967 - Effect of atraetyloside 
on nucleoside triphosphate incorporation into RNA of Rat-liver mitochondria. 
Biochim. Biophys. Acta, 138, 474-479. 

170) Saccone C., Gadaleta M. N., De Leo T., Barletta A., 1971 - Influence of thyroid 
hormone on mitochondrial DNA transcription in rat liver. Abstr. l st Eur. Bio¬ 
phys. Congr., 455-459. 

171) Saccone C., De Giorgi €., Cantatore P., Gallerani R., 1974 - « Ribonucleotide 
polymerizing activities in rat liver mitochondria ». In: Biomembranes Archi- 
tecture, Biogenesis, Bioenergetics, and Differentiation, edito da L. Packer. 
New York, Academic Press, p. 87-99. 

172) Sack J., Fischer D. A., 1975 - « Thyroid hormone Metabolism in Amniotic 
Fluid of Man and Sheep ». In : Perinatal Thyroid Physiology and Disease, 
edito da D. A. Fisher, G. N. Burrow, New York, Raven Press, p. 49-58. 

173) Salvatore G., 1969 - Thyroid hormone biosynthesis in Agnatha and Proto- 
chordata. Gen. Comp. Endocrinol. Suppl., 2, 535-552. 

174) Samel M., 1968 - Thyroid function during postnatal development in thè rat. 
Gen. Comp. Endocrinol., 10, 229-234. 

175) Samuels, H. H., Tsai J. S., Casanova J., Stanley F., 1974 - Thyroid hormone 
action. In vitro characterization of solubized nuclear receptors from rat 
liver and cultured GH 1 Cells. J. Clin. Invest., 54, 853-862. 

176) Schadlow A. R., Surks M. I., Schwartz H. L., Oppenheimer J. H., 1972 - Spe- 
cifìc Triiodothyronine Binding Sites in thè Anterior Pituitary of thè rat. 
Science, 176, 1252-1254. 

177) Schimmelpfennig G. K., Sauerberger M., Neubert D., 1970 - Stimulation of 
mitochondrial RNA synthesis by thyroid hormone. FEBS Letters, 10, 269-271. 

178) Schmitt H., 1972 - Analysis and site of Synthesis of ribosomal proteins 
from yeast mitochondria. FEBS Lett., 26, 215-220. 

179) Schneider W. C., Kuff E. L., 1965 - The isolation and properties of rat liver 
mitochondrial deoxyribonucleic acid. Proc. Nati. Acad. Sci. U.S., 54, 1650-1658. 

180) Schussler G. C., Plager J. E., 1967 - Effect of preliminary purifìcation of 
131 1-thyroxine on thè determination of free thyroxine in serum. J. Clin. En¬ 
docrinol. Metab., 27, 242-250. 

181) Scragg A. H., 1971 - Mitochondrial-DNA-directed RNA polymerase from Sac- 
caromyces cerevisiae mitochondria. Biochem. Biophys. Res. Commun., 45, 
701-706. 

182) Scragg A. H., 1974 - « A mitochondrial DNA-directed RNA polymerase from 
yeast mitochondria ». In: The Biogenesis of Mitochondria, edito da A. M. 
Kroon, C. Saccone, New York, Academic Press, p. 47-57. 


lodictironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 395 


183) Seal U. S.» Doe R. P,. 1965 - Purification, some properties and composition 
of thè corticosteroid and thyroxine-hinding globulins from human serum. 
Excerpta Med. Intern. Gong. Ser., 83, 325-328. 

184) Shellabarger C. J,, 1964 - « The effect of thyroid hormones on growth and 
differentiation ». In: The Thyroid Gland, edito da R. Pitt.-Rivers, W. R. 
Trotter, New York, Plenum Publishing Co., 1, p. 187-198. 

185) Shepard T. IL, 1968 - Development of thè human fatai thyroid. Gen. Comp. 
Endocr., 10, 174-182. 

186) Shepard T. I-L, Andersen H. J., Andersen H , 1964 - The human fetal thyroid. 

I. Its weight in relation to body weight, crown-rump length, foot lenght 
and estimated gestation age . Anat. Record, 148, 123-128. 

187) Siegel E., Tobias C. A., 1966 - Actions of thyroid hormones on cultured 
human cells. Nature, 212, 1318-1321. 

188) Sinclair J H., Stevens B, J., 1966 - Circular DNA fdarnents from mouse 
mitochondria. Proc. Nati. Acad. Sci. U.S., 56, 508-514. 

189) Slebodzimski A., 1965 - Physiological significance of thyroxine binding by 
proteins: The relationship between changes in thyroxine-binding-globulin 
capacity and thè daìly utilization rate of thyroxine in thè newborn pig. 

J. Endocrino!., 32, 65-75. 

190) Slebodzimski A., 1965 - Thyroxine utilization rate and some other indices of 
peripheral lodine metabolism in suckling pigs. Vet. Sci., 6, 307-315. 

191) Slebodzinski A., Srebro Z., 1968 - The thyroid gland and thè neur o secret or y 
activity of thè hypothalamus in thè newborn rabbit. I. Endocrinol., 42, 
193-203. 

192) Sokoloff L , 1968 - « Role of mitochondria in thè stimulation of protein 
synthesis by thyroid hormones ». In: Regulatory Mechanisms for Protein 
Synthesis in Mammalian Cells, edito da A. San Pietro, M. R. Lamborg, F. 
T. Kenney, New York, Acad. Press, p. 345-367. 

193) Sokoloff L., Francis C. M„, Campbell P. L., 1964 - Thyroxine stimulation of 
amino acid incorporation into protein independent of any action on mes¬ 
senger RNA synthesis . Proc. Nati. Acad. Sci. U.S., 52, 728-736. 

194) Socolow E. L., Woeber K. A., Purdy R. FL, Holloway M. T., Ingbar S. FI-, 
1965 - Proparatìon of I ì3I -labeled human serum prealbumin and its meta¬ 
bolism in normal and sick patients. J. Clin. Invest., 44, 1600-1609. 

195) Spaulding S. W., Davis P. J., 1971 - Thyroxine binding to soluble proteins 
in rat liver and its sex dependence. Biochim. Biophys. Acta, 229, 279-283. 

196) Steimert M., Steinert G., 1962 - La synthèse de Vacide désoxyrìhonucléique 

au cours du cycle de division de Trypanosoma mega. J. Protozool., 9, 203-211. 

197) Steinetz B. G., Beach V. L,, 1963 - Some influences of thyroid on thè pi - 

tuitary-adrenal axis . Endocrinology, 72, 45-58. 

198) Sterling K., Milch P. O., 1975 - Thyroid hormone binding by a component 
of mitochondrial membrane. Proc. Nat. Acad. Sci. USA, 72, 3225-3230. 

199) Sterling K., Milch P. O., 1976 - « The mitochondria as a site of thyroid 

hormone action ». In: Thyroid Research, edito da J. Robbins, L. E. Bra- 

verman, Amsterdam, Excerpta Medica, p. 342-346. 

200) Strisower B., Gofman J. W.» De Lalla O., 1959 - The effect of L-Thyroxine 
on serum lipoprotein and cholesterol concentrations . J. Clin. Endocr in., 19, 
177-186. 


396 T. De Leo 


201) Surks M>r J., Koerner D., Dillman W., Oppenheimer J. H., 1973 - Limited 

capacity Binding sites for L-T riio do thyr orline in Rat Liver Nuclei. J. Biol. 
Chem., 248, 7066=7072. 

202) Tata J. R., 1966 - « Hormones and synthesis and utilization of ribonucleic 
acids ». r In: Progress in nucleic acid research and molecular biology, edito 
da J. N. Davidson, W. E. Cohn, New York and London, Academic Press, 
5, p. 191-250. 

203) Tata J. R., 1966 - « The regulation of mitochondrial structure and function 
by thyroid hormones under physiological conditions ». In: Regulation of 
Metabolic Processes in Mitochondria, edito da J. M. Tager, S. Papa, E. 
Quagliariello, E. C. Slater, New York, Elsevier, p. 489-507. 

204) Tata J. R., 1967 - The formation and distribution of ribosomes during hor- 
mone-induced growth and development. Biochem. J., 104, 1-16. 

205) Tata J. R., 1967 - The formation, distribution and function of ribosomes 
and microsomal membranes during induced amphibian metamorphosis. 
Biochem. J., 105, 783-801. 

206) Tata J. R., 1970 - « Regulation of protein 'synthesis by growth and develop- 
mental hormones ». In: Biochemical Actions of Hormones, edito da G. 
Litwack, New York, Acad. Press, p. 89-133. 

207) Tata J. R., Widnell C. C., 1966 - Ribonucleic acid synthesis during thè early 
action of thyroid hormones. Biochem. J., 98, 604-620. 

208) Trara-Genoino I., De Leo T., Manginelli M. A., Di Meo S., 1973 - The effect 
of thyroidectomy and « in vivo » administration of triiodothyronine on thè 
leucine incorporation into thè celi proteins. Rend. Acc. Sci. Fis. Mat., 40, 
163-176. 

209) Trevorrow V., 1939 - Studies on thè nature of thè iodine in blood. J. Biol. 
Chem., 127, 737-750. 

210) Tsai M. J., Michaelis G., Criddle R. S., 1971 - DNA-dependent RNA Poly- 
merase from yeast mitochondria. Proc. Nati. Acad. Sci. USA, 68, 473-477. 

211) Tzagoloff A., Arai A., 1972 - Assembly of thè Mitochondrial Membrane Sy¬ 
stem. J. Biol. Chem., 247, 6517-6523. 

212) Van Bruggen E. F. J., Borst P., Ruttenberg G. J. C. M., Gruber M., Kroon 
A. M., 1966 - Circular mitochondrial DNA. Biochim. Biophys. Acta, 119, 
437-439. 

213) Van Heyningen H. E., 1969 - The initiation of thyroid function in thè mouse. 
Endocrinology, 69, 720-727. 

214) Viarengo A., Zoncheddu A., Taningher M., Orunesu M., 1975 - Sequential 
Stimulation of Nuclear RNA Polymerase Activities in Livers from Thyroi- 
dectomized Rats Treated with Triiodothyronine. Endocrinology, 97, 955-961. 

215) Waterman A. H., Gorbman A., 1963 - Thyroid tissue and some of its properties 
in hagfish Myxine glutinosa. Gen. Comp. Endocrinol., 3, 58-65. 

216) Werner S., 1962 - « Comparative and microscopie anatomy of thè thyroid ». 
In: The Thyroid; edito da S. Werner, New York, Harper & Row, p. 107-124. 

217) WheèldOn L. W., Dyanoux A. C., Bof M., Vignais P. V., 1974 - Stable and 
labile products of Mitochondrial Protein Synthesis in vitro. Eur. J. Biochem., 
46. 189-199. 


lodictironine ormonali e biogenesi dei mitocondri 397 


218) Widnell C. C., Tata J. R., 1966 - Additive effects of thyroid hormone, growth 
hormone and testosterone on deoxyribonucleic acid-dependent ribonucleic 
acid polymerase in rat-liver nuclei. Biochem. J., 98, 621-628. 

219) Wilber J. F., Utiger R. D., 1966 - The effect of glucocorticoids on thyrotropin 
secretìon. J. Clin. Invest., 48, 2096-2107. 

220) Wilkins L., 1965 - The Diagnosis and Treatment of Endocrine Disorders in 
Childhood and Adolescence (3rd ed.), edito da R. M. Blizzard, C. J. Migeon, 
Springfield, 111.: Thomas, p. 102-108. 

221) Winick M., Noble A., 1965 - Quantitative changes in DNA, RNA and protein 
during prenatal and postnatal growth in thè rat. Develop. Biol., 12, 451-466. 

222) Wintersberger E., 1964 - DNA-abhàngige RNA-Synthese in Rattenleber-Mi- 
tochondrien. Z. Physiol. Chem., 336, 285-288. 

223) Wintersberger E., 1966 - Occurrence of a DNA-polymerase in isolated yeast 
mìtochondria. Biochem. Biophys. Res. Common., 25, 1-7. 

224) Wintersberger E., 1972 - Isolations of a distinct Rifampicin-resistant RNA 
polymerase from Mitochondria of yeast, neurospora and liver. Biochem. 
Biophys. Res. Commun., 48, 1287-1294. 

225) Woeber K. A., Ingbar S. H., 1968 - The contribution of thyroxine-binding 
prealbumin to thè binding of thyroxine in human serum, as assessed by 
immunoadsorption. J. Clin. Invest., 47, 1710-1721. 

226) Woeber K. A., Ingbar S. H., 1974 - « Interactions of thyroid hormones with 
binding proteins ». In: Thyroid, edito da M. E. Greer, D. H. Solomon, 
Washington, American Society of Physiology, p. 187-196. 

22) Wu G. J., Dawid I. B., 1972 - Purification and properties of Mitochondrial 
Deoxiribonucleic acid dependent ribonucleic acid polymerase from ovaries 
of Xenopus laevis. Biochemistry, 11, 3589-3595. 

228) Wu M., Davidson N., Attardi G., Aloni Y., 1972 - Expression of thè Mito¬ 
chondrial Genome in HeLa Cells. XIV. The Relative Positions of thè 4 s RNA 
Genes and of thè Ribosomal RNA Genes in Mitochondrial DNA. J. Mol. 
Biol., 71, 81-93. 

229) Wyatt G. R., Tata J. R., 1968 - The hybridization capacity of RNA produced 
during hormone action. Biochem. J., 109, 253-258. 

230) Yamamoto K., 1960 - Comparative histological studies of thè thyroid gland 
of lower vertebrates. Okajimas Folia Anat., Japon, 34, 353-387. 

231) Zoncheddu A., V iarengo A., 1974 - Increased Phosphorylation of Liver Histone 
F, Following thè Administration of 3,5,3’-Triiodo-L-Thyronine (T 3 ). Expe- 
rientia, 30, 737. 

232) Zoncheddu A., Vi arengo A., Accomando R., Fugassa E., Orunesu M. - Increased 
RNA polymerase activity in isolated liver nucleoli from thyroidectomized 
rats treated ith triiodothyronine. Sottomesso per la pubblicazione. 





































■ 










































Boll. Soc. Natur. in Napoli 
voi. 85, 1976, pp. 399-416, tabh. 12 


Un aspetto delTinquinamento: « Il pesce al mercurio » 

Nota del socio Felice Senatore 


(Tornata del 29 ottobre 1976) 


Riassunto. — Considerata l’importanza, l'utilizzazione e la tossicità del mer¬ 
curio, viene brevemente esaminato il problema dell’inquinamento delle acque 
ad opera del mercurio e come questo possa giungere fino all'uomo attraverso 
la catena alimentare con gli effetti negativi che ne conseguono. 

Summary. — In view of thè importance, utilization and toxicity of thè 
mercury, thè water pollution owing to him is briefly examined. 

A swift test is then made about thè possibility of thè mercury to come 
to thè men through thè alimentary chain and thè results produced. 


Il notevole aumento della popolazione terrestre e lo sfruttamento 
indiscriminato delle risorse naturali con la loro progressiva riduzione, 
portano, tra l'altro, ad un’alterazione deH'equilibrio ecologico creando 
una serie di problemi di non facile soluzione. 

Le sempre più frequenti manifestazioni di degradazione ambientale 
fanno delTinquinamento un problema attuale e pressante, in special modo 
se ci si riferisce aH'inquinamento delle acque. 

L'acqua è indispensabile alla vita in quanto in essa avvengono le rea¬ 
zioni biologiche ed il corpo dell'uomo è costituito, appunto, da circa il 
60 % di acqua mentre questo valore cresce per i vegetali ed alcuni ani¬ 
mali marini possono contenerla perfino in percentuali che si aggirano 
sul 90 %. 

Ed infatti nella Cestus Veneris, o cinto di Venere, uno ctenoforo della 
specie dei Cestidi che può raggiungere una lunghezza di un metro e mezzo, 
la percentuale d'acqua nel peso corporeo è del 99,76 % mentre per tutti i 
ctenofori, in genere, la percentuale d'acqua nel peso corporeo si aggira 
sul 95 % (1). 

L'uomo, finora, ha sfruttato questo bene incomparabile fornitoci dalla 
natura senza preoccuparsi del suo inquinamento che si è man mano fatto 


400 F. Senatore 


più preoccupante nel corso degli anni per cui fiumi e laghi un tempo pe¬ 
scosi sono ora ridotti a collettori di rifiuti senza alcuna traccia di vita. 

Studi recenti hanno mostrato che se cessasse l'inquinamento dei laghi 
Michigan (U.S.A., 58.000 Km 2 ) e Superiore (U.S.A. e Canada, 84.130 Km 2 ), 
perché le loro acque possano purificarsi per via naturale, occorrerebbero, 
rispettivamente, 100 e 500 anni! [1]. 

Ma non sono solo le acque dolci a subire un tale processo degra- 
dativo: anche le acque marine ricevono in continuo scarichi urbani, in¬ 
dustriali ed acque reflue dell'agricoltura oltre a subire il criminoso sver¬ 
samento di idrocarburi durante i lavaggi dei serbatoi delle navi cisterna. 

Un tale inquinamento è possibile anche per cause indipendenti dalla 
volontà dell'uomo; infatti è ancora recente il dramma verificatosi nel 1967 
sulle scogliere di Sewen Stones, nella Manica, ove la Torrey Canyon si 
incagliò e si spezzò in due tronconi versando circa 117.000 tonnellate di 
petrolio distruggendo così per mesi l’avifauna e l’ittiofauna della Manica 
per non dire, poi, delle negative conseguenze sull'industria turistico-al- 
berghiera. 

Chiaramente l'inquinamento delle acque provoca danni al patrimonio 
ittico ed alla pesca in genere attraverso vari meccanismi d'azione. 

Vogliamo qui considerare quello dovuto al mercurio. 

Il mercurio è un elemento abbastanza diffuso in natura e, per le sue 
caratteristiche chimico-fisiche, è insostituibile in molte apparecchiature. 

Nella Tabella I (2) vengono riportati i livelli di mercurio nell'ambiente 
mentre nella Tabella II vengono riportate alcune caratteristiche fisiche del 
mercurio e suoi derivati più interessanti dal punto di vista dell’inqui- 
namento. 

Il mercurio è il più volatile dei metalli: la sua tensione di vapore, 
a temperatura ambiente, è di circa IO -6 atm, per cui un metro cubo d'aria 
satura di mercurio ne può contenere più di 10 mg e tale quantità è suffi¬ 
ciente a generare gravi intossicazioni perché già 0,1 mg/mc sono suffi¬ 
cienti a causare in breve tempo intossicazioni croniche se si è esposti 
a tali concentrazioni per 5-8 ore al giorno. 

I sintomi del mercurialismo diventano evidenti dopo alcune settimane 
e le prime manifestazioni consistono in disturbi fisici ed emotivi; a tale 
stadio fa seguito una diminuzione della facoltà di concentrazione, una 
perdita di memoria ed insonnia associata ad irascibilità. 

Nei casi più gravi compaiono anche tremori, stomatiti e gengiviti. 

Questa tossicità del mercurio è da attribuire al blocco di alcuni en¬ 
zimi per interazione con i gruppi -SH di tali enzimi esplicando così una 
azione tioloprivante. 


Un aspetto dell’inquinamento: « Il pesce al mercurio » 401 


TABELLA I 


Livelli di mercurio nell’ambiente 



Campione 

Concentrazione 
del mercurio 
(p.p.m.) 

Note 

Roccia 


0,01-20,0 

I valori più elevati compe¬ 
tono a scisti ricchi di mate¬ 
riale organico. 

Terreno 


0,1 

Campioni prelevati 130 metri 
sotto il suolo. 


Vicino a depositi di 
minerali di Hg 

0,00009 


Aria 

Vicino a depositi di 
minerali di Cu 

0,00004 



In zone non mine¬ 
rarie 

0,00001 



65 % dei campioni 

0,0001 


Acque 

15 % dei campioni 

0,001 



3 % dei campioni 

0,005 




TABELLA II 



Caratteristiche fisiche 

del mercurio ed 

alcuni suoi derivati 


Formula 

P.M. 

Densità 

gr/cc 

P.F. 

«C 

P.EB. 

°C 

Solubilità 

Hg 

200,61 

13,546 

-38,37 

356,58 

HN0 3 ; H 2 S0 4 caldo 

HgCl 2 

271,52 

5,44 (25 °C) 

276 

302 

36 g/1 (0 °C); 69 g/1 (20 °C) 
Piridina; Acido acetico 

Hg (CH 3 COO) 2 

318,7 

3,27 

Dee. 

— 

250 g/1 (10 °C); 1 Kg/1 (100 
°C) Alcali; Acido acetico 

Hg (CH 3 ) 2 

230,68 

3,069 

— 

96 

Alcali; acido acetico; al¬ 
cool; etere 

C 2 H 5 HgCl 

265,13 

3,482 

193 

— 

Poco in etere 

C 6 H 5 Hg ( CH 3 COO) 

336,75 

— 

149 

— 

Benzene; acido acetico 









402 F. Senatore 


Il punto d'accumulo del mercurio negli esseri umani è nel fegato e 
nei reni e concentrazioni di 0,2-0,3 mg % di mercurio nel sangue possono 
provocare gravi disturbi renali. 

Nelle Tabelle III (3) e IV (4) vengono riportati alcuni dati circa l’ac¬ 
cumulo di mercurio in tessuti di trota e di tonno rispettivamente. 


TABELLA III 

Concentrazione di mercurio in tessuti di trota 


Tessuto 

Concentrazione del mercurio 
(p.p.m.) 

Sangue 

22,8 

Rene 

17,3 

Fegato 

16,7 

Cervello 

10,1 

Gonadi 

4,1 

Muscolo 

4,0 


TABELLA IV 

Distribuzione del mercurio in differenti parti del tonno (p.p.m.) 


Peso 

del 

tonno 

(Kg) 


Specie di 
tonno 


Tessuto Ven- Buzzo¬ 
muscolare tresca naglia 


Ossa 


Pelle Cervello Sangue 


50 

i Neothunnus 

) 0,78 

0,66 

70 

] macropterus 

j 0,54 

0,43 

85 

Parathunnus 

obesus 

0,84 

0,75 

2 

Katsuwonus 

0,30 

_ 


pelamis 

(anter.) 




0,37 

(caudale) 


4 


0,35 

(anter.) 

— 



0,45 

(caudale) 



0,93 

0,17 

0,14 

0,08 

10,95 

0,67 

0,11 

0,09 

0,05 

4,10 

0,95 

0,16 

0,09 

0,08 

1,60 

0,29 

0,06 

0,22 

0,11 

0,20 

0,33 

0,07 

0,25 

0,12 

0,13 








Un. aspetto dell’inquinamento: « Il pesce al mercurio » 403 


Come si può notare esaminando i valori riportati nella Tav. IV, i 
valori più elevati per la concentrazione del mercurio si riscontrano nella 
buzzonaglia e nel sangue e questo dato è confermato anche da uno studio 
più recente effettuato da alcuni ricercatori italiani (5). 

Il mercurio tal quale, cioè allo stato elementare, ed i suoi derivati 
inorganici sono meno tossici dei derivati organici tra i quali il più tos¬ 
sico risulta essere il dimetilmercurio, liposolubile e stabile in soluzioni 
alcaline, facilmente assimilabile dalle piante e dagli organismi che ten¬ 
dono a concentrarlo rispetto all'ambiente circostante, prodotto finale verso 
cui convergono tutti i derivati del mercurio ad opera di alcuni batteri 
anaerobi. 

Il processo di trasformazione avviene secondo questo schema (6): 



Sia il mercurio che il dimetilmercurio attaccano il sistema nervoso 
centrale e restano fissati per periodi superiori a quelli dei composti or¬ 
ganici del mercurio. 

Però, mentre il mercurio è eliminato abbastanza rapidamente, è stato 
dimostrato, utilizzando dimetilmercurio marcato, che la vita media di 
questo prodotto è di circa 70 giorni; inoltre questo prodotto è escreto 
attraverso le feci e burina nella percentuale giornaliera dell'l % (7) per 
cui anche assunzioni in dosi infinitesimali possono, alla lunga, diventare 
nocive data la lenta eliminazione della sostanza. 

Alcuni studi (8) hanno dimostrato che HgCfi e (CH 3 )HgCl inibiscono 
la biosintesi dei lipidi, in special modo dei galattolipidi, e della clorofilla 
in alcune alghe d'acqua dolce, VAnkistrodesmus hraunii e la Euglena 
gracilis. 

Ambedue, poi, inibiscono fortemente l'attività della galattosil-transfe- 
rasi per la biosintesi dei galattolipidi in cloroplasti isolati di Euglena e 
foglie di spinaci. 

Altre ricerche effettuate sulle interazioni tra le piante acquatiche ed 
i sedimenti fluviali per l'assunzione del mercurio dalle acque reflue hanno 
confermato ancora una volta quanto sia tossico il mercurio, ed i suoi de¬ 
rivati organici, per tali organismi (9-10-11). 


27 



404 F. Senatore 


Come antidoti a casi d'intossicazione da mercurio e derivati si ef¬ 
fettuano lavande gastriche somministrando il solfossilato sodico della for¬ 
maldeide che precipita il mercurio come sale insolubile: H— C —H . 

HO S0 2 Hg 

In alternativa si può sfruttare l'azione tioloprivante del mercurio 
somministrando antidoti come il B.A.L. (British Anti Lewisite) (la lewisite 
è un aggressivo bellico a base d'arsenico) o dimercaprolo F.U. (2,3-dimer- 
captopropanolo-1 ): CH 2 —CH—CH 2 . 

I I I 

OH SH SH 

Il B.A.L. fu consigliato già nel 1952 da Longscope (12) quale antidoto 
del dicloruro di mercurio. 

Il chelato che si forma viene eliminato con l'urina per cui risulta 
possibile seguire l'eliminazione della sostanza tossica ed effettuare op¬ 
portuni dosaggi del farmaco. 

A tal proposito ricordiamo che l'effetto del B.A.L. è pH-dipendente e 
che i migliori risultati si ottengono per valori di pH alcalini (13). 

In base a queste considerazioni risulta evidente l’interesse che si ha 
per combattere eventuali inquinamenti da mercurio. 

Dalla Tabella V (14) notiamo che il maggior uso di mercurio nell’indu¬ 
stria è riservato alla produzione di cloro nel processo della soda caustica 
da NaCl : 


TABELLA V 


Consumo di mercurio negli U.S.A. 

(1969) (z valori sono in tonnellate) 

Industria del cloro 

712 

Apparati elettrici 

626 

Vernici 

335 

Strumentazione 

177 

Catalizzatori 

100 

Preparati odontotecnici 

94 

Agricoltura 

92 

Uso di lab. in genere 

57 

Prodotti farmaceutici 

23 

Produzione della carta 

19 

Amalgami 

7 

Vari 

490 

Totale 

2.732 





Un aspetto dell’inquinamento: « Il pesce al mercurio » 405 


Forti quantitativi di mercurio vengono usati anche per la prepara¬ 
zione di composti atti ad inibire lo sviluppo di-muffe nelle sementi e tra 
questi derivati mercuriali citiamo il metìlmercurio nitrile CILHg—CN, 
Fetilmercurio cloruro' C 2 H 5 —Hg—Cl, il metilmercurio acetato CH 3 -- Hg— 
CH 3 

.O.C<^ e la metilmercurio diammide. 

O 

L’uso di tali prodotti si rivelò nocivo per l’uomo quando fu visto, 
in Iraq, che granaglie trattate con tali sostanze trasmettevano all'uomo 
questi derivati del mercurio e nel 1972 un decreto del Ministro 1 della Sa¬ 
nità (D M, 9-10 1972, pubblicato sulla G.U. n. 282 del 28-10-1972) ha vietato, 
in Italia, Fuso in agricoltura di tutti i composti organici del mercurio 
revocando contemporaneamente le autorizzazioni dei formulati contenenti 
tali composti, autorizzazione che era stata concessa con D.M. del 28-7-1970, 
anche in considerazione del fatto che i sali organici del mercurio possono 
inquinare le falde freatiche. 

Anche l’industria della carta fa largo uso di composti organici del 
mercurio per prevenire lo sviluppo di muffe nella pasta bagnata du¬ 
rante i processi di lavorazione e tra questi primeggiava il fenilmercurio 
CH 3 

acetato C 6 H 5 —-Hg—OC<^ 

O 


Di recente, però, la Federai Food and Drug Administration ne ha 
vietato Fuso negli Stati Uniti nella lavorazione di carte destinate a con¬ 
tenere alimenti in quanto è possibile la cessione di tale sostanza tossica 
all'alimento contenuto in involucri cartacei così trattati. 

Le vie attraverso cui il mercurio si inserisce nella catena alimen¬ 
tare sono due: l’acqua ed i disinfestanti usati in agricoltura. 

La via acquatica, però, è di gran lunga la più importante in quanto 
in essa si verifica il fenomeno di concentrazione che può risultare fatale 
per l'uomo. 

Infatti le alghe a contatto con i sedimenti ricchi di mercurio 1 pos¬ 
sono giungere a concentrarlo sulla loro superficie fino a valori cento 
volte maggiori rispetto all’ambiente circostante. 

Predate dal plancton le alghe gli trasmettono questi valori già ele¬ 
vati per cui dal plancton ai pesci più piccoli e, via via a quelli più 
grandi, fino all’uomo, i valori sono destinati ad aumentare fino a rag¬ 
giungere soglie di pericolo anche perché il mercurio è ritenuto in al¬ 
cuni pesci con un tempo di vita media che può raggiungere perfino 1 i 
200 giorni (15). 


406 F. Senatore 


Si è riscontrato, inoltre, esaminando trote (Salvelinus namaycush), 
di età comprese tra uno e dodici anni, del lago Cayuga (Ithaca, New 
York), che il quantitativo di mercurio e di metilmercurio contenuto nei 
pesci aumenta al crescere dell'età degli stessi (16). 

Indagini attuali hanno ancora una volta dimostrata la tossicità acuta 
del cloruro di metilmercurio e del cloruro di mercurio su tali pesci 
d'acqua dolce (17-18) ed oltretutto si sono anche notate delle alterazioni 
strutturali del muco epidermico di alcuni pesci indotte da acqua tra¬ 
sportante piombo e mercurio (19). 

I primi casi d’intossicazione da mercurio si riscontrarono in Giap¬ 
pone ove tra il 1953 ed il 1960 centoundici persone viventi sulle coste 
della baia di Minamata (20) morirono o furono seriamente intossicate 
per aver mangiato pesci e molluschi inquinati pescati nella baia ove il co¬ 
losso giapponese Shin-Nikon-Chisso, che produceva acetaldeide per idra¬ 
tazione dell'acetilene utilizzando il mercurio come catalizzatore, scaricava 
le sue acque. 

Una nota del 1973 (21) riferisce che la corte del distretto di Kuma- 
moto era stata interpellata da 138 attori che chiedevano risarcimenti di 
danni per la somma di 4.000.000 di dollari a carico della predetta Com¬ 
pagnia e che il Presidente della stessa aveva deciso di accettare tale ri¬ 
chiesta già prima che la corte si pronunziasse in merito. 

Un altro caso di verificò in Giappone nel 1965: cinque persone mori¬ 
rono e ventisei rimasero gravemente colpite per aver ingerito prodotti 
della pesca del fiume Agano, nella prefettura di Niigata, in cui la Showa 
Denko Co. di Kanase, produttrice di acetaldeide secondo il metodo già 
citato, scaricava giornalmente 500 gr di metilmercurio (22). 

Ricerche successive condotte negli Stati Uniti su pesci del lago Erie 
e del St. Claire River hanno mostrato che anche nei pesci d’acqua dolce 
si può avere accumulo di mercurio fino a limiti superiori a 0,5 p.p.m., 
limite massimo ammesso in U.S.A. dalla Federai Food and Drug Admini- 
stration per la commercializzazione dei prodotti della pesca. 

Nella Tabella VI (23) vengono riportati alcuni dati analitici riguardanti 
tali studi ed i valori riportati sono riferiti alla razione che un uomo può 
mangiare giornalmente. 

A questo proposito notiamo che la legislazione italiana prevedeva per 
i prodotti della pesca che i prodotti ittici potevano essere lavorati ed im¬ 
messi al consumo purché il contenuto in mercurio non superasse il va¬ 
lore di 1 mg/Kg (D.M. Sanità del 14-7-1971, pubblicato sulla G.U. n. 218 
del 30-8-1971). 


Un aspetto dell’inquinamento: « Il pesce al mercurio » 407 


TABELLA VI 


Concentrazione di mercurio in pesci d’acqua dolce 


Pesce 


Concentrazione del mercurio 
(p.p.m.) 


Carpione 


Pesce gatto 
Salmone Coho 


Luccio nordico 


Branzino bianco 


Luccio Walley 
Sucker 


1,4-3,57 

0,88 

0,64 

0,53-0,80 

0,32-1,80 

0,24-0,96 

0,08-0,28 


Questo limite è stato successivamente abbassato al valore di 0,7 mg/Kg 
con D.M, della Sanità del 14-12-1971 apparso sulla G.U. n. 328 del 28-12-1971 
ed il D.M. del 29-3-1974 fissa tale limite anche per il pesce importato 
da paesi della C.E.E. 

Uno studio di Wobeser et ab (24) condotto nel 1970 su pesci del fiume 
Saskatchewan (Canada) ha mostrato che alcuni pesci presentavano un 
contenuto in mercurio superiore a 10 p.p.m. mentre una nota del 1971 
della Federai Food and Drag Administration riportava la notizia che su 
853 pesci spada esaminati solo 42 contenevano mercurio in concentrazioni 
eguali od inferiori al limite delle 0,5 p.p.m. fissato dalla stessa Ammi¬ 
nistrazione. 

Indagini analoghe esperite su pesci pescati nel Mincio e nel Panaro 
(25) hanno mostrato che il valore di 0.7 p.p.m. fissato in Italia è superato 
molte volte in spigole ( Dicentrarchus labrax ), carpe ( Cyprinus carpio ) 
e persici sole ( Eupamotis gibbosus ). 

Nelle spigole, in particolare, si è riscontrato un fattore di accumulo 
di 568 volte rispetto all'ambiente idrico ed un valore medio di accumulo 
totale di mercurio nelle porzioni commestibili di 2,272 p.p.m. 

Prendendo in esame situazioni di nazioni vicine a noi vediamo che 
nel 1972 Rafael Establier ha pubblicato un lavoro (24) sulla concentra¬ 
zione dì mercurio in alcuni pesci, molluschi e crostacei pescati nel golfo 
di Cadice o nel nord-est africano e nelle Tabelle seguenti (VII VI II IX) tra¬ 
scriviamo alcuni dati desunti da questo lavoro mentre nelle Tabelle X ed 
XI riportiamo' i dati ottenuti effettuando analisi con metodi diversi da al¬ 
cuni sperimentatori italiani (26): 





TABELLA VII 

Contenuto in mercurio in pesci pescati nel golfo di Cadice 


408 F. Senatore 


8 § 
*8 


_ u 

O -o 

C/5 .S 
0) fl 


'oc £ 

C3 o 

H w 


<N OG fN <N OO ro 

■X t-T o~ c£ in ^ G\ no 


imimfnfNooooo 


ino<nin^-ON—loon-vo 
CO ^ O CD CO ON O (N ^ h 

o" o" ©~ cT ’-h o" cn X •f-T o" ©~ ©' o~ ©' 


o o o o o o 


in in in in 
r-J o 


°, 

o § in 

(N M (N (N 


o o o 
o~ d> o" 


cd Cd 



<U 

G 

(U 

3 

cd 

> 

cu 

VI/ 

cu 

cu 

cu 

'ór 

"a? 

'ór 

'ór 

3 

'ór 

CU 

o 

3 

X 

X 

Tu 

3 

NH 

3 

o 

3 

o 

3 

o 

3 

o 

3 

o 

.o 

3 

cd 

o 

3 

cd 

.o 

3 

cd 

.u 

3 

cd 

o 

3 

cd 

o 

3 

cd 

cd 

cd 

f-i 

cd 

r-t 







CJ 

CJ 

U 

U 

U 

CJ 

L) 

>—i 


ò 

3 

-a 

3 

3 

3 

'—' 



s —' 

' 



.C/5 

oc 

G 






<u 

<U 

cu 

<U 

<u 

cu 

Td 

’C 


o 

o 

o 

o 

© 

o 

3 

3 

3 

3 

3 

cd 

.2 

CJ 

CJ 

s 

cd 

3 

3 

3 

<U 

3 

JO 

u 

-O 

u 

-O 

Ih 

-Q 

Sh 

Sh 

u 

"cd 

C/5 


So 

u 


S-H 

S-h 

Ih 

cd 

cd 

cd 

cd 

cd 

cd 

m 

l-H 

C/5 

t—l 

< 

c/5 

C /5 

3 

3 

3 

CQ 

co 

CQ 

09 

CQ 

CQ 


Co co 

5 5 § 

£ §» o 

C« 6( ^ 

^ 5 « 

O O CU 

3 3 O 


Co 

co 

CO CO 

CO 

.£ 

.£ 

.£ .£ 

.£ 

3 

3 

3 3 

3 

3 

3 

3 3 

3 

3) 

3ò 

do &J0 

3b 

co 

co 

co co 

CO 

•2 

•2 

3 3 

3 

3 

3 

3 3 

3 

a 


$£ Oh 


£ 

>5 

>5 £ 

s 


co co co 

£ £ s 

e £ s 

£ e s 

^ ^ ^ 

f£ *£ ,£ 


co co 
£ £ 
£ £ 
£ £ 
£ £ 
<■£ *£ 
E-h bn 






cd 

cd 

cd 

cd 

cd 








•i-H 

.-H 



-d 

xs 

Td 

Td 








T 3 

Td 


cd 

cd 

cd 

cd 

cd 








cd 


jd 

a 

a 

a 

a 

a 








cd 

co 

co 

co 

co 

co 







cd 

3 

5-i 

cu 

co 

co 

5-1 

cu 

co 

co 

.2 

3 ) 

<U 

o 

co 

CU 

o 

co 

0 ) 

O 

co 

cu 

o 

co 

cu 

o 

co 

o 

£ 

G 

O 

G 

G 

O 

G 

G 

o 

G 

G 

o 

G 

G 

O 

C 

p 

?-i 

cd 

cd 

o 

<u 

cu 

<U 

0 ) 

CJ 

O 

O 

O 

O 

O 

o 

o 

Oh 

Oh 

C /5 

a 

a 

a 

a 

a 

H 

H 

H 

H 

H 

H 


G\ Ov On vO 'O 
H Jh <N <N 


vo m co co oo oo oo 
4 h ó o o 'O 


27-8-1971 Acciuga Engraulis encrasicholus Barbate (Cadice) 11,0-12,5 

27-8-1971 Sardina Sardina pilchardus Barbate (Cadice) 14,0-16,0 

27-8-1971 Sardina Sardina pilchardus Barbate (Cadice) 14,0-16,0 

27-8-1971 Sardina Sardina pilchardus Barbate (Cadice) 15,0-16,5 

27-8-1971 Sardina Sardina pilchardus Barbate (Cadice) 15,0-16,5 










Contenuto in mercurio in molluschi e crostacei del golfo di Cadice 


Un aspetto dell’ inquinamento: « Il pesce al mercurio » 


409 



o o 

’^r 

1 

oo 

1 

ON 

r)- 

o 

1 

r- 

ni 

oo 

PO 

ni 

NO 

PO 

OO 

ON 

n> 

1 

OO 

1 

1 

NO 


1 


8 H 

r- 

1 

ON 

I 

cn 

CN 

n© 

1 

r~- 

iq 


<N 

ni 

PO 

CN 


<N 

in 

1 

O© 

1 

I 

n- 

•'cq 

1 

s 

<n O 
^8 

o" 


o" 


o" 

o" 

o" 


o" 

o" 

H=H 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 


o" 



o" 

o" 


d 



























d 



























M 

o| 

NO 

ì>" 

PO 

r-~ 

NO 

in 

ni 

s 

n- 

NO 

NO 

in 

LO 

oo 

uo 

T-C 

ON 

PO 



NO 

PO 

n. 

© 

NO 

K 



<D 

ni 

©^ 

o 

o 



*—1 

ni 

o 

o 

o 

q 

H—t 

cq 


T-H 

ni 


ni 



ni 



o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 

o" 


M S 

Cd CJ 


<3 © (N Ln (N 

\Q °» P \o co co po' 

in p in in P q c5 

in no in nj ro po 


no no^ oo no_ r-- cq 

ni ni ni ni ni ni ro" 

in -4 in n© *4 in oó 

ni ni ni ni ni ni ni 


I I 


in in cq 
co" ni ro" 


© q © in co 
-<f in" in" ni oo" 



cd 


cd ^ 














3 

3 

3 



d 


d cd 



^3 

'cd 

'cd 




'cd 



3 

3 

d 

d 

d 



<u 


cu > 






> 



> 

> 

<u 

03 

03 



s 


£ Tu 

ed 

> 


> 

’o 

3 

K 

> 

’o 

3 

X 

K> 

’o 

3 

P 




Tu 

'cd 



1j 

£ 

£ 

£ 



cd 

u 

Sh 

<u 

CJ 

cd 3 

l X 

IS 

3 


'cd 

_> 

'cd 

> 

'éd 

3 

X 

Tj 

'cd 

3 

£ 

3 

£ 

3 

Sh 

Sh 

3 

W 

SH 

3 

Sh 

Sh 

'cd 

03 

o 

cd 

PQ 

*d 

ed 

CJ 

ed ' 

W ed 

X 

ed 

cd 

3 

3 

1j 

3 

3 

'«3 

3 

3 

3 

X 

1j 

3 

'S 

v 3 

3 

PQ 

3 

pq 

3 

PQ 

3 

d 

<u 


<u .B 

W3 

<u 

3 

'C 

'C 

'n 

X 

X 

X 

G 


X 

'Ih 


<u 

cu 

<u 

ffi 

Cd 

d 

o 

d -m 

cd 

X 


rP 

rP 

'— 

N_^ 


P 

C /3 

3 

Sh 

'—' 

rG 

40 

d 

d 

d 

’ 

CJ 


Sh 

C /3 

Sh 


e 

B 

£ 

<u 

<u 

cu 

t /3 

<u 

£ 

£ 




03 


Sh 

cd 

tu 

Sh 'U 

cd cj 

d 

.cy 

d 

p 

o 

D 

G 

G 

G 

‘u 

CJ 

d 

u 

G 

P 

P 

Sh 

3 

Sh 

3 

Sh 

3 

fi 

d 

o 

gl 

CJ 

Oh 


3 

3 

3 

O 

O 

O 


O 

3 

3 

u 

CJ 

o 

0 

cd 

d 


5 Cd 


cu 

£ 

£ 

£ 

jd 

Oh 

£ 

d 

d 

d 

£ 


”3 

G 

G 7 ? 

o 


G 

G 

G 

3 

3 

3 

/H 

o 

3 

G 

G 

G 

fi 

G 

3 

3 

cd 

cd 

cn ° 

C/J HH 


o 

3 

3 

3 


>> 


CJ 

(fi 



3 

3 

3 

3 

3 

Po 

ffl 

C/D 

C /3 

5 

CJ 

Oh 

0 M 

Oh 

< 

< 

< 

P4 

< 

Ck 

Oh 

C /5 

C/D 

C /5 

< 


« a « « 


Jg J£ 

*3 ’s *"* 


do do do do 3 

2 £ £ £ qj 

<3 « « « « 


£ « « £ 

03 03 03 03 


co 

co 03 
£ ^ 

ì 5 

3 S 

o o 




!S) W ^ 

*£ *£ ^ 

co co 'o 

CD cu 03 

a a, a 

3 3 3 



CS 


« 


« 

£ 

£ 

. s 

.£ 

.£ 

_£ 

.£ 

_£ 

.£ 

.£ 




'*£ 




ȣ 


'g 


'g 


73 



do 

do 

d33 

dfl 

dfi 

do 

do 

do 

co 

co 

C<1 

co 

c^ 

co 

co 

C^3 

S 

S 

S 


S 

£ 

£ 

£ 

£ 

£ 

£ 

2 

£ 

£ 

£ 

£ 

03 

^3 

03 

03 

03 

03 

03 

03 

P 

P 

P 

P 

P 

P 

p 

P 


co 

5 co 

3 PS 
£ 3 

'SS,.« 

V. 3 
« LG 

£ 't 
£ « 
Ǥ a 

O 3 

CO co 


3 3 

3 k. 
3 3 

co co 
£ £ 
3 3 

3 3 

s e 

3 3 

<P IX, 


3 3 3 3 

^ ^ ^ tÌC 


3 3 3 3 


3 3 3 3 

a a a a 


E 

03 

OJ 

03 

03 











O 


o 

G 

G 

G 

G 











o 


o 

o 

O 

O 

o 

3 

3 3 


3 

3 

_3 

_3 


3 

3 


3 

03 

E 

CJ 

CJ 

CJ 

CJ 

3 

G G 









o 


’u 

’Sh 

’C 

"C 



"3 

03 

lj 

"03 

7j 

"ÓJ 

U 

03 

G 

’a 








(fi 

C4) 


oo 

co 

co 

co 

G 

a 

o 

C fi 

C fi 

C fi 

(fi 

03 

03 0) 

Sh 

Sh 

Sh 

Sh 

Sh 

Sh 

Sh 

Sh 

3 

0) 

Z 

o 

o 

o 

O 

H 

H H 

< 

< 

< 

< 

< 

< 

< 

< 

O 

C/D 


o o o o o o 

Ih Sh Sh U Sh 3 

<U<U<U<U<UO 

,Q q 4D ^ ^ ,o 

„ B £ £ 6 s e 

cu cd ccs cd 3 cd 3 


^j-^-rj-'^-NOON'—iinNS\ovooNO\oN^N'—<ONNONon- 
CT\ 


h <30 C\ 


.- 9-1971 Gambero Penaeus keratus Ayamonte (Huelva) 

- 9-1971 Gambero Penaeus keratus Ayamonte (Huelva) 







TABELLA IX 

Contenuto in mercurio in tessuti di specie commerciali di pesci, molluschi e crostacei della zona del Nord-Est africano 


410 F. Senatore 


co \0 ^ so <N CN CO OO 
©' ©' O O O CD o" o“ ©~ 


8 E 3 

O-T © < 


CO © co 
<N co \© 
—T cn *-T 


I I 2 


©©©©©©©©©©©©©©©©©©©©©©©© 


^ © © © © IO © © O o o o £ | | | 
JOcooohhvofOMOhin,' I ! ! 


„ IN ^ \f ' O O 


©_ LO ©^ ©^ 

^ 00 ^ ^ Q Q ^ io 

© © © ' ^ 

©" CO »-H © 


<-> ? 
2 h 

•52 3 

11 

? 2 

iti 


| f* 

§ J 3 
8 -S s g> 

v. « « & 

&jo oo *5 

£ S K R 

<o N Q q 


t a ^ 
« 

o g 
S -K 


5 5 ^ 5 


_0 

’S 

° & 

•2 3 

co ^ 


£ £ 
O O 


« Q 

a, a, 


3 

ti 

<u 

co ^ 
§ § 
§ 8 
! J 

g * 
«2 ^ 


co <o 
S £ 
o o 


co 5Q 

O 


« 

&0 dfl &J0 £ 


d) £ 

& £ 
O £ 

£ a 


^o «o <io on 

O O O s 

^ k. 5 ^, £ 

*£*£*££: 
^ &, a .£ 
H) «j y v 

2 2 2 2 


O O O O 


cd 

bù 

.2 

’u 

5-i 

cd 

o 

5-1 

bo 

cd 

0) 

_o 

cd 

u 

CU 

C/3 

O 

bfl 

-2 

23 

o 

> 

fi 

cd 

fi 

C/l 

Sh 

co 

o 

o 

o 

u 


cd 

O 

cd 

< 

co 

O 

O 

Q 

Oh 

CO 

2 




o 

o 




o 


CU 

(U 

D 





o 

o 

o 

N 

N 

fi 

N 

N 

J3 

cd 

.2 

.2 

O 

fi 

cd 

E 

$-i 

cu 

-Q 

5-i 

CU 

-fi 

5-4 

CU 

rO 

5 h 

<U 

-fi 

o 

a 

e 

o 

a 

c 

o 

a 

c 

O 

a 

e 

5-4 

03 

-Q 

aj 

co 

cd 

<u 

co 

cd 

2 

QJ 

2 

a) 

'B 

5 h 

cd 

a 

a 

<U 

cd 

O 

jd 

2 

2 

cd 

2 

cd 

2 

cd 

2 

cd 

fi 

cd 

o 

c 

cd 

O 

fi 

cd 

o 

fi 

cd 

o 

2 

cd 

2 

2 

§ 


CO 

CO 

H 

CJ 

O 

O 

O 

O 

CO 

CO 

CO 

co 

O 


r- r- t"- 


r- r- r-- t"- 


r-- t"- r- r- r- r-- r- t"- r-- r- r^- r-- r-~ 


On C5"\ © ON © © Q\ © 0\ © © On Os Os Os Qs Os Os Os Os Os Os Os Os Os 
ioLÓh-Nh.NMin\0\òò^wh'OÓMin'£ih-r''0\0 r-- 2 t'- 

sÒ 2 2 h-h-H(NÓÓfì(N\Ó6 sò 










Un aspetto dell’inquinamento: «Il pesce al mercurio» 411 


TABELLA X 

Contenuto in mercurio (p.p.m.) di alcuni materiali ittici esaminati con diversi 
metodi da uno stesso operatore 


Materiale esaminato 

Metodo d’assorbimento atomico 
senza fiamma (AASF) 

Circuito Circuito 

chiuso aperto 

Metodo 

d’assorbimento 
atomico alla 
fiamma (AAF) 

Sogliola 

0,15 

0,95 

0,83 


0,10 

0,85 

0,60 


0,17 

0,91 

0,83 

Sgombro 

0,27 

0,40 

0,50 


0,28 

0,43 

0,25 


0,28 

0,40 

0,50 

Sgombro in scatola 

0,025 

0,031 

0,31 


0,041 

0,040 

0,37 


0,041 

0,040 

0,37 

Cefalo 

0,02 

0,066 

0,125 


0,03 

0,066 

0,125 


0,04 

0,066 

0,100 

Nasello 

0,20 

0,33 

0,25 


0,20 

0,33 

0,25 


0,20 

0,33 

0,25 

Uova di Lumpo 

0,00 

0,00 

0,14 


0,00 

0,00 

0,16 


0,00 

0,00 

0,125 

Tonno in scatola 

0,976 

0,600 

0,43 


0,999 

0,610 

0,55 


1,023 

0,628 

0,68 

Palombo 

1,320 

0,953 

0,18 


1,339 

0,975 

0,43 


1,411 

0,975 

0,43 

Dentice 

0,106 

0,132 

0,22 


0,106 

0,132 

0,18 


0,106 

0,134 

0,18 

Vongole 

0,023 

0.023 

0,19 


0,023 

0,023 

0,19 


0,023 

0,023 

0,25 








412 F. Senatore 


TABELLA XI 

Contenuto in mercurio (p.p.m.) di alcuni materiali ittici esaminati con metodi 
diversi da due diversi operatori 


Materiale esaminato 

Metodo d’assorbimento 
atomico alla fiamma 
(AAF) 

Metodo d'assorbimento 
atomico senza fiamma 
(AASF) a circuito 
chiuso 

Tonno fresco di 4 Kg 

0,50 

0,47 

Tonno di 9 Kg confezionato 
sott’olio 

0,90 

1,32 

Tonno di 19 Kg confezionato 
sott’olio 

0,95 

1,35 

Tombarello fresco di 2 Kg 

0,84 

0,93 

Baccalà secco 

0,18 

0,16 

Seppie 

0,79 

0,50 

Lucerna 

0,78 

1,08 

Rana pescatrice 

0,21 

0,31 

Sgombro 

0,12 

0,17 

Sardine 

0,20 

0,33 


La nota interessante di tutta questa serie di dati è che i pesci pic¬ 
coli, i molluschi ed i crostacei in genere presentavano un contenuto in 
mercurio inferiore a 0,5 p.p.m. mentre questo non si verifica per i tonni 
ed i pesci spada che, essendo pesci che si spostano molto ed in branchi, 
possono portare un bagaglio d’inquinamento anche in luoghi ove non vi 
sia utilizzazione di mercurio a fini industriali. 

A questo proposito una indagine condotta da sperimentatori italiani 
(27) su tonnidi e squaloidei pescati nel Mediterraneo ha mostrato che 
questi presentano concentrazioni in mercurio più elevate rispetto a pesci 
delle stesse specie e specie diverse provenienti da altri mari e pertanto 
ci sembra giusto che la nostra legge preveda controlli sui pesci all atto 
dell’importazione. (Il limite ammesso in Italia di 0,7 p.p.m. è eguale a 
quello fissato dalle leggi spagnole mentre in Svezia il limite è di 0,2 p.p.m., 
di 0,5 p.p.m. in U.S.A. e Canada e di 1. p.p.m. in Giappone). 

La tossicità dei prodotti a base di mercurio è, infine, riconosciuta 
anche nei documenti ufficiali della F.A.O. 





Un aspetto dell’inquinamento: « li pesce al mercurio' » 413 


Infatti nei rapporti n. 13-1445 (Roma 1970; 1971; 1972) del Comitato 
Esperti Additivi Alimentari delia F.A.O./W.H.O. la d.q.a. (dose quotidiana 
ammissibile) in mg/peso corporeo prò die di composti mercuriali usati 
come additivi e coadiuvanti tecnologici è zero. 

Nel sedicesimo rapporto del Comitato Esperti Additivi della F.A.O./ 
/O.M.S. (Roma 1972) si dice che la presenza del mercurio non è ammis¬ 
sibile in nessuna dose prò die nei residui ed additivi volontari mentre 
la dose settimanale provvisoria è fissata a 0,3 mg/persona per il mer¬ 
curio ed a 0,2 mg/persona per il metilmercurio espresso come mercurio. 

Una misura di quanto sia importante la determinazione del grado 
d'inquinamento da mercurio dei prodotti della pesca ci è fornita dalla 
notevole serie di studi effettuati per mettere a punto tecniche sempre 
più accurate per la ricerca di tracce del metallo (28, 29, 30, 31) e per ri¬ 
cordare quelli condotti in Italia rimandiamo ai riferimenti 4, 22, 26, 32, 
33 oltre ai già citati decreti ministeriali. 

Ci sembra interessante, infine, far notare che alcuni ricercatori te¬ 
deschi (34) hanno scoperto che anche alcune specie di funghi hanno la 
capacità di concentrare il mercurio da 17 a 56 volte rispetto ai valori 
del l'amb ì ente circostante per la specie Agaricus e da 8 a 58 volte per la 
specie Lycopardon per cui questi funghi potrebbero essere utilizzati come 
« indicatori » del livello dell'inquinamento ambientale da mercurio, da 
piombo ed altri metalli pesanti. 

Un rapido esame della situazione italiana ci mostra che sull'Adria¬ 
tico si sono verificati dei casi d'intossicazione da mercurio (35) e che il 
nostro Paese si trova in una posizione geografica delicata che lo rende 
molto vulnerabile dal punto di vista delTinquinamento. 

A questo proposito basta considerare che l'Italia ha un'estensione di 
litorali di 1056,5 Km, che il pescato nel 1972 ha superato il valore di due 
milioni e mezzo di quintali [Tabella XII (36)] e che l’Italia è la terza na¬ 
zione mondiale produttrice di conserve di tonno- ed importatrice di quasi 
tutto- il pesce destinato alla lavorazione (7). 


TABELLA XII 

Pesca marittima e lagunare nel 1972 ( quintali ) 


Pesci 



Tonno 

Sgombri 

1 | 
Pesca m 
bacini 
artificiali 

Altri 

Molluschi 

Crostacei 

8.348 

418 

44.098 

1.998.280 

498.282 

124.289 









414 F. Senatore 


Si riporta il quantitativo di pesce pescato in Campania che risulta 
essere circa il 6,48 % del pescato nazionale così ripartito : 


Litorale di Napoli 
Litorale di Salerno 


65.884 q. 
63.148 q. 
1.082 q. 


Litorale di Caserta 


Una misura di quanto venga preso in considerazione anche da noi 
il problema dell'inquinamento da mercurio è data dall’iniziativa del pre¬ 
tore G. Amendola che ha trasmesso al Presidente della Camera gli atti 
dell'inchiesta sul « pesce al mercurio » in quanto nel corso della stessa 
aveva ravvisato l'ipotesi di reato per « concorso in commercio di sostanze 
alimentari pericolose per la salute pubblica » a carico di quattro ex mini¬ 
stri della Sanità in carica dal 1971 al 1974 (37) e dalla notizia che il pre¬ 
tore di Messina, E. Risicato, ha affidato un’indagine sul « pesce al mer¬ 
curio » al professor Stagno d'Alcantres per verificare il limiti della con¬ 
centrazione di mercurio nei pesci spada pescati nel mare prospiciente le 
coste messinesi (38). 

È auspicabile pertanto una sempre maggiore perfezione tecnologica 
in modo da poter prevenire eventuali fuoriuscite di prodotti inquinanti 
o, quanto meno, in modo da poter immediatamente porre riparo a queste 
perdite casuali senza che abbia a ripetersi quanto purtroppo si è verifi¬ 
cato per il caso della diossina a Seveso e per l'anidride arseniosa a Man¬ 
fredonia. 


BIBLIOGRAFIA 


1) E.S.T. - VI Ed., Mondadori, Milano. 

2) Mercury in thè environment. Dept. of thè Interior, Geological Survey Pro¬ 
fessional Paper, 713, pp. 1, 2, 67 (1970). 

3) Mercury in thè environment. Dept. of thè Interior, Geological Survey Pro¬ 
fessional Paper, 713, p. 33 (1970). 

4) Pirati D., Pirazzoli P., Gherardi S., Guidi G., 1972 - Indagini sulla presenza 
di mercurio nel tonno. Ind. Cons. XLVII, 11. 

5) D’Aubert S., Renon P., 1974 - Distribuzione del mercurio nei tonni. Arch. 
Vet. Ital., 25, 97. 

6) Goldwater L. J., 1971 - Mercury in thè environment. Scientific American, 224 
(V), 15-21. 

7) Pirati B., Pirazzoli P., Gherardi S., Guidi G., 1971 - Influenza della lavora¬ 
zione sul contenuto di mercurio nel tonno conservato. Ind. Cons. XLVI, 258. 

8) Matson R. S., Mustoe G. E., Chang S. B., 1972 - Mercury inibition on lipid 
biosynthesis in freshwater algae. Environmental Science & Technology, VI, 


158 . 


Un aspetto dell’inquinamento: « Il pesce al mercurio » 415 


9) Mortimer D. C., Kudo A., 1975 - Interaction between aquatic plants and bed 
sediments in mercury uptake from flowing water. J. Envir. Q., 4, (4), 491-495. 

10) Kudo A., Mortimer D. C., Hart I. S., 1975 - Factors influecing desorption of 
mercury from bed sediments. Can. J. Heart, 12 (6), 1030-1040. 

11) Fujita M., Hashirum K., 1975 - Status of uptake of mercury by fresh-water 
diatomeae, Synedra-ulna. Water Res., 9 (10), 889-894. 

12) Longscope W. T., 1952 - Bull. Ayer Clin. Lab. Penn. Hosp., 461. 

13) Weeinerk I. M., Garlid K., Sapir D., Mudge G. H., 1959 - J. Pharmacol. Exptl. 
Therap., 127, 325. 

14) Effects of mercury on man and thè environment. U. S. Senate Subcommittee 
on Energy, Naturai Resources, and thè Environmental Hearings, 1970, parte 
2, P. 116. 

15) Hammond A. L., 1971 - Mercury in thè environment: naturai and human 
factors. Science, 171, 788. 

16) Bache C. A., Gutenmann W. H., Lisk D. J., 1971 - Science, 172, 951. 

17) Wobeser G., 1975 - Acute toxicity of methyl mercury chloride and mercurio 
doride for Rainbow-trout {Salmo Gairdnery) fry and fingerlings. J. Fish Res., 
32 (11), 2005-2013. 

18) Wobeser G., 1975 - Prolonged orai administration of methilmercury chloride 
to Rainbow trout {Salmo Gairdneri ) fingerlings. J. Fish. Res., 32, (11), 2015-2023. 

19) Varanasi, Robisch U., DC Molins P. A., 1975 - Nature, 258, (5534), 431-432. 

20) Yamazaki R., 1975 - Minamata disease - Methyl mercury poisoning. 3. Am. 
Med. Wo, 30, 289. 

21) Environmental Science & Tecnology, 7, (5), 387. 

22) Fabbrini A., Modi G., Signorelli L., Simiani G., Biffoli L., 1975 - Determina¬ 
zione di mercurio totale e di metilmercurio in prodotti ittici inscatolati. Ri¬ 
sultati e considerazioni. Boll. Lab. Chim. Prov., XXII (3), 339. 

23) Mercury, Staff Report of National Industriai Pollution Control Council. U. S. 
Dept. of Commerce, p. 10 (1970). 

24) Establier R., 1972 - Concentracion de mercurio en los tejidos de algunos 
peces y moluscos y crustaceos del golfo de Cadiz y caladeros del noroeste 
africano. Inv. Pesq., 36 (2), 355-364, settembre 1972. 

25) Vivoli G., Vecchi G., 1973 - Indagine sull’accumulo di mercurio in alcune 
specie ittiche d’acqua dolce . Riv. Ital. Igiene, 33, 135. 

26) Ciusa W., Giaccio M., Ottombrini G., 1972 - Alcune osservazioni sui metodi 
di dosaggio di tracce di mercurio per assorbimento atomico. Ann. Chim., 62, 
432. 

27) D’Aubert S., Renon P., Cantoni C., 1974 - Il mercurio nelle carni di pesce. 
Arch. Vet. Ital., 25, 175. 

28) Teeny F. M., 1975 - Rapid method for determination of mercury in fish tissue 
by atomic-absorption spectroscopy. J. Agr. Food, 23 (4), 668-671. 

29) Matsunag K., Ishida T., Oda T., 1976 - Extraction of mercury from fish for 
atomic-absorption spectrometric determination. Analyt. Chem., 48 (9), 1421- 
1423. 

30) Kacprzak J. L., Chvojka, 1976 - Determination of methyl mercury in fish by 
flameless atomic-absorption spectroscopy and comparison with an acid di¬ 
gest ion method for total mercury; 3. AOAC, 59 (1), 143-157. 


416 F. Senatore 


31) Caupeil J. E., Endriks P. W., Bonger J. S., 1976 - Non-dispersive atomic fluo- 
rescence spectrometric for determination of mercury and its application to 
fish samples. Analyt. Chem., 81 (1), 53-60. 

32) Carisano A., Riva M., Daghetta A., 1971 - Metodo di determinazione del mer¬ 
curio nel tonno. Ind. Cons., XLVI, 194. 

33) Carisano A., Riva M., Daghetta A., 1972 - Determinazione di mercurio nel 
tonno, nota II, metodo di digestione migliorato. Ind. Cons., XLVII, 115. 

34) Stijve T., Roschnik R., 1974 - Contenuto in mercurio e dimetilmercurio in 
differenti specie di funghi. Mitt. Gebiete Lebensm. Hyg., 65, 209. 

35) Yun Yi, 1969 - Acqua Industriale. Inquinamento, XI, 9, 9. 

36) Annuario Statistico della pesca e della caccia. Ist. Centrale Statistica, Roma, 
XXI (1974). 

37) Corriere della sera del 18-3-1976. 

38) Il Tempo del 22-4-1976. 



Boll. Soc. Natur . in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 417-464, figg. 1-4, tavv. 2 


Le mineralizzazioni manganesifere 
del massiccio del Malese. Prime osservazioni (*) 

Nota dei soci Maria Boni (**) e Silvio Di Modera (**) 

(Tornata del 29 ottobre 1976) 


Riassunto . —- Sono state riesaminate alla luce delle recenti conoscenze del- 
l'Appenino centro-meridionale le mineralizzazioni manganesifere del Matese che 
furono oggetto di coltivazione negli anni immediatamente precedenti alla II 
Guerra Mondiale. Dai nostri studi è emersa la connessione tra i depositi man¬ 
ganesiferi, differentemente interessati in seguito dalla tettonica che ne ha reso 
da luogo a luogo variabile l’entità degli arricchimenti, ed i sedimenti apparte¬ 
nenti ad ambienti particolari di età Serravalliano e/o Tortoniano. 

Le evidenze di campagna ci hanno permesso di correlare tali depositi, a 
caratteristiche ciclicamente euxiniche, con i termini di passaggio tra la Forma¬ 
zione di Longano e quella di Pietraroia (Selli 1957), ed ipotizzare uno sposta¬ 
mento nel tempo e nello spazio dell’attività tettonica che avrebbe provocato a 
scala locale l'instaurarsi delle facies mineralizzate. 

Abstract. — The manganese deposits of thè Matese Mt„, which were mi ned 
before thè second worìd war, have been reinvestigated taking into account 
our present knowledge of thè geology of thè centrai and southern Appenines. 

Our studies revealed a relation between thè manganese deposits and certain 
sedimentary facies of Serravallian and/or Tortonian age; moreover thè ore 
deposits appear to have been locally partly remobilized in areas of strong 
tectonic disturbance. Based on field evidences, thè facies containing thè Mn- 
deposits correlate with thè upper part of thè Longano and with thè lower part 
of Pietraroia sedimentary sequences (Selli 1957). 

Both sequences indicate recurring euxinic conditions during their formation. 
We hypothize that penecontemporaneous tectonism caused thè particularly fa- 
vorable ore-producing facies to be displaced spadaily with time. 


Premessa 

Scopo della presente nota è una revisione delle conoscenze sulle mi¬ 
neralizzazioni manganesifere del Matese seguita da una conseguente messa 

(*) Lavoro eseguito con il contributo del Min. Pubbl. Istr. Gap. 17.5.5. 

(**) Istituto di Geologia e Geofìsica dell’Università di Napoli. 


418 M. Boni e S. Di Nocera 


a fuoco dei problemi geologici e paleogeografici a cui tali mineralizzazioni 
sono connesse, alla luce delle attuali conoscenze sulla geologia dell'Ap- 
pennino meridionale rispetto all'epoca della loro coltivazione. 

I lavori minerari vennero iniziati per la maggior parte degli affio¬ 
ramenti nell'estate del 1936 e terminarono dopo pochi anni con l'avvento 
della seconda guerra mondiale. La ditta incaricata « G. Mancinelli » aveva 
ottenuto varie concessioni, di cui la maggiore, denominata « La Foce », 
contava L300 ettari di superficie ed era compresa nel territorio dei comuni 
di Campochiaro, S. Polo Matese e Boiano (Matese orientale), altre conces¬ 
sioni e permessi di ricerca vennero più tardi richiesti anche per il Matese 
occidentale (S. Massimo, Roccamandolfi, Gallo ecc.). Il minerale estratto 
era comunque in quantità relativamente scarsa e l’ubicazione delle mi¬ 
niere per lo più in alta montagna (dai 700 mt ai 1.700 mt s.l.m.) lontana 
da ogni facile via di comunicazione; l'estrazione logicamente avveniva a 
mano con metodi solo localmente più meccanizzati ed il trasporto effet¬ 
tuato a dorso di mulo o mediante teleferiche. 

A Boiano, per arricchimento del minerale, era stata installata una 
laveria con ampi piazzali di essiccamento; vennero, inoltre, costruiti di¬ 
versi km di strade ed una serie di teleferiche per complessivi 1.800 mt. 
Le ricerche ed i lavori che furono condotti all'epoca, come risulta dalle 
relazioni minerarie, rivestivano per lo più carattere di improvvisazione 
perché legati più a sporadiche segnalazioni locali, che ad un effettivo 
programma organico di ricerca. Infatti, dati i diversi modi di presentarsi 
della mineralizzazione, risultava oltremodo difficile individuare una matrice 
comune del fenomeno mineralizzante che potesse rappresentare un valido 
aiuto al prospettore. 

Questa situazione è rispecchiata da quanto scrissero su tale argo¬ 
mento Frongia e Maggiore, i primi che praticamente tentarono di dare un 
inquadramento geologico; essi, comunque, oscillavano tra una origine se¬ 
dimentaria marina ed una di precipitazione chimica per sostituzione dei 
calcari, non escludendo l’apporto di fenomeni vulcanici comprovati dalla 
presenza di ipotetici « diabasi ». 

Le numerose incertezze presenti in tali posizioni ci hanno spinto a 
tentare di approfondire le conoscenze sulle modalità di formazione delle 
mineralizzazioni manganesifere. I risultati ottenuti non solo ci hanno per¬ 
messo di individuare con ogni probabilità la matrice comune a tutte le 
mineralizzazioni manganesifere del Matese, ma di aprire anche una pro¬ 
blematica che, pur essendo inizialmente scaturita dallo studio delle facies 
mineralizzate, s’inserisce in un contesto geologico di più ampio respiro. 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 419 


Inquadramento geologico 

Nella letteratura degli ultimi anni non sono comparse pubblicazioni che 
diano una visione geologica generale di tutto il massiccio del Matese; Pesca¬ 
tore (1965), Ietto (1970) rappresentano, forse, i lavori più completi in tal 
senso ma sempre limitati, il primo alla conoscenza dei rapporti tra Matese 
e bacino molisano-sannitico ed il secondo alla sola zona occidentale del 
massiccio. Per il resto si tratta di lavori di dettaglio relativi ad argomenti 
limitati ed ad aree non eccessivamente vaste. Per quanto riguarda il Ma- 
tere orientale, B’Akgemio (1963), Catenacci, De Castro & Sgrosso (1963) si 
sono occupati essenzialmente di problemi inerenti il Mesozoico, mentre 
Pescatore Sgrosso & Torre (1970), Sgrosso (1965) delle successioni mio¬ 
ceniche. Il Miocene del Matese centrale viene trattato da Sgrosso (1963), 
mentre Mamfredinx (1963), Pescatore (1964 e 1965), Sgrosso & Torre (1968), 
Signorini (1962 Signorini & Devoto (1962) hanno studiato le facies di tran¬ 
sizione e di bacino ed i loro rapporti con le più tipiche facies di piatta¬ 
forma. Pieri (1966), Manfredinx (1963), Pescatore (1970, Pescatore, Scandone 
& D'Argenxo (1974), D'Argenio & Scandone (1970), Ippolito, D'Argenio, Pe¬ 
scatore & Scandone (1975) trattando delPevoluzione delTAppennino centro¬ 
meridionale rendono possibile un inquadramento del Matese in una visione 
geologica più ampia. Riferendoci agli autori su citati riportiamo le prin¬ 
cipali successioni stratigrafiche nelle varie zone del Matese e Passetto 
tettonico quale si evince dalla letteratura esistente. 


Matese orientale 

Il Mesozoico del Matese orientale è stato studiato in dettaglio da 
Catenacci, De Castro & Sgrosso (1963); questi distinguono 9 complessi 
che dal basso verso l'alto vengono qui di seguito riportati: 

Complesso a ) Dolomie di base il cui spessore si aggira intorno a 300-350 mt. 
con rari resti organici di incerta datazione. Per la sua posizione stra¬ 
tigrafica gli A A. riferiscono tale complesso al Lias inf. più che al 
Trias sup. come viene indicato da Sartonx & Crescenti (1959-1962). 

Complesso b ) Calcari a Paleodasycladus mediterraneus (PIA), spessore 
circa 200 mt. Età: Lias medio-sup. e parte del Lias inf. 

Complesso c) Calcari oolitici poco ricchi di fauna, con spessore di circa 
30 mt. Età: Lias inf. - Dogger. 


28 


420 M. Boni e S. Di Nocera 


Complesso d) Calcari detritici e pseudo-oolitici, con intercalazioni di do¬ 
lomie grigio-giallastre, spessore 400 mt; l'età non è più recente del 
Dogger ( Pfenderina trocoidea). 

Complesso e) Calcari a Cladocoropsis mirahilis (Felix), spessore 150 mt. 
Età: Malm (Kimmeridgiano). 

Complesso /) Calcari a Clypeina jurassica (Favre) con circa 40 mt di spes¬ 
sore. Età: Kimmeridgiano - Titonico pp. 

Complesso g) Calcari ricchi di requienie e gasteropodi, spessore 350 mt. 
Età: Cretacico inf.; la parte bassa del complesso potrebbe essere rife¬ 
rita ancora al Titonico. 

Complesso h) Livello della bauxite; poiché tale livello rappresenta un epi¬ 
sodio di continentalità, per cui è presente a varie altezze stratigra¬ 
fiche, gli AA. sono dell'avviso che il letto di tale livello appartenga 
all'Aptiano-Albiano mentre il tetto al Cenomaniano-Turoniano. 

Complesso i) Calcari ad ippuriti con spessore variabile da pochi metri 
a circa 100 mt. Età: Cretacico sup. 

Per quanto riguarda il Terziario, nel Matese orientale i termini pre¬ 
miocenici sono stati segnalati da Catenacci & al. (1962) solo a M. Pa- 
stonico, ove piccoli affioramenti di calcari detritici a nummuliti e alveo¬ 
line ascrivibili all'Eocene sono trasgressivi sui calcari del Cretacico sup. 
e talvolta direttamente sul livello a bauxiti. In tutto il Matese orientale 
nel Langhiano sup. inizia la trasgressione concordante sui depositi car- 
bonatici di piattaforma delle calcareniti biocostruite a litotammi, ostreidi 
e pectinidi ( Formazione di Cusano; Selli 1957); età Langhiano sup.-Serra- 
valliano. Seguono calcari marnosi, marne, marne-arenacee ad orbuline, 
globoquadrine etc. ( Formazione di Longano; Selli 1957) del Serravalliano. 

Il passaggio tra le due formazioni è marcato da un livello a glau- 
conite e coproliti fosfatiche. Alla Formazione di Longano seguono argille, 
argille siltose ed arenarie della Formazione di Pietraroia (Selli 1957) di 
età Serravalliano-Tortoniano. Solo localmente è possibile osservare il pas¬ 
saggio tra queste due ultime formazioni: talvolta esso è caratterizzato 
da scivolamenti gravitativi evidenziati da brecce e blocchi di calcari me¬ 
sozoici e miocenici, che secondo Pescatore, Sgrosso & Torre (1970) sono 
da mettere in rapporto con gli effetti della tettonica Serravalliana espli¬ 
catasi con maggiore intensità nella piattaforma interna. 

La successione miocenica « preorogenetica » viene infine troncata in 
genere all’altezza della Formazione di Pietraroia dall'arrivo di coltri ter¬ 
rigene di provenienza interna con imballati blocchi di A. V. (Pescatore 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc . 421 


1970 fa cenno a locali evidenze (esemp. M. Cigno) di un appoggio strati¬ 
grafico di tali terreni sulla Formazione di Pietraroia. 

Matese centrale ed occidentale 

Le successioni sedimentarie del Matese occidentale sembrano essere 
molto simili a quelle presenti nel Matese centrale, e solo in corrispondenza 
dei termini terziarii in letteratura vengono riportate differenze tra le due 
zone. Ciò che, invece, risulta a tutt'oggi problematico sono gli effettivi 
rapporti fra le serie mesozoiche del Matese centrale ed occidentale con 
quelle già descritte del Matese orientale. 

Per quanto riguarda le successioni del Matese occidentale ci si rife¬ 
risce al lavoro di Ietto (1970), mentre a Pescatore (1962, 1964, 1970), Signo¬ 
rini (1962), Signorini & Devoto (1962) si fa riferimento per i rapporti tra 
le facies di bacino e quelle di transizione alla piattaforma. Sgrosso (1965) e 
Sgrosso & Torre (1968) si sono occupati in particolare di alcuni affiora¬ 
menti terziarii e dei loro rapporti con le sottostanti serie mesozoiche. 

Ietto (1970) suddivide il Matese occidentale in 5 zone di cui la prima 
(zona A) presenta successioni simili a quelle del Matese orientale. Le re¬ 
stanti zone mostrano il medesimo basamento di età Trias sup. simile a 
quello affiorante nel Matese orientale, costituito da dolomie saccaroidi e cal¬ 
cari dolomitici compresi sotto il nome di Formazione di Fontegreca (Pesca¬ 
tore 1964) o Formazione di M. Acuto (Ietto 1970). Tale formazione il cui 
spessore reale è di 700-800 mt giunge fino allTnfralias. A partire da tale 
momento si assiste ad una diversificazione delle successioni stratigrafiche 
nell'area del Matese occidentale dovuta allo smembramento della base 
della piattaforma: s'individuano così differenti ambienti di sedimentazione 
tra cui uno riferibile ad un ipotetico bacino (Bacino del Matese). Tale 
bacino avrebbe avuto come margine meridionale le successioni localizzate 
da Ietto (1970) nella zona B che fanno passaggio alle normali serie di piat¬ 
taforma della zona A; la sua unica funzione sembra, comunque, essere 
quella di giustificare le facies profonde della zona C (M. Pignatello) poste 
a diretto contatto con quelle delle zone D e E rimaste emerse fino al 
Cretacico sup. Infatti, per quanto riguarda la zona E, la trasgressione con 
individuazione di facies di bacino si è verificata nel Cretacico medio¬ 
superiore e nella zona D la trasgressione dei calcari cristallini nel Maa- 
strictiano \ 

1 Secondo Pieri 1966 in base ai risultati del Frosolone 2 l’individuazione delle 
facies di bacino a NE del Matese si sarebbe verificata già all'altezza del Trias 
sup.-Infralias. 


422 M. Boni e S. Di Macera 


Di seguito vengono riportati sinteticamente le successioni nelle varie 
zone a partire dalFInfralias fino al Cretacico: 

Zona B — M. Janara, Serra Sbregavitelli ■— Calcari intraclastici e/o 
parzialmente oolitici, spessore totale 350400 mt; l’esatta datazione è in¬ 
certa, vengono tuttavia attribuiti alllnfralias per posizione stratigrafica 
perché compresi tra le dolomie noriche ed i calcari a Paleodasycladus. 


Lias medio-superiore 

Le facies sono molto simili a quelle dei tipici sedimenti liassici di 
piattaforma (calcari a Paleodasycladus, calcari a Orbitopsella praecursor, 
calcari della facies a Lithiotis) con una maggiore abbondanza di termini 
detritici e di conglomerati intraformazionali; lo spessore è circa 300 mt. 


Dogger-Malm 

I sedimenti del Dogger-Malm sono particolarmente analoghi a quelli 
dei tipici sedimenti di piattaforma (calcari a Pfenderina, calcari a Clado- 
coropsis, calcari a Clypeina, calcari ad organismo C FAVRE). Sostanzial¬ 
mente la differenza consiste nella diminuzione dei calcari oolitici al li¬ 
vello del Dogger; lo spessore di tali sedimenti è di circa 700-800 mt. 

N eocomiano-Albiano 

Si riscontrano delle differenze più marcate dei livelli precedenti ri¬ 
spetto alle serie di piattaforma. Infatti, soprattutto nei termini inferiori, 
si riscontra un’abbondanza di calcari detritici e conglomeratici spesso 
interpretabili come dovuti a franamenti sottomarini. I termini superiori 
si arricchiscono in requienie e nerinee e presentano talora livelli stroma- 
tolitici e cavità di disseccamento; lo spessore misurato raggiunge circa 
i 300 mt. 

Zona C — Successioni di M. Cappello, M. Favaracchi, M. Pignatiello, 
M. Castello di Letino. — Nelle successioni in esame è possibile osservare 
un passaggio graduale, da E verso W e da S verso N, dei termini già de¬ 
scritti nella serie di M. Ianara a termini contenenti livelli via via più 
detritici, con conglomerati a matrice prevalente e calcari marnosi mo¬ 
dulari fortemente policromi. 

Tali eteropie sono interpretate da Ietto (1970) come primo indizio 
della esistenza di un adiacente bacino (bacino del Matese). 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 423 


Cretacico medio-superiore 

Tali sedimenti risultano essere trasgressivi in tutto in Matese centrale 
ed occidentale, anche se le loro età sono differenti. 

Zona A — Castello di S. Angelo di Alife. — La successione dei sedi¬ 
menti ivi presenti ha molte analogie con quelle rinvenute in molte altre 
aree (Matese orientale e M. Maggiore) al di sopra deirintervallo bauxi- 
tico; la serie affiorante troncata superiormente dai terreni miocenici è di 
poco superiore ai 100 mt. 

Zone B-C-D — M. Croce. -— Per quanto riguarda il Cretacico supe¬ 
riore esso è rappresentato dalla così detta Formazione dei calcari cristallini 
pseudosaccaroidi (Formazione di M. Calvello, Pescatore 1965), costituiti 
alla base da conglomerati a cui seguono calcilutiti e calcareniti a fram¬ 
menti di rudiste. Lo spessore non raggiunge i 100 mt; si hanno variazioni 
litologiche locali nelle diverse zone ma i caratteri sostanziali ed il si¬ 
gnificato di tale facies (scarpata) rimangono ovunque invariati. Età: Cam- 
paniano-Maastrichtiano a luoghi comprendente anche il Paleocene. 

Zona E — M. Patalecchia. — I sedimenti costituenti tale successione 
trasgrediscono sulle dolomie triassiche e denotano un ambiente abba¬ 
stanza profondo; dal basso verso l’alto sono presenti: brecce con noduli 
e livelli di selce, marne calcaree, calcareniti e calcilutiti con liste e no¬ 
duli di selce, calcareniti e calcilutiti bioclastiche a frammenti di rudiste. 
Lo spessore totale della successione è di poco inferiore ai 300 mt, l’età 
è confrontabile con un probabile Cenomaniano-Maastrictiano. 


Paleogene-Miocene 

Solo nella zona E e nella parte settentrionale della zona D al di¬ 
sopra dei sedimenti del Mesozoico affiorano depositi paleogenici, come 
ad esempio a Monteroduni, Scino, M. Croce di Gallo, M. Patalecchia, 
Macchi^ d'Isernia etc., in ogni caso, man mano che si procede dal mas¬ 
siccio del Matese verso il bacino molisano-sannitico diminuisce l’entità 
della lacuna fra le successioni mesozoiche e quelle mioceniche. 

I terreni paleogenici constano a seconda delle zone o di conglomerati 
con fossili mesozoici rimaneggiati, o di calcareniti con intercalazioni di 
scaglia, o di marne e calcari-marnosi con liste di selce. 

La trasgressione miocenica in facies calcarenitica o calciruditica con 
litotammi, briozoi, ostreidi (Formazione di Cusano) avviene direttamente 
sul Mesozoico nelle zone A-B-C e nella parte meridionale di D, mentre 


424 M. Boni e S. Di Nocera 


segue ai sedimenti paleogenici nella porzione settentrionale delle zone D 
ed E; in ogni caso, per quanto con locali variazioni di spessore e talvolta di 
litologia, i caratteri delle tipiche formazioni mioceniche Cusano-Longano- 
Pietraroia appaiono simili in tutta l'area del Matese occidentale. Inoltre, 
è stata osservata, soprattutto nella zona ad E di Letino, la sovrapposi¬ 
zione tettonica della Formazione di Frosolone (Selli 1957), costituita da 
arenarie quarzose e argille e marne azzurre, sui terreni della Formazione 
di Pietraroia (Ietto 1970). 

Nel Matese centrale tra La Gallinola e M. Miletto Sgrosso (1965) se¬ 
gnala la presenza di depositi miocenici che trasgrediscono con modalità 
diverse rispetto ad altre località note del Matese e del casertano. Tale 
trasgressione sarebbe avvenuta sui terreni appartenenti a quasi tutte le 
formazioni mesozoiche a cui la tettonica ha conferito una struttura a 
blocchi interessata successivamente dal carsismo. Questi depositi si tro¬ 
vano in affioramenti molto poco potenti ed inoltre di limitata estensione; 
essi consistono in marne e conglomerati a spigoli vivi e cemento marnoso 
che localmente posso assumere l'aspetto di filoni sedimentari. L'associa¬ 
zione microfaunistica ad orbuline, globoquadrine etc. del Serravalliano è 
molto simile a quella presente nei livelli della Formazione di Pongano . 

Per quanto concerne in dettaglio la serie del Bacino molisano-sanni- 
tico, si rimanda ai lavori di Signorini (1962), Signorini & Devoto (1962), 
Pescatore (1964-1965), Pieri (1966). 


Descrizione affioramenti 

Canaloni-La Valle (Campochiaro) (Fig. 1) 

Secondo il Frongia la miniera i Canaloni, compresa come molte altre 
del Matese nord-orientale in una concessione denominata « La Foce », era 
una delle più importanti per la sua estensione (circa 70.000 mq di super¬ 
ficie) e quindi per la quantità di minerale presumibilmente da esso estrai¬ 
bile. I cantieri di coltivazione erano situati ad altitudini poste tra 800 e 
1.100 mt, ad oriente del torrente La Valle entro una successione di val- 
lecole che si adagiano sul versante N di Guado di Borea. I lavori eseguiti 
fino all’anno 1943 consistevano in una serie di scavi variamente dislocati 
sia in trincee, che costituiti da pozzetti e gallerie. Per accertare l'entità del 
minerale presente vennero eseguite negli anni 1937-38 numerose trivel¬ 
lazioni che ne permisero una valutazione intorno alle 10.000 tonn. Le ana¬ 
lisi effettuate diedero: FLO a 120°, 6,63 %; Si0 2 4,93 %; Mn0 2 54 %; Mn 
39,28 % (Relazione Servizio Minerario 1937). Vennero rinvenuti poco più 


Fig. L — Ubicazione degii affioramenti nell’area studiata. 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc, 425 



Cerreto 






426 M. Boni e S. Di Nocera 


di una decina di strati mineralizzati con una potenza complessiva di 
oltre due metri, che pur presentando locali ispessimenti ed insterilimenti, 
si estendevano per un centinaio di metri in direzione ed una quindicina 
in profondità. 

Sebbene il tenore del minerale si fosse rivelato abbastanza alto, tut¬ 
tavia le difficoltà di trasporto, l’altitudine, la superficialità e discontinuità 
delle mineralizzazioni, nonché gli alti rapporti tra sterile scavato e mer¬ 
cantile prodotto (15:1 secondo la Relazione del Servizio Minerario 1939) 
rendevano già in quei tempi la coltivazione quanto mai onerosa. 

Attualmente l'antico cantiere di estrazione è a stento riconoscibile: 
le discariche ed il detrito eluviale, coperte inoltre da una vegetazione 
molto fitta, hanno mascherato la primitiva posizione dei livelli mineraliz¬ 
zati. Localmente, però, sono visibili, per quanto fortemente alterate e 
miste a terreno vegetale, tracce delle mineralizzazioni manganesifere in 
straterelli irregolari dell'ordine di qualche cm intercalati a sedimenti mar- 
noso-argillosi di colore grigio-verdastro; tali sedimenti poggiano con evi¬ 
dente contatto tettonico sui sottostanti calcari a rudiste del Cretacico 
sup. Al contatto fra i terreni argilloso-marnosi contenenti la mineralizza¬ 
zione ed i calcari mesozoici è stato possibile osservare, come del resto 
anche in altre zone, dei perfetti piani di scivolamento marcati da striature 
e concrezioni di ossidi ferro-manganesiferi (Fig. 2); inoltre, lungo la mag¬ 
gior parte delle zone di contatto sono impostate delle sorgenti effìmere 
(Fonte Francone, Fonte S. Maria). Dall’affioramento in esame sono stati 
prelevati alcuni campioni su cui effettuare analisi mineralogiche e micro¬ 
paleontologiche. 

I risultati delle prime hanno messo in evidenza grosse percentuali 
dì calcite più argilla di tipo illitico, poco quarzo e pirite; nei campioni 
più mineralizzati si trovano forti percentuali di ossidi-idrati di Mn. La mi¬ 
crofauna presente è abbondante e costituita quasi esclusivamente da fo- 
raminiferi planctonici; in alcuni campioni prevalgono individui con dimen¬ 
sioni nane. Tra le forme più importanti si riportano: 

Glohorotalia acostaensis Blow 
Globorotalia continuosa Blow 
Globorotalia merotumida Blow & Banner 
Globorotalia scitula (Brady) 

Globorotalia scitula prescitula Blow 
Globigerina bulloides D’Orb. 

Globigerina bulloides apertura Cush. 

Globigerina nepentes Todd 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio , ecc. 427 


Globigerina pachyderma Ehr. 

Globigerinoides trilobus (Reuss) 

Globigerinoides obliquus Bolli 

Globigerinoides obliquus extremus Bolli & Berm. 

Orbulina suturalis Bronn. 

Orbulina universa D’Orb. 

Hastigerina siphonifera (D’Orb.) 

Sphaeroidinellopsis subdehiscens subdehiscens (Blow) 
Gyroidina soldanii (D'Orb.) 

Siphonina reticulata (Czjzek) 



del Cretacico sup. (in prossimità dei depositi miocenici) ricoperta da 
concrezioni ferro-manganesifere. 


La presenza di G. acostaensis, G. merotumida, G. nepentes ci permette 
di correlare questi livelli con la zona N. 16 di Blow di cui G. acostaensis 
è il marker: l'età è Tortoniano. L'ambiente di deposizione era probabil¬ 
mente non molto profondo ma con buoni scambi con il mare aperto 
come denota l’abbondante frazione planctonica; tuttavia, lo scarso benthos, 
la presenza di pirite, in granuli o come riempimento dei gusci di al¬ 
cuni foraminiferi, potrebbe indicare condizioni di scarsa ossigenazione 
del fondo (ambiente cuxinico). 




428 M. Boni e S. Di Nocera 


M. Crocette - Guado dell'Olmo (Boiano) 

Il cantiere di M. Croccile è ubicato a circa 2 Km dalla frazione di 
Civita (Boiano), sul versante meridionale del M. Crocelle, ad una altitu¬ 
dine media di 700 mt. Il minerale si presentava qui a strati alternati 



Fig. 3. — M. Crocelle (Boiano): Aspetto delle alternanze argilloso-marnoso-cal- 
carenitiche del Tortoniano interessate dalla mineralizzazione. 


ai sedimenti marnoso-argillosi grigiastri: la zona coltivabile aveva potenza 
massima di circa 70 cm. I lavori eseguiti consistevano in scavi a sban¬ 
camento che attaccavano diverse concentrazioni o straterelli ad andamento 
irregolare, in cui il minerale manganesifero si presentava a luoghi da com¬ 
patto fino ad assumere un aspetto polverulento con percentuali in Mn 
del 30 %, in silice del 13 % e con notevoli tenori di Fe 2 03 . Con la cernita 



Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 429 


operata a mano ne! cantiere stesso si riusciva ad avere un mercantile 
al 40% di Mn (Fromgia 1939). La coltivazione procedeva normalmente con 
il solito sistema dei gradoni; ma, aumentando le difficoltà di estrazione 
con l'approfondirsi del banco mineralizzato, 10 mt a valle del primo gra¬ 
done s'iniziò lo scavo di una galleria che avrebbe dovuto spingersi fino 
alla parte centrale del cantiere. Nel 1938, per esaurimento del minerale 
coltivabile, venne aperto un nuovo cantiere in una zona a Nord del pre¬ 
cedente (Guado dell'Olmo) con risultati abbastanza soddisfacenti. 



miocenici ed i calcari del Cretacico sup., mostranti una patina di os¬ 
sidi ferro-manganesiferi. 


Oggi poco rimane del vecchio cantiere, la galleria cui si è fatto cenno è 
ora franata, ciò nonostante M. Croccile resta una delle località in cui sono 
più evidenti le caratteristiche della mineralizzazione manganesifera, fra 
tutte quelle del Matese orientale. Anche in questo affioramento, come ai Ca¬ 
naloni, alternanze di calcareniti, marne ed argille si rinvengono intrappolate 
tettonicamente nei calcari del Cretacico superiore, in cui sono visibili su¬ 
pero ci di scivolamento incrostate di ossidi di Mn (Fig. 3 e Fig. 4). Lo 
spessore visibile dei sedimenti in cui è impostata la mineralizzazione rag¬ 
giunge a stento i 10 mt. Si tratta di una successione sottilmente strale- 
rei lata in cui a livelli argillosi se ne alternano altri più marnosi e cal- 
carenitici, ricchi in microfauna pelagica visibile anche ad occhio nudo; 




430 M. Boni e S. Di Nocera 


alcuni di tali straterelli localmente hanno una struttura laminare e sono 
particolarmente ricchi in resti nectonici (squame e denti) ed in pirite 
(talora ossidata) che si ripete ad intervalli regolari ed impregna, talvolta, 
l'intero sedimento per lo spessore di alcuni centimetri. Sporadicamente 
patine azzurro-verdastre sono indizio della presenza di carbonati di rame 
(azzurrite e malachite) che deriverebbero forse dall'alterazione dei solfuri 
rameosi connessi alla sostanza organica. 


Fig. 5. — M. Croccile (Boiano): Marne calcaree ad Orbuline, Globigerine, Globi- 
gerinoides, ecc. Ingr. circa 10 x. Età: Tortoniano. 



Il banco manganesifero di maggiore potenza (circa 50 cm) si rinviene 
nella parte bassa del pacco di sedimenti su descritti: esso mostra strut¬ 
ture concrezionate e forti arricchimenti ematitico-goethitici. Anche qui è 
prevalente un alto tenore di psilomelani, con pirolusite solo subordinata. 
I livelli micritici, ricchi in pirite, contengono anche una certa percentuale 
di rodocrosite, oltre a calcite, poco quarzo e dolomite. I livelli argillosi, 
come del resto anche quelli calcarenitici, contengono una associazione 
microfaunistica essenzialmente planctonica con numerosi individui ben 
conservati, mentre in corrispondenza dei livelli più mineralizzati si ri¬ 
scontra una riduzione, non solo delle dimensioni, ma anche del numero 
delle forme presenti (Fig. 5). Tra le specie più importanti si ricorda: 




Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 431 


Globorotalia acostaensis Blow 
Globorotalia continuosa Blow 
Globorotalia cultrata menar di (D’Orb.) 

Globorotalia mayeri Cush. & Elli. 

Globorotalia scitula (Brady) 

Globorotalia opima Bolli 
Globigerina bulloides apertura Cush. 

Globigerina falconensis Blow 
Globigerina pachyderma Ehr. 

Globigerinoides obliquus Bolli 
Globigerinoides sacculifer (Brady) 

Globigerinoides trilobus Reuss 
Orbulina suturalis Bronn. 

Orbulina universa (DOrb.) 

Biorbulina bilobata (D'Orb.) 

Hastigerina pelagica (D'Orb.) 

Sphaeroidinellopsis subdehiscens subdehiscens (Blow) 

Inoltre, nel benthos figurano Bolivina sp., Pullenia bulloides (D'Orb.), 
Siphonina reticulata Czjzek. Talvolta i gusci dei foraminiferi sono riem¬ 
piti di pirite che del resto è anche presente nel residuo inorganico. 

Per la presenza di G. pachyderma , G. cultrata menardi, G. acostaensis, 
l'associazione microfaunistica è riferibile alla zona 16 di Blow (1969); età 
Tortoniano. 


Pozzilli (Boiano) 

Tale cantiere veniva considerato dal Maggiore come appartenente a 
quelle di « concentrazione superficiale frammentaria », corrispondenti a 
quelli che il Frongia colloca tra i giacimenti formatisi per « trasporto 
delle acque superficiali ». Un giacimento, quindi, di terre manganesifere 
da detrito eluviale, i cui rapporti con la mineralizzazione primaria sono 
oggi di difficile identificazione. 


Masseria Ciocchi e Alifano (Boiano) 

In tale zona i lavori iniziati alla fine del 1939 misero in vista di¬ 
screti quantitativi di minerale con tenore in manganese variabile tra il 
25 ed il 30 %; l'andamento della mineralizzazione era comunque estre- 


432 M. Boni e S. Di Nocera 


mamente irregolare, tanto che la coltivazione venne definitivamente so¬ 
spesa due anni dopo. 


Noce Santella (San Polo Matese) 

La zona interessata è ubicata a circa 3 Km dall’abitato di San Polo, 
nella falda settentrionale di Colle Marotti. La superficie interessata dallo 
sfruttamento si aggirava sui 20.000 mq di superficie. Vennero praticati 
scavi superficiali con sbancamenti e trincee e piccole trivellazioni fino 
alla profondità di poche decine di mt, incontrando vari straterelli di 
minerale dello spessore medio di 20 cm con direzione N-S e inclinazione 
60°; varie gallerie ebbero lo scopo di accertare il proseguimento della mi¬ 
neralizzazione in profondità. 

Il minerale di manganese si presentava talora duro e compatto, ta¬ 
lora era invece spugnoso, friabile o addirittura polverulento. In base 
agli accertamenti effettuati nel 1937 la quantità di minerale bruto dispo¬ 
nibile raggiungeva una cubatura di circa 6.000 tonn; la composizione media 
di tale minerale era la seguente: 40% Mn; 10-15% Si0 2 ; 5-7 % Fe 2 0 3 . Il 
minerale compatto raggiungeva invece tenori superiori al 44 % in Mn. In 
base a questi dati il Maggiore definì la qualità del minerale piuttosto 
buona, e comunque migliore di quella del cantiere Canaloni. 

Oggi gli affioramenti potenzialmente significativi sono stati masche¬ 
rati dalla vegetazione, ma non al punto da rendere impossibile l'indivi¬ 
duazione del contatto tettonico fra i calcari del Cretacico superiore ed 
i sedimenti in cui è concentrata la mineralizzazione manganesifera. Questi 
hanno il solito aspetto argilloso-marnoso, con livelli ricchi in microfauna 
planctonica visibile ad occhio nudo, alternati ad altri particolarmente 
ricchi in concentrazioni manganesifere. I termini laminati scuri a mag¬ 
giore componente argillosa presentano evidenze di abbondante pirite e 
resti nectonici (scaglie e denti), mentre contemporaneamente la micro¬ 
fauna diventa più rada. 

Le analisi roentgenografiche eseguite sui campioni di marne più in¬ 
tensamente mineralizzate hanno rivelato, oltre a percentuali variabili di 
calcite, una evidente prevalenza degli psilomelani a struttura per lo più 
criptocristallina (Tav. I, Fig. 3), nonché dei minerali manganesiferi ad 
alto livello di ossidazione, del tipo birnessite e todorokite. 

La microfauna risulta in alcuni livelli ben conservata, abbondante 
in numero di individui ma non in generi e in specie, mentre in altri essa 
è scarsa, di piccole dimensioni (nana) e spesso con gusci piritizzati; in 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc . 433 


genere il benthos è quasi del tutto assente. Le forme riconosciute sono 
le seguenti: 


Glohorotalia acostaensis Blow 
Glohorotalia continuosa Blow 
Glohorotalia opima Bolli 
Glohorotalia scitula (Brady) 

Glohorotalia scitula prescinda Blow 
Globigerina bulloides D'Orb. 

Glohigerina bulloides apertura Cush. 

Globigerina falconensis Blow 
Globigerina pachyderma Ehr. 

Globigerinoides obliquus Bolli 

Globigerinoides obliquus extremus Bolli & Berm. 

Globigerinoides sacculifer (Brady) 

Globigerinoides trilobus Reuss 
Orbulina suturalis Bronn. 

Orbulina universa (D’Orb.) 

Hastigerina pelagica (D’Orb.) 

Cassidulina subglobosa Brady 
Cibicides pseudoungerianus (Cusc.) 

Gyroidina girardana (Reuss) 

Sigmoilina tenuis Czjzek 

L'associazione è da correlare con la zona N. 16 di Blow (1969) per 
la presenza di G. acostaensis che ne rappresenta il marker. L’età è per¬ 
tanto Tortoniano 2 . 

2 Lungo la mulattiera che da San Polo porta a Noce Santella, sono stati 
rinvenuti piccoli affioramenti di argille micacee con intercalazioni di arenarie 
a grana fine, contenenti una fauna molto scarsa e di piccole dimensioni, ove 
il plancton è prevalente sul benthos (circa il 90%); tra gli individui riconosciuti 
si riportano: 

Globorotalia continuosa Blow 
Glohorotalia mayeri Cush & Ell. 

Globorotalia scitula (Brady) 

Globorotalia opima Bolli 
Globigerina bulloides apertura Cush. 

Globigerina falconensis Blow 

Nel benthos figurano Cibicides sp., Cassidulina subglobosa (Brady), Gyroidina 
laevigata D'Orb., Valvulineria bradyana (Forn.). Talvolta i gusci dei foraminiferi 
sono riempiti di pirite che del resto è anche presente nel residuo inorganico; 
l'età di tali sedimenti non è più antica del Serravalliano. 


Globigerinoides trilobus Reuss 
Globigerinoides sacculifer (Brady) 
Globigerinoides obliquus Bolli 
Orbulina suturalis Bronn. 
Orbulina universa (D'Orb.) 


434 M. Boni e S. Di Nocera 


Circa le condizioni ambientali di deposizione esistenti nel bacino, i 
su esposti caratteri della microfauna farebbero supporre un ambiente 
poco favorevole alla vita degli organismi, con cattiva circolazione delle 
acque particolarmente al fondo. 


Fontana Giardini (San Polo Matese) 

Secondo i dati del Servizio Minerario questo cantiere, che iniziò la 
sua attività al principio del 1939, prometteva un discreto sviluppo, sia 
per l'entità del minerale in vista che per la facilità di coltivazione. Dopo 
pochi mesi di lavoro la mineralizzazione andò scomparendo, tanto da 
farla ritenere esaurita. Il cantiere di Fontana Giardini si trovava a pochi 
Km di distanza dal paese di San Polo, sul fianco NE di Colle Rapinella; 
originariamente il banco mineralizzato raggiungeva uno spessore massimo 
di 50 cm. Al momento attuale sono ancora da osservarsi sporadiche tracce 
di mineralizzazione sulle superfici di scivolamento interessanti i calcari 
del Cretacico sup., al contatto con i quali si rinvengono i terreni più 
teneri fortemente scompaginati dalla tettonica. 

Tali terreni sono qui costituiti, a differenza della maggior parte degli 
altri affioramenti da noi considerati, da arenarie sottili ed argille micacee 
molto simili a quelle rinvenute lungo la mulattiera che porta da San 
Polo al cantiere di Noce Santella. In tali livelli sono presenti quarzo a 
spigoli vivi, mica, pirite, limonite, mentre i termini più mineralizzati, 
oltre a presentare forti percentuali in ematite e biotite, si rivelano an- 
ch’essi costituiti da psilomelani a struttura criptocristallina e da altri 
minerali manganesiferi ad alto indice di ossidazione. È da notare che 
alcune sezioni relative a campioni fortemente mineralizzati, prelevati in 
questa zona, hanno messo in evidenza la presenza di una microfauna co¬ 
stituita da foraminiferi planctonici prevalentemente immersi in una pasta 
di fondo oramai praticamente già del tutto sostituita, di probabile na¬ 
tura micritica, simile a quella riscontrata negli altri affioramenti: in ogni 
caso comunque, sia gli organismi che il sedimento che li ingloba, sono 
stati quasi totalmente interessati dalla mineralizzazione. 

Nelle argille micacee è stata riscontrata invece, scarsa fauna, nana 
ed oligotipica, talvolta di diffìcile determinazione perché mal conservata. 
Nell’associazione prevalgono sempre le forme planctoniche. Nel complesso 
sono state riconosciute le seguenti forme: 

Globorotalia continuosa Blow 
Globorotalia cultrata (D’Orb.) 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 435 


Globorotalìa merotumida Blow & Banner 
Globorotalia scitura Brady 
Globorotalia scìtula prescitula Blow 
Globigerina falconensis Blow 
Globigerina pachyderma Eh?.. 

Globigerinoides trilobus immaturus Le Rqy 
Orbulìna suturalìs Bronn 
Orbulina universa (D'Ore..) 

Anomalina helicina Costa 
Cassidulìna subglobosa (Walk & Jac) 

Cibìcides lobatulus Brady 
Gyroidina girardana (Reuss) 

Planulina renzi (Cusri. & Stain.) 

Valvulineria bradyana (Form.) 

L'associazione per la presenza di O. universa, G. cultrata, G. merotu¬ 
mida, G. continuosa è correiabile con la zona N. 15 di Blow (1969) e la 
sua età è Serravalliano. 


Fosso Mudilo - Fontana Santa Maria - Tromba (San Polo Matese) 

Tali affioramenti, dove non venne mai impiantata una coltivazione 
intensiva, ma che furono oggetto di numerosi lavori esplorativi, si lo¬ 
calizzano sul versante orientale di Colle Costa Alta, fino alle quote di 
1.400 mi, a N dei rilievi del M, Tarabisso. 

Il banco mineralizzato affiorava solo sporadicamente con uno spes¬ 
sore massimo di circa 25 cm; a volte il minerale si rinveniva disperso 
nel terreno vegetale ed era necessaria la sua concentrazione in laveria. 
In tali zone le pessime caratteristiche di giacitura e la fittissima coper¬ 
tura vegetale hanno reso impossibile l'effettuazione di campionature siste¬ 
matiche nei sedimenti contenenti le mineralizzazioni. Ad un primo esame, 
comunque, tali affioramenti sembrano presentare molte analogie con quelli 
di Noce Santella e Canaloni. 

L'esame roentgenografico di alcuni campioni di minerali provenienti 
da località Tromba ha mostrato solo la presenza di psilomelani. Inoltre 
tali campioni, osservati in sezione lucida, hanno rivelato strutture fili¬ 
formi, raggiate, a bassi colori d'interferenza o caratteristiche strutture a 
bande di deposizione colloidale anch'esse ascrivibili a psilomelani; ab¬ 
biamo anche osservato zone in cui compaiono pseudomorfosi di goethite 
su pirite di cui si riconosce ancora la forma cubica. 


29 


436 M. Boni e S. Di Nocera 


Surrienzo (San Polo Matese) 

Questo affioramento si rinviene a N del vallone la Foce, al confine 
fra i comuni di Boiano e San Polo Matese. I lavori di ricerca eseguiti 
portarono alla valuzione di disponibilità di minerale manganesifero (pi- 
rolusite spugnosa) pari ad alcune migliaia di tonnellate (Relaz. Serv. Mi¬ 
nerario 1937). La potenza del banco mineralizzato oscillava intorno al 
metro; le analisi eseguite sul alcuni campioni diedero un tenore in Si0 2 
del 10 % ed in Mn del 35 %. Negli anni successivi, esauritosi questo 
banco, vennero eseguiti altri lavori nella zona circostante, procedendo con 
lo scavo di pozzi e trincee, con discreti risultati. 

Comunque fu ben presto evidente che il minerale, dopo pochi metri 
di scavo andava scomparendo. Con l’inizio del 1943 infine, la coltivazione 
nel cantiere Surrienzo, dopo un tentativo di sfruttamento delle terre man¬ 
ganesifere ad alta percentuale in pirolusite, venne definitivamente abban¬ 
donata. 


Selva Piana (S. Massimo) 

Il cantiere era situato a NE di Monte Miletto, appena sotto la conca 
di Campitello ad una altitudine media di 1.300 mt. Il campo delle ricer¬ 
che minerarie era particolarmente concentrato in un’ampia vallecola che 
si svolgeva con pendio più o meno accentuato fino a raggiungere la sot¬ 
tostante zona boscosa. Oltre a grossi blocchi manganesiferi a spigoli vivi 
sparsi nel detrito, vennero accertate con lavori in trincea discrete con¬ 
centrazioni di minerale racchiuse entro materiali argillosi e « ftanitici », 
a profondità variabili da 1 a 3 mt dal piano di campagna. Altri son¬ 
daggi effettuati seguendo talune tracce di minerale fino alla profondità 
di 30 mt (Rei. Serv. Minerario 1941), non poterono che constatare la scom¬ 
parsa di ogni traccia di minerale all’interno dei calcari. Attualmente ap¬ 
paiono evidenti nella zona le tracce delle antiche discenderie, e gli accu¬ 
muli dei materiali di discarica misti a detrito eluviale. 

Da quanto appare dalla Carta Geologica Ufficiale, la mineralizzazione a 
manganese dovrebbe essere impostata al contatto tra i calcari cristallini 
del Maestrichtiano-Paleocene e le formazioni sottostanti, che in questo 
caso sono rappresentate dai calcari liassici: chiare evidenze di tale tra¬ 
sgressione sono state da noi osservate fra le località di Selva Piana e San 
Nicola, alla quota di 1.200 mt, dove però non erano presenti evidenze della 
mineralizzazione manganesifera, se non lungo un canalone impostato su 
una faglia, dove, come si vedrà in seguito, altri sedimenti miocenici, va- 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 437 


riamente tettonizzati, contengono percentuali di minerali manganesiferi del 
solito tipo. 

Il materiale rinvenuto delle discenderie e nelle discariche del Can¬ 
tiere di Selva Piana appare di diversa natura rispetto alla maggior parte 
dei tipi litologici rinvenuti negli altri cantieri di estrazione. Oltre ai blocchi 
costituiti da ossido di manganese, sono stati infatti rinvenuti sedimenti di 
colore bruno-nerastro impregnati da minutissimi cristalli di pirite, indi¬ 
viduabile anche in straterelli, concrezioni e noduli. Talora, all'impregna¬ 
zione di pirite, si sovrappone o addirittura si sostituisce un’altra di co¬ 
lore verdastro che si è rivelata costituita da alabandino (Tav. I, Fig. 5). 



Fig. 6. — Selva Piana (S. Massimo): Foraminiferi planctonici immersi in una 
pasta micritica impregnata di pirite. Ingr. circa 80 x. Età: Serra- 
valliano. 


Le analisi roentgenografiche hanno dato come risultato per la composi¬ 
zione dei campioni manganesiferi pirolusite e psilomelani, per i campioni 
ricchi in pirite laminata, oltre a calcite e rodocrosite, anche tracce di quarzo, 
mentre per i campioni ad impregnazione verde quasi esclusivamente ala¬ 
bandino. Le osservazioni eseguite in sezione lucida hanno rivelato per i 
campioni ricchi in pirite come i cristalli di questa abbiano abito idio- 
morfo, mentre le bande sono costituite da concrezioni in cui i cristalli 


438 M. Boni e S. Di Nocera 


di dimensioni maggiori si trovano nelle zone più interne. La pirite non ri¬ 
sulta minimamente alterata (Tav. I, Fig. 6), molto raramente al suo posto 
appaiono individui di marcasite, presentanti la classica anisotropia. In al¬ 
cune sezioni compare il già citato solfuro di manganese (alabandino), di 
colore grigio, a potere riflettente basso, con fortissimi riflessi interni ver¬ 
dastri (Tav. I, Fig. 4). 

Le osservazioni in sezione sottile dei tipi litologici descritti in pre¬ 
cedenza hanno evidenziato una parte micritica in cui sono visibili delle 
bande con abbondanti microfossili, con prevalenza delle forme plancto¬ 
niche, di medie e piccole dimensioni e con poca pirite diffusa, alternata ad 
altre con scarsi fossili di dimensioni nane ed abbondante pirite (Fig. 6). 
Tra le forme riconosciute si possono ricordare Orbulina suturalis Bronn, 
Orbulina universa D'Orb., alcune Globigerine di scarso valore stratigrafico, 
Gìobigerinoide s del gruppo trilobus, qualche Globorotalia non carenata. 
Il benthos non è stato riscontrato. Tale associazione indicherebbe una 
età non più antica del Serravalliano. 


Colle del Monaco (San Massimo) 

La mineralizzazione si trova immediatamente nei pressi di M. Miletto 
in una piccola depressione, situata ad una quota media di 1.600 mt, sul 
versante orientale di Colle del Monaco, che si erge sulla sottostante conca 
carsica di Campitello. Una serie di sbancamenti a cielo aperto misero in 
luce, oltre ai soliti sedimenti, già rinvenuti in altre zone insieme ai de¬ 
positi manganesiferi, un importante banco mineralizzato potente oltre due 
metri, costituito da una successione di strati di « pirolusite » a diversa 
competenza, per il quale venne calcolata una estensione di oltre un mi¬ 
gliaio di mq. Tale banco, proseguendo verso monte, accennava a conti¬ 
nuare verso il basso e venne seguito con lavori in sotterraneo. La pro¬ 
secuzione dei lavori, però, dopo appena tre metri di scavo in trincea, mo¬ 
strò una sensibile riduzione dello strato mineralizzato, riduzione che si 
accentuò sempre più portando ben presto all'esaurimento della minera¬ 
lizzazione. Il minerale messo in luce si era comunque dimostrato di 
buona qualità, avendo rivelato all’analisi un tenore medio in Mn supe¬ 
riore al 40 % ed in Si0 2 inferiore al 10 % (Relazione Servizio Minerario 
1937). 

Le nostre osservazioni effettuate sull’antico cantiere di estrazione ci 
hanno portato all’individuazione di altri tipi litologici in aggiunta ai cal¬ 
cari del Cretacico inferiore riportati dalla Carta Geologica Ufficiale. Tale 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 439 


terreni, la cui potenza non sembra superare i sei metri, sono costituiti 
da grosse bancate di calcareniti e brecciole ad intensa dolomitizzazione, 
nonché da chiazze di argille grigio-azzurre ricche in pirite; questi depositi 
ovunque risultano essere interessati da dendriti e noduli manganesiferi. Da 
ciò che è possibile osservare attualmente, dopo i lavori di coltivazione che 
hanno distrutto l'affioramento originario, tali terreni, in cui erano comprese 
le mineralizzazioni a cui fanno cenno le relazioni del Serv. Minerario, sem¬ 
brano essere incassati tra i calcari cretacici ai quali fanno passaggio con 



Fig. 7. — Colle del Monaco (S. Massimo): affioramento dei termini miocenici 
fortemente dolomitizzati e coperti da concrezioni ferro-manganesifere. 


contatto sia tettonico sia stratigrafico (Figg. 7 e 8). La mineralizzazione 
proseguiva nei calcari incassanti con vene e tasche di piccolo spessore esau¬ 
rendosi ben presto; alla tettonica è da imputare inoltre anche l'anomala 
forte dolomitizzazione e l’aspetto ricristallizzato dei terreni in esame. Le 
analisi roentgenografiche effettuate sui campioni provenienti dai livelli ri- 
cristallizzati incassanti le mineralizzazioni hanno rilevato, oltre ad una pre¬ 
valenza di dolomite (del resto chiaramente evidenziata in sezione sottile da 
romboedri di neo-formazione), anche percentuali variabili di calcite local¬ 
mente accompagnata da idrossidi manganesiferi e da quarzo. I campioni 
di manganese presentano evidenze di psilomelani di vario tipo (Tav. I, 


440 M. Boni e S. Di Nocera 


Fig. 2) a cui localmente si aggiunge la pirolusite. Le osservazioni in sezione 
lucida hanno confermato la presenza dei minerali di Mn già citati; è stato 
inoltre possibile osservare frequenti pseudomorfosi di goetite su pirite di 
cui rimangono dei residui non completamente alterati (Tav. I, Fig. 1). I 
campioni meno dolomitizzati hanno permesso il riconoscimento di una 



Fig. 8. — Colle del Monaco (S. Massimo): Visione d'insieme del vecchio cantiere 
di Colle del Monaco-Capo d'Acqua: sono visibili in primo piano i li¬ 
velli dolomitizzati del Serravalliano. Sullo sfondo è possibile osservare 
tracce delle coltivazioni che hanno seguito la mineralizzazione in frat¬ 
ture. 


fauna costituita essenzialmente da foraminiferi mal conservati e spesso 
con gusci ricchi di pirite (Fig. 9). Gli individui presenti in prevalenza ap¬ 
partengono al plancton tra cui ai fini della datazione si riportano: 

Globorotalia merotumida Blow & Banner 
Glohorotalia scitula (Brady) 

Globigerina sp . 

Globigerinoides trilobus (Reuss) 

Orbulina suturalis Bronn 
Orbulina universa D'Orb. 



Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 441 


Nel benthos sono stati riconosciuti: Cibicides lobatus (Walk & Jac.), 
Elphidium crispum (Linnè), ed alcune Textularidi; l’età dell'associazione 
per la presenza di O. universa, G. merotumida non è più antica del Ser- 
ravalliano. 



Fig. 9. — Colle del Monaco (S. Massimo): Foraminiferi planctonici interessati 
dalla mineralizzazione. Ingr. circa 25 x. Età: Serravalliano. 


Capo d’Acqua (S. Massimo) 


Tale cantiere era anch'esso ubicato intorno alla quota dei 1.600 mt 
nella conca di Campitello Matese appena al di sotto del cantiere Colle 
del Monaco, dove lo sfruttamento era possibile solo nei mesi estivi; data 
l’altitudine e l'esiguità della mineralizzazione (il banco seguito con trincee 
si ridusse a 25 cm di potenza) la coltivazione ebbe breve vita. Le nostre 
osservazioni, pur non permettendo di localizzare esattamente le trincee di 
scavo, oramai ricoperte da detrito eluviale, ci hanno, tuttavia, dato la 
possibilità di individuare in località Capo d'Acqua una chiazza di sedi¬ 
menti miocenici fortemente scompaginati e costituiti da pacchi di argille 
fogliettate, argille marnose e calcareniti, con resti di pesci e impronte di 
limivori. Tali depositi furono già segnalati da Sgrosso (1963) e messi in 
rapporto con la trasgressione miocenica avvenuta in queste aree con mo¬ 
dalità particolari rispetto ad altre zone del Matese. 


442 M. Boni e S. Di Nocera 


Le osservazioni sulla costituzione mineralogica di tali sedimenti danno 
come risultato percentuali variabili di calcite, in rapporto ad argille di 
tipo illitico, a seconda della natura più o meno marnosa dei campioni 
osservati, mentre costante appare la presenza del quarzo e della pirite, so¬ 
prattutto incrostante le pareti interne dei microorganismi presenti. 

Nei termini marnoso-argillosi la frazione organica è costituita da pochi 
foraminiferi in genere di piccole e medie dimensioni ed inoltre spesso a 
guscio spatizzato. Il plancton è sempre più abbondante del benthos. Le 
forme riconosciute sono: 

Globorotalia continuosa Blow 
Globorotalia scitura (Brady) 

Globorotalia scitula prescinda Blow 
Globorotalia premenardii Cush. & Stain. 

Globigerina bulloides D’Orb. 

Globigerina falconensis Blow 
Orbulina suturalis Bronn. 

Orbulina universa (D’Orb.) 

Globigerinoides obliquus Bolli 
Eggerella brady (Cush.) 

Martinottiella communis D’Orb. 

Nonion pompilioides Ficht & Moll 
Siphonina reticulata Czjzek 

Per la presenza di O. universa, G. continuosa le associazioni sono ri¬ 
feribili al Serravalliano (tuttavia poiché sono stati osservati pochi cam¬ 
pioni non si può escludere la possibilità di una età più recente). 


S. Nicola - Serra Soda (S. Massimo) 

Il cantiere in esame era localizzato ad una altezza di circa 1.300 mt 
s.l.m., in un canalone indubbiamente impostato lungo una faglia posta 
fra i costoni di S. Nicola e Serra Soda e servito da una serie di sen¬ 
tieri percorribili a dorso di mulo. Il minerale dal classico aspetto fo- 
gliettato, concrezionato o concentrato in lenti di scarsa potenza ed an¬ 
damento irregolare, si rinviene associato ad una formazione terziaria ar- 
gilloso-marnosa con talora livelli calcarenitici per lo più dolomitizzati con 
brecciole ad elementi mesozoici simili a quelle già descritte soprattutto 
neH’affioramento di Colle del Monaco. Tale formazione risulta essere for- 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 443 

temente scompaginata dalla tettonica, che ha determinato anche una 
intensa brecciazione dei calcari mesozoici, provocando la formazione di 
brecce di frizione e di tutta una serie di superfici di faglia (Fig. 10); 
l'intensa dolomitizzazione dei livelli calcarenitici e la commistione delle 

argille marnose nei blocchi dei calcari mesozoici ne sono una ulteriore 
prova. 

Nelle argille marnose è stata rinvenuta una abbondante microfauna 
costituita da foraminiferi in cui prevalgono le forme planctoniche (il 
plancton rappresenta l’80 % della microfauna presente); gli individui mo¬ 
strano gusci spatizzati e fortemente deformati talvolta anche interessati 



Fig. 10. — S. Nicola (S. Massimo): Particolare del contatto tettonico tra i de¬ 
positi argillosi-marnosi del Serravalliano ed i calcari mesozoici. 


dalla piritizzazione, tanto da renderne difficoltosa la determinazione. Inoltre 
prevalgono le piccole dimensioni, solo le Orbuline ed alcuni generi di Globi- 
gerinoides mostrano dimensioni normali; nel residuo inorganico sono fre¬ 
quenti pirite e clasti ferro-manganesiferi. Tra le forme riconosciute si 
riportano: 

Globorotalia continuosa Blow 
Globorotalia obesa Bolli 





444 M. Boni e S. Di Nocera 


Globorotalia scitula Brady 
Globigerina bulloides apertura Cush. 

Globigerina falconensis Blow 
Globigerina nepentes Tood 
Globoquadrina altispira (Cush. & Jarv.) 

Globigerinoides bolli Blow 
Globigerinoides obliquus Bolli 
Globigerinoides sicanus Todd 
Globigerinoides trilobus immaturus Le Roy 
Orbulina suturalis Bronn. 

Orbulina universa (D'Orb.) 

Sphaeroidinellopsis subdehiscens subdehiscens Blow 
Hastigerina pelagica (D'Orb.) 

Cibicides pseudoungerianus (Cush.) 

Elphidium crispum (Linnè) 

Eponides umbonatus stellatus (Silv.) 

Gyroidina girardana (Reuss) 

Nonion soldanii (D'Orb.) 

Sigmoilina tennis Czjzek 
Valvulineria bradyana (Forn.) 

L'associazione per la presenza di G. continuosa, G. nepentes, O. uni¬ 
versa è correiabile con la zona 15 di Blow (1969), e la sua età è Serra- 
valliano. 

Le Crete (S. Massimo) 

In tale località prossima alla stazione terminale delle teleferica di 
Selva Piana, vennero effettuati una serie di scavi, immediatamente al 
contatto, posto ai piedi del versante, fra i calcari mesozoici fortemente 
tettonizzati ed i depositi argilloso-marnoso-calcarenitici del Miocene. Sono 
visibili in vari punti evidenze sia di piani di scivolamenti con concrezioni 
ferro-manganesifere, che di specchi di faglie inverse, nelle cui immediate 
vicinanze i calcari appaiono fortemente triturati fino ad assumere un 
aspetto da brecciato a farinoso. 

Il minerale manganesifero si presenta sia in straterelli intensamente 
mineralizzati e di aspetto fogliettato che in banchi più potenti (alcuni 
decimetri), fortemente ferriferi ed impregnati di cemento calcitico. 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 445 


S. Bartolomeo (Gallo) 

Questo giacimento, la cui coltivazione iniziò nel 1936, si rinviene lungo 
la strada provinciale Gallo-Capriati al Volturno in località Punta delle 
Airelle; secondo le relazioni del Servizio Minerario 1938 e secondo le de¬ 
scrizioni del Frongia la mineralizzazione si presentava sotto forma « fi¬ 
loniana » a costituire riempimenti di fratture nei calcari. Tali fratture 
risultano essere orientate prevalentemente NW-SE, con potenza variabile 
da 30 a 80 cm fino ad un massimo di 2 mt; la mineralizzazione vi appa¬ 
riva intercalata a straterelli argillosi o « scistosi »; data la scarsa po- 



Fig. 11. — Gallo Matese: Panoramica del vallone Conche nella cui parte alta sono 
visibili le discariche della vecchia miniera di S. Bartolomeo, impo¬ 
stata in una zona fortemente interessata dalla tettonica. 


tenza del banco manganesifero la sua coltivazione comportava anche l'ab- 
battimento di notevole parte di roccia incassante, ed essendo questa molto 
compatta, veniva ad essere sensibilmente elevato il costo di produzione 
del minerale utile. Per tale ragione già alla fine del 1941 il cantiere S. 
Maria appartenente al permesso S. Bartolomeo veniva abbandonato, dopo 
che una ricerca effettuata con sondaggi, trincee, pozzetti, non portò ad 
alcun risultato di rilievo. La qualità del minerale si era rivelata però 


446 M. Boni e S. Di Nocera 


abbastanza buona dato l'alto tenore in Mn (45 %) e la bassa percentuale 
in Si0 2 (5 %). 

Da ciò che si può ancora notare dell'affioramento (dato che le gal¬ 
lerie da cui veniva estratto il minerale sono a luoghi franate ed ostruite 
da grandi quantità di detrito) si può confermare la giacitura « filoniana » 
del minerale che come già a Colle del Monaco risulta incassato insieme 
ai sedimenti che lo accompagnano in fratture originatesi nell’ambito dei 
calcari. In quest'ultima località essi sono rappresentati dai calcari cri¬ 
stallini pseudosaccaroidi del Maastrictiano che qui trasgrediscono sia sulle 
dolomie triassiche della « Formazione di M. Acuto » (Ietto 1970) che sulle 
formazioni calcareo-doiomitiche del Lias inferiore-Trias superiore (Fig. 11). 

Al contatto tra i calcari incassanti e la mineralizzazione sono pre¬ 
senti spessori variabili di brecce con clasti a spigoli vivi e cemento man¬ 
ganesifero originatosi per frizione, nonché sedimenti a struttura laminata 
di aspetto dolomitico e colore rosso-grigiastro, anch’essi probabilmente 
da mettere in rapporto a ricristallizzazione verificatasi in seguito a cir¬ 
colazione di fluidi nell’ambito dei sedimenti strizzati nella faglia. Local¬ 
mente si notano piccole cavità e fratture riempite da un miscuglio di 
materiale di colore giallastro dolomitizzato, frammenti di minerale man¬ 
ganesifero e calcite spatica, probabilmente da mettere in relazione a fe¬ 
nomeni di ripresa della tettonica in momenti successivi. Le analisi ef¬ 
fettuate sulle facies laminate hanno portato alla individuazione di rap¬ 
porti variabili tra calcite e dolomite con prevalenza di quest’ultima, mentre 
per il materiale giallastro, già citato, la calcite prevale sul quarzo. I 
campioni di minerale manganesifero sono invece costituiti da haussman- 
nite e pirolusite accompagnate come al solito da psilomelani più o meno 
criptocristallini. Lo studio effettuato in sezione lucida su questi campioni 
ha permesso di evidenziare almeno tre fasi manganesifere diverse, la 
più evidente delle quali è rappresentata dall’haussmannite con la tipica 
forma poligonale, leggermente pleocroica ed a geminazione evidentissima 
anche a nicols paralleli (Tav. II, Figg. 1 e 2). Nelle fratture l’haussmannite 
passa progressivamente a psilomelano che costituisce la seconda fase ed 
è presente anche nelle pasta di fondo del campione. La terza fase, re¬ 
lativamente meno abbondante, è costituita da pirolusite. Lo studio mi¬ 
croscopico delle facies laminate oltre a mostrare un evidentissimo mo¬ 
saico di cristalli romboedrici di dolomite (Tav. II, Fig. 3), permette l'os¬ 
servazione di sporadici cubetti di pirite nella maggior parte dei casi già 
alterati in idrossido di ferro; il materiale giallastro, inoltre, mostra per¬ 
centuali abbastanza forti di clasti quarzosi a spigoli vivi e moscovite in 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc . 447 


una pasta micritica criptocristallina in cui sono ancora visibili rari fo- 
raminiferi planctonici spatizzati e di difficile determinazione. 


Colle di Mezzo-Scino (Roccamandolfi) 

Dai dati pubblicati dal Servizio Minerario del 1938, risultava per il 
cantiere in questione, localizzato sulla cima del Colle di Mezzo (quota 
1.400 mt), una mineralizzazione in forma prevalentemente frammentaria 
che occupava fratture e tasche nei calcari del così detto « Turoniano ». 
Data, però, l’ubicazione poco favorevole e lo sporadico rinvenimento delle 



Fig. 12. — Colle di Mezzo (Roccamandolfi): uno dei saggi effettuati sulla cima 
del Colle di Mezzo lungo una frattura nell'ambito dei calcari cristallini. 


mineralizzazioni che non permetteva al prospettore di formulare delle 
ipotesi di ricerca atte al ritrovamento di nuovi giacimenti, i lavori fu¬ 
rono limitati a pochi saggi. Attualmente gli affioramenti che ci è stato 
possibile ritrovare sono limitati a scavi di piccola entità effettuati lungo 
linee di frattura che si possono seguire per circa un centinaio di metri 
entro i calcari cristallini del Maastrictiano (Fig. 12). Dalle discariche sono 
stati prelevati dei campioni di minerale che alle analisi effettuate è ri- 



448 M. Boni e S. Di Nocera 


sultato ad alto tenore di Mn (superiore al 50 %); alcuni di tali campioni 
presentavano un aspetto perfettamente cristallino in cui erano evidenti 
le faccette di sfaldatura della pirolusite, altri erano, invece, costituiti 
da una brecciola a spigoli vivi e cemento di calcite spatica i cui elementi 
diversi l’uno dall'altro erano rappresentati da vari tipi di minerali manga¬ 
nesiferi. Le analisi roentgenografiche effettuate sui campioni su accennati 
hanno portato al riconoscimento di alte percentuali di pirolusite perfet¬ 
tamente cristallina (Tav. II, Figg. 5 e 6) oltre a psilomelani di varia na¬ 
tura, poca braunite e calcite più o meno abbondante. Nelle osservazioni 



Fig. 13. — Scino (Roccamandolfi) : Aspetto laminare delle marne ricche in ossidi 
di ferro e manganese. Sono visibili alcuni foraminiferi planctonici 
deformati e mineralizzati. Ingr. circa 35 x. Età: Serravalliano. 


in sezione lucida sono state riconosciute due fasi: la prima è la pirolusite 
che mostra spesso evidenze di pseudomorfosi su manganite (fratture di 
contrazione, Tav. II, Fig. 4); la seconda è data da psilomelani a potere ri¬ 
flettente molto minore e colore tendente al grigiastro. Anche nella brec¬ 
ciola cementata dalla calcite spatica gli psilomelani sono prevalenti, benché 
si rinvengano alcuni clasti costituiti da pirolusite con strutture di ricristal¬ 
lizzazione e talora pochi frammenti di braunite. 

In località Scino, situata ad W del Colle di Mezzo nella valle omo¬ 
nima, altri saggi effettuati poco prima dell’ultima guerra portarono al 



Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio , ecc. 449 


rinvenimento dei sedimenti argilloso-marnosi del Miocene con minera¬ 
lizzazione manganesifera della potenza di qualche metro molto simili a 
quelli del Matese Nord-orientale. Le nostre osservazioni ci hanno per¬ 
messo di identificare tali livelli mineralizzati con quelli della parte alta 
della Formazione di Longano (Selli 1957), che affiora estesamente in tutta 
la zona alla base del versante meridionale di Colle di Mezzo, dove è vi¬ 
sibile un passaggio graduale a termini con aspetto di flysch e maggiore 
componente detritica correiabili con la Formazione di Pietraroia (Selli 
1957). In questa località i terreni riferibili alla Formazione di Longano 
poggiano nell'area esaminata tettonicamente in discordanza sia sui cal¬ 
cari cristallini pseudosaccaroidi del Maastrictiano, sia sulle altre forma¬ 
zioni calcareo-selciose riportate dalla Carta Geologica Ufficiale di età Aqui- 
taniano-Eocene. Tale situazione è particolarmente evidente lungo tutto 
il versante meridionale del gruppo montuoso del Colle di Mezzo. 

La composizione mineralogica delle mineralizzazioni di Scino ha ri¬ 
velato variabili tenori di psilomelani e di manganile a 10 A oltre ad ar¬ 
gilla illitica ed a calcite in grosse percentuali. 

Le osservazioni in sezioni sottile mostrano una micrite ricca in os¬ 
sidi di ferro e manganese a cui le compressioni tettoniche hanno dato 
un andamento laminare, deformando nel contempo molti dei foraminiferi 
presenti (Fig. 14); è stato, inoltre osservato poco quarzo a spigoli vivi e 
frammenti di glauconite. 

La microfauna è costituita fondamentalmente da rari foraminiferi 
planctonici di piccole dimensioni (nana), e tendente alla oligotipia, mentre 
sono quasi del tutto assenti le forme appartenenti al benthos. Il cattivo 
stato di conservazione dei gusci, aggravato anche dalle conoscenze delle 
compressioni su accennate, hanno reso difficoltosa la determinazione degli 
individui; tuttavia, è stato possibile riconoscere Orbulina universa (D’Orb.), 
alcune Globigerine e qualche Globigerinoides del gruppo trilobus ; per¬ 
tanto l’età di tali depositi in base alla su indicata associazione è riferibile 
al Serravalliano. 


Raviscanina 

Questo giacimento fu uno degli ultimi ad essere coltivato; le mine- 
realizzazioni, messe in luce da frane naturali verso la fine del 1940, ven¬ 
nero seguite con scavi in trincea che misero in vista diversi strati man¬ 
ganesiferi posti a profondità varia ed a tenori decrescenti. Lo sfrutta¬ 
mento, proseguito almeno fino alla fine del 1943, venne effettuato sia sulle 


450 M. Boni e S. Di Nocera 


così dette terre manganesifere che su altre tasche mineralizzate a basso 
tenore. Oggi l'affioramento è mascherato per gran parte dalle discariche 
dalle vecchie coltivazioni e dal detrito eluviale; anche qui sembra più 
evidente la posizione tettonica dei terreni connessi alla mineralizzazione 
rispetto ai calcari incassanti che nella zona sono quelli tìpici ad Ippu¬ 
ri ti del Cretacico sup. Non rimane, se non in frammenti, più traccia del 
banco mineralizzato, sebbene si possano osservare ancora in posti i ter¬ 
reni ad esso connessi: si tratta anche qui di sottili alternanze marnoso- 
argillose, talora calcarenìtiche con abbondante microfauna visibile ad 
occhio nudo ed impregnazioni ferro manganesifere, 

Le analisi mineralogiche effettuate su quanto resta ancora delle mi¬ 
neralizzazione ci hanno rivelato la presenza di psilomelani a struttura 
criptocristallina e di goethite particolarmente abbondante. Le analisi in 
sezione lucida confermano i risultati delle analisi a raggi x (psilomelani 
e goethite); è stato comunque possibile osservare alcuni elementi mine¬ 
ralizzati costituiti da pseudomorfosi di psilomelani su miche e gusci di 
forarnmiferi completamente sostituiti. In sezione sottile si può osservare 
la medesima fenomenologia di compressione già vista nei campioni pro¬ 
venienti da Scino e dovuta alla tettonica (foraminìferi deformati e strut¬ 
ture laminate); fra i minerali presenti sono stati riconosciuti cristalli Mio- 
morii di pirite e glauconite. 

Nelle argille marnose e nelle calcareniti la fauna è costituita da ab¬ 
bondanti foraminìferi con guscio leggermente spatizzato. Il rapporto 
plancton/benthos anche in questi campioni è a vantaggio del plancton 
che rappresenta circa L85-90 % di tutta l'associazione. La microfauna pre¬ 
sente è in prevalenza di piccole dimensioni, tuttavia non mancano individui 
con dimensioni normali specie tra le Orbuline e le Globorotalie carenate; 
sono presenti inoltre denti di pesci e rari ostracodi e alcuni foraminìferi 
mostrano il guscio mineralizzato a pirite. Sono state riconosciute le se¬ 
guenti forme: 


Globorotalia continuosa Blow 
Globorotalia cultrata D'Orb. 
Globorotalia cultrata menar dii (D'Orb.) 
Globorotalia obesa Bolli 
Globorotalia scitula Brady 
Globigerina bulloides apertura Cush. 
Globigerina bulloides D’Orb. 
Globigerina falconensis Blow 
Globigerina nepentes Tqbd 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 451 


Globoquadrina altispira (Cush. & Jarv.) 

Globigerinoides bolli Blow 
Globigerinoides obliquus Bolli 
Globigerinoides trilobus immaturus Le Roy 
Orbulina suturalis Bronm, 

Orbulina universa (D’Orb.) 

Orbulina bilobata (D’Orb.) 

Cassidulina subglobosa Brady 
Gyroidina laevigata D'Orb. 

Nodosaria sp. 

Siphonodosaria monilis (Sil.) 

Textularia sp. 

Valvulineria bradyana (Form). 

Per la presenza di G. cultrata, G. menar di, G. nepentes, O. universa, 

tale associazione è correiabile con quella della zona N. 15 di Blow (1969) 
e pertanto la sua età è Serravalliano. 


Mineralogia 

Per quanto riguarda la mineralogia dei minerali manganesiferi, essa, 
almeno allo stadio attuale delle ricerche, è limitata a pochi tipi princi¬ 
pali che variano però a seconda delle condizioni di formazione dei gia¬ 
cimenti, nonché localmente all’interno di ognuno di essi. 

Psilomelano (ed altri idrossidi con prevalenza di analoghi della To- 
dorokite). — Essi sono particolarmente abbondanti in tutti i giacimenti, 
fino a prevalere nelle zone tettonicamente meno disturbate. Si rinven¬ 
gono inoltre come prodotto di alterazione degli altri minerali ossidati, 
come pirolusite ed haussmannite, in vene ad andamento irregolare o ad¬ 
dirittura a costituire nette pseudomorfosi. Raramente essi, comunque 
danno una risposta roentgenografica diversa da un generale noice del 
fondo e sono individuabili soprattutto in sezione lucida, per il caratte¬ 
ristico aspetto fibroso, il colore bianco-bluastro e per alcune strutture 
concrezionate da tipica solidificazione da gel a bassa temperatura (krypto- 
melano s.s., Ramdohr 1975). In gran parte dei campioni esaminati, con¬ 
tenenti psilomelani, è evidente la « fabric » della roccia, poi mineralizzata 
in sede tardo-diagenetica o epigenetica, con le strutture sedimentarie e i 
gusci dei microfossili. Talora, per quanto in percentuali piuttosto basse, 


30 



Tav. I — Fig. 1) Colle del Monaco: NP 234 x; sez. lucida, imm. olio. Cristalli di 
pirite con pseudomorfismo di ossidi ed idrossidi di ferro (goethite, ema¬ 
tite, lepidocrocite). Sono tuttora visibili piccoli resti di pirite. — Fig. 2) 
Colle del Monaco: NP 376 x; sez. lucida, imm. olio. Cespuglietti di psi- 
lomelani in ganga carbonatica. — Fig. 3) S. Polo Matese: NP 316 x; sez. 
lucida, imm. olio. Struttura e bande di psilomelani grigio-bluastri. — 
Fig. 4) Selva Piana: NP 292 x; sez. lucida, imm. olio. Alabandino gri¬ 
giastro a basso potere riflettente, in cui sono evidenti cristallini rom¬ 
boedrici di minerali di ganga (rodocrosite?). — Fig. 5) Selva Piana: 
NP 295 x; sez. lucida, imm. olio. Concrezione piritifera in massa più 
scura costituita da alabandino; è presente una certa percentuale di 
ganga carbonatica. — Fig. 6) Selva Piana: NP 259 x; sez. lucida, imm. 
olio. Aggregati di pirite in grossi idioblasti. È presente a zone anche 
della marcasite. 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 453 


è stata riscontrata la presenza delle fasi birnessite e todorokite (con forte 
prevalenza di quest'ultima, generatesi probabilmente in seguito ai più re¬ 
centi processi di ossidazione supergenica); in un campione della zona di 
Tromba (San Polo Matese), è stato possibile rinvenire inoltre alcune neo- 
formazioni di litioforite dalla tipica struttura a lamelle sovrapposte. 

Pirolusite. — Tale minerale è stato da noi rinvenuto in particolare 
associazione con psilomelani, essenzialmente in quelle zone in cui la mi¬ 
neralizzazione sembra aver subito forti processi di ricristallizzazione in 
seguito a spinte tettoniche. Grosse associazioni di pirolusite sono infatti 
presenti negli affioramenti di Colle di Mezzo (Roccamandolfì) e Gallo 
Matese; il suo aspetto macroscopico è quello di un minerale nero-azzur¬ 
rastro, a frattura appena concoide e polvere nera, immerso in una massa 
brunastra più incoerente. Talora gli aggregati di pirolusite fanno parte di 
brecciole a cemento calcitico, i cui clasti sono tutti costituiti da diversi 
minerali di manganese, prova evidente di una brecciazione, dovuta a mo¬ 
vimenti tettonici tardivi, deH'originario banco manganesifero a paragenesi 
differenziata. 

La pirolusite si presenta nei nostri campioni per lo più sotto forma 
di aggregati di cristalli spesso idiomorfi, di dimensioni variabili. Sono 
riconoscibili frequentemente le classiche fratture di contrazione da tra¬ 
sformazione di manganite in pirolusite, formatesi per perdita di H 2 0. Lo¬ 
calmente, comunque, pur conservando la sue caratteristiche di alto po¬ 
tere riflettente e forte anisotropia, la pirolusite compare con un aspetto 
concrezionato, da deposizione colloidale, alternata a bande di idrossidi man¬ 
ganesiferi a potere riflettente molto minore e struttura criptocristallina. 

Haussmannite. — Haussmannite nei tipici cristalli tetragonali è stata 
da noi rinvenuta senza alcun dubbio solo nella vecchia miniera di Gallo 
Matese, impostata in una mineralizzazione filoniana, in cui i sedimenti 
blandamente manganesiferi del Miocene, strizzati e completamente dolo- 
mitizzati, contornano un banco manganesifero particolarmente ricco, che 
solo localmente mostra evidenze di una rimobilizzazione successiva. Oltre 
alla tipica forma ottaedrica, i cristalli di haussmannite risultano perfet¬ 
tamente riconoscibili in sezione lucida per il colore grigio con riflessi 
interni rossastri, per i loro effetti di anisotropia, evidenti all'osservazione 
in olio e soprattutto per le lamelle di geminazione, che già visibili a N II, 
diventano evidentissime a N + , caratterizzando perfettamente il minerale. 
Sui nostri cristalli di haussmannite appare comunque impostato un reti¬ 
colo di alterazione costituito da psilomelani, a dimostrare il parziale su- 


454 M. Boni e S . Di Macera 


peramento delle condizioni geochimiche di stabilità delFfaaussmannite, a 
cui tendono lentamente a sostituirsi altre fasi manganesifere a maggiore 
componente idrata. 

Alahandino. — Aggregati di alabandino, derivato probabilmente dalla 
trasformazione, in ambiente a caratteristiche altamente riducenti, di mi¬ 
nerali manganesiferi preesistenti, sono stati da noi rinvenuti, in associa- 




52 51 50 43 48 32 

Fig. 14. — Diffrattometria di un campione di alabandino nel giacimento manga¬ 
nesifero di Selva Piana. Diffrattometro e generatore Philips PW 1011 
CuK a, 2° 0/min. 


zioni a livelli e concrezioni di pirite, nell'affioramento di Selva Piana (S. 
Massimo) e solo dubitativamente, negli affioramenti di Noce San tei la (San 
Polo Matese) e M. Crocei le (Boiano) (Fig. 14). L'alabandino, a caratteri¬ 
stiche qui abbastanza anomale, presenta una colorazione verde bottiglia 
che, all'osservazione in sezione lucida, si traduce in riflessi interni color 
smeraldo di tale intensità, da coprire quasi il colore grigio metallico pro¬ 
prio del minerale, a basso potere riflettente. Esso presenta nella roccia 
come una diffusione a macchia d'olio, con tendenza però ad allinearsi 












Tav. II — Fig. 1) Gallo: NP 281 x; sez. lucida, imm. olio. Cristalli di haussman- 
nite in cui è evidente la geminazione; la pasta in cui sono immersi è 
è costituita da psilomelani che talvolta si rinvengono anche in frat¬ 
ture neH'haussmannite. — Fig. 2) Gallo: NI 281; sez. lucida, imm. olio. 
La stessa della foto precedente ma a nicol incrociati. Sono evidenti 
la geminazione e la forte anisotropia. - - Fig. 3) Gallo: NP 462; sez. 
sottile. Facies laminata, cristalli di dolomite. — Fig. 4) Colle di Mezzo: 
NP 375 x; sez. lucida, imm. olio. Cristalli di pirolusite in cui sono vi¬ 
sibili fratture di contrazione (manganite-pirolusite). — Fig. 5) Colle 
di Mezzo: NP 259 x; sez. lucida, imm. olio. Clasto di una brecciola co¬ 
stituita da elementi manganesiferi, in cui è evidente della pirolusite 
ricristallizzata a grossi cristalli a spina di pesce. — Fig. 6) Colle di 
Mezzo: NI 259 x; sez. lucida, imm. olio. Medesimo clasto della foto 
precedente ma a nicol incrociati. Da notare la forte anisotropia. 



456 M. Boni e S. Di Nocera 


lungo le direzioni di sedimentazione, una prova in più della sua forma¬ 
zione in sede diagenetica o epigenetica. Talora esso racchiude nel suo 
interno uno sciame di cristallini romboedrici non riflettenti, da assimi¬ 
larsi probabilmente a ganga carbonatica (calcite, rodocrosite, dolomite). 

Pirite. . Tale minerale è stato rinvenuto in quasi tutti gli affiora¬ 

menti, a segnare particolari livelli della serie mineralizzata a caratteri¬ 
stiche riducenti, in cui anche le microfaune planctoniche appaiono oligo¬ 
tipiche o assenti. Talora è accompagnata da calcite e rodocrosite (Selva 
Piana e M. Croccile), tal'altra da alabandino (Selva Piana); più spesso è 
però sostituita p seudom o r tic amen 1 e da goethite e lepidocrocite. Nei livelli 
meno soggetti all’azione ossidante esogena la pirite si ritrova in gran 
copia sia sotto forma di cristalli idiomorfi di varie dimensioni, impre¬ 
gnanti il livello in modo completo, sia lungo allineamenti conformi alla 
stratificazione, sia in una serie di concrezioni grossolanamente sferoidali, 
del tipo « pirite framboidale », comunemente costituite da aggregati di 
cristalli più o meno saldati fra di loro. Osservate a maggiore ingrandi¬ 
mento (x 5000) comunque anche alcune plaghe di pirite minuta, apparen¬ 
temente uniforme, rivelano ancora tale struttura complessa, mostrandosi 
costituite anche a scala molto più piccola dagli stessi individui cristal¬ 
lini in aggregazione « framboidale ». 

I rapporti del solfuro di manganese con i cristalli e le concrezioni di 
pirite appaiono complessi: sembrerebbe comunque che, o Fai ab andino si 
è formato in un secondo momento rispetto alla pirite presente in con¬ 
crezioni e cristalli idiomorfi, oppure che la precipitazione di entrambi i 
solfuri fosse contemporanea, dovendosi le particolari forme della pirite 
unicamente alla sua maggiore potenzialità di cristallizzazione. È comunque 
evidente come alla formazione di entrambi i solfuri abbia fatto seguito 
una fase di brecciazione, che ha interessato entrambe le fasi descritte, 
con formazioni tardive di vene carbonatiche (calcitiche) ad andamento 
irregolare. 

Rodocrosite. — La rodocrosite è stata rinvenuta sporadicamente nei 
livelli carbonatìcì bruno-rosati a struttura laminare, ricchi in pirite e 
talora alabandino di Selva Piana e M. Croccile. Essa non presenta strut¬ 
ture particolari in sezione sottile o lucida ed il suo riconoscimento è stato 
possibile unicamente mediante i raggi x. Il carbonato manganesifero sem¬ 
brerebbe comunque essere rappresentato da tutta una serie di soluzioni 
solide, in cui compaiono anche termini debolmente calcici o magnesiaci, 
date le pur modeste oscillazioni della riflessione d 2 n in un ambito fra 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 457 


i 39 ed i 40 20. La sua genesi, in accordo con i molti studi effettuati 
su tale argomento, è legata con ogni probabilità alla rimobilizzazione, in 
sede diagenetica, per condizioni riducenti, del manganese presente sotto- 
forma di idrossidi nei sedimenti di prima deposizione. 

Sulla geochimica dell'ambiente deposizionale e diagenetico, ci risulta 
al momento piuttosto diffìcile pronunciarci esaurientemente, data la com¬ 
plessità della paragenesi ed il gran numero dei fattori che hanno giocato 
neipinstaurarsi della mineralizzazione. 

Tale studio esula pertanto da quanto ci siamo proposti in questa 
prima fase del lavoro, tesa essenzialmente a chiarire i rapporti geologico- 
tettonici fra le varie formazioni interessate dalla mineralizzazione, e verrà 
ripreso in seguito. 

Alcune ipotesi preliminari verranno comunque avanzate nel corso della 
discussione, nel tentativo d'integrare insieme gli apporti provenienti dalle 
osservazioni microfaunistiche, litologiche, mineralogiche e geologiche ge¬ 
nerali, la somma delle quali ci ha consentito di giungere ad una prima 
serie di conclusioni. 

Discussione 

Le osservazioni di campagna mostrano caratteri molto simili nei tipi 
litologici che accompagnano le mineralizzazioni a manganese. Nella cava di 
M. Crocelle (Boiano) è più evidente una tipica successione costituita da 
alternanze di argille, calcareniti e marne dello spessore di pochi metri 
e variamente interessata dalla mineralizzazione (talora, infatti, il manga¬ 
nese sembra costituire bancate di vari decimetri di potenza, talaltra esso 
sostituisce alcuni livelli della serie o invade le discontinuità lungo le su- 
perfici di contatto tettonico tra le rocce calcaree ed i terreni su esposti). 
Ad altezze variamente ricorrenti nei livelli argilloso-marnosi la microfauna, 
in genere con prevalenza delle forme planctoniche (Orbuline, Globigerindi, 
ecc.), si presenta particolarmente abbondante, mentre in altri punti essa è 
scarsa, tendente alla oligotipia ed inoltre con prevalenza d'individui di pic¬ 
cole dimensioni. 

In tali livelli è stata inoltre riscontrata abbondanza di resti nectonici 
come scaglie e denti di pesci, nonché grandi percentuali di pirite in cri¬ 
stalli idiomorfi spesso disposti parallelamente alla stratificazione, o lo¬ 
calmente addensati. 

Verrebbe quindi a delinearsi un originario ambiente di sedimenta¬ 
zione a carattere ciclicamente riducente quale quello che si poteva in- 


458 M. Boni e S. Di Nocera 


staurare in piccoli bacini temporaneamente isolati dal mare aperto, in 
cui il manganese si è potuto accumulare in soluzione per precipitare, 
probabilmente, nei momenti in cui l'ossigenazione delle acque era mag¬ 
giore. Simili condizione di deposizione sono state del resto anche ipo¬ 
tizzate da Kuijpers (1974), per vari metalli, fra cui Fe e Mn, ricorrendo 
a variazioni stagionali di accumulo legate alla quantità della sostanza or¬ 
ganica. Borchert (1970) fa cenno, per giacimenti manganesiferi del tipo 
« Lindener Mark » alla precipitazione di grandi quantità di Mn in rap¬ 
porto a condizioni ambientali dominate da un eccesso di sostanza or¬ 
ganica; Rakhmanov e Chykovskiy (1972) infine fanno riferimento al gia¬ 
cimento precambrico di Usink in Russia, in cui il Mn, originatosi in se¬ 
guito ad apporti vulcanici, si è venuto ad accumulare in una serie di 
bacini in cui si formavano forti spessori di scisti piritiferi. 

La successione su esposta, anche se mai con caratteri di tale com¬ 
pletezza, si ritrova in quasi tutti gli affioramenti del Matese orientale, 
mentre negli affioramenti del Matese occidentale più difficile risulta la 
ricostruzione di tali terreni. Infatti, se in alcune località (Raviscanina, 
Capo d'Acqua, Scino) le analogie con le successioni del Matese orientale 
risultano essere ancora abbastanza evidenti, in altre località (Selva Piana, 
Colle del Monaco) si osserva una modificazione della litologia dovuta 
probabilmente alla tettonica fino ad arrivare a situazioni del tipo riscon¬ 
trate a Gallo o a Colle di Mezzo, in cui le vicende tettoniche hanno ma¬ 
scherato radicalmente le evidenze litologiche dei terreni terziarii con una 
quasi totale dolomitizzazione dei termini originari e con la forte ricri¬ 
stallizzazione dei minerali manganesiferi (aspetto filoniano dei giacimenti). 

A Colle del Monaco prove di una deposizione terziaria si riscontrano 
in pratica soltanto in alcuni livelli non completamente dolomitizzati sot¬ 
tostanti al grosso banco mineralizzato in cui è stato possibile riconoscere 
una associazione microfaunistica ad Orbulina e Globigerinidi del Serra- 
valliano, mentre tracce delle particolari facies a caratteristiche riducenti, 
già riconosciute negli affioramenti del Matese orientale, sono date da pochi 
livelli di argille, marne grigie molto piritifere, ma sterili, poste immedia¬ 
tamente al contatto con i calcari incassanti. A Selva Piana tali facies, 
anche qui interessate sia pur parzialmente dalla dolomitizzazione, risul¬ 
tano essere particolarmente preponderanti: la pirite, come già detto in 
precedenza, si rinviene particolarmente abbondante sia ad impregnare 
tutta la roccia, che in livelli e concrezioni. Si rinvengono, inoltre, adden¬ 
samenti di materiale organico e resti nectonici; la microfauna, quando c'è, 
presenta caratteri di oligotipia. A Gallo e Colle di Mezzo, infine, la do¬ 
lomitizzazione e ricristallizzazione dei litotipi terziari è stata quanto mai 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 459 


intensa: a Gallo accanto a minerali manganesiferi (haussmannite e pirolu- 
site a cui la tettonica ha conferito perfetti abiti cristallini) si rinvengono 
ancora dei livelli di aspetto laminato con rare tracce di pirite ed oramai 
completamente dolomitizzanti con evidenze di romboedri perfetti. Sono 
presenti anche altri tipi litologici, anch'essi interessati dalla dolomitizza¬ 
zione, i cui clasti di quarzo a spigoli vivi, muscovite, rari foraminiferi 
planctonici, rendono confrontabili tali depositi con facies terziarie. A Colle 
di Mezzo l'evidenza della appartenenza dei depositi al terziario è meno 
chiara data l’intensità della tettonica nella zona di Roccamandolfì e la 
connessione del giacimento a linee di frattura nell’ambito dei calcari. La 
presenza dei depositi terziari variamente interessati dalla tettonica in 
tutta l’area circostante ed inoltre la presenza delle mineralizzazioni di 
Scino connesse senz’altro a questi tipi litologici lasciano comunque ipo¬ 
tizzare anche per il manganese di Colle di Mezzo una genesi analoga. 

Per quanto riguarda l’età dei terreni connessi alle mineralizzazioni man¬ 
ganesifere, per alcuni di questi (M. Crocella, Noce Santella, Canaloni) 
cioè in pratica tutto il Matese nordorientale, essa è da riferire al Torto¬ 
rnano, mentre negli altri affioramenti l'associazione presente appartiene al 
Serravalliano. 

Riguardo a questi ultimi affioramenti, i pochi campioni che ci è stato 
possibile esaminare per la limitatezza delle serie troncate a diversa al¬ 
tezza dalla tettonica e variamente scompaginate, nonché interessate dagli 
effetti della dolomitizzazione secondaria, non ci porterebbero ad escludere 
la possibilità, al momento non ancora evidenziata, di una età più recente 
anche per il Matese centrale ed occidentale. 

Come già accennato nell’inquadramento geologico, nel Matese orien¬ 
tale ed occidentale il Miocene è sempre rappresentato dalle formazioni 
del Cusano, Longano e Pietraroia (Selli 1957) 3 . Tali formazioni sono state 
riconosciute e descritte da Pescatore, Sgrosso e Torre (1970), Pescatore 
(1970) a M. Cigno e nel Torrente Calvaruse (Matese sudorientale); gli au¬ 
tori in accordo con le datazioni di Selli (1597) riconoscono per il Cusano 
una età Langhiano sup.-Serravalliano, per il Longano Serravalliano e per 
il Pietraroia Serravalliano-Tortoniano. 

Il passaggio tra le formazioni di Longano e Pietraroia è marcato da 
evidenze di instabilità del bacino di sedimentazione messe in rapporto 
a depositi tipo brecce ed a strutture caratteristiche arricciate nel Lon- 


3 Per il Matese centrale (Sgrosso 1965), e quindi per i giacimenti di Colle del 
Monaco, Selva Piana, San Nicola e Capo d’Acqua la situazione dovrebbe essere 
alquanto diversa. 


460 M. Boni e S. Di Nocera 


gano; l’età di tale passaggio rimarrebbe, comunque, nell’ambito del Ser- 
ravalliano. Il passaggio Longano-Pietraroia viene invece datato Torto- 
niano inf. da Angelucci (1966) nella media valle Latina e da Parotto (1969) 
nell’alta valle del Liri; Accordi ed alii (1967) ad oriente della valle Roveto 
(Marsica) lo attribuiscono al Tortoniano; del resto anche nella zona dei 
M. Ausoni e dei M. Aurunci ed a Rocca d’Evandro il passaggio sembra 
essere compreso nell'ambito del Tortoniano. Nei M. Simbruini probabil¬ 
mente non è più antico del Tortoniano inf. (Devoto 1970). 

Alcuni degli autori su citati segnalano inoltre nei livelli precedenti 
il passaggio ricche faune ittiolitifere, clasti di glauconite, presenza di pi¬ 
rite e sporadici impoverimenti della fauna. È da rimarcare comunque 
che per mancanza di correlazioni effettuate su vasta scala il passaggio 
in esame non è stato mai definito con chiarezza. 

Per quanto riguarda gli affioramenti esaminati nel presente lavoro, 
gli ambienti particolari che si accompagnano alle mineralizzazioni manga¬ 
nesifere sembrano mostrare molte analogie con quelli che vengono rico¬ 
nosciuti nella parte alta della formazione di Longano o al passaggio con 
la susseguente formazione del Pietraroia e che è possibile osservare in 
alcune zone del Matese, come ad esempio a Bocca della Selva, Torrente 
Torbido, Scino ecc. 

Del resto, i caratteri che ci hanno permesso la ricostruzione di tali 
ambienti di sedimentazione possono ben portare ad ipotizzare l'esistenza 
di piccoli bacini euxinici sede di chiare anomalie geochimiche, formatisi 
per condizioni d'instabilità del fondo, preludio a movimenti tettonici di 
maggiore entità quali quelli segnalati da Pescatore, Sgrosso e Torre (1970) 
e Pescatore (1970) e localizzati appunto al passaggio tra le formazioni di 
Longano e Pietraroia. Particolari arricchimenti manganesiferi in momenti 
immediatamente anteriori o coincidenti con le prime battute di una fase 
tettonica non sono del resto a tutt'oggi sconosciuti. Essi sono stati tra 
l’altro descritti da uno di noi (Boni e Rolandi 1976) nel Miocene della 
Catena Costiera (Calabria), subito prima della fase tettonica inframes- 
siniana; Sapozhnikov (1970) ipotizzava inoltre per gli accumuli mangane¬ 
siferi della regione del Mar Nero una precipitazione dovuta a correnti 
ascendenti connesse a movimenti tettonici. 

Le facies connesse alle mineralizzazione manganesifere sembrano aver 
in quasi tutte le zone del Matese età Serravalliano, sia pur con le riserve 
avanzate in precedenza, il che porterebbe a concludere che il passaggio 
Longano-Pietraroia, a cui esse sarebbero appunto connesse, dovrebbe avere 
una età almeno Serravalliana. 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 461 


Ribadiamo, comunque, la presenza di associazioni microfaunistiche 
di età tortoniana negli affioramenti di M. Croccile (Boiano), Noce San- 
tella (S. Polo), Canaloni (Campochiaro), tutte località del Matese nord- 
orientale, Tale differenza di età in facies analoghe e per di più connesse 
ed una mineralizzazione a caratteristiche simili potrebbe essere spiegata 
ipotizzando: 

a) Un ripetersi di condizione di sedimentazione perfettamente ana¬ 
loghe in bacini euxinici ove scarso è rapporto detritico e con forti ano¬ 
malie geochimiche in due momenti successivi nell’ambito del Miocene, 
ognuno immediatamente prima di una fase tettonica: Serravalliano e 
Tortoniano. 

b) Uno spostamento nello spazio (da S/SW verso N/NE) e nel 
tempo (Serravalliano-Tortoniano) delle facies mineralizzate connesse al¬ 
l'attività tettonica situata da vari Autori al passaggio tra le Formazioni 
di Longano e Pietraroia [in accordo con quanto prospettato da Ortolani 
e Pescatore (1973)]. Questa seconda ipotesi, per la quale propendiamo, po¬ 
trebbe anche essere avvalorata dall’età posteriore dei livelli della « For¬ 
mazione delle marne ad Orbulina » in varie zone dell’Appennino laziale¬ 
abruzzese dove appunto questi sono stati datati Tortoniano. Lo sfasa¬ 
mento nel tempo tra facies aventi lo stesso significato può trovare ri¬ 
scontro, inoltre, nell'età molto più tarda dell’inizio della sedimentazione 
dei « calcari a briozoi e litotamni » correiabili con il « Cusano » del Ma¬ 
tese (Selli 1957) nei M. Simbruini (Devoto 1970) dove tale unità è datata 
Serravalliano sup.-Tortoniano. 


Rapporti tra mineralizzazioni e tettonica 

Volendo infine tentare di spiegare l’entità degli accumuli delle mine¬ 
ralizzazioni manganesifere i quali non si possono ritenere dovuti esclu¬ 
sivamente alle percentuali di Mn precipitate nei sedimenti, pur di am¬ 
bienti particolari, di età Serravalliano-Tortoniano, nonché la locale pro¬ 
fonda diversità della mineralogia, è necessario far ricorso alla tettonica 
variamente intensa da cui sono state interessati i terreni miocenici poste¬ 
riormente alla loro deposizione. Infatti, quanto maggiori appaiono essere 
le evidenze delle implicazioni tettoniche in cui i sedimenti in oggetto sono 
rimasti coinvolti (piani di scivolamento, faglie inverse, brecce di frizione, 
dolomitizzazione più o meno spinta) tanto maggiori sembrano essere l’en¬ 
tità dei fenomeni mineralizzanti esplicatisi secondo solubilizzazione e sue- 


462 M, Boni e S, Di Macera 


cessiva ricristallizzazione del Mn diffuso nella serie, che si è potuto così 
concentrare in concrezioni, lenti e banchi di variabile potenza. Casi par¬ 
ticolari di tali situazioni di riscontrano per Gallo Matese e Colle di Mezzo, 
dove Fandamento filoniano della mineralizzazione connessa indubbiamente 
a linee di frattura, e la totale ricristallizzazione in fasi del tipo hauss- 
mannite e pirolusite cristallina indicherebbero spinte compressive di mag¬ 
giore entità, variamente ripetute nel tempo. 


BIBLIOGRAFIA 

Accordi B., 1964 - Lineamenti strutturali del Lazio e dell’Abruzzo meridionale. 
Mem. Soc. Geol. ItaL, voi. 4, Atti Convegno Sociale sul Tema « La geologia 
dell’Appennino », Roma 1344 Dicembre 1962. 

Accordi B., 1966 - La componente traslativa nella tettonica dell’Appennino la¬ 
ziale-abruzzese. Geol. Romana, voi. V. 

Accordi B,, Devoto G., La Monica G. B., Praturlon A., Siena G., Zalaffi M., 1967 - 
Il Neogene nell’Appennino laziale-abruzzese . IV Congr. Intern. Neogene Me¬ 
diterraneo, Bologna 19-30 Settembre 1967. 

Alexandrov E. A., 1961 - Sedimentary cycle of manganese and its practical im- 
plications . Progr. Annual Meetings, Denver 1961, Geol. Soc. Amer. Mem., 2 A. 
Angelucci A., 1966 - La serie miocenica nella media Valle Latina ( Fresinone ). 
Geol. Romana, voi. V. 

Blow W. H , 1969 - Late Middle Eocene to Recent Plaktonic Foraminiferal Bìo- 
stratigraphy. Proc. Ist. International Conference on Planktonic Microfossils, 
Geneva 1967, voi. I. 

Boni Ivi,., Rolandi G., 1975 - Mineralizzazioni manganesifere nel Messiniano del 
versante Tirrenico della catena costiera calabra (Serra D’Aiello). Rend. Acc. 
Se. Fis. e Mac., ser. 1 - voi. XLII, Napoli. 

Borchert H„, 1970 - On thè ore deposition and geochemistry of manganese. Miner. 
Dep.. voi. 5. 

Burckardt C. E. & Fauni F., 1956 - Memoria sui giacimenti italiani di manganese. 
XX Congresso Geologico Internazionale, Symposium sul manganese, Mexico 
1956. 

Catenacci E., De Castro P., Sgrosso L, 1962 - Complessi guida nel Mesozoico cal¬ 
car eo-dolomitico nella zona orientale del Matese. Mem. Soc. Geol. ItaL, voi. 
IV, Bologna. 

Cita M. B., Premoli Silva L, Rossi R , 1965 - Foraminiferi planici.onici del Tor- 
toniano tipo . Riv. ItaL Paleont. Strat., voi. 71 (3). 

Cita M. B., Blow W. H., 1969 - The biostratigraphy of thè Langhian Serravallian 
and Tortonian in thè type sections in Italy. Riv. ItaL Paleont., voi. 75(3). 
Colacicchi, 1969 - Geologìa della Mar sica orientale . Geologica Romana, voi. VI. 
Crescenti U., Crostella A., Donzelli G., Raffi G., 1969 - Stratigrafia della serie 
calcarea dal Lìas al Miocene nella regione marchigiano-abruzzese (Parte II: 
Litostratigrafia, biostratigrafia, paleo geo grafìa ). Mem. Soc. Geol. ItaL, voi. 
Vili, n. 4. 


Le mineralizzazioni manganesifere del massiccio, ecc. 463 


D'Argenio B., 1963 - Linee strutturali e facies cretacee isopiche persistenti nel- 
VAppennino Campano. Rend. Acc. Se. Fis. e Mat., s. IV, v. 80, Napoli. 

Devoto G., 1967 - Note geologiche nel settore centrale dei Monti Simbruini ed 
Ernici {Lazio nord-orientale). Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXXVI, Napoli. 

Devoto G., 1970 - Sguardo geologico sui Monti Simbruini {Lazio nord-orientale). 
Geologica Romana, voi. IX. 

Dondi L., Pafetti I., Tedeschi D., 1968 - Stratigrafia del Pozzo Trevi 1 {Lazio). 
Geologica Romana, voi. V. 

Frongxa A., 1939 - Miniere manganesifere nel Matese. Materie prime dell’Italia e 
delFImpero. Voi. 4. 

Hewett D. F., 1966 - Stratified deposits of thè oxides and carbonates of man¬ 
ganese. Econ. Geol., voi. 61. 

Hewett D. F., 1972 - Manganite, Haussmannite, Braunite: features, modes of 
origin. Econ. Geol., voi. 67. 

Ietto A., 1963 - Osservazioni geologiche su alcune zone del Matese {Appennino 
Campano). Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXXII, Napoli. 

Ietto A., 1970 - Assetto strutturale e ricostruzione paleogeografica del Matese 
occidentale {Appennino meridionale). Mem. Soc. Nat. in Napoli, voi. I, parte 
2, suppl. voi. LXXX. 

Kujpers A., 1974 - Trace elements at thè depositional interface and in sediments 
of thè outher parts of thè Eckernforder Bucht, Western, Baltic. Meyniana, 
voi. 26. 

Maggiore L., 1938 - Il Matese metallifero. Ind. Mineraria d’Italia e d'Oltremare, 
v. 12. 

Manfredini M., 1964 - Osservazioni geologiche sul bordo interno della depres¬ 
sione molisano-sannitica {Italia meridionale). Soc. Geol. Ital., voi. IV. Atti 
Conv. sul tema « La geologia dell’Appennino », Roma 13-14 Die. 1962, F. II. 

Michard G., 1975 - Chimie du mangànese à l’interface eau sédiment. Miner. Dep., 
voi. 10 (4). 

Ministero Industria e Commercio. Rivista del Servizio del Servizio Minerario 
Italiano. Relazione sul servizio minerario e statistica delle industrie estrat¬ 
tive in Italia. Distretto di Napoli; Anni 1936-1951. 

Ogniben L., 1958 - Stratigrafia e microfauna del Terziario nella zona di Caiazzo 
{Caserta). Riv. Ital. Paleont. e Strat., voi. 64, n. 2. 

Pescatore T., 1962 - Confronto fra serie stratigrafiche a N ed a S del Matese. 
Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXXI, Napoli. 

Pescatore T., 1963 - Rapporti fra depressione molisano-sannitica ed Appennino 
calcareo. Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXXII, Napoli. 

Pescatore T., 1970 - Considerazioni sulla sedimentazione miocenica nell’Appen¬ 
nino campano-lucano. Atti Acc. Pont., Nuova serie, voi. XX. 

Pescatore T., Ortolani F., 1973 - Schema tettonico dell’Appennino Campano-Lucano. 
Boll. Soc. Geol., voi. XCII, n. 3. 

Pescatore T., Sgrosso I. & Torre M., 1970 - Lineamenti di tettonica e sedimenta¬ 
zione nel Miocene dell’Appennino Campano-lucano. Mem. Soc. Nat. in Napoli, 
voi. LXXX suppl. voi. I, parte 2. 

Pieri M., 1966 - Tentativo di ricostruzione paleogeografico-strutturale dell’Italia 
centro-meridionale. Geol. Romana, voi. V. 


464 M. Boni e S. Di Nocera 


Rakhmanov V. P. & Chaykovskiy V. K., 1972 - Genetic types of secLimentary man¬ 
ganese formations. Int. Geol. Review., voi. 14(10). 

Ramdohr P., 1975 - Die Erzmineralien und ihre Verwachsungen. Akademie V. 
Berlin. 

Roy S., 1968 - Mineralogy of thè different genetic types of manganese deposits. 
Econ. Geol, voi. 63. 

Sapozhnikov D. G., 1964 - Manganese deposits of thè Sovietic Union. Acc. Se. 
U.S.S.R. Inst. Geol. On. Dep. Petr. e Geochim. Israel Progr. Se. Transl. Je- 
rusalem. 

Scarsella F. & Manfredini M., 1955 - Relazione preliminare sul rilevamento del 
gruppo del Matese ( F. 161 Isernia; 162 Campobasso; 172 Caserta; 173 Bene- 
vento). Boll. Serv. Geol. d'Ital., voi. LXXVI, Roma. 

Selli R., 1957 - Sulla trasgressione del Miocene nell’Italia meridionale. Giorn. 
di Geol., serie II, voi. XXVI, Bologna. 

Selli R., 1962 - Il Paleogene nel quadro della geologia dell’Italia meridionale. 
Mem. Soc. Geol. Ital., voi. Ili, Pavia. 

Servizio Geologico d'Italia - Carta geologica d’Italia in scala 1:100.000. F. 161 
Isernia, 162 Campobasso. 

Sgrosso L, 1965 - La trasgressione miocenica nel Matese centrale. Boll. Soc. Nat. 
in Napoli, voi. LXXII. 

Signorini R. & Devoto G., 1962 - Il Paleogene nell’alto Molise. Mem. Soc. Geol. 
Ital., voi. Ili; Atti Con. Soc. sul tema « Il Paleogene in Italia ». Roma 8-9 
Dicembre 1960. 

Strakhov N. M., 1966 - Types of manganese accumulation in present day basins: 
their signifìcance in understanding of manganese mineralization. Int. Geol. 
Rev., voi. 8. 

Vallario A., 1963 - Osservazioni geologiche nella zona di Capriati al Volturno 
(Caserta). Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXXIII. 

Vallario A., 1964 - Osservazioni su alcuni affioramenti miocenici nel casertano. 

Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. LXXIII. 

Varentsov I. M., 1964 - Sedimentary manganese ores. Elsevier ed. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli 
voi. 85, 1976, pp. 465-472, figg. 4 


Ricerche preliminari sulle cellule neurosecretrici 
dei gangli cerebrali di Perinereis mitri fera Grube 
(.Anellìde polichete) 

Nota dì Stefano Bianchi e del socio Annamaria Ceccoli 


(Tornata del 26 novembre 1976) 


Riassunto. — Nei gangli cerebrali di Perinereis cultrifera si possono distin¬ 
guere sette tipi di cellule (a, (B, y, 8, e, 'C„ rf) in base alle caratteristiche morfo¬ 
logiche ed alle affinità untori ali. Di questi tipi e, £ ed t) sono cellule neurosecre¬ 
trici sensu strido, a, [3, y ed 8 non sembrano essere neurosecretrici, non posse¬ 
dendo le caratteristiche di tali cellule. 

Summary. — Preliminary researches on thè murosecret ory cells of thè ce - 
rebral ganglions in Perinereis cultrifera. In thè cerebral ganglions of Perinereis 
cultrifera may be distinguished seven types of celles (a, (3, y, 8, s, <£, v) accor- 
ding to morphological characteristics and staining reactions. e, c and r\ celi 
types must be considered trac neurosecretory cells. «, (3, y and 8 celi types 
do not appear to be neurosecretory since they do not posses thè appropriate 
cytological characteristics. 


B. Scharrer [1] osserva la presenza di cellule neurosecretrici nei gangli 
cerebrali di Nereidi e dà una completa descrizione dì queste cellule in 
due specie. L'A. [2] distingue 4 tipi di cellule: 

a ) cellule con citoplasma omogeneo intensamente acido ilio (osser¬ 
vate in Nereis diversicolor) ; 

b ) cellule fusiformi (osservate in Nereis virens); 

c) cellule ovali contenenti nel citoplasma grossi vacuoli pieni di 
tini granulazioni (osservate in Nereis virens); 

d) elementi vescicolosi con un sottile strato di citoplasma parietale 
e con il nucleo addossato alla parete cellulare (osservate in Nereis virens 
e in Nereis diversicolor). 

L'esistenza di questi 4 tipi cellulari in Nereis diversicolor viene con¬ 
fermata da Schaefer [3], che ne definisce la posizione nel cervello. 


466 S. Bianchì e A. Ceccolì 


Anche Harms [4] identifica in un Nereide ( Lycastìs ) 4 tipi di cellule 
neurosecretrici, ma tali tipi non sembrano corrispondere a quelli su de¬ 
scritti, essendo localizzati, come risulta dalla descrizione deli A.,, in regioni 
diverse dei gangli. 

Hauenscild e Fischer [5] descrivono 3 tipi di cellule neurosecretrici 
nei gangli cerebrali di Platynereis dumerilii, corrispondenti ai tipi b, c e 
d di B. Scharrer [1, 2]. 

Herlant-Meewis e van Damme [6], nel cervello di Nereis div arsicciar, 
osservano la presenza dei 4 tipi cellulari ( a , b, c, d) descritti da B. Scharrer 
[2], Gli AA. ritengono però che soltanto le cellule a e c siano neurose¬ 
cretrici. 

Takeuchi [7] osserva in alcuni Nereidi ( Nereis japonica e Tylorrhyn- 
chus heterochaetus ) 6 tipi di cellule neurosecretrici: A, B, C, D, E, cellule 
fusiformi. I tipi A e B sembrano corrispondere alle cellule a di B. Scharrer, 
il tipo E alle cellule de le cellule fusiformi alle cellule b. 

In ricerche istologiche ed ultrastmtturali sui gangli cerebrali di Nereis 
pelagica, Dhainaut-Courtois [8, 9, 10] osserva 6 tipi di neuroni secretori 
dei quali soltanto due, il tipo I ed il tipo II, corrispondenti rispettiva¬ 
mente alle cellule a e c di B. Scharrer [1, 2], considera neurosecretori. 

Da questa breve rassegna risulta che i dati forniti dai diversi AA. 
non sono abbastanza uniformi per una standardizzazione attendibile della 
nomenclatura. Inoltre si rileva che esiste qualche controversia circa la 
natura neurosecretrice dei vari tipi cellulari descritti. Per tale motivo ci 
è sembrato opportuno effettuare una ricerca sul sistema neurosecretore di 
un Nereide. 


Materiali e metodi 

Sono stati adoperati esemplari adulti di Perinereis cultrìfera Gru.be, 
forniti periodicamente dalla Stazione Zoologica di Napoli. Gli animali 
venivano anestetizzati con cloroformio, asciugati con carta da filtro e 
fissati. I primi segmenti del corpo, contenenti i gangli cerebrali, venivano 
staccati e rifissatì per un periodo di 2448 ore. Sono stati adoperati i se¬ 
guenti fissativi: liquido di Bouin, formalina al 10 %, liquido di Susa. I 
tessuti, disidratati per passaggi attraverso la serie degli alcool, rischia¬ 
rati in xilolo, venivano inclusi in paraffina. Le sezioni dello spessore di 
7 |x venivano colorate con i seguenti metodi: paraldeide-fuxina (PF) di 
Gabe, ematossilina cromìca-floxina di Gornori Bargman, Azan. 


Ricerche preliminari sulle cellule neurosecretrici, ecc. 467 


* 

% 

4> 

ini ^ 





? 



/ 

nu 

P\ 

\v***r) 




c. 







Q& 

(3®/ 







co 








« 


c 

03 

N 

03 


O 

E 

o 

03 


0) 

=1 

X) 

O 

03 

o 

03 



cd 

S-I 

cd 

a 

0) 

S-I 

a 

g 




cu 

o—> 

cu 

Sì 



+-* 


"co 

CJ 

O 

a 


S 

o. 

3 

o 

cu 

2 

•S 

g 

o 

s 

CU 

a 

Rh 

3 

3 

3 


3 

3 

<u 

S-i 


X 

0 

03 

bfl 

S-i 


<u 


o 

3 


3 

3) 

o 

G 

G 

cd 

’x 

bfl 

O 

>p _i 

CG 

"cu 



3 


3 

p* 



<U 


cu 

IO 

3 


. _ 

co 

o 


3 

£ 

3 


0 

cà 

G 


g” 

G 

3 

ai 

jd 

X 


cd 

3 

O 

3 

__ , 

cu 


._ 

'd 

.E 

cu 

+-» 

.|-H 


S-H 

3 

0 

T3 

E 

o 

3 

a 

cu 

a 


co 


cd 

C 

>rH 

cd 

r—H 

N 

bJ) 

< 

cd 


S-i 

O—l 

G 


O 

cu 

o 

N 


G 

<u 

S-I 

<u 

3 

3 

X 

O 


3 

S 

1 

cu 

I 


ci 


EX 



31 












468 S. Bianchi e A. Ceccoli 


Risultati e discussione 

Nella regione posteriore 1 dei gangli cerebrali di Perinereis cultrifera 
si osservano 7 tipi di cellule: oc, (3, y, 8, e, £, ed p. 

Cellule oc: cellule ovoidi, localizzate nelle regioni medio-dorsali dei 
gangli. Il nucleo, relativamente piccolo, si trova al polo assonale. Il cito¬ 
plasma si colora debolmente con i metodi di colorazione adottati (Fig. 1 oc). 



Fig. 2. — Cellula neurosecretrice (cellula e) nei gangli cerebrali di Perinereis 
cultrifera. Fiss.: Bouin; color.: Azan. X 1000. 


Cellule [3: piccole cellule fusiformi, localizzate nelle regioni latero- 
dorsali dei gangli, con nucleo relativamente grande, posto nella regione 


Nelle altre regioni non si osservano elementi secretori. 


Ricerche preliminari sulle cellule neurosecretrici, ecc. 469 


centrale della cellula. Il citoplasma contiene granuli che si colorano con 
la PF (Fig. 1 0). 

Cellule y: cellule piriformi, di grandezza media, sparse nei gangli. 
Il nucleo relativamente grande, si trova nella parte apicale della cellula. 
Nella regione basale vi è un grosso vacuolo 2 contenente fini granulazioni 



Fig. 3. — Cellula neurosecretrice (cellula 'Q nei gangli cerebrali di Perinereis 
cultrifera. Fisse Bouin; color.: Gomorì. X 950. 


di forma irregolare, che mostrano una debole affinità per Fazocarminio 
del metodo di Azan e la PF (Fig. 1 y). 

Cellule 8: elementi vacuolari tondeggianti con un’ampia cavità sfe¬ 
roidale. Si osservano nelle regioni Ialerò-dorsali dei gangli, in sezioni 


2 Talvolta vi sono più vacuoli. 



470 S. Bianchi e A. Ceccoli 


effettuate a livello degli occhi posteriori. Nella cavità sono contenuti gra¬ 
nuli di forma e grandezza varia, colorabili con l'ematossilina cromica 
del metodo di Gomori e Tazocarminio (Fig. 1 8). 

Cellule e: grosse cellule piriformi, localizzate nelle regioni latero- 
ventrali dei gangli. L'assone è diretto verso il neuropilo ed il nucleo, 



Fig. 4. — Cellule neurosecretrici (cellule rj) nei gangli cerebrali di Perinereis 
cultrifera. Fiss.: Bouin; color.: Gomori. X 980. 


relativamente grande, è posto in prossimità del cono assonale. Il cito¬ 
plasma contiene una secrezione granulare che risulta più cospicua nella 
regione basale della cellula. I granuli si colorano intensamente con rema- 
tossi] ina cromica, la PF e Pazocarminio (Figg. 1 e, 2). Non si osservano 
granuli negli assoni. 



Ricerche preliminari sulle cellule neurosecretrici, ecc. 471 


Cellule cellule piriformi di grandezza media localizzate nelle re¬ 
gioni latero-ventrali dei gangli. Si tratta di pochi elementi i cui assoni 
sono diretti verso il neuropilo. Il nucleo, relativamente piccolo, si trova 
alla base del cono di emergenza dell'assone. Il citoplasma contiene una 
secrezione densa, omogenea, che si colora intensamente con l’ematossilina 
cromica e con l'azocarminio (Figg. 1 3). La secrezione è contenuta anche 

nel cono assonale. Non si osservano granuli negli assoni. 

Cellule tq: cellule ovali, di grandezza media, localizzate nella stessa 
regione delle cellule Il nucleo, relativamente piccolo, si trova al polo 
assonale o addossato alle pareti della cellula. Il citoplasma contiene una 
secrezione simile, sia per l'aspetto che per le caratteristiche di colorabi- 
lità, a quella delle cellule In alcuni esemplari tale secrezione non mo¬ 
stra alcuna affinità per l’ematossilina cromica, ma mostra una intensa 
floxinofilia (Figg. 1 r), 4). 

Con la presente ricerca abbiamo dimostrato che nei gangli cerebrali 
di Perinereis cuprifera sono presenti 7 tipi di cellule (oc, (3, y, 8 , e, iq) 
che si distinguono per le caratteristiche morfologiche. Le cellule et non 
si possono considerare neurosecretrici, non contenendo nel citoplasma 
granulazioni evidenziabili, né mostrando alcune delle modificazioni che si 
producono nelle cellule ghiandolari il cui ciclo secretorio non è caratte¬ 
rizzato dall’accumulo di prodotti visibili. Sulla natura neurosecretrice 
delle cellule (Bey, considerate tali da alcuni AA. (B. Scharrer [1,2], 
Herlant-Meewis e van Damme [6], Dhainaut-Courtois [8, 9, 10], facciamo 
delle riserve. Infatti, riguardo alle cellule 3, l’intensa PF-positività dei 
granuli è poco significativa ai fini diagnostici, poiché i granuli PF-positivi 
sono ubiquitari nel cervello di Nereis. In quanto alle cellule y, esse sono 
Gomori-negative e la colorabilità con gli altri metodi adottati è troppo 
scarsa per indicare 1’esistenza di un fenomeno neurosecretorio. Le cellule 
8, considerate neurosecretrici da B. Scharrer [1, 2], non sembrano essere 
cellule nervose. Le cellule e, £ ed t) possono essere considerate con cer¬ 
tezza cellule neurosecretrici. Esse infatti posseggono una delle principali 
caratteristiche citologiche distintive di tali cellule: la presenza nel cito¬ 
plasma di granuli che si colorano intensamente e che hanno la tipica 
distribuzione delle granulazioni destinate a lasciare il neurone attraverso 
Passone o il corpo cellulare. Tale opinione è condivisa da alcuni AA. 
(Herlant-Meewis e van Damme [6], Dhainaut-Courtois [8, 9, 10]). 

Sull'argomento sono in corso ulteriori ricerche. 


Istituto di Zoologia dell'Università di Napoli 


472 S. Bianchi e A. Ceccoli 


BIBLIOGRAFIA 

[1] Scharrer B., 1936 - Uber « Driisen-N ervenzellen » im Gehirn von Nereis virens 
Sars. Zool. Anz., 113, pp. 299-302. 

[2] Scharrer B., 1937 - Vber sekretorisch tàtige Nervenzellen bei wirbellosen 
tieren. Naturwiss., 25, pp. 131-138. 

[3] Schaefer K., 1939 - Lage und Sekrezion der Drusennervenzellen von Nereis 
diversicolor Miill. Zool. Anz., 125, pp. 195-202. 

[4] Harms J. W., 1948 - Vber ein inkretorisches Cerebralorgan bei Lumbriciden 
sowie Beschreibung eines verwandten Organs bei drei neuen Lycastis-Arten. 
Arch. Entw.-Mech., 143, pp. 332-346. 

[5] Hauenschild C. e Fischer A., 1962 - Neurosecretory control of development 
in Platynereis dumerilii. Mem. Soc. Endocrino!., 12, pp. 297-312. 

[6] Herlant-Meewis H. e van Damme N., 1962 - Neurosecretion and wound 
healing in Nereis diversicolor, in « Neurosecretion ». (H. Heller e R. B. Clark, 
ed.), pp. 287-295, Academic. Press, New York. 

[7] Takeuchi N., 1965 - Incretory elements in thè brain of Nereids with special 
reference to secretory nature of thè neurosensory cells in thè nuchal center. 
Sci. Rept. Tòhoku Univ. Fourth. Ser. (Biol.), 31, pp. 125-133. 

[8] Dhainaut-Courtois N., 1966 - Etude histologique des cellules neuveuses du 
cerveau de Nereis pelagica L. ( Annélide polychète ). C. R. Acad. Sci. Paris, 

263, pp. 1596-2569. 

[9] Dhainaut-Courtois N., 1967 - Etude ultrastructurale des cellules nerveuses 
du cerveau de Nereis pelagica L. ( Annélide Polychète). C. R. Acad. Sci. Paris, 

264, pp. 2566-2569. 

[10] Dhainaut-Courtois N., 1968 - Etude histologique et ultrastructurale des cel¬ 
lules nerveuses du ganglion cérébral de Nereis pelagica L. (Annélide Poly- 
chéte). Comparaison entre les types cellulaires I-IV et ceux décrits antérieu- 
rernent chez les Nereidae. Gen. Comp. Endocrinol., 11, pp. 414-443. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 473-487, figg. 11, tab. 1 


Il leone e l’ippopotamo. 

Una nuova esperienza comportamentale 

Nota dei soci Domenico Scaramella (*) e Felice Di Benga 

(Tornata del 26 novembre 1976) 


Sommario. — Gli autori hanno avuto la possibilità di studiare l'attacco di 
un gruppo di leonesse ad un ippopotamo. Il fatto, che non ha riscontro bi¬ 
bliografico, si è prestato a delle considerazioni comportamentali sui due animali. 

Summary. — The authors have had chance of watching a group of lionesses 
attacking on a Hippopotamus. That event has not previous biographic mention, 
and has provided thè opportunity to make some considerations about behaviour 
of those animals. 


La presente comunicazione vuole essere un contributo per una più 
approfondita conoscenza del comportamento del leone in rapporto alla 
sua alimentazione. 

È necessario premettere che la ricerca sia quantitativa che qualitativa 
degli alimenti assunti dal leone, è problematica perché l’animale non de¬ 
pone gli escrementi in punti precisi, come avviene quasi sempre per gli 
erbivori, e ciò rende difficile il controllo delle feci, con la conseguente 
indagine sul cibo ingerito. È, inoltre, arduo stabilire nel caso di prede 
di dimensioni notevoli (ad. es. Zebre) quanta parte di queste è effetti¬ 
vamente pasto del leone e quanta invece lo è di avvoltoi e di altri rap¬ 
presentanti della fauna locale. I tempi stessi impiegati nel pasto sono 
ben diversi: infatti, nel caso di prede modeste quali i giovani nati 
di Antilopi, Gazzelle, Zebre, Bufali, ecc. Teliminazione avviene « total¬ 
mente » in pochi minuti; mentre per animali di mole maggiore, la du¬ 
rata del pasto è notevolmente superiore e ad esso partecipano sempre 
altri commensali. 

(*) Dell'Istituto di Entomologia, sezione zoologia, dell'Università di Napoli. 


474 D . Scaramella e F. Di Benga 


Errata è la diffusa opinione secondo la quale il leone si alimenta 
solo di carne viva « predata »; è vero, invece, che se pur in genere « cac¬ 
cia » la sua preda, non disdegna affatto le carogne (Fig. 1) o se gli riesce 
si sostituisce ad altro predatore come è ben illustrato dalla Fig. 2 (A e B) 
o al limite è anche cannibale (Fig. 3). 

Presupposto comunque per la predazione è la fame, soddisfatta la 
quale, con alimenti altamente proteici, il leone o gioca o riposa. 

Queste concise notizie generali e quelle più particolari che seguono, 
servono ad illustrare un certo tipo di comportamento che viene a diffe¬ 
renziarsi unicamente per il rapporto quantitativo proporzionale delle 
prede, che è legato al numero dei rappresentanti presenti in un deter¬ 
minato comprensorio (Tabella 1). 



Foto G. B. De Vitte; Ecol. Pare Nat. Albert. 1960. Bruxelles. 


Fig. 1. — Leonessa che cerca di dilaniare la carogna di un ippopotamo. 

La tecnica di attacco del leone, o meglio della leonessa che è la vera 
cacciatrice, è identifificabile nella prontezza dello scatto e nella imme¬ 
diatezza della cattura. 

Fino a quando la velocità degli adulti è maggiore, i giovani, interven¬ 
gono immediatamente dopo l'atterramento della preda. Non mancano, 
tuttavia, da parte dei giovani, gli attacchi a prede minori, ancora nelle 
tane o incontrati occasionalmente. 


Il leone e l’ippopotamo . Una nuova esperienza comportamentale 475 



L'area di distribuzione del leone è quasi sempre ben precisata. I 
gruppi familiari hanno spostamenti logistici legati alle disponibilità ali¬ 
mentari, ma sempre circoscritti a comprensori piuttosto ristretti. 


Da Schaller G. « The Serengeti Lion » 1972. 

Fig. 2 A e B. — Il leone si sostituisce ad un ghepardo nell’utilizzare la preda 
catturata dal primo. 



476 D. Scaramella e F. Di Benga 



Esistono, invero, facendo astrazione dai vecchi maschi solitari, dei 
veri e propri gruppi nomadi che si spostano di continuo ed accettano 
rinserimento, anche temporaneo, nel branco, di nuove unità. Ciò è una 
delle cause della formazione di quelle forme ibride, tra sottospecie di¬ 
verse, che si incontrano frequentemente e che sono state fino a non 
molti anni addietro, un vero rompicapo per i cultori di sistematica. 
Un'ultima considerazione è da farsi, relativamente alla credenza che fa 


Da Schaller G. « The Serengeti Lion » 1972. 
Fig. 3. — Un caso evidente di cannibalismo. 

del vecchio maschio solitario il predatore degli uomini o meglio di gio¬ 
vani e di bambini. Ciò non è esatto in senso assoluto; infatti, qualsiasi 
leone che si trovi nella possibilità di farlo, sicuro del risultato, attac¬ 
cherà. Tuttavia in genere, questo animale, rifugge il contatto con l’uomo, 
già molto prima del suo avvicinarsi. 

L’ippopotamo 

Nella Fig. 1 è illustrato uno dei pochi esempi nei quali il rapporto 
predatore-predato e specificatamente leone-ippopotamo ci è stato possi¬ 
bile rintracciare, ma si tratta di un rapporto non valido ai fini del pre¬ 
sente studio in quanto il predato è un animale morto. 




Il leone e l’ippopotamo. Una nuova esperienza comportamentale 477 


TABELLA 1 


Alimenti 

utilizzati ultimamente in 4 

diverse riserve 

africane. 

Predato 

N. predati 

Manyara park 
1967=69 

100 (d) 

Nairobi park 
1954=66 

257 

Kufue park 
1960-63 

410 

Kruger park 
1954-66 

12,313 

Specie 

— Gnù 

2,0% 

48,3% 

6,1% 

23,6% 

— Zebra 

16,0 

20,7 

7,3 

15,8 

— Impala 

11,0 

2,7 

2,0 

19,7 

— Kobo 

LO 

tracce 

5,9 

10,5 

— Alcina 

— 

1,8 

2,9 

0,5 

— Alcefalo 

— 

10,5 

16,3 

— 

— Fagocero 

— 

9,7 

9,5 

1,9 

— Giraffa 

2,0 

3,9 

— 

3,9 

— Bufalo 

62,0 

— 

30,5 

9,2 

Tragelato 

— 

— 

0,2 

0,3 

. Po tamoce.ro 

— 

— 

2,0 

tracce 

— Cefalofo 

— 

— 

0,2 

0,1 

— Ippopotamo' 

— 

— 

1,4 

tracce 

— Kudu 

— 

— 

1,0 

10,9 

— Lichi 

— 

— 

0,5 

— 

— Puku 

— 

—. 

LO 

_ 

— Cervicapra 

— 

— 

2,0 

0,3 

— Ant. Roana 

— 

— 

5,6 

03 

— Ant. nera 

— 

— 

5,1 

1,5 

— Topi 

— 


— 

0,4 

— Piccole antilopi — 


— 

tracce (a) 

— Babbuini 

6,0 

. 

— 

tracce 

— Carnivori 

— 

— 

— 

0,4 (b) 

— Struzzo 

— 

2,3 

— 

0,1 

— Porcospino 

. 

— 

0,5 

0,1 

— Altri 

. 

— 

— 

0,3 (c) 

Suec. predate 

? 

9 

19 

38 


a — Raficeri ed Oreotraghi. 

b = Leoni, Leopardi, Iene, Ghepardi, Sciacalli, Rateli, Caracal. 
c = Niala, Rinoceronte bianco. Oritteropo, Pangolino, Coccodrillo, Tartaruga, 
d = Tre persone divorate dai leoni non sono incluse. 





478 D. Scaramella e F. Di Benga 


Nella Tabella che precede, tratta dallo Schaller e relativa a quattro 
grandi parchi Nazionali dell'Africa è indicata resistenza nella dieta del 
leone di ippopotami (ad ogni modo in quantità trascurabili) ma trattasi 
di immaturi e « tutti gli immaturi sono preda del leone » (Dekeyser P. L.). 

La differenza in percentuali dei vari predati segnalati nella Tabella 
precedente è causato dalla diversità della fauna presente nell'areale con¬ 
siderato. 

Dal punto di vista bibliografico, non compare segnalato, almeno per 
quanto ci è stato dato di appurare al riguardo, attacchi di leoni ad ippo¬ 
potami adulti, il che pone in particolare interesse le foto tratte da un 
film, girato nello Amboseli-Masai-Reserve in Kenia nel 1973. Esse illu¬ 
strano un attacco ben preciso e caratteristico di leoni contro un ippo¬ 
potamo. 

Questo animale ha una organizzazione sociale ben precisa. È diviso 
in gruppi familiari, con un territorio di caccia delimitato, che partendo 
dal fiume ove è la tana (e dove la femmina depone i piccoli e dove tutti 
si rifugiano in caso di pericolo) si allarga in forma di pera nella zona 
limitrofa. 

I limiti del territorio sono segnalati dagli escrementi e dai tracciati 
dei percorsi. 

I vari gruppi creano in pratica dei territori d’occupazione limitrofi 
tra loro com'è ben indicato dal disegno (Fig. 4) studiato dal Newmann 
per l’Africa centrale, ma modificato secondo le osservazioni dirette con¬ 
dotte lungo lo Scebeli in Somalia. 

L'ippopotamo, animale particolarmente agile nell’acqua, diviene goffo 
e lento sulla terraferma. La sua mole e più ancora lo spessore dello 
strato adiposo che lo ricopre, oltre alla durezza della pelle, lo rendono 
quasi invulnerabile nei confronti della fauna predatrice che lo circonda. 
I suoi nemici principali sono i coccodrilli i quali pure, però, operano sui 
soggetti giovani e su quelli menomati o molto vecchi. 

Non appena in pericolo sulla terraferma, l’ippopotamo ritorna al suo 
ambiente liquido, sottraendosi così all'aggressione. 


Normali tecniche di attacco del leone 

Le varianti di attacco del leone possono ridursi a due schemi fon¬ 
damentali. Nel primo, l’animale di un gruppo o l'animale isolato, colpisce 
la preda lateralmente, in genere verso la zona del collo e, sfruttando la 
forza d’urto, l'abbatte. In qualche caso lo scontro può essere anche fron- 


Ù 



Fig. 4. — Sacche rappresentanti i territori di pascolo delle varie famiglie con i sentieri tracciati, per la migliore utilizzazione 
erboso, che in tal maniera viene calpestato solo saltuariarmente e non a tappeto. 






480 D. Scaramella e F. Di Benga 


tale. Molto spesso l’impatto provoca nella vittima la frattura delle ver¬ 
tebre cervicali. La morte è causata poi o da sgozzamento ovvero., quando 
per la posizione difensiva assunta dalla preda ciò è reso diffìcile, da sof¬ 
focamento, provocato da uno degli arti anteriori del predatore posto sul 
muso della vittima. Qualche volta il muso stesso della preda è adden¬ 
tato dal leone, fino al sopraggiungere della morte. In questi casi ci tro¬ 
viamo quasi sempre in presenza di animali che hanno come unica reale 
arma di difesa la fuga, ed è il caso delle Zebre, delle Gazzelle, degli Gnu, 
delle Antilopi, ecc. 

Il secondo schema è dato da animali di taglia maggiore e provvisti 
della potente difesa di possenti corna, come nel caso del bufalo adulto, 
contro il quale il leone, riesce nell’attacco, se sorprende la vittima dalla 
parte posteriore, in maniera non solo da evitare le corna, ma colpirlo 
sempre alle vertebre cervicali, immobilizzandolo. Il sopraggiungere del 
gruppo completa l’opera di uccisione, con lo sventramento e lo sgozza¬ 
mento. È da segnalare che nel secondo schema l’attacco, quando si tratta 
di bufali adulti, è portato in gruppo, mai isolatamente. In questo caso 
vi è sovente la presenza di un elemento predante che cerca di porsi in 
posizione frontale alla vittima in tal maniera riducendone o arrestan¬ 
done la corsa, e con ciò facilitando gli attaccanti. 


Osservazioni sull'aggressione all'ippopotamo 

La testimonianza di un comportamento atipico rispetto agli schemi 
comportamentali segnalati è appunto quello dell'attacco all’ippopotamo 
nella Amboseli Masai Reserve in Kenia. 

L’ippopotamo in questione aveva un peso che doveva facilmente su¬ 
perare la tonnellata. Lo si è incontrato che pascolava sulle rive del lago 
Amboseli, ad un trentina di Km a nord di MILITO ANDEI, nel primo 
pomeriggio ed in pieno sole, cosa che non è abituale in queste specie, 
che preferisce per il pascolo le ore serali o notturne (Fig. 5). 

Nella zona era presente un branco di leoni, che si poneva immedia¬ 
tamente in posizione predante; ed infatti, nel filmato compare una leo¬ 
nessa che taglia la strada verso l'acqua all’ippopotamo, mentre una se¬ 
conda leonessa tenta di aggredirlo posteriormente (Fig. 6). 

L’animale non riesce, però, secondo lo schema comportamentale a 
raggiungere la groppa deH’ippopotamo nella sua parte superiore ed al¬ 
lora si aggrappa alle natiche. A questo punto compare il branco delle 
leonesse (Fig. 7). 


L.Rodolfo 



Fig. 5. — Cartina geografica Africa + Kenia e zona dell'Amboseli Masai Game 
RESERVE. 









Originale 

Fig. 6. — Sono evidenti le posizioni delle due leonesse; l’una posta tra l'ippo¬ 
potamo ed il fiume per sbarrargli la strada e la seconda che inizia 
l’attacco. 



Originale 

Fig. 7. — La foto evidenzia bene la leonessa posta sui quarti posteriori dell'ip- 
popotamo ed il branco che si è fatto ormai vicino. 





Il leone e l’ippopotamo. Una nuova esperienza comportamentale 483 


L'ippopotamo cerca immediatamente scampo, tentando di riguada¬ 
gnare l'acqua, usando due metodi quasi antitetici: il primo, quando si 
sente alleggerito dal peso delle attaccanti, è rappresentato dallo scatto 
con il quale il grosso mammifero cerca di sottrarsi, correndo verso 
l'acqua (Fig. 8). 

Il secondo metodo, è messo in opera quando le leonesse lo sovra¬ 
stano con il loro peso sulla parte posteriore e quindi lo ostacolano nei 
movimenti. In tal caso, il « bestione » si accoscia, raccogliendo le parti 
più vulnerabili (inguine e parti interne delle cosce) in una massa omo¬ 
genea non raggiungibile dalle leonesse. 



Originale 

Fig. 8 . — Si evidenzia lo scatto dell'ippopotamo in fuga verso l'acqua. 


Lo spasimo, il dolore, la paura, di questi momenti, sono messi bene 
in evidenza dalla bocca spalancata (Fig. 9). 

Nelle Figure 7, 8, 9 è facile notare in primo piano una leonessa che, 
postasi lateralmente, non partecipa all'attacco, pur trovandosi nella po¬ 
sizione più pericolosa per l’ippopotamo, in quanto potrebbe colpirlo al 
fianco o al basso ventre, che sono le zone vulnerabili dell'animale, come 
avviene di norma nella condotta tipica di predazione. 

Anche la leonessa che si è posta tra l'ippopotamo ed il fiume non 
azzarda a mettere in atto uno degli schemi tipici di attacco, cercando 



484 D. Scaramella e F. Di Benga 


di colpire Fanimale al muso- che è l’altra tipica norma comportamen¬ 
tale. È quanto basta all ippopotamo per raggiungere l’acqua. 

L’ultimo attacco' è condotto da una femmina isolata che non riesce 
a rassegnarsi alla perdita di una preda di tale importanza (Fig. 10). 

L’ippopotamo così si pone definitivamente in salvo, scomparendo nel¬ 
l’acqua, sotto lo sguardo diremmo meravigliato di due leonesse che ben 



Originale 

Fig. 9. — Il momento cruciale dell’attacco. Notare la bocca spalancata dell’ip¬ 
popotamo. 


oltre le rive stesse del fiume, non hanno, ovviamente, più la possibilità 
di proseguire una battaglia dimostratasi ormai perduta (Fig. 11). 

Concludendo': il comportamento del gruppo delle leonesse è stato 
omogeneo e tecnicamente ben impostato, anche se lontano' dagli schemi 
comportamentali tìpici, nella esecuzione. 

Il risultato negativo, a nostro avviso, è stato determinato dalla im¬ 
possibilità di attacco frontale. Le zanne deH'ippopotamo sono infatti tali 
da frantumare qualsiasi struttura sì ponga alla loro presa e di ciò le 
leonesse se ne rendevano conto, tenendosi a debita distanza anche quando 
gli si ponevano di fronte. Venuto meno un concomitante attacco fron- 



Il leone e l’ippopotamo . JJna nuova esperienza comportamentale 485 

tale, il gruppo predatore nella sua maggioranza ha voluto tentare l'at¬ 
tacco soltanto posteriormente, operando come per le grosse prede, però 
soltanto parzialmente. Infatti è da ricordare anche che le leonesse non 
hanno posto in atto alcun attacco ai fianchi. 



Originale 

Fig. 10. — L’ultimo tentativo di attacco da parte di una leonessa isolata. 



Originale 

Fig. 11. — Due leonesse impotenti vedono fuggire la preziosa preda. 







486 D. Scaramella e F. Di Benga 


La struttura dell’ippopotamo, la sua pelle coriacea, che però era ben 
sanguinante nel filmato, lo spessore dell'adipe, la vicinanza dell'acqua e 
la erronea esecuzione dell'attacco gli hanno salvato la vita. Per queste 
ragioni, infatti, le leonesse non hanno potuto raggiungere i suoi organi 
vitali, determinando soltanto delle pur notevoli escoriazioni superficiali. 

Possiamo, quindi, pensare che questa esperienza comportamentale dei 
leoni non verrà riproposta successivamente, ma anzi sarà comunicata 
ad altre unità in senso negativo. Ciò secondo noi è una delle ragioni per 
le quali bibliograficamente non ci è stata possibile rintracciare al ri¬ 
guardo alcuna documentazione parallela su soggetti vivi. 


BIBLIOGRAFIA 


Adamsqn G., 1964 - Observations on lions in thè Serengheti Nat. Park. E. Afr. 
Wildl. 

Allen G. M., 1939 - A checklist of africans mammals. Bull. Mus. Zool. London. 
Ansell W. F., 1960 - Mammals of Northern Rodesia. Lusaka. 

Asdell S., 1964 - Patterns of mammalian reproduction. Cornell Un. Press. Ithaca« 
Astley M. C., 1960 - Animals of east Africa. Timmins, Cape Town. 

Azzaroli M. e Simonetta A. M., 1966 - Carnivori della Somalia ex Italiana. Moni¬ 
tore Zoo!., Firenze. 

Beyers C. (de), 1964 - Lions versus buffalo. Animals, 5 (8). 

Bigourda J., 1937 - Les mammiferes sauvages de l’Ovest Africain et leur miliere. 

Paris. 

Bourliére F. et Verscheiren J., 1960 - Ecologie des ongules du Pare Nat. Albert. 
Intit. Pare Nat. Albert, Bruselles. 

Brand D., 1963 - Records of mammals brod in thè Nat. Zool. Garden of Sud 
Africa during thè period 1908 to 1960. Proc. Zool. Soc. London. 

Brocklehurst M., 1931 - Game animals of thè Soudan. Gumey and Jackson, 
London. 

Colonie Italiane (Le) senza data - Fauna e caccia. Min. Colonie, Roma. 

Cooper J., 1942 - An exploratory study of africans lions. Comp. Psychol. monograf. 
Cowie M., 1966 - The aifrican lion. Golden Press, N.Y. 

Dandelot P. and Dorst J., 1970 - A field guide to thè large mammals of Africa. 
Collins, London. 

De Beaux O., 1922 - Mammiferi abissini e somali. Atti Soc. Ital. Se. Nat. Milano. 
Dekeyser P., 1956 - Les mammiferes de VAfrique Noire Francaise. Paris. 

Denis A., 1964 - Cats of thè world. Constable and Co., London. 

Eloff F., 1964 - On thè predatory habits of lions and hyenas. Koedoe. 

Funaioli U., 1971 - Guida breve dei mammiferi della Somalia. I.A.P.O., Firenze. 
Guggisberg C., 1961 - Simba. Howard Timmins, Cape Town. 

Hirst S., 1969 - Populations in a Transvaal lowveld reserve. Zool. Afr. Ct. 
International zoo yearbook, erca-cl - Zool. Soc. London. 


Il leone e l’ippopotamo . Una nuova esperienza comportamentale 487 


Jaeger F., 1911 - Das Hocland der Riesencrater und die umliegenden Hocldnder. 

Deutsch-Oastafricas. Mittleru. Schn., Berlin. 

Jeannin E., 1951 - Le faune africaine. Payot, Paris. 

Kearton C., 1929 - In thè land of lion. Arrowsmith, London. 

Kruuk H., 1972 - The spotted hyena . Univ. of Chicago Press, Chicago. 

Maydon H. C., 1957 - Big game shooting in Africa . Seeley Serv. London. 

Makacha S. and Shaller G., 1969 - Observations on lions in thè lake Manyara 
Naz. Park Tanzania. E. Afr. Wild. 

Newman M., 1963 - Les animaux, leur comportment. Macdonald e Co., London. 
Pease A., 1914 - The hook of thè lion. J. Murray, London. 

Scaramella D., Russo F. L. e D' Errico F. P., 1974 - I mammiferi della Somalia 
(a livello della sottospecie). Boll. Soc. Nat. Napoli, Voi. LXXXIII. 

Schaller G. B., 1972 - The serengholi lion. The Univ. of Chicago press, London. 
Shortridge G., 1934 - The mammals of South West Africana. Heinemann, London. 
Sinage G. A., 1962 - Animaux sauvage d’Afrique. Collins, London. 

Von Rosen B., 1950 - Game animals of Ethiopia. Swedisch-Ethiopian Co., Addis- 
Abeba. 










Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 489-503, tahh. 3 


Preparazione di acidi arilossi-isobutirrici 
a potenziale attività biologica. 

Nota preliminare 

Nota del socio Eugenio Piscopo (*) 
e di Maria Vittoria Diurno (*) 

(Tornata del 26 novembre 1976) 


Riassunto. — Sono stati preparati e caratterizzati acidi a-arilossi-isobutirrici. 
Si riportano i dettagli operativi e i risultati della sperimentazione farmacologica 
preliminare riguardante l'attività coleretica di tali prodotti. 

Summary. — a-Aryloxy-isobutyric acids have been synthetized and characte- 
rized. Sinthetical details are discussed. Choleretic activity has been tested and 
relative data are reported. 


Nella presente nota vengono esposti i primi risultati di una speri¬ 
mentazione di carattere preparativo e farmacologico su acidi a-arilossi- 
isobutirrici di formula generale (I). 

CH 3 

i 

Ar—O—CH—-COOH (I) 

I 

ch 3 

Le indagini in corso si inquadrano in un programma di ricerca ri¬ 
volto all'approfondimento delle conoscenze sulle relazioni tra struttura 
chimica ed attività biologica. 

La preparazione di un composto di formula generale (I) è stata ese¬ 
guita la prima volta da Link (1) in una sperimentazione condotta verso 
la fine del secolo scorso, sebbene a tale A. sfuggisse l’esatta formulazione 
del composto ottenuto. In un brevetto del 1894, infatti, Link (loc. cit.) de- 

(*) Istituto di Chimica Farmaceutica e Tossicologica dell’Università di Napoli. 


490 E. Piscopo e M. V. Diurno 


scriveva un composto — ottenibile per reazione di fenolo, cloroformio e 
acetone — cui attribuiva, senza dimostrarla, la formula (II). Secondo tale 
A., cioè, si formava ossi-isobutirrilfenolo o, ciò che è lo stesso, ossi-isopro- 
pil-p.ossifenil-chetone (II). 



(II) 


CH 3 


Successivamente (1906) la reazione di Link fu eseguita di nuovo da 
Bargellini (2), il quale notò che il prodotto ottenuto non presentava i 
caratteri specifici dei composti a funzione fenolica e carbonilica, bensì 
quelli dei composti a funzione carbossilica. Infatti, non dava acetil- e 
benzoil-derivati (assenza dell'-OH), non reagiva con idrossilammina, se- 
micarbazide, fenilidrazina (assenza del gruppo carbonilico), mentre si scio¬ 
glieva in carbonati alcalini (presenza della funzione carbossilica). 

Queste constatazioni indussero Bargellini (loc. cit.) ad ammettere 
che il prodotto della reazione dovesse avere non una struttura chetonica 
(II) come affermato da Link, ma quella di un acido carbossilico con una 
funzione di etere. 

Precisamente doveva trattarsi dell’etere fenolico dell’acido a-ossi-iso- 
butirrico (III) 


CH 3 



(IH) 


ch 3 


Nel quadro che segue è schematizzata la reazione con la relativa in¬ 
terpretazione dei due AA. anzidetti. 

Schema della reazione: 

a) secondo Link 



(II) 



Preparazione, di acidi arilossi-isobutirrici a potenziale, ecc. 491 


b) secondo Bargellini 

? H3 + HzO 

OH + CO 4- CHCI 3 -— 

l — 3 HC 

ch 3 

L'interpretazione data da Bargellini risultò esatta non solo dall'esame 
dei caratteri chimici del prodotto della reazione, ma anche dalla consta¬ 
tazione della identità dei caratteri del prodotto della reazione di Link e 
dell'acido a-fenossi-isobutirrico (III) già preparato da Bischoff (3) secondo 
il seguente schema preparativo: 



©- 


CHa 

O-C-COOH 

i 

ch 3 


MI! 


@-° Na + 


ch 3 

Br -C-COOC 2 H s 

1 

ch 3 


- NaBr 

— - —» 



CH 3 

ì 

o-c-cooc 2 h 5 

1 

ch 3 



ch 3 

I 

0-C~C00C 2 Hs 


i 


ch 3 


sapori (ficai. 
+• HgO 
— C 2 H 5 OH 



C Ha 

-C-COOH 

CH 3 


(IH ) 


A Bargellini va quindi il merito di avere fornito l’esatta interpretazione 
della reazione di Link per quanto riguarda la struttura del prodotto della 
reazione o, più precisamente, del prodotto principale della reazione, non 
essendo possibile evitare la concomitante formazione di sottoprodotti in¬ 
quinanti non facilmente identificabili. Questo fenomeno, peraltro comune 
a tutte le sintesi organiche, può fare apparire verosimile che al prodotto 
finale della reazione non si pervenga direttamente così come la semplice 
formulazione prima riportata indurrebbe a ritenere. Lo stesso Bargellini 
(loc. cft) infatti, ipotizzava che nella reazione tra cloroformio, acetone e 
fenolo, in ambiente alcalino, si formasse inizialmente acetoncloroformio 





492 E . Piscopo e M. V. Diurno 


(IV) e da questo l'acido a-ossiisobutirrico (V), la cui condensazione con 
il fenolo dava luogo alla formazione del composto (III): 


Interpretazione della reazione secondo Bargellini: 


ch 3 

rn 

CHC 1 3 

CH3 

1 


ch 3 


ch 3 

L.13 

(IV) 

ch 3 

HO-C-COOH 

ch 3 

(V) 

<S>-° h 
-=- 

(III) 


NaOH 


CH 3 

O-C-COOH 

ch 3 


L'ipotesi della formazione di acetoncloroformio (IV) quale primo in¬ 
termedio nella reazione di formazione di acidi cc-arilossi-isobutirrici è giu¬ 
stificata dal fatto che effettivamente la reazione può essere eseguita im¬ 
piegando l’acetoncloroformio invece del cloroformio. 

Un ulteriore contributo alla interpretazione della reazione di Link- 
Bargellini è derivato dalla sperimentazione condotta successivamente (1948) 
da Weizmann, Sulzbacher e Bergmann (4). Secondo tali AA., quando l'ace- 
toncloroformio (IV) è trattato con una soluzione di KOH o (NaOH) in 
alcool butilico a 0° C ha luogo una energica reazione : la reazione alcalina 
scompare, si ha abbondante precipitazione di KC1 (o di NaCl) e si forma 
il sale di un acido monobasico C 8 Hi 6 0 3 , identificato come acido a-butossi- 
isobutirrico. 

Anche gli altri alcoli sperimentati da questi AA. danno luogo alla 

stessa reazione, la cui formulazione più semplice è la seguente: 


CH 3 

I 

HO—C—CC1 3 + 4 KOH + ROH 

I 

ch 3 

(IV) 


ch 3 

I 

R——O—-C— C O O K 
I 

ch 3 


+ 3 KC1 + 3 H 2 0 





Preparazione di acidi arilossì-isobutirrici a potenziale, ecc . 493 


Per quanto riguarda il meccanismo della reazione, gli AA. anzidetti 
suggeriscono la seguente interpretazione: 

Interpretazione della reazione secondo Weizmann, Sulzhacher e Bergmann : 


A) 

(CH 3 ) 2 C-CC1 3 + KOH-» 

1 

(CH 3 ) 2 C CCla + KC1 + HaO 

\ / 


OH 

(IV) 

0 

B) 

(CH 3 ) 2 C CC1 2 + 2 KOH ■ 

—» (CH 3 ) 2 C—CO + 2 KC1 + HaO 


\ / 

\ / 


0 

0 

C) 

(CH 3 )zC CO + ROH 

\ / 

» (CH 3 ) 2 C—COOH 

1 


0 

OR 

(V) 


Questa interpretazione, basata sulla formazione intermedia di epossidi 
e successiva apertura dell'anello epossidico, meglio si adatta ali''andamento 
della reazione ed alla spiegazione dei sottoprodotti che possono formarsi. 

Nella preparazione di acidi a-alchilossi-isobutirrici, l'utilizzazione del- 
Facetoncloroformio invece del cloroformio dà, in certi casi, risultati sod¬ 
disfacenti laddove la stessa reazione, condotta con cloroformio, fallisce, 
come è stato verificato sperimentalmente da Galimberti e coll. (5). Nella 
sperimentazione da noi intrapresa e della quale diamo, con questa nota, 
i primi risultati ottenuti, abbiamo avuto modo di constatare che quanto 
detto per la preparazione di acidi a-alchilossi-isobutirrici (¥) può essere 
estensibile alla preparazione di acidi a-arilossi-isobutirrici (I), per cui, 
nelle preparazioni eseguite, abbiamo utilizzato anche Facetoncloroformio, 
come è detto in dettaglio nella parte sperimentale. 

Le acquisizioni relative alla preparazione di composti a-arilossi-isobu¬ 
tirrici presentano notevole importanza scientifica e pratica in quanto fa¬ 
voriscono lo sviluppo delle indagini chimico-farmaceutiche su composti 
di tal tipo. La struttura fondamentale degli acidi a-arilossi-isobutìrrici (I), 
per la presenza del ponte di ossigeno, mostra un interesse particolare 
per il chimico farmaceutico. Tale legame si trova frequentemente in 
composti farmacologicamente attivi (basti pensare al ponte di ossigeno 
che caratterizza le molecole di taluni composti ad attività ormonale quali 
la tiroxina, la 3,3',5-triiodotironina). Trova quindi una valida motivazione 
la sperimentazione di carattere preparativo e farmacologico che sì va con- 
ducendo su derivati arilossi-isobutirrici Non va, inoltre, sottovalutata la 





494 E. Piscopo e M. V. Diurno 


possibilità, di grande interesse tecnico-farmaceutico, di solubilizzare com¬ 
posti organici mediante l'introduzione dell'aggruppamento dell’acido iso¬ 
butirrico: 


—C—COOH 
CH 3 


Galimberti e Defranceschi hanno per i primi riferito, nel 1947, su 
una sperimentazione a carattere preparativo su tale argomento (6). Suc¬ 
cessivamente a tale comunicazione si sono avute, specialmente in Italia, 
numerose indagini di carattere chimico-preparativo e farmacologico (7-17). 
All’interesse puramente tecnico-farmaceutico, rappresentato dalla possi¬ 
bilità di disporre di farmaci idrosolubili, si è aggiunto l'interesse scien¬ 
tifico derivante dalla constatazione che l'introduzione del raggruppamento 
isobutirrico può, in certi casi, migliorare le caratteristiche farmacolo¬ 
giche della molecole in cui si inserisce. Un esempio di ciò ci viene offerto 
dal composto (VI), un derivato isobutirrico dell’estrone, precisamente 
l'acido 1,3,5 (10)-estratriene-17-on-3osso-oc-isobutirrico, preparato da Galim¬ 
berti e Gerosa (9) e studiato farmacologicamente da Preziosi (10). Il 
composto in parola, pur dimostrandosi meno attivo dell'estradiolo ben- 
zoato, in compenso è stato trovato privo di effetti secondari, dotato di 
bassissima tossicità e capace di dare sali alcalini altamente idrosolubili. 



(VI) 


Oltre ai derivati isobutirrici nei quali l'aggruppamento isobutirrico 
ha solo la funzione di solubilizzare e/o influenzare l'attività farmacologica 
della molecola in cui viene inserito, vi sono poi serie di composti nei 
quali l'attività farmacologica è dovuta fondamentalmente alla struttura 
arilossi-isobutirrica. È questo il caso, ad esempio, dei derivati ad attività 
ipocolesterinizzante ed ipolipidemizzante. Studi farmacologici in tal senso 



Preparazione di acidi arilossi-isobutirrici a potenziale, ecc. 495 


sono stati condotti inizialmente da Thorp e coll. (18-20) con la evidenzia¬ 
zione di tali attività farmacologiche nell'acido p.cloro-fenossi-oc-isobutirrico 
(VII) e nel suo estere etilico « Clofibrato » (Vili). Un brevetto inglese del 
1961 (21) descrive la preparazione di numerosi derivati dell'acido fenossi- 
a-isobutirrico fra cui il termine in questione, che però era già stato pre¬ 
parato con lo stesso metodo fin dal 1947 da Galimberti e Defranceschi (6). 


CI 



X — — H (VII) 

x = -c 2 h 5 (Vili) 


In un primo tempo il clofibrato è stato introdotto in terapia in as¬ 
sociazione con androsterone, in quanto si riteneva che l'azione ipolipide- 
mizzante del prodotto fosse ascrivibile ad una stimolazione dell’azione 
ipocolesterolemizzante dell'androsterone endogeno. Da ciò la brevettazione 
di associazioni farmaceutiche di tal tipo (22). La sperimentazione farma¬ 
cologica ha però dimostrato che l'attività farmacologica di tali miscele 
dipende praticamente soltanto dal clofibrato. Una volta dimostrata l'at¬ 
tività farmacologica di questo composto, sono stati preparati con la stessa 
finalità applicativa numerosi derivati arilossi-isobutirrici, alcuni dei quali, 
ad es. il composto di formula (IX) (Alufibrato), il composto (X) (I.C.I. 



Al OH 


(IX) 



496 E. Piscopo e M. V. Diurno 


55.695), il composto (XI) (SU-13.437), ritenuti meritevoli di citazione in au¬ 
torevoli trattati di chimica farmaceutica (23). 



(XI) 


La sperimentazione farmacologica condotta sui derivati arilossi-isobu- 
tirrici ha anche fornito dati interessanti per quanto concerne l'attività: 

— antidepressiva e spasmolitica di a-fenossi e a-clorofenossi-derivati 
della clorfenesina (17), 

— depressiva sul S.N.C. (analgesica, aumento del sonno da barbiturici, 
ecc.) di derivati amidici, azione che è risultata essere strettamente di¬ 
pendente dal radicale p.clorofenossi-a-isobutirrico (14), 

— antitosse, soprattutto in derivati dell'acido ot-o.metossi-fenossi-iso- 
butirrico (15), 

— coleretica, particolarmente evidente in dietilamminoetilesteri rispet¬ 
tivamente degli acidi feniletiL2-ossi-oc-isobutirrico e cicloesil-ossi-a-isobutir- 
rico (12). 

Questa esposizione riassuntiva dei dati relativi all'attività farmacolo¬ 
gica di arilossiderivati isobutirrici, pur nella sua incompletezza, consente 
tuttavia di riconoscere l'interesse allo studio di tali strutture al fine di 
stabilire e precisare le relazioni tra costruzione chimica ed attività far¬ 
macologica, identificare nuove ed originali entità terapeutiche, raccogliere 
ed elaborare il maggior numero possibile di dati sperimentali che pos¬ 
sano indirizzare la ricerca su basi più strettamente scientifiche. 

Nella presente nota si riferisce sulla preparazione di una nuova serie 
di acidi a-arilossi-isobutirrici. Dei composti preparati è in corso lo scree¬ 
ning farmacologico i cui risultati, con le relative considerazioni, saranno 
riferiti appena si disporrà di tutti i dati sperimentali. In questa comu¬ 
nicazione preliminare si anticipano alcuni dati, già in nostro possesso, re¬ 
lativi all'esame dell’attività coleretica che si sta conducendo sui termini 
della serie di composti preparati. 


Preparazione di acidi arilossi-isobutirrici a potenziale, ecc. 497 


PARTE SPERIMENTALE 


A) Parte preparativa 

Preparazione degli acidi a-arilossi-isobutirrici. I composti preparati 

sono elencati nella Tabella I, con i dati analitici fondamentali. I composti 
da n. 1 a n. 4 sono stati preparati con il procedimento preparativo qui di 
seguito indicato come « metodo (a) », fondato sullo schema di sintesi di 
Link-Bargellini (loc. cit.). I composti da n. 5 a n. 9 sono stati preparati 
col « metodo (b) », ispirato al procedimento preparativo suggerito da 
Weizmann et al. (loc. cit.). 

Metodo (a). — Il sistema formato da 0,1 mole di composto fenolico 
e 0,5 mole di NaOH nel volume di acetone sufficiente ad avere soluzione 
completa si porta alTebollizione operando in pallone munito di agitatore, 
termometro, refrigerante e sistema di caricamento di liquidi; attraverso 
quest’ultimo si fa gocciolare nella soluzione acetonica bollente un volume 
di cloroformio corrispondente a 0,12 mole e si tiene il sistema all'ebolli- 
zione a ricadere per cinque ore. Si allontana quindi per distillazione l’ace¬ 
tone in eccesso, si riprende il residuo con ILO e si precipita a freddo con 
HC1 (1:1) (v/v). Il precipitato, lavato con poca ILO fredda, sì ridiscioglie 
in NaOH al 10 % (p/v): si decolora la soluzione con carbone attivo, si 
filtra e si acidifica con HC1 (1:1) (v/v), col che precipita l’acido arilossi- 
a-isobutirrico ad uno stato di notevole purezza. Si cristallizza dal solvente 
ritenuto più idoneo in relazione ai caratteri di solubilità del composto 
preparato (generalmente si sono avuti risultati soddisfacenti con alcool 
etilico o con sistemi alcool etilico-acqua). 

Metodo (b). — A 0,1 mole del composto fenolico in 40 mi di acetone 
e 10 mi di H 2 0 si aggiungono 0,25 moli di NaOH operando in pallone 
munito di agitatore, termometro, refrigerante e sistema di caricamento 
di liquidi. A soluzione completa della NaOH si aggiunge lentamente, sotto 
costante agitazione, acetoncloroformio (0,1 mole) sciolto in acetone (solu¬ 
zione 1:9 p/v). Si lascia il sistema per un’ora su bagno di ghiaccio senza 
interrompenre l'agitazione, quindi si scalda all’ebollizione a ricadere con 
costante agitazione per 2 ore. Si allontana quindi per distillazione l’ace¬ 
tone, si riprende il residuo con H 2 0 e si acidifica a freddo con HC1 1:1 
(v/v). Il precipitato ottenuto di estrae con etere etilico. L'estratto etereo, 
costituito dal prodotto della reazione ad uno stato di notevole purezza, 
si cristallizza dal solvente ritenuto più idoneo (generalmente sistemi alcool 
etilico-acqua e alcool metilico-acqua). 


TABELLA I - Composti di formula 


Comp. 


1 


2 


3 


4 


5 


6 


7 


8 


9 


Ar Formula bruta 


C [ (H lg0 4 J 2 


C 13 H n 0 3 NClJ 


C 13 H u 0 3 NJ 


C12H12O7 


CnHnOJ 


c„h u o 5 j 


Ci 2 H 13 0 5 J 


CnHioOsClJ 


Preparazione 

F.F. °C - 

Metodo Resa % 


115-116 (a) 42 

144-145 (a) 45 

141- 142 (a) 36 

150-151 (a) 40 

215-216 (b) 50 

135-137 (b) 43 

169-172 (b) 46 

142- 145 (b) 40 

205-208 (b) 45 


CHO 


A 


CHO 


A 


CI 



:o 


J‘ -V- - N - 
J 



:o 


N 


COO H 




COOH 
COOH 


& 


COOH 


& 


CHO 


J i^r 


OCH 3 


COOH 






generale: 

Ar—O—C—COOH 

i 

CH, 






C o/o 

Ho/ 


J % 

Cale. 

Trov. 

Cale. 

Trov. 

Cale. 

Trov. 

728,72 

27,93 

2,19 

2,21 

55,18 

56,22 

28,72 

27,93 

2,19 

2,21 

55,18 

56,44 

39,87 

39,10 

2,83 

2,17 

32,40 

32,69 

23,20 

24,07 

2,29 

2,33 

52,55 

53,00 

53,73 

53,80 

4,51 

4,48 

— 

— 

37,74 

37,91 

3,16 

3,24 

36,25 

35,11 

37,74 

37,64 

3,16 

3,40 

36,25 

35,18 

39,58 

39,71 

3,60 

3,36 

34,85 

37,98 

34,36 

34,60 

2,62 

2,80 

33,00 

32,80 









500 E. Piscopo e M. V. Diurno 


Preparazione degli intermedi iodurati. — Ad eccezione della 5-cloro-7- 
iodo-8-ossichinolina (intermedio del composto n. 3) e della 5,7-diiodo-8-ossi- 
chinolina (intermedio del composto n. 4) che sono reperibili in commercio, 
tutti gli altri intermedi iodurati necessari alla preparazione degli altri 
composti iodurati che figurano nella Tabella I sono stati preparati nel 
corso di questa sperimentazione con i procedimenti preparativi indicati 
qui di seguito. 

L’aldeide 3,5-diodo-salicilica utilizzata nella preparazione del composto 
n. 1 è stata preparata mediante iodurazione dell'aldeide salicilica con il 
procedimento precedentemente descritto da uno di noi (24). 

L’aldeide 3,5-diiodo-4-ossibenzoica utilizzata nella preparazione del com¬ 
posto n. 2 è stata preparata mediante iodurazione dell'aldeide p.ossiben- 
zoica con la tecnica precedentemente descritta da uno di noi (25). 

L’acido 3-iodo-4-ossidenzoico impiegato nella preparazione del compo¬ 
sto n. 6 è stato preparato con la tecnica descritta da Brenans e Frqst (26). 

L’acido 3-ossi-4-iodobenzoico impiegato nella preparazione del compo¬ 
sto n. 7 è stato preparato con la tecnica di Windaus e Schiele (27). 

L’aldeide 3-metossi-4-ossi-5-iodobenzoica impiegata nella preparazione 
del composto n. 8 è stata preparata con la tecnica descritta da Paglini (28). 

L’acido 3-iodo-5-clorosalicilico impiegato nella preparazione del com¬ 
posto n. 9 è stato preparato dall'acido 5-clorosalicilico con la tecnica di 
Sen e Singh (29). 


B) Parte farmacologica 1 

Come detto nella parte introduttiva, si anticipano in questa comuni- 
cazione preliminare i dati relativi alla valutazione dell'attività coleretica 
nel ratto per alcuni termini della serie di composti preparati. Sono stati 
impiegati, per tale sperimentazione, ratti albini del ceppo Wister Monti 
di sesso maschile. I composti saggiati, sospesi in Tween 80 e gomma ara¬ 
bica al 5 %, sono stati somministrati per via orale alla dose di 200 mg/Kg. 


1 La sperimentazione farmacologica è stata eseguita presso il laboratorio di 
Farmacologia della Facoltà di Farmacia delFUniversità di Napoli. Ringraziamo 
il Prof. Ludovico Sorrentino, titolare della I Cattedra, per la cortese colla¬ 
borazione. 


Preparazione di acidi arilossi-isobutirrici a potenziale, ecc. 501 


La loro attività coleretica è stata confrontata con quella del deidrocolato 
di sodio somministrato alla stessa dose e per la stessa via, utilizzando 
lo stesso solvente. 


TABELLA II 

Attività coleretica 


Composti 

Basale 
in mi di 
bile 

secreta 

Tempi di 

somministrazione dei farmaci 

I ora 

II ora 

III ora 

Solvente (controllo) 

0,58 

0,55 (- 18%) 

0,47 ( - 40 %) 

0,47 ( - 40 %) 

Deidrocolato di Na 

0,62 

0,79 (+ 27 %) 

0,71 (+ 14%) 

0,71 (q- 14%) 

N. 1 

0,72 

0,65 (- 18 %) 

0,55 (- 40 %) 

0,55 (- 40 %) 

N. 2 

0,60 

0,60 (- 2%) 

0,48 (- 25 %) 

0,48 (- 25 %) 

N. 3 

0,71 

0,65 (- 9%) 

0,55 (- 30%) 

0,60 (- 18%) 

N. 4 

0,64 

0,57 (- 12%) 

0,51 (-25%) 

0,42 (-21%) 


I ratti sono stati mantenuti a digiuno per sei ore, è stata loro som- 
ministrata soltanto acqua, in modo da rendere regolare il deflusso della 
bile, quindi sono stati anestetizzati mediante una dose endovena di 1,25 
mg/Kg di uretano etilico. Due ore dopo l’anestesia i ratti sono stati fis¬ 
sati su speciali supporti ed è stato loro praticato un taglio di due tre cm 
nella regione sottostante il torace. Si è isolato il dotto biliare e lo si è 
legato in prossimità del duodeno. Un tubo di politene con pareti sottili 
è stato quindi introdotto mediante una incisione del dotto e fissato me¬ 
diante legatura. La bile è stata raccolta in una provetta della capacità di 
5 mi (graduata in 0,1 mi). Il volume è stato rilevato ogni ora. Prima di 
raccogliere la bile, l’animale è stato fatto riposare per 60' in modo da 
consentire il recupero dell’equilibrio funzionale alterato dall’intervento 
operatorio. Si è quindi lasciata defluire la bile liberamente, quindi si è 
raccolta nell'arco di 60' ed è stato annotato il volume. Tale volume è stato 
chiamato « volume basale » e ad esso sono state riferite le successive mi¬ 
surazioni del deflusso biliare. I composti saggiati sono stati somministrati 
per via orale, subito dopo il rilievo del volume basale. Per tutto il pe¬ 
riodo della prova gli animali sono stati tenuti in ambiente ventilato e 
termostato a 32° C. Ogni ora è stata loro praticata una iniezione sotto- 
cutanea di 1,5 mi di soluzione salina. 






502 E. Piscopo e M. V. Diurno 


L'incremento percentuale della secrezione di bile è stato calcolato' 
applicando la formula: 


dove: 


P = 



X 100 


P = incremento percentuale, 

Vf — volume di bile secreta sotto l’effetto del farmaco, 
V b = volume basale di bile secreta. 


Nella Tabella II sono riportati i dati sperimentali dell’attività cole¬ 
retica nel ratto, del deidrocolato di sodio e dei composti saggiati. Tra 
parentesi tonde sono indicate le variazioni percentuali rispetto al valore 
basale. 


TABELLA III 

Attività coleretica 


Composti 

I ora 

II ora 

III ora 

(I-III ore) 
Totale 

Solvente (controllo) 

0,95 

0,47 

0,47 

1,49 


(100) 

(100) 

(100) 

(100) 

Deidrocolato di Na 

+ 43 % 

+ 51 °/o 

+ 51 °/o 

+ 47 % 

N. 1 

+ 18 % 

+ 17 % 

+ 17 % 

+ 16 % 

N. 2 

+ 9% 

+ 2% 

+ 2% 

+ 4% 

N. 3 

+ 18 % 

+ 17 °/o 

+ 27 % 

+ 20 % 

N. 4 

+ 3% 

+ 8 % 

- 11 % 

+ 1% 


Nella Tabella III l'attività coleretica è indicata secondo le variazioni 
percentuali rispetto alla coleresi del gruppo controllo rilevata ai tempi 
indicati (I, II, III ora) ovvero rispetto alla coleresi totale del gruppo di 
controllo stesso (I - III ora). 






Preparazione di acidi arilossi-isobutirrici a potenziale, ecc . 503 


BIBLIOGRAFIA 

1) Link G„ B. 28, R. 665 (1895); Brev. tedesco N. 80986 (1894). 

2) Bargellini G., 1906 - Atti Reale Accad. Lincei [5], 15, I, 579; Gazz. Chim. Ital., 
36, II, 329 (1906). 

3) Bischoff C. A., 1900 - B., 33, 931. 

4) Weizmann C. H., Sulzbacher M., Bergman E., 1948 - J. Am. Chem. Soc., 70, 
1153. 

5) Galimberti P., Gerosa V., Melandri M., 1959 - Il Farmaco, Ed. Se., 14, 54. 

6) Galimberti P., Defranceschi A., 1947 - Gazz. Chim. Ital., 77, 431. 

7) Donatelli L., Morelli A., Genazzani E., Arch. It. Se. Farmac., serie III, 2, 
luglio 1952. 

8) Morelli A., Genazzani E., 1953 - Chim. Ter., 4, 351. 

9) Galimberti P., Gerosa V., 1954 - Il Farmaco, Ed. Se., 9, 160. 

10) Preziosi P., 1954 - Il Farmaco, Ed. Sci., 9, 166. 

11) Galimberti P., Gerosa V., Melandri M., 1959 - Il Farmaco, Ed. Sci., 14, 54. 

12) Buttini A., Carminati G., Galimberti P., Gerosa V., Melandri M., 1962 - Boll. 
Chim. Farm., 101 , 354. 

13) Melandri M., Buttini A., Galimberti P., 1963 - Boll. Chim. Farm., 102, 777. 

14) Melandri M., Buttini A., Carminati G. M., Galimberti P., 1964 - Boll. Chim. 
Farm., 103, 475. 

15) Marchetti E., Mattalia G., Samueli F., 1965 - Il Farmaco, Ed. Sci., 20, 696. 

16) Melandri M., Galimberti P., 1967 - Chimie Thér., 2, 9. 

17) Armani G., Bottari F., Saettone M. F., Serafini M. F., 1972 - Il Farmaco, Ed. 
Sci., 27, 870. 

18) Thorp J. M., Waring W. S., 1962 - Nature, 4832, 948. 

19) Oliver M. F., 1962 - Lancet, 7243, 1321. 

20) Thorp J. M., 1962 - Lancet, 7243, 1323. 

21) Moss Jones W. G., Thorp J. M., Waring W. S., Brev. britannico N. 860.303 del- 
1T .2.1961. 

22) Thorp J. M., Brev. brit. N. 898.596 del 14.6.1962. 

23) Runti C.. 1970 - Fondamenti di Chimica Farmaceutica, voi. Ili, pag. 510-514, 
Ed. Lint, Trieste. 

24) Covello M., Piscopo E., 1964 - Il Farmaco, Ed. Sci., 19, 675. 

25) Covello M., Piscopo E., 1964 - Rend. Accad. Sci. Fis. Mah, Napoli, 4, 31, 180. 

26) Brenans P., Prost C., 1923 - Comp. R. Acad. Sciences, 177, 769. 

27) Windaus A., Schiele FI., 1923 - B., 56, 846. 

28) Paglini V., 1921 - Gazz. Chim. Ital., 51, II, 188. 

29) Sen A. B., Sing P. R., 1959 - J. Ind. Chem. Soc., 36, 787. 





Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 505-535, fig. 1, foto 12, tabb. 4 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento 
di Carapus acas (Ophidioidea-Percomorphi) 

Nota del socio Gerardo Gustato (*) 

(Tornata del 22 dicembre 1976) 


Riassunto. — È stato esaminato il comportamento di Carapus acus, nei 
confronti di: oloturie di specie e dimensioni diverse; altri organismi ed og¬ 
getti inanimati; simulacri di oloturie. 

Separando, in tali risposte, i comportamenti stereotipati, da quelli varia¬ 
bili, si è potuto concludere che lo schema per la penetrazione di coda in olo¬ 
turia dipende da istinto, mentre il caso e l'apprendimento, determinano la 
scelta della specie di oloturia in cui penetrare (in laboratorio), e la sede per 
la penetrazione; mentre deriva da « imprinting » lo stretto vincolo che lega il 
pesce alle oloturie stesse. 

Si è messo, poi in evidenza che Carapus acus ha necessità di ormeggiarsi 
sul fondo in quanto, essendo inadeguata l'azione stabilizzatrice della vescica 
gassosa, esso tende ad essere portato in superficie da una spinta maggiore del 
suo peso. 

Inoltre, la scelta di oloturia, fileticamente selezionata, è rafforzata anche 
dal fatto che Carapus acus sfrutta tale organismo oltre che come ormeggio, 
anche come fonte di cibo, nutrendosi dei suoi organi interni, una volta che 
vi è penetrato. 

Visto, perciò, come le esigenze statiche e trofiche del pesce ben si collegano 
con le notevoli capacità di rigenerazione di oloturia, si può definire la sim¬ 
biosi tra Carapus acus e Holothuria tubulosa, un « ormeggio biotrofico ». 

Summary. — The author has studied thè behaviour of Carapus acus in 
its relationships with: sea-cucumber of different species and lengths, as well 
as with; various objects and organisms, and sea-cucumbers' simulacra. 

After distinguishing thè stereotyped movements from thè variable ones, 
he concludes that thè tail-first penetration belongs to instinctive behaviour. 

On thè contrary, thè choice of a particular sea-cucumber (in laboratory) 
by thè fish, seems to be determined by chance, while thè localization of thè 
point for penetration is due to a trial learning activity. 

(*) Istituto e Museo di Zoologia - Università di Napoli, Via Mezzocannone 8 - 
Napoli. 


506 G. Gustato 


Also relationship between Carapus acus and Holoturia tubulosa, depends 
upon learning, but through an imprinting process. 

It appears moreover that Carapus acus needs a mooring on thè bottom 
of thè sea, because thè upward push, not balanced by a well-functioning air 
bladder, brings thè fish to float at thè surface of thè water, so thè fish pene- 
trates 'sea-cucumber for mooring purpose, but also because inside it he finds 
easy access to feed on sea-cucumber''s gonads. 

Thus thè symbiosis between Carapus acus and Holothuria tubulosa ’satisfies 
both static and alimentary requirements of thè fish without any injurious in- 
convenience to sea-cucumber, given thè remarkable regeneration capacity of 
thè latter: such symbiosis can be termed « Biotrophic-mooring ». 


1) Introduzione e scopo della ricerca 

È stato svolto uno studio sulla biologia e sul comportamento di 
Carapus acus (Briinnich), e si sono esaminati i meccanismi che rego- 
lano i rapporti tra questo pesce e l’animale nel quale esso vive: Holo¬ 
thuria tubulosa . 

Insieme con la revisione della letteratura, ove particolare rilievo è 
dato soltanto alle modalità di penetrazione in oloturia, è stata condotta 
una ricerca allo scopo di chiarire i seguenti punti: 

a) Perché il pesce penetra in oloturia. 

b ) Quali sono i meccanismi che ne permettono il riconoscimento. 

c) Come tali meccanismi sono collegati con lo stadio di sviluppo- 
dei pesce. 


2) Materiali e metodi 

Sono state utilizzate per questa ricerca 1350 oloturie, raccolte in 18 
prelievi nel periodo maggio-dicembre 1976, in zone del golfo di Napoli 
distanti dalla costa circa un miglio ed a profondità mai superiore ai 20 
metri (v. Tab. I). 

Gli esemplari venivano pescati da sommozzatori, oppure prelevati 
con una draga raccogliendo l’intera popolazione di ogni zona. 

Ogni pescata risultava costituita da: Holothuria tubulosa, Holothuria 
poli, ed oloturie di altre specie, raggruppate insieme, in quanto di limi¬ 
tata importanza dal punto di vista numerico, nell’assetto comunitario. 

Questi animali venivano tenuti per alcune ore in una grossa vasca, 
per valutare se c’era qualcosa nel loro aspetto esterno e nel compor¬ 
tamento che potesse indicare la presenza di Carapus acus . 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento , ecc. 507 


TABELLA I 

Descrizione delle zone e date dei prelievi. 

Sono indicati: il numero delle oloturie pescate, e quello dei Carapus acus rin¬ 
venuti, nonché la percentuale di oloturie abitate. 


Prelievo 

N. 

Località 

Posizione 

Data 

Profon¬ 

dità 

m 

Fondo 

n° H 

n° C 

% H. 
abitate 

1 

Bacoli 


8-5-1976 

15 

Posidonia 

46 



2 

Capo Miseno 

— 

11-6-76 

25 

Posidonia 

15 

— 

— 

3 

Donn’Anna 

N 33 

11-6-76 

15 

Posidonia 

6 

— 

— 

4 

Bacoli 

— 

14-6-76 

25 

Posidonia 

21 

— 

— 

5 

Pietrasalata 

D 8 

18-6-76 

20 

Posidonia 

100 

4 

4 

6 

Pietrasalata 

D 8 

22-6-76 

20 

Posidonia 

100 

1 

1 

7 

Pietrasalata 

D 8 

25-6-76 

’ 18 

Posidonia 

103 


— 

8 

Capo Posillipo 

G 12 

1-7-76 

20 

Sabbioso 

90 

1 

1,1 

9 

Capo Posillipo 

G 13 

5-7-76 

20 

Sabbioso 

10 

— 

— 

10 

Capo Posillipo 

G 12 

12-7-76 

15 

Sabbioso 

105 

— 

— 

11 

Capo Posillipo 

G 13 

6-9-76 

20 

Sabbioso 

55 

1 

1,8 

12 

Capo Posillipo 

G 12 

14-9-76 

15 

Sabbioso 

22 

— 

— 

13 

Capo Posillipo 

G 13 

23-9-76 

15 

Sabbioso 

81 

— 

— 

14 

Capo Posillipo 

G 13 

28-9-76 

20 

Sabbioso 

85 

1 

LI 

15 

Capo Posillipo 

G 12 

11-10-76 

20 

Sabbioso 

135 

4 

2,9 

16 

Capo Posillipo 

G 13 

18-10-76 

20 

Sabbioso 

150 

— 

— 

17 

Capo Posillipo 

G 13 

16-11-76 

20 

Sabbioso 

130 

3 

2,3 

18 

Capo Posillipo 

G 12 

13-12-76 

10-15 

Sabbioso 

91 

4 

4,3 







1.350 

19 

1,4 


* Vedere carta allegata. 


Venivano quindi sacrificati, operando un taglio longitudinale lungo 
la zona del trivio, dall'ano alla bocca; in questo modo si era certi di non 
arrecare danno agli ospiti, visto che, nella maggioranza dei casi, i pesci 
si trovavano nel polmone acquifero destro. 










Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 509 


Si sono così ottenuti 19 esemplari di Carapus acus, rinvenuti sem¬ 
pre 1 in Holothuria tubulosa, nel polmone acquifero destro, e solo in 
pochi casi, nella cavità celomica. 

I pesci venivano poi tenuti, in vasche da 30 litri, in camera fredda 
a 18° C, dove sono vissuti per periodi anche superiori a 9 settimane, 
mentre morivano in pochi giorni a temperature superiori. 

Non si è fornito cibo né ai pesci, né alle oloturie, l'acqua infatti 
era tenuta in circolazione con una pompa, e sul loro fondo non c'era 
sabbia. 

I 19 esemplari con i quali sono state condotte le ricerche erano a 
diversi stadi di sviluppo, e quindi avevano forma, dimensione e compor¬ 
tamento diversi. 

Si è osservato il loro comportamento: a) da soli; b) con singole olo¬ 
turie della stessa specie, di dimensioni diverse; c) con singole oloturie 
di specie diversa della stessa dimensione; d) ponendo nella vasca tutte 
le oloturie del I o del II gruppo. 

Quindi si è osservata la reazione a simulacri di oloturia di materiale, 
forma, dimensione e colore diversi, per valutare quali fossero gli stimoli 
segnale (releaser) che indirizzano la penetrazione. Dopo la penetrazione, 
la oloturia veniva sacrificata e, prelevato il pesce, si riprendeva la spe¬ 
rimentazione, dopo averlo lasciato libero almeno per 15 minuti. 

Poi si sono ripetuti gli esperimenti con oggetti vari e con organismi 
poggiati sul fondo. 

Dette prove sono state condotte ponendo nella vasca, sia un solo 
pesce, che più pesci contemporaneamente. 

3) Risultati delle osservazioni 
A) Oloturie 

A.l) Distribuzione. — Le oloturie pescate a Pietra salata e altre zone 
— 7 prelievi —, fondo a Posidonie, sono risultate più piccole di quelle 
provenienti da Capo Posillipo, 11 prelievi, su fondo prevalentemente sab¬ 
bioso. 

Si è visto pure che le dimensioni medie aumentavano per ogni specie, 
andando dalla primavera all'autunno inoltrato, mentre durante il periodo 

1 Si suppone che anche i tre esemplari, trovati liberi, perché fuoriusciti da 
oloturia durante il trasporto, fossero contenuti in Holothuria tubulosa, in quanto 
calcolando il x 2 = 8,889, risulta che, in natura, ci sia da parte del pesce, una 
preferenza abbastanza significativa nei confronti di questa specie. 


510 G. Gustato 


autunno-inverno, le dimensioni sono rimaste costanti, anche se, come 
sempre, gli esemplari più grandi erano quelli della specie Holothuria 
tubulosa. 

Tutte le pescate comprendevano, in media, un 65 % di Holothuria tu- 
tulosa, un 25 % di Holothuria poli e la rimanente parte costituita da altre 
specie di oloturia, raggruppate insieme; e quindi tale è l’assetto della co¬ 
munità di questi echinodermi nel golfo di Napoli. 

A. 2) Ispezione (v. Tab. II). — Dall'esame esterno delle oloturie nella 
grossa vasca, dove rimanevano da 24 a 36 ore, non era possibile valutare 
se contenevano il pesce, il quale non è stato trovato mai in oloturie di¬ 
verse o distinguibili dalle altre. 

Risulta che la presenza dell’ospite non altera affatto, né la forma né 
il comportamento dell'oloturia, se non nel momento in cui il pesce vi 
penetra, allorquando essa solleva la parte del corpo interessata. 

Neppure l’assenza di visceri è indicativa della presenza di Carapus 
acus. Infatti tutte le oloturie che contenevano il pesce, erano integre ed 
in buone condizioni, mentre in ogni pescata, c'era sempre un 10 % di 
oloturie eviscerate. 

Anche in laboratorio, solo raramente, la penetrazione ha determinato 
la eviscerazione, e comunque molte ore dopo la penetrazione stessa. 

Questa scarsa reattività, però non dipende dalle condizioni sperimen¬ 
tali, visto che con stimolazioni adatte, si è sempre ottenuta la risposta 
di eviscerazione in esemplari presi a caso. 

Si fa notare però, che il pesce, una volta penetrato in oloturia, non 
ne esce spontaneamente, anche se la oloturia è manomessa, e anche dopo 
la sua morte, rimane sotto la pelle in putrefazione. 

Si riesce ad averlo libero, invece, solo tagliando la oloturia stess,a, 
ed anche in questo caso, è necessario sollecitarlo a lasciare la pelle del¬ 
l’ospite. 

Come si vede, dunque, non è possibile valutare la reattività di una 
certa oloturia — dopo l’entrata del pesce — in quanto non si può farlo 
uscire senza sacrificarla, né è consigliabile saggiarne la reazione prima 
della penetrazione, in quanto la eviscerazione, potrebbe dipendere dalla 
stimolazione, anche se si attua al momento dell'ingresso del pesce. 

B) Carapus acus 

B. l) Incidenza rispetto alle oloturie. — Le oloturie abitate sono l'l,4 % 
del totale, infatti su 1350 oloturie sono stati rinvenuti pesci solo in 19 
esemplari. 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 511 


Tale valore diventa pari al 2,1 % per Holothuria tubulosa, visto che 
è l’unica specie ad ospitare Carapus acus, e che rappresenta il 65 % del¬ 
l'intera popolazione (v. Tab. II). 

TABELLA II 


Localizzazioni dei Carapus acus in oloturia, con date dei reperti, e caratteristiche 

degli ospiti. 


Esem¬ 
plari 
C. n. 

Trovato 

il 

Prelievo 

n. 

in E 

Condizioni 
di H. 

Lunah. 
di H. 

Trovato in 

olothuria 

Evisce¬ 

rate 

non 

Evisce¬ 

rate 

a 

P Y 

1 

18-6-75 

5 



* 





2 

18-6-76 

5 



* 





3 

18-6-76 

5 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


4 

18-6-76 

5 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


5 

22-6-76 

6 



* 





6 

2-7-76 

8 

in 

H. 

tubulosa 

X 

co cm 30 

X 


7 

8-9-76 

11 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


8 

7-10-76 

14 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


9 

11-10-76 

15 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


10 

11-10-76 

15 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 


X 

11 

11-10-76 

15 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


12 

1M0-76 

15 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 


X 

13 

17-11-76 

17 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


14 

17-11-76 

17 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


15 

17-11-76 

17 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


16 

15-12-76 

18 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


17 

15-12-76 

18 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


18 

15-12-76 

18 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 


19 

15-12-76 

18 

in 

H. 

tubulosa 

X 

oo cm 30 

X 



* Liberi nella vasca: Fuoriusciti dalle oloturie durante il trasporto. 
a-Polmone acquifero destro; (3-Cavità celomica ; y-Sedi non identificate. 












512 G. Gustato 



Foto 1. A —Carapus acus: Forma Tennis-stadio iniziale. L’esemplare, lungo 
mm 152, non figura in tabella perché pescato dopo il 31-12-76. 



Foto 2. A — Carapus acus : Forma Tenuis-stadio finale. L’esemplare è il n. 15 
della Tab. III. Fotografato in data 17-11-76 lunghezza mm 170. 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc . 513 



Foto 3. A — Carapus acus: Forma Juvenile-stadio finale, ovvero stadio iniziale 
della forma adulta. L'esemplare è il n. 8 della Tab. III. Fotogra¬ 
fato in data 10-10-76 lunghezza mm 130. 



Fotografato in data 17-11-76 lunghezza mm 155. 




514 G. Gustato 


Tali dati in accordo con quelli di Arnold (1953), per quanto riguarda 
la presenza di Carapus acus solo in oloturie della specie Holothuria tu- 
bulosa, sono invece notevolmente diversi per quanto concerne la percen¬ 
tuale di oloturie abitate. 

Il suddetto autore rinvenne infatti Carapus acus nel 27 % di Holo¬ 
thuria tubulosa pescate a Capo Posillipo e nel 46 % di quelle pescate a 
Riviera di Chiaia. 

Il solo valore confrontabile è però quello relativo a Capo Posillipo, 
visto che a Riviera di Chiaia — e si deve intendere via Caracciolo — le 
oloturie sono scomparse del tutto. 

Ebbene, a fronte del 27 % di Arnold, le mie ricerche danno valori di 
Holothuria tubulosa abitate del 2,2 % a Capo Posillipo, visto che su 959 
oloturie (617 Holothuria tubulosa) sono stati trovati 14 Carapus acus. 

Gravissima appare dunque la situazione per questo pesce, conside¬ 
rato che il numero di individui di questa specie si è ridotto del 96 % 
in meno di 25 anni, in una zona del golfo di Napoli — Capo posillipo — 
mentre nell’altra è scomparso del tutto insieme con la scomparsa delle 
oloturie. 

B.2) Stadi di sviluppo (v. Tabb. Ili, IV). — Secondo la letteratura 
Carapus acus, presenta 4 stadi di sviluppo — vexillifer, tenuis, juvenilis, 
adulto — chiarmente distinguibili. 

I Carapus acus della presente ricerca risultano dunque: 4 tenuis, 6 
juvenilis, 9 adulti (Foto serie A). 

Gli esemplari allo stadio Tenuis, trovati durante il periodo novembre- 
dicembre, sono animali trasparenti, con capo molto ridotto rispetto al 
corpo che appare notevolmente allungato e sottile. L’ano è in posizione 
posteriore rispetto alla origine delle pinne pettorali, che corrispondono 
appena ad 1/5 del capo. 

Mostrano un comportamento singolare, infatti: 
a) benché rinvenuti all’interno della cavità corporea di Holothuria 
tubulosa, non reagiscono poi, a questo echinoderma, né ad altre specie, 
anche se vengono posti a contatto con essi: infatti non si verificano né 
la esplorazione, né il tastamento, né tantomeno la penetrazione. 

Solo due volte, e per lo stesso esemplare, si è potuto constatare la 
penetrazione in oloturia. Una volta è stata di testa nell’ano, l'altra volta 
invece non è stata direttamente osservata. Tutti gli altri esemplari, non 
sono più rientrati in oloturie, pur essendo rimasti per parecchie ore a 
contatto con esse; 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 515 


Jf 

a a5 

£ & 


cd e 
n h 

N 

CD 

+-> +-> 

3 S 


<U 


0) ^ 

tì d 
O 

'n r a 

03 

5-i Cd 
3 N 
<s> d 
‘S d 
c +- 1 


5 13 


^ cd 

rj 73 

.5 s 
o 
o o 

■m a; * 
Kl W Ci 
N P 
n Cd Cd 
5h 1 C 

« --s 
ti o 5 
g o 
« y 

u 


'<D 


QJ 

<D t3 

a 

p Cd 

rt « o 
-m 73 +-* 


bo <u 


cd 


S o § 

n ^ 5 

§ £'Z 

£ S a 

a a cd 


o cd <u 


cd 


O-h > 

—h +-> bo cd 

&D +-> c7 5-. 

o> « cd 3 

73 a c c« 
.S3 » -g 
cu 5 h . C 
b ~ <D 

i 8"° S 

5 g d H 

^ O N ’g 
5-i s3 C 

“I § 

u c E 
-, a - 

l-s § 

5h Ch .3 

O o Jh 

^ u a 




Lung;h. tot./ 
altezza 
tronco 

I dato 


S o 


+j c/) r. 

O 0 --2 


^cSq 

• ^ ri O 


1 l a l 




O 

o 


CJ 

c 

o 

^ s 

£ 




N 


<U 

o 

< 

dal 

mm 


HH 


3 > cd _ 

ESS| 

3 S « 



o 



g’sl 

3 O K 

►J ^ 



a . 

E c 

<U 


co C^ Co <0 


s e e s e 

co <u y w <u 

^ ^ ^ ^ S 

s s s s s 2 

•"J ’-N. ^ 


o o o o o 


s s 
•a 


O O O .'fl ,CQ .''l •«»> 

*2 "5 ”5 S S S 

«S 3 3 £* s* c* -v 

'd Ì3 ti y S 

^ ^ ^ P P S 


in '—i <n rn <n io lo oo <n oo ^ on oo oo r-^ c» t'- 
ininin<-ONO , 'd-fncopcopcO*-H v© n© io P in" p 


lo r-> 

t"- CO CD 

QN CO ON oo 


n© on no r- ^ co nq^ s© in co o_ 

P P P P P P P no <n <n oo P on P 

m m <n i—i (N 


^ ^ in 


O h on h ON 


tn »-h_ *-h oq_ 

P (N <n m P m o 


ON C3N_ On 

p P p O m 


osi o oo o 


in in in oo in 
oo o co <n <n co P co o 


in in o\ on 

oo P oo <nT o m ro on m o cn on no oo oo on on no 

iH.-HrHCNicNd'T’fOco^cof'ìN}- »—i m 


<N cn 

OOnoOo^OnOnOn'’^- 


h in h 


r- r- 


in in in 

P co P 


CO OO OO o O 


in in (N cn^ in 

— (N on in r-"- \Q co p in P r^- P f"- t"> 

Csjf^^rtrtrt^CNl -<-* 


"d-moooin<nr- 
m in r^- i'- o co o nj 

r-* r -1 t—I <N <N r-H 


ON 

7 't P OO OO 


OO 

P oo oo oo 


CN <N 

P in P t-- 


rNm^mNor^ooONO 


(Nrn7-inOhOOO\ 


34 


T enuis 
Adulto 










516 G. Gustato 


TABELLA IV 

Distribuzione degli esemplari di Carapus acus ai diversi stadi di sviluppo ( tenuis, 
juvenilis, adulto). 

Sono indicate: la lunghezza alla data del ritrovamento, e quella della morte, 
nonché la durata delle osservazioni (giorni). 


Carapus 

esem¬ 

plare 

n. 

Trovato 

il 

Prelievo 

n. 

Lun¬ 

ghezza 

al 

ritrov. 

Lun¬ 

ghezza 

alla 

morte 

Stadio 

di 

sviluppo 

Giorni 

in 

vasca 

T° acq. 

C° 

Morte 

avvenuta 

il 

18 

15-12-76 

18 

203 

203 

T enuis 

0 

T°=18° 

15-12-76* 

16 

15-12-76 

18 

200 

200 

T enuis 

7 

T°=18° 

22-12-76 

15 

17-11-76 

17 

170 

170 

T enuis 

3 

T°=18° 

20-11-76 

14 

17-11-76 

17 

170 

170 

T enuis 

1 

T°=18° 

18-11-76 

2 

18-6-76 

5 

74 

74 

Juvenilis 

4 

T°>18° 

22-6-76 

3 

18-6-76 

5 

75 

75 

Juvenilis 

4 

T°>18° 

22-6-76 

1 

18-6-76 

5 

78 

78 

Juvenilis 

3 

T°>18° 

21-6-76 

4 

18-6-76 

5 

80 

80 

Juvenilis 

4 

T°>18° 

22-6-76 

5 

22-6-76 

6 

81 

81 

Juvenilis 

5 

T°>18° 

23-6-76 

17 

15-12-76 

18 

85 

85 

Juvenilis 

7 

T° = 18° 

22-12-76 

9 

11-10-76 

15 

110 

118 

Adulto 

25 

T°=18° 

5-11-76 

11 

11-10-76 

15 

115 

119 

Adulto 

25 

T° —18° 

5-11-76 

19 

15-12-76 

18 

120 

127 

Adulto 

43 

T° = 18° 

27-1-77 

10 

11-10-76 

15 

128 

132 

Adulto 

25 

T°=18° 

5-11-76 

12 

11-10-76 

15 

131 

134 

Adulto 

25 

T° = 18° 

5-11-76 

8 

7-10-76 

14 

130 

138 

Adulto 

28 

T°=18° 

5-11-76 

13 

17-11-76 

17 

155 

155 

Adulto 

2 

T°=18° 

19-11-76 

6 

2-7-76 

8 

130 

160 

Adulto 

68 

T° = 18° 

10-9-76 

7 

8-9-76 

11 

160 

162 

Adulto 

16 

T°=18° 

24-9-76 


* Morto accidentalmente. 

Per risalire agli stadi di sviluppo fermo restando quanto detto nelle conclu¬ 
sioni, si fa riferimento ai valori riportati da Arnold (1953). 





Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc, 517 


b) mostrano fototropismo negativo, infatti si sono sempre riparati 
in zone di ombra, quando la vasca veniva illuminata a distanza di 30 cm 
con una lampada di 50 Watt; 

c) se non sono disturbati, si posano sul fondo e riescono a rima¬ 
nere fermi, senza capovolgersi, anche quando l’acqua viene leggermente 
mossa, proprio perché non assumono una posizione estesa, ma flettono il 
corpo in anse; 

d) quando vengono disturbati, si spostano con vivaci movimenti on¬ 
dulatori del corpo, propagantisi dalla coda, ed interessanti anche il capo, 
e guadagnano, in tal modo, rapidamente la superficie. Nuotano poi per 
alcuni secondi, con il corpo in posizione verticale, tenendo il capo fuori 
dall’acqua. 

Le forme juvenilis, trovate a giugno (5 esemplari) ed a dicembre (1 
esemplare), sono meno trasparenti e presentano poche ma evidenti mac¬ 
chie scure raggruppate a coppie sul dorso e nella parte ventrale, dira- 
dantesi verso la coda. Lungo i lati del corpo, parallele alla colonna ver¬ 
tebrale, corrono, su fondo grigio, due strie brune, inferiormente alle quali 
si trovano macchie circolari sparse, di colore argenteo. 

Gli esemplari sono più corti dei tennis. Il capo è di proporzioni mag¬ 
giori rispetto al tronco, che ha subito un notevole accorciamento. L’ano 
è in posizione più avanzata e corrisponde quasi al punto di origine delle 
pinne pettorali, le quali mostrano ora un certo sviluppo in quanto corri¬ 
spondono, in lunghezza, circa a metà del capo. Non sono capaci di rima¬ 
nere sul fondo altrettanto bene come tennis , e nuotano attivamente, 
sempre col capo verso il fondo, muovendo le pettorali e la prima lon¬ 
gitudinale, senza muovere il capo con i 2/3 posteriori del corpo, il cui 
asse forma, con la verticale, un angolo di circa 25°. 

Gli jnvenilis penetrano in oloturie, prevalentemente con la testa-prima, 
ma anche con la coda-prima, sia attraverso l’ano che attraverso la bocca. 

Gli esemplari Adulti, trovati da luglio a dicembre, appaiono più 
lunghi e robusti, rispetto a juvenilis , derivano infatti dall’allungamento di 
questi, ed hanno capo di proporzioni maggiori, pinne pettorali più larghe 
ed estese ed ano anteriore rispetto alla origine delle pinne stesse. 

La colorazione è caratteristica, infatti le macchie scure, associate ora 
a macchie arancioni, appaiono più fitte, pertanto l’animale mostra strie 
trasversali brune su fondo grigio-rosato-metallico. Anche in questo caso 
sono a coppie, ma più ravvicinate nella coda, alla quale conferiscono una 
colorazione scura. 

Tale forma è incapace di rimanere ben ferma sul fondo, e nuota, ma 
meno attivamente di juvenilis in posizione quasi verticale, muovendo ritmi- 


518 G. Gustato 


camente le pettorali, la pinna longitudinale, e di pochi gradi anche i 2/3 
posteriori del corpo. 

Gli adulti penetrano in oloturia effettuando con maggiore frequenza 
ingressi con la coda-prima; sembrano però meno motivati nei suoi con¬ 
fronti, in quanto talvolta, la reazione ad essa non è così pronta ed imme¬ 
diata come per juvenilis. 


4) Rapporti Carapus acus - Oloturia (v. Fig. 1, A, B, C, D) e Foto Serie B 

Carapus acus, incontrata una oloturia, nuota lungo il suo corpo in 
posizione quasi verticale, e toccandola ripetutamente con il muso, la per¬ 
corre completamente. 

Una volta localizzato con la bocca, il punto per la penetrazione-bocca 
o ano- (A), il pesce vi penetra o direttamente, con il capo-prima -tenuis, 
juvenilis-oppure con la coda prima, prevalentemente da adulto . 

In tal caso, inserisce la coda con mossa abile e rapida, dopo averla 
fatta scorrere lungo il proprio corpo (B, C, D). 

La presente ricerca è stata svolta anche al fine di valutare gli ele¬ 
menti fissi e variabili di tale comportamento, così da poterne separare 
la componente istintiva da quella appresa. 


5) TeSTS COMPORTAMENTALI 
A) Rapporti Carapus acus - oloturia 

A.l) Scelta dell’ospite rispetto alla specie . — Dal momento che le olo- 
turie di ogni prelievo appartengono a specie diverse, e che Carapus acus 
è stato trovato sempre in Holothuria tuhulosa, era da verificare, se anche 
in laboratorio, ed in condizioni sperimentali, evisteva uno stretto rap¬ 
porto di specie-specificità, tra il pesce e questo echinoderma. 

A tale scopo, nella vasca venivano poste insieme con Carapus acus, 
in una serie di prove successive, oloturie di specie diverse, per valutare 
se comparivano variazioni nel comportamento del pesce cambiando la 
specie ospite. Nelle diverse serie di esperimenti si ebbe cura di variare 
la successione degli esemplari di oloturie, per evitare che il pesce ne 
incontrasse la stessa specie, nella stessa fase della sperimentazione. Il 
pesce ha tastato e « becchettato » qualsiasi specie di oloturia, ed è pene¬ 
trato in ogni esemplare. 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 519 


Le suddette prove condotte prevalentemente con juvenilis ed adulti, 
hanno dato sempre lo stesso risultato, confermando che il rapporto Ca- 
rapus acus - oloturia in laboratorio, manca di specie-specificità. 

A.2) Scelta dell’ospite rispetto alla dimensione . — Sono poi passato 
a valutare quale ruolo avessero le dimensioni di oloturia nel determinare 
la scelta da parte del pesce. 

Arnold (1957), riferisce infatti che pesci di una certa dimensione non 
prendono in considerazione oloturie al di sotto di una certa lunghezza. 
A tale scopo, sono state poste nella vasca oloturie via via più piccole, 
o più grandi, e si è visto che Carapus acus penetra persino in oloturie 
la cui lunghezza corrisponde a metà del suo corpo. 

Detto esperimento è stato ripetuto più volte, con pesci diversi, va¬ 
riando in una serie di prove la sola dimensione, ferma restando la spe¬ 
cie della oloturia; e in un’altra serie di prove, variando insieme la di¬ 
mensione e la specie dell’ospite, sia partendo da esemplari grandi, che 
iniziando con esemplari piccoli. 

Nessuno dei pesci ha mai mostrato particolare preferenza per olo¬ 
turie di una certa dimensione, facendomi concludere che la dimensione 
non ha alcun ruolo nella scelta operata da Carapus acus . 

Nei precedenti esperimenti, però, la scelta del pesce non era com¬ 
pletamente libera, in quanto, nella vasca veniva lasciata una oloturia per 
volta. Si provò allora a lasciare il pesce contemporaneamente con più 
oloturie di specie diverse, della stessa dimensione, o con più oloturie della 
stessa specie, ma di dimensioni diverse. In tutte le prove, la scelta di¬ 
pendeva solo dal primo contatto, in quanto la prima oloturia che veniva 
toccata subiva la penetrazione, e tanto confermava, ancora una volta, la 
mancanza di specie-specificità in laboratorio, e della valutazione della di¬ 
mensione da parte del pesce. 

A.3) Stimolazione visiva e tattile. — Occorreva verificare, però, quali 
fossero gli stimoli che permettevano al pesce di riconoscere una oloturia 
e di effettuarne quindi la penetrazione. È stato perciò posto nella vasca 
un tubo di vetro tappato alle estremità, contenente una oloturia; Carapus 
acus nuota ed ispeziona becchettando il tubo, tentando di penetrarvi al 
di sotto, solo nella zona in cui si trova lo echinoderma. 

Tanto si verificava anche mettendo nel tubo una pelle di oloturia 
od un cilindro di carta nera, infatti anche in questo caso, il pesce nuo¬ 
tava lungo il tubo, toccandolo ripetutamente, ed invertendo il movimento 
















Fio \ : C 



Fio 1 : D 











522 G. Gustato 




Foto B 1,2 — Vari momenti di una penetrazione di Carapus acus in Holothuria 
poli, dall'ano, e con la coda prima. L’esemplare è un Juvenilis-stadio 
finale-ovvero uno stadio iniziale della forma adulta. (Lunghezza to¬ 
tale mm 110). 








Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 523 




Foto B 3, 4 — Vari momenti di una penetrazione di Carapus acus in Holothuria 
poli, dall'ano, e con la coda prima. L'esemplare è un Juvenilis-stadio 
finale-ovvero uno stadio iniziale della forma adulta. (Lunghezza to¬ 
tale mm. 110). 


524 G. Gustato 


esattamente nel punto in cui c'era la estremità del cilindro di carta o 
della pelle di oloturia. 

Si può perciò concludere che la localizzazione di oloturia dipenda 
da uno stimolo ottico, anche se il riconoscimento deve comprendere pure 
una integrazione tattile. 

Infatti quando il cilindro di carta, posto fuori dal tubo di vetro fu 
localizzato dal pesce, si verificò solo qualche toccamento senza tutto il 
repertorio comportamentale precedentemente descritto, nel senso che in 
questo caso, era mancata la conferma del releaser tattile, probabilmente 
di natura chimica, bloccato invece dal vetro nel caso precedente. (Per 
verificare la reale natura di detto releaser, sto allestendo per il futuro, 
esperimenti con animali resi anosmici). 

A.4) Risposta a simulacri di oloturia. — Saggiando la reazione del 
pesce a pelli di oloturie distese o avvolte a cilindro, si osservò che esso 
reagiva in maniera tipica per quanto riguarda il tastare, mentre si inse¬ 
riva sotto la pelle, senza tentare nemmeno di localizzarne le estremità-ano, 
bocca-. 

Si provò poi con cilindri di materiali e dimensioni diverse e si con¬ 
statò che: mancando la integrazione tattile, una volta toccati dal pesce 
venivano trascurati completamente, anche se i simulacri di colore più 
scuro venivano localizzati più rapidamente perché fortemente contrastanti 
col fondo chiaro della vasca. 

Le risposte comportamentali erano più complete quando i suddetti 
cilindri erano spalmati con muco di oloturia, o quando si provava con 
brandelli di pelle di oloturia anche di pochi cm 2 , infatti gli uni e gli altri 
erano tastati attivamente fino a che il pesce non vi si poneva sotto. 

A.5) Stimolazione da flusso idrodinamico. — Ci si rese conto allora, 
che il flusso di acqua uscente dall'ano, non aveva il peculiare valore, nel 
determinare la penetrazione, indicata da Emery (1880 a) e da von Klingel 
(1961). 

Si provò infatti ad ottenere la reazione di penetrazione, mettendo 
nella vasca una pelle di oloturia ricucita attorno ad un tubo di vetro, 
dal quale, per mezzo di un apparato sperimentale, fuoriusciva un flusso 
di acqua intermittente e di intensità variabile. 

Non si riuscì però nemmeno in questo modo ad avere le penetrazione, 
sia quando il flusso proveniva dall'ano, che quando proveniva dalla bocca. 

Carapus acus, si poneva infatti solo sotto la pelle, trascurando del tutto 
lo stimolo di flusso, e ciò fa concludere che il punto per la penetrazione, 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc, 525 


viene localizzato non attraverso la sola sensazione di pressione, dovuta 
al flusso, ma deriva da una ulteriore integrazione visivo-tattile mancante 
nei simulacri e nella sola pelle di oloturia, anche a causa di modificazioni 
nel muco superficiale dopo la morte. Si poteva però obiettare che i getti 
dell'apparato sperimentale erano troppo o troppo poco intensi, o che il 
loro ritmo era sgradito al pesce e rimanere ancora nell’idea che il solo 
responsabile della penetrazione fosse lo stimolo di flusso. Ulteriori osserva¬ 
zioni, hanno però fornito dati definitivi. 

Si notò infatti, che i pesci, talvolta, ed a prescindere dallo stadio 
di sviluppo, si inseriscono in oloturia, oltre che dall'ano, anche dalla 
bocca, che non emette però alcun flusso. 

Quello proveniente dall'ano non è determinato, infatti, da esigenze 
digestivo-alimentari, ma dalla presenza dei polmoni acquiferi, ai quali, 
considerata la loro localizzazione, giunge ossigeno, col flusso intermittente 
di acqua. 

Le penetrazioni dalla bocca erano però meno frequenti che non quelle 
dall’ano, e per fornire una spiegazione di tale preferenza, furono mostrate 
al pesce, in una serie di esperimenti, oloturie che venivano tenute o con 
la bocca o con l’ano fuori dall'acqua, quindi fuori dalla sua portata. Si 
vide che esso penetrava nell'ano come nella bocca anche se il tempo 
necessario per scomparire all’interno della oloturia si raddoppiava, in 
media, quando Carapus acus entrava attraverso la bocca. 

Quindi la maggiore percentuale di penetrazione attraverso l’ano può 
essere dovuta al fatto che, tale strada appare al pesce più agevole, ed 
evidentemente ne conserva memoria, dopo averne fatto esperienza. E 
questo può spiegare perché dopo la suddetta sperimentazione i miei esem¬ 
plari effettuavano penetrazioni dalla bocca con frequenza sempre minore, 
e perché gli ingressi attraverso tale via sono più frequenti negli stadi 
juvenilis. 

Tale dato appare ancora più interessante se si considera la sede di 
localizzazione di Carapus acus in oloturia. 

A.6) Sede di localizzazione in oloturia . — Entrato dall’ano, il pesce 
si trova in un trivio: polmone acquifero destro — addossato alla parete 
corporea —, polmone acquifero sinistro — all’interno delle anse intesti¬ 
nali —, e tubo digerente, anch’esso circonvoluto. 

Carapus acus trova quindi più facile entrare nel polmone acquifero 
destro che risulta libero e rettilineo. 


526 G. Gustato 




Foto C 1,2 — 1) Carapus acus ormeggiato sotto la pelle di una oloturia in de¬ 
composizione. 2) Carapus acus ormeggiato sotto una spugna. 
Da notare che trovato l’ormeggio, il pesce raccoglie in anse la 
parte posteriore del corpo. Tutti gli esemplari corrispondono a 
forme adulte, stadi iniziali. 



Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 527 




Foto C 3,4 — 3) Carapus acus ormeggiato ad una pietra. 4) Carapus acus or¬ 
meggiato ad un corallo. Da notare che trovato l'ormeggio, il pesce 
raccoglie in anse la parte posteriore del corpo. Tutti gli esemplari 
corrispondono a forme adulte, stadi iniziali. 








528 G. Gustato 


Il pesce però, durante gli esperimenti è stato trovato anche all'in¬ 
terno della cavità corporea o all’interno dell'intestino (quando penetra 
dalla bocca). 

Il reperto nell'intestino o nel polmone acquifero destro si può otte¬ 
nere, in laboratorio, solo sacrificando la oloturia entro 24-36 ore dopo 
la penetrazione, altrimenti, di solito, il pesce viene trovato nel celoma. 

Si può concludere quindi che esso fora la parete intestinale (ingresso 
dalla bocca) o il polmone acquifero (ingresso dall’ano) e raggiunge così 
il celoma. 

A.7) Utilizzazione di oloturia come alimento . — Nel celoma di oloturia 
Carapus acus , trova le gonadi, beanti nel liquido celomico, con gli altri 
organi interni, e si nutre di esse. 

Infatti, risultano lacerate, quando il pesce rimane per alcuni giorni 
all'interno di una oloturia. 

Altra prove definitiva è che un esemplare, il 6°, si è accresciuto in 
laboratorio di 3 cm., incrementando la sua lunghezza del 25 %, ed il suo 
spessore, pur non avendo mai ricevuto cibo. 

È chiaro dunque che si è nutrito degli organi interni dei suoi ospiti, 
essendo penetrato in più di 200 oloturie nei due mesi passati in acquario, 

B) Rapporti Carapus acus con altri organismi od oggetti 

Visto che Carpus acus utilizza le oloturie anche come fonte di nu¬ 
trimento, ho osservato il suo comportamento con altri organismi. Posti 
nella vasca, dona intestinalis e Phallusia mamillata, nessuno dei due 
tunicati determinava la reazione di penetrazione, anzi venivano regolar¬ 
mente trascurati dopo qualche breve toccamento. Stessa reazione deter¬ 
minava Spirographis spallanzanii. 

Particolare fu invece la risposta allo scheletro di - Euspongia offici¬ 
nali. Juvenilis ed adulti, a contatto con la spugna, si pongono infatti 
sotto di essa, ed assumono una posizione particolare, raccogliendo il corpo 
in anse, come fa la forma tenuis quando si adagia sul fondo. 

La stessa risposta si è ottenuta con rami di corallo, tubi di vetro e 
pietre diventate « familiari » per Carapus acus. 

6) Posizione d’ormeggio (v. foto Serie C) 

Il pesce infatti, incontrato un oggetto non vivente per lui familiare, 
(per es. lo scheletro di una spugna o l’impalcatura calcarea del corallo), 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, eco, 529 


si pone attivamente sotto di esso» « ormeggiandosi » rapidamente» e ri¬ 
manendo in tal modo sul fondo» e in tale posizione non è stimolato» nelle 
prime ore» nemmeno da una oloturia distante da luì anche solo 5 cm. 
Lascia invece Formaggio» se viene toccato con la oloturia stessa» o spon¬ 
taneamente dopo qualche ora» ritornandovi poi successivamente. 

Tale posizione di ormeggio viene esibita sia da juvenìlis che da 
adulti, anche se in questi ultimi» negli stadi finali» il corpo si mantiene 
più diritto senza formare numerose anse. Manca invece negli stadi tenuis 
che riescono a posarsi sul fondo senza alcun appiglio. 

Tale nuovo dato fa vedere in una luce diversa il rapporto Carapus 
acus - oloturia» e fa intendere anche il perché del nuoto a testa in giù 
del pesce. 

Carapus acus infatti» pur avendo la vescica gassosa» sembra incapace 
di usarla correttamente e pertanto è soggetto ad una spinta verso l'alto 
che lo porta in superficie. 

L'animale infatti muove freneticamente le pettorali e la parte poste¬ 
riore del corpo per contrastare la spinta di Archimede» per cui, al fine 
di evitare un continuo lavoro muscolare» si « ormeggia » sul fondo» e 
« preferisce » la oloturia appunto perché riesce a sfruttarla anche come 
nutrimento. 


7) Conclusioni 

Dalla presente ricerca sono emersi i seguenti dati: 

1) La situazione della specie Carapus acus, sotto l’aspetto della so¬ 
pravvivenza nel golfo di Napoli» è davvero preoccupante: infatti» da una 
parte le oloturie» a cui tale pesce è strettamente legato, hanno ridotto 
il loro areale di diffusione» per es. scomparendo del tutto nelle acque 
antistanti vìa Caracciolo, a causa del massiccio inquinamento del mare; 
ma dall’altra parte, ad es. a Capo Posillipo, dove l'assetto della comu¬ 
nità degli echinodermi appare poco variata da 25 anni ad oggi» l’altera¬ 
zione ambientale ha determinato la riduzione del 96 % della popolazione 
di Carapus acus » nello stesso periodo di tempo. 

2) Gli stadi dì sviluppo — vexillìfer, tenuis, juvenìlis » adulti — che 
sono descritti in letteratura come facilmente distinguibili in base alle 
diverse proporzioni e comportamento degli esemplari» non sono in realtà 
rigidamente separabili. 


530 G. Gustato 


Ho riscontrato infatti, insieme con la impossibilità di avere uova o 
forme allo stadio vexillifer, che il passaggio da un tipo all'altro è gra¬ 
duale e si attua lentamente. 

Per ogni stadio, dunque occorre distinguere la fase — iniziale, inter¬ 
media e finale — con caratteristiche morfologiche e comportamentali lie¬ 
vemente diverse. 

La forma tenuis, trasparente ed allungata, nuota attivamente, come è 
descritto in letteratura, ma come risulta dalle mie ricerche, è capace, 
negli stadi iniziali di tale forma, di rimanere anche ferma sul fondo. 

Insieme con l’accorciamento, però, e con l’inizio della pigmentazione, 
comincia a nuotare, muovendosi in posizione orizzontale e negli ultimi 
stadi tennis, il pesce reagisce pure ad oloturia, con tastamenti e pene- 
trazioni col capo prima, anche se impiega molto tempo per localizzare il 
punto per la penetrazione. 

Tale stadio, dunque differisce ben poco da quello iniziale di juvenilis, 
quando gli esemplari mostrano una colorazione grigio-argentea diffusa, 
più scura sull'addome a causa del riempimento dei visceri, ed una stria 
longitudinale medio-laterale di colore bruno, che si ispessisce poco a poco. 
Il corpo quindi, si accorcia e si pigmenta maggiormente, mentre si de¬ 
finisce il nuoto a testa in giù, che interessa le pinne pettorali e la pinna 
longitudinale, più sviluppate. 

Gli ingressi avvengono ancora col capo prima, ma quando il corpo 
diventa più spesso e colorato, compaiono pure dei tentativi di penetra¬ 
zione con la coda prima. 

Tale comportamento è tipico degli adulti, cioè di animali robusti e 
di colore grigio-rosato, ma deriva da tentativi ed esercizi presenti negli 
stati iniziali di questa forma, come anche negli stati finali juvenilis. 

3) Siffatto comportamento non compare quindi nella sua espres¬ 
sione tipica, da un certo stadio di sviluppo in poi. Gli juvenilis — stadi 
finali — o gli adulti — stadi iniziali — esibiscono infatti nei confronti 
di oloturie, oltre ad ingressi col capo prima, movimenti della coda e ro¬ 
tazioni del corpo che non si concludono in una penetrazione, ma vengono 
effettuati per coordinare « movimenti particolari ». Lo schema di pene- 
trazione di coda, del tutto stereotipato, richiede infatti la precisa coordi¬ 
nazione di movimenti complessi ed inusuali. 

In tali stadi dunque, essendosi espresso il determinante di questo 
istinto, ed essendosi ben sviluppato il sistema nervoso, compare pure 
l’esercizio da parte del singolo animale, per la perfetta messa a punto 
di tutto il repertorio comportamentale della penetrazione. Quindi tale 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 531 


comportamento, collegato con la maturità funzionale del pesce, deriva 
da « memoria di specie ». 

4) Non è stereotipato invece né il riconoscimento di oloturia, che 
mostra in laboratorio assenza di specie-specificità, né la scelta del punto 
per la penetrazione, che non appare rigidamente definito pur nello stesso 
individuo; per cui entrambe le risposte non sono di tipo istintivo. 

Tali attività non derivano però nemmeno dall’esperienza del singolo 
animale, in quanto, visto l’elevato adattamento alla entobiosi e la note¬ 
vole pressione selettiva, sarebbe stato troppo rischioso per la specie, af¬ 
fidarsi ad una conoscenza acquisita occasionalmente. 

Dunque è verosimile: a) che il riconoscimento di oloturia da parte 
di Carapus acus, sia un fenomeno di tipo « imprinting » (anche se questa 
ipotesi, però, certamente abbisogna di più approfondite conferme); b) che 
la localizzazione del punto per la penetrazione venga appreso per tentativo 
ed errore. 

5) Carapus acus, appartiene ad un gruppo di Teleostomi abbastanza 
evoluti, eppure nell’ambito della fam. Carapidae (25 specie) compaiono 
e si sommano alcune caratteristiche morfologiche, funzionali e compor¬ 
tamentali, che rendono tali forme sempre più adatte alla entobiosi. Ca¬ 
rapus acus, ha infatti corpo molto allungato e sottile, fornito solo di pic¬ 
cole pinne pettorali. 

Scomparse le pinne pelviche e caudale, rimangono solo le pinne pet¬ 
torali e la pinna longitudinale, che percorre il corpo dorsalmente e ven¬ 
tralmente, quali uniche strutture per il movimento. 

Inoltre, Carapus acus — fisoclisto — dispone di una vescica gassosa 
che, pur essendo ben sviluppata, non è altrettanto funzionale nei diversi 
stadi di sviluppo. Nello stadio tenuis, si nota infatti, che la vescica gas¬ 
sosa, dal contorno evidente in tutta la sua estensione, non è ancora piena 
di gas. 

Il pesce infatti: a) nuota velocemente verso la superficie e tiene il 
capo fuori dall'acqua, una volta liberato dall'oloturia; b) riesce a rima¬ 
nere sul fondo immobile, cosa di cui sono incapaci le altre forme. 

Ciò può essere spiegato ammettendo che Carapus acus, prelevato dalla 
oluturia prima di quando, allo stadio tenuis, sarebbe liberamente uscito, 
va in superficie, come fanno alcuni giovani Ciprinidi e Salmonidi, a pre¬ 
levare l’aria per riempire la vescica gassosa, dal momento che il dotto 
pneumatico non è ancora completamente obliterato. La possibilità di ri¬ 
manere sul fondo, gli deriva dal fatto che avendo sperimentalmente, ed 


35 


532 G. Gustato 


involontariamente, anticipato i tempi, tale funzione non può ancora espli¬ 
carsi, e pertanto, fino al momento opportuno, il pesce rimane sul fondo 
con qualche escursione in superficie. 

6) Una volta riempita la vescica gassosa, si nota però che il pesce 
non riesce ad usarla correttamente, infatti è incapace di rimanere sospeso 
nell'acqua, senza muovere le pinne, in quanto è soggetto ad una spinta 
verso l'alto, maggiore del suo peso. 

Pertanto per evitare un continuo dispendio energetico, Carapus acus 
si ormeggia attivamente sul fondo. 

7) La penetrazione in oloturia però è una scelta precisa. 

Carapus acus, è infatti una specie carnivora, ma la incapacità di ri¬ 
manere « immobile » nel mezzo liquido, imponeva un continuo sforzo 
muscolare, che rendeva faticoso cacciare la preda nuotando. Il pesce 
dunque, pur vivendo da predatore, ha cominciato a ricorrere all'ormeggio 
per riposarsi o sfuggire, nascondendosi ai nemici. Da fermo, però, non 
poteva nutrirsi sufficientemente, in quanto le sue esigenze erano supe¬ 
riori alle probabiiltà di incontrare, rimanendo sul fondo, il potenziale nu¬ 
trimento. 

La selezione naturale ha favorito quindi lo stabilirsi dell'istinto che 
consentiva la penetrazione in oloturia con la coda prima, proprio perché 
Carapus acus, una volta entrato nell’echinoderma, si ormeggiava e, con¬ 
temporaneamente, trovava, senza affaticarsi, nutrimento in abbondanza. 

Quindi la scelta per quanto riguarda l’ormeggio è necessaria e pre¬ 
cedente, e viene attuata, come ho dimostrato, anche con oggetti od orga¬ 
nismi diversi da oloturia. 

Solo con questo echinoderma scatta, invece, il meccanismo di pene- 
trazione coda prima, perché tale comportamento, fileticamente evoluto, è 
appunto dipendente da oloturia, al quale animale, il pesce appare stret¬ 
tamente legato. 

8) Altrettanto adattata per questa simbiosi 2 appare Holothuria tu- 
hulosa, visto che è l'unica specie ad ospitare in natura Carapus acus, 
anche se il pesce in condizioni sperimentali, penetra pure in altre oloturie 
di specie diverse, come è stato anche osservato da Emery (1880a) e Arnold 
(1957). 


2 Un rapporto di questo tipo va indicato col termine simbiosi, se si accet¬ 
tano le definizioni più recenti (Starr, 1975). 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 533 


Holothuria tubulosa, è infatti sprovvista di tubi di Cuvier, e non si 
eviscera, quando il pesce penetra nel suo interno. 

Evidentemente la oloturia, non riceve grosso danno dal pesce, in 
quanto- essa ha tali capacità rigenerative da ricostruire in pochi giorni 
le parti mancanti, una volta che il pesce ritorna libero a seguito della 
eviscerazione. 

9) Quanto sopra consente di definire la simbiosi tra Campus acus 
ed Holothuria tubulosa, visto che la spinta iniziale per tale legame deriva 
solo dalla ricerca di un ormeggio da parte del pesce e che la oloturia non 
ha grosso danno dall'ospitarlo, anche se esso si nutre dei suoi organi 
interni, « ormeggio biotrofico ». 


* 

* * 

La ricerca è stata svolta durante il 1976, presso la Stazione Zoologica 
di Napoli, dove ho potuto disporre di un tavolo di studio-. Ringrazio per¬ 
tanto il direttore, il personale tecnico e subalterno, per la loro collabo- 
razione, ed ospitalità. Ringrazio altresì la sigma Lucia Fortini, studentessa 
di Scienze Biologiche, per la solerte collaborazione. 

Foto : Servizio fotografico Stazione Zoologica. 

Disegni: Dr. ssa Anna Villari. 


BIBLIOGRAFIA 

Anderson A. I., 1859 - A few remarks concerning a parastic fish found in thè 
Holothuria of thè Cocas Istand, Natur. Tljd. Neder. Ind XX, 253-255. 

Arnold D. C., 1953 - Observations on Carapus acus ( Brunnich ). Pubbl. Staz. Zool. 
Napoli, 24, 153-167. 

Arnold D. C., 1956 - Further studies on thè behaviour of thè fish Carapus acus. 
Pubbl. Staz. Zool. Napoli, 27, 263-268. 

Arnold B. C., 1956 - Notes on thè fìshes of thè family Carapidae . Bull. Ist. Ocea¬ 
nografico di Monaco 1084. 

Arnold D. C., 1957 - A revision of teleost family Carapidae. Bull. Brit. Mus. (Nat. 
Hist.), Voi. 4, n. 6. 

Aronson I . R. & Mosher, 1951 - Observations on thè behaviour and ecology of 
thè west Indian pearl-fish. Anat. Ree., Voi. Ili, p. 489. 

Bertolini F., 1933 - Rigenerazione dell’apparato dirigente nelle Holothurie . Pubbl. 
Staz. Zool. Napoli, XII, 3. 

Bini G., 1969 - Atlante dei pesci delle coste italiane. Edit. Mondo Sommerso. 


534 G. Gustato 


Bonham K., 1960 - Carapus homei in a sea cucumber from Marshall Islands. 
Copeia, 257. 

Brunnich M. T., 1768 - Ichthyologia massiliensis-Hafniae. 

Cavolini, 1787 - Memorie sulla generazione dei pesci e dei granchi. Napoli. 

Changeux J. P, 1960 - Contribution a Vetude des animaux associes aux Holo- 
thuroides. Lab. Arago, Univ. Paris-Actual Sci. Ind., 1284. 

Courtenay & Me Kittrich, 1970 - Sound producing mechanism of carapid fishes, 
with notes on phylogenetic implication. Mar. Biol., Berlin, 7, 131-137. 

Dales R. P., 1966 - Symbiosis in marine organism. In Symbiosis 1-1966, 299-326. 
Academic press. N. Y. London. 

Davis W. P. & Cohen D. M., 1968 - A gobiid fish and a palaemonid shrimp living 
on an antipatharian sea whip in thè tropical pacific. Bull. Mar. Sci., 18, 
749-761. 

Dawson C. E., 1971 - Records of thè pearl fish, Carapus bermudensis, in thè 
northern Gulf of Mexico and a new host species. Copeia, 730-731. 

Emery C., 1878 - Note ittiologiche. Soc. Ital. di Se. nat., XXI, 37-46 (37-40). 

Emery C., 1880a - Fierasfer. Studi intorno alla sistematica, l’anatomia e la biologia 
delle specie mediterranee di questo genere. Reale accademia dei Lincei anno 
CCLXXVII. 

Emery C., 1880 b - Le specie del genere Fierasfer nel folfo di Napoli. Fauna und 
Flora des golfes von Neapel. Voi. II, 1-76. 

Emery C., 1882 - Aggiunte alla sinonimia e alla storia naturale dei fierasfer. 
Mitth. Zool. Stat. Neapel, 3, 281-283. 

Gasco F., 1870 - Intorno ad una nuova specie di pesci. Bollettino Naturalisti e 
medici Napoli, 59-61. 

Grivet J., 1945 - Hotes de la cavita paileale de calmars. Bull. Soc. Zool. FR., 
69, 163-167. 

Gudger E. G., 1950 - Fish that live as inquiline in sponges. Zoologica N.Y., 35, 
121-126. 

Hipeau Jacquotte R., 1967 - Observations sur le comportament du poisson Ca- 
rapidae- Carapus homei (Richardson, 1844) de Madagascar. Recl. trav. Stn. 
mar. Endoume-Marseilles, n. 6, 141-151. 

International Commission for Zoological Nomencature, 1912 - Opinion 42. The 
type of Carapus Rafinesque 1810. Smithsonian Institution Pubi. 2060. 

Jonsson G., 1968 - Some new species of fish in icelandic waters. Natturufroedin- 
gurimm 38, 147-165. 

Von Klingel H., 1961 - Verhaltensanalytische und sinnesphysiologishe Untersu- 
chungen am Fisch Fierasfer acus ( Kaup ). Zool. Anz., 147-149. 

Leiner M., 1960 - Fierasfer acus, ein Schmarotzender Fisch. Nat. u. Volk., 90, 
345-355. 

Linton E., 1907 - Note on thè habits of Fierasfer affinis. Amer. Nat., 41, p. 1. 

Lo Bianco S., 1909 - Notizie biologiche riguardanti specialmente il periodo di 
maturità sessuale degli animali del golfo di Napoli. Mitth. Zool. Stat. Neapel, 
19, 513. 

Lo Bianco S. a cura di, 1956 - Monografìa. Uova larve e stadi giovanili di teleostei. 
Carapidae (Padoa) 761-774. Edizione Stazione Zoologica Napoli. 

Mahadaven, 1959 - On thè occurence of Fierasfer {Cuvier) homei as a commensal 
inside thè bivalve Preria lotonium. Curr. Sci., 28, 129- 


Osservazioni sulla biologia e sul comportamento, ecc. 535 


Monticelli F. S., 1893 - Notizia preliminare intorno ad alcuni inquilini degli Ho- 
lothurioidea del golfo di Napoli. Monit. Zool. Ital. III. 

Mukerji D. D., 1932 - Biological observations and instances of commensalim 
of an ophio fish with echinoderms of thè Andamon Islands. Ree. Indian Mus., 
24, 567-569. 

Padoa E., 1947 - Note di ittilogia mediterranea, note. V. Forme post-larvali e 
giovanili di Carapus. Pubbl. Staz. Zool. Napoli, 20, 111-121. 

Paling J., 1969 - The remarkable Pearl fish. Animals, 12, 272-273. 

Parker G. H., 1926 - The inquiline fish Fierasfer at Key west, Florida. Pro. nat. 
Acad. Sci. Wash., 12, 421-422. 

Raffaele F., 1888 - Le uova gallegianti e le larve dei teleostei del golfo di Napoli. 
Mitt. Zool. Stat. Neapel, 8, 1-84 (39-41). 

Risso, 1826 - Histoire de principales productions de l’Europe meridionale, 212-214. 
Paris Levrault. 

Shultz U. K. T., 1964 - Vom Fisch, der in einer Gurke wohnt. Neptun, 4, 190-192. 

Smith e Tyler, 1969 - Observation on thè commensal relationship of western 
Atlantic pearlfìsh Carapus bermudensis, and holoturians. Copeia, 206-208. 

Spartà A., 1925 - Uova e larve di Fierasfer dentatus. Reale Comitato Talassogra¬ 
fico Italiano. Memoria CXXII. 

Starr M., 1975 - Scheme for ctassifying organismic associations. Symposia of thè 
S.E.B. n. XXIX. Symbiosis. Cambridge Univ. Press. 

Strasburg D. W., 1961 - Larvai carapid fishes from Hawai, with remarks on 
thè ecology of adults. Copeia, 478-480. 

Swan E. F., 1961 - Seasonal evisceration in thè sea cucumber Parastichopus 
californicus ( Stimpson ). Science 133, n. 3458. 

Tortonese E., 1965 - Fauna d’Italia; Echinodermata. Ediz. Calderini, Bologna. 

Tortonese E., 1970 - Fauna d’Italia; Osteichthyes. Ediz. Calderini, Bologna. 

Tortonese E. & Queirolo L. C., 1971 - Contributo allo studio della ittiofauna del 
mar ligure orientale. Annali Mus. Civ. Stor. Nat. Giacomo Foria, 78, 21-46. 

Trott L. B., 1970 - Contributions to thè biology of thè carapid fishes. Univ. Calif. 
Publs. Zool., n. 89, 1-41. 

Tyler J. C., 1970 - A redescription of thè inquiline carapid fish Onuxodon par- 
vibranchium, with a discussioni of thè skull structure, and thè host. Bull, 
mar. Sci., 20, 148-167. 

Weber E., 1968 - Gemeinsam frissat sich’s besser. Delphin, 15 (6), 6-8). 

Yosn N., 1928 - Note on a Carapus in a starfsh. Annot. Zool. Jap., II, 339-340. 

Zankert A., 1940 - Studien uber das Verhalten von Fierasfer acus ( Brunnich) 
beim Aufsuchen un Beziehen seines Wohntiers Holothuria tubulosa (Gm). 
Sitz-Ber. Ges. Naturf. Fr. Beri. II. 17, 23, 95-104. 







































Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 537-554, figg. 6, tah. 1 


Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 

Nota dei soci Aldo Moretti (*), Umberto Violante (*) 
e Maria Luisa Vuotto (**) 


(Tornata del 26 novembre 1976) 


Sommario. — Prototheca è un genere di Chlorophyceae isolato per la prima 
volta dalla linfa di alcuni alberi. Essa viene considerata l’agente patogeno della 
prototecosi, una malattia che colpisce l’Uomo ed altri Mammiferi, e che costi¬ 
tuisce l'unico caso di algosi ampiamente riportato in letteratura. 

Gli AutoTi, al fine di procedere ad una prima analisi sistematica del genere 
e di accertare una correlazione tra Prototheca e la malattia definita prototecosi, 
nonché di stabilire quali ceppi di Prototheca siano effettivamente patogeni, 
hanno studiato preliminarmente l’influenza della temperatura sulla crescita di 
17 ceppi appartenenti a 8 specie di Prototheca. 

Sono state riscontrate diversità di comportamento non solo tra le varie 
specie, ma anche tra i vari ceppi attribuiti, da diversi Isolatori, alla stessa 
specie. 


Summary. — Prototheca is a genus of eterotrophous algae first isolated 
from thè mucous flux of some trees. It is considered thè pathogenic agent of 
protothecosis, a disease which affects Man and other Mammals and which 
represents thè oìily case of algosis that is widely reported. 

The present inVestigation has been carried out to study thè influence of 
temperature on thè growth of 17 strains belonging to 8 different species of 
Prototheca. 

It represents thè first of a series of investigations proposed in order to 
proceed to a systematic analysis of this genus, to check thè relationship 
between Prototheca and protothecosis, and to establish thè pathogenic strains 
of Prototheca. 


(*) Istituto di Botanica della Facoltà di Scienze dell’Università di Napoli. 

(**) Istituto di Patologia generale della I Facoltà di Medicina e Chirurgia 
dell'Università di Napoli. 


538 A. Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 


Differences have been found not only among thè species, but also among 
thè strains which belong to thè same 'species. 


Introduzione 

Le alghe del genere Prototheca costituiscono un gruppo di eucarioti 
eterotrofi interessante, sia per quanto concerne la loro posizione siste¬ 
matica, sia per il ruolo che esse sostengono nell'insorgenza di diverse 
infezioni deH’Uomo e di altri Mammiferi. 

La sistematica di queste alghe ha comportato un lavoro considere¬ 
vole ed ha impegnato numerosi Ricercatori sin dal 1894, anno in cui Krùger 
isolò e descrisse per la prima volta due specie di alghe unicellulari prive 
di pigmenti, che vivevano in eterotroha nei tubi cribrosi di alcuni alberi; 
Krùger istituì il genere Prototheca e vi comprese le due alghe, denomi¬ 
nandole Prototheca zopfìi e Prototheca moriformis. Le caratteristiche mor¬ 
fologiche assunte dalle alghe in coltura e, ancor più, l’assenza di pigmenti 
fotosintetici, indussero Krùger (1894 a, b) a ritenere Prototheca un fungo 
e ad attribuire il genere alla famiglia dei «Lieviti» ( = Saccharomyce- 
taceae). 

Successivamente Chodat (1913) descrisse quest’alga come un ceppo 
aclorico di Chlorella. 

West (1916), effettuando studi morfologici su colture di Prototheca, 
osservò che le cellule si dividevano per autospore e che quindi il genere 
non apparteneva ai funghi, ma alle alghe. Attribuì, perciò, il genere Pro¬ 
totheca alla classe delle Chlorophyceae, ordine delle Chlorococcales. 

Printz (1927) accettò quanto affermato da West ed istituì la famiglia 
delle Protothecaceae, sempre nell'ambito dell'ordine delle Chlorococcales . 

Cooke (1968) rivide la posizione sistematica del genere Prototheca 
sulla base di un raffronto con il genere Chlorella e concluse che i due 
generi erano molto vicini sistematicamente, pur essendo il primo etero- 
trofo ed il secondo autotrofo. Inserì, perciò, Prototheca nella famiglia 
delle Oocystaceae, la stessa di Chlorella, nell'ambito delle Chlorococcales. 

Quest’ultima revisione sistematica, che farebbe derivare Prototheca 
da Chlorella mediante mutazioni naturali, le quali avrebbero portato alla 
perdita dei pigmenti, è oggi largamente accettata. 

Non mancano, tuttavia, Autori che non condividono la classificazione 
di Cooke. Secondo questi ultimi esisterebbero differenze nutrizionali molto 
marcate tra Prototheca e ceppi aclorici di Chlorella (Ciferri, 1956; Tubaki 
e Soneoa, 1959). Chlorella aclorica, inoltre, differirebbe da Prototheca 


Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 539 


perché autotrofa, tiamina-indipendente e capace di assimilare nitrati 
(Bakker, 1935; Anderson, 1945; Casseltqn et Al., 1969; Ciferri, 1956). 

Questi comportamenti contrastanti, che dovrebbero, quindi, secondo 
questi ultimi Autori, far porre in famiglie differenti i due generi, si ri¬ 
scontrano, tuttavia, finanche in specie appartenenti allo stesso' genere. 

Un'ulteriore conferma dell'ipotesi di Cqoke è dovuta a Nadakavukaren 
et Al. (1973). Essi in uno studio u li; ras t rat tura I e riscontrarono una analogia 
tra la cellula di Prototheca e quella di Chiarella. Osservano, inoltre, nel 
citoplasma della prima granuli di amido circondati da membrane che 
identificarono come plastidi. La presenza di plastidi fa escludere defini¬ 
tivamente, per il genere Prototheca , una natura fungina. 

Sistematica del genere Prototheca 

Prototheca zopfii Krùger, (1894 b): cellule sferiche o ovoidali di 10-18 p 
di diametro. Autospore quasi sempre sferiche di 9-11 p di diametro. 

Prototheca moriformis Krùger (1894 b): cellule sferoidali o ovoidali, 
diametro 8-12 p, occasionalmente 16 p. Autospore normalmente sferoidali 
di 4-5 p di diametro. 

Prototheca chlcrelloides Beh. (isolata prima del 1922): cellule sferoi¬ 
dali, diametro 8-12 p, eccezionalmente 16 p. Autospore (da 16 a 32), nor¬ 
malmente sferoidali di 3-5 p di diametro. 

Prototheca portoricensis Negroni-Blainsten (1940): cellule ovoidali o 
ellissoidali con dimensioni di 13-16 x 19-20 p. 

Prototheca ciferrii Negroni-Blainsten (1940): cellule ovoidali o ellis¬ 
soidali, diametro di 13-16 X 19-20 p. Autospore ellissoidali o raramente 
cilindriche di 8-13 x 7-10 p. 

Prototheca trispora Ciferri, Mqntemartino e Ciferri (1957): cellule ovoi¬ 
dali o ellissoidali subcilindriche con dimensioni di 10-20 (32) x 40-20 (25) p. 
Autospore in numero di due o più con dimensioni di 4-5 x 10-12,5 p. 

La specie era precedentemente ritenuta varietà di Prototheca porto¬ 
ricensis (Ashford, Ciferri, Dalmau, 1930). 

Prototheca wickerhamii Tubaki e Soneda (1959): cellule sferiche o 
sferoidali di diametro 8-13 p, più spesso 11,5-13 p. Autospore sferiche o 
sferoidali di 4-5 p di diametro. 

Prototheca segbwema Bavies, Spencer, Wakelin (1964): cellule sferiche 
o ellissoidali di 22-30 x 17-24 p di diametro. Autospore (da 2 a 8) ottenute 
mediante divisione nucleare, seguita da divisione citoplasmatica. 

Prototheca stagnerà Cooke (1968 b): cellule ellissoidali di due ordini 
di grandezza, 10,8-18,0 x 14,4-21,6 p oppure 14,4-21,6 X 18,0-27,0 p. Autospore 
ellissoidali, abitualmente di 3,6-7,2 X 7,2-14,4 p. 


540 A. Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 


A queste specie andrebbero aggiunte le numerose specie indicate come 
Prototheca species da numerosi Autori. 

Va aggiunto, inoltre, che Ciferri et Al. (1957) ritennero Prototheca 
chlorelloides sinonimo di Prototheca portoricensis (riconoscendo validità 
a quest'ultima specie) e Prototheca ciferrii varietà di Prototheca porto¬ 
ricensis. Tubaki e Soneda (1959), infine, ritennero Prototheca chlorelloides 
e Prototheca portoricensis sinonimi di Prototheca zopfii. 

Il problema della patogenicità per l’Uomo e per gli animali delle 
alghe del genere Prototheca fu affrontato nella prima metà di questo se¬ 
colo (Ashford et Al., 1930; Redaelli et Al., 1935), ma si può affermare che 
solo recentemente il ruolo patogenetico di quest'alga è stato preso nella 
giusta considerazione (Lerche, 1952; Ainsworth et Al., 1955; Davies et Al., 
1964; Gordon, 1966; Davies et Al., 1967; Adler, 1967; Aheran, 1967; Millard, 
1968; Binford, 1968; Garner, 1968; Frese et Al., 1968; Klintworth et Al., 
1968 a, b; Migaki et Al., 1969; Van Kruiningen et Al., 1969; Fetter et Al., 
1971; Nosanchuk et Al., 1973; Sileo et Al., 1973; ecc.). 

Le alghe, infatti, molto raramente e mai inconfutabilmente sono state 
indicate quali agenti etiologici di malattie. Fanno eccezione le Protothecae 
che rappresentano, fino ad oggi, l'unico gruppo di alghe capaci di invadere 
i tessuti deH'Uomo e di altri Mammiferi. Per questa ragione riteniamo 
che la prototecosi, sia spontanea che sperimentale, costituisce un argo¬ 
mento di patologia degno della più viva attenzione. 

Preliminare a queste ricerche è, senza dubbio, lo studio della fisio¬ 
logia di Prototheca, per molti aspetti carente in letteratura. 

A tale scopo ci siamo interessati, come prima indagine, dell’influenza 
della temperatura sulla crescita di vari ceppi di Prototheca. 


Materiale e metodi 

Sono stati utilizzati 17 ceppi di Prototheca appartenenti a 8 specie 
diverse: Prototheca zopfii; Prototheca wickerhamii; Prototheca portori¬ 
censis; Prototheca trispora; Prototheca stagnora; Prototheca chlorelloi¬ 
des; Prototheca species; Prototheca mcriformis, gentilmente forniti dalla 
Indiana Culture Collection. * 

1) Prototheca zopfii Kruger: 

a) ceppo 328, isolato da Pringsheim; 

b ) ceppo 1438 inviato alla Indiana Culture Collection il 4/6/66-PR30 
da Wm Bridge Cooke. Sorgente originaria Wickeram, NRR-YB-833. 


Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 541 


2) Prototheca wickerhamii Tubaki e Soneda: 

a) ceppo 1449-Sec-L-2-14 inviato alla I.C.C. da Wm Bridge Cooke il 
4/10/66-PR51. Isolato da W.B. Cooke da un filtro di sabbia di acque di 
scarico per trattamento sperimentale di piante. Loveland, Hamilton Co., 
Ohio; 

b ) ceppo 1533 inviato alla I.I.C. il 4/6/66 da Wm Bridge Cooke, 
NRRL-YB-4330 strain. 

3) Prototheca portoricensis Negroni e Blainsten: 

a) ceppo 289 (263/3 Cambridge) Ciferri e Ashford, provenienti dalla 
Ashford Collection (Ashford, Ciferri e Dalmau, 1930). 

4) Prototheca trispora (= Prototheca portoricensis var. tris por a) Ci- 
ferri e Ashford: ceppo 327 (263/4), proveniente da (vedi ceppo 289). 

5) Prototheca stagno sa Cooke: 

a) ceppo 1442 Cooke inviato alla I.C.C. il 4/10/66 da W.B. Cooke. Sor¬ 
gente originaria: W.B. Cooke, ined. Sec. No. 62-344. Isolato da W.B. Cooke 
da fanghi digeriti, Dayton, acque di scarico per trattamento di piante, 
Montgomery Co., Ohio « Co-Type »; 

b) ceppo 1443 Cooke, inviato alla I.C.C. il 4/10/66 da W.B. Cooke. 
Sorgente originaria: W. B. Cooke, ined. Sec. No. L-1960. Isolato da W.B. 
Cooke dal fondo fangoso vicino al punto di affluenza della condotta, 
Poud I, Lebanon waste stabilization ponds, Warren Co., Ohio 3-31-61 
« Type ». 

6) Prototheca chlorelloides: 

ceppo 178 (263/1) Beij. Isolato prima del 1922. 

7) Prototheca moriformis Krùger: 

a) ceppo 1434 (363/5), inviato alla I.C.C. il 4/10/66-PR5 da W.B. Cooke. 
originaria: Starr, Indiana 32; 

b) ceppo 1435, inviato alla I.C.C. il 4/10/66-PR9 da W.B. Cooke. Sor¬ 
gente originaria: van Neil, Hopkins IV.7; 

c ) ceppo 1436, inviato alla I.C.C. il 4/10/66-PR11 da W.B. Cooke. Sor¬ 
gente originaria: van Neil, Hopkins IV.7.3.6.1 ; 

d) ceppo 1437, inviato alla I.C.C. il 4/10/66-PR28 da W. B. Cooke. Sor¬ 
gente originaria: Wickerham, NRRL-YB-2464; 

e) ceppo 1439, inviato allal.C.C. il 4/10/66-PR31 da W. B. Cooke. Sor¬ 
gente originaria: Wickerham, NRRL-YB-4121; 

/) ceppo 1441, inviato alla I.C.C. il 4/10/66-PR53 da W.B. Cooke. Sor¬ 
gente originaria: Tubaki e Soneda, ricevuto da Osaka, Japan; 

g ) ceppo 288 (263/2), isolato prima del 1922 da un castano. 

8) Prototheca species : 

ceppo 329 (263/6), isolato prima del 1922 da Xantoria parietina. 


542 A. Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 

I ceppi erano conservati sterilmente in provette su Bacto-Malt-Agar 
della Difco, alla temperatura di 18° C, al buio. 

Tutte le prove di crescita sono state eseguite in terreno liquido, la cui 
composizione è la seguente: 5 mi di tampone fosfato (KH 2 P0 4 —Na 2 HP0 4 ) 
0,2 M pH 6; 0,075 g di MgS0 4 -7 H 2 Q; 0,020 g di NaCl; 0,012 g di H 3 B0 3 ; 
0,020 g di CaCl 2 • 2 H 2 0; 0,005 g di FeSQ 4 ; 1 mi di una soluzione di oligo¬ 
elementi (8,82 g di ZnS0 4 • 7 H 2 0; 1,57 g di CuS0 4 • 5 H 2 0 ; 1,44 g di MnCl 2 • 

• 4 H 2 0; 0,71 g di Mo0 3 ; 0,50 g di CoS0 4 ; acqua distillata q.b. a 1 litro); 
5 g di glucosio; 2 g di Bacto-Extract-Broth della Difco. 

Si è ritenuto operare a pH 6, giacché preventive prove avevano dimo¬ 
strato che tutti i ceppi hanno crescita pressocché identica da pH 4 a pH 8. 

Nella preparazione di questo terreno di coltura si è tenuto conto della 
composizione di altri terreni di coltura usati per la crescita eterotrofa di 
alghe (Wiedeman e Bold, 1965; Anderson, 1945). 

II terreno così composto è stato distribuito, nella quantità di 50 mi, 
in beutine da 150 mi e sterilizzato in autoclave a 110° C per 40 minuti. 

La crescita delle alghe è stata seguita a diverse temperature, i cui 
valori estremi sono stati fìssati a 15° e a 41° C. 

Tutte le colture, alle diverse temperature, sono state mantenute al 
buio e su un piano oscillante (60 oscillazioni/minuto). 

La crescita delle alghe è stata misurata mediante lettura periodica 
allo spettrofotometro alla lunghezza d'onda di 550 mp. 

Le cellule utilizzate per ogni inoculum sono state preadattate alla 
temperatura sperimentale. 

Risultati e discussione 

In Fig. 1-6 sono riportati i grafici di tutti i ceppi studiati che rappre¬ 
sentano le variazioni della velocità di crescita (K), nella fase esponenziale, 
in funzione della temperatura \ 

In Tab. 1 sono riportati i tempi di generazione (Tg) dei ceppi alle 
varie temperature sperimentali, intendendo per tempo di generazione il 
periodo di tempo che impiega una coltura a raddoppiare il suo numero 
di cellule 2 . 

A log (densità ottica) 

1 a) K = - _— 

A tempo (in ore) 

b) Gli errori standard delle costanti di crescita (K) sono sempre risultati 
inferiori al 5 %, per cui non si è ritenuto opportuno riportarli sui 
singoli grafici. 

(T 2 - T D log 2 


Tg = 


log D 2 - log D t 




Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 543 


Dall'esame dei grafici delle velocità di crescita delle specie studiate, 
si sono ottenuti, per i singoli ceppi, i seguenti risultati 3 . 


TABELLA 1 

Tempi di generazione (ore) di Prototheca a diverse temperature. 

Temperature °C 


Ceppi 


15 

20 

23 

I 26 

28 

30 

33 

35 

37 

39 

41 

P. 

zopfii 

328 

6,4 

6,0 

5,7 

5,2 

4,7 

3,4 

3,7 

4,3 

oo 



P. 

zopfii 

1438 

6,8 

6,7 

6,5 

6,3 

3,4 

3,6 

4,0 

4,2 

8,9 

oo 

— 

P. 

wickerhamii 

1440 

14,3 

9,4 

7,7 

6,3 

3,1 

5,0 

5,2 

5,4 

50,2 

oo 

— 

P. 

wickerhamii 

1533 

8,4 

7,5 

7,3 

5,8 

3,4 

4,6 

6,1 

6,4 

oo 

— 

— 

P. 

portoricensis 

289 

8,8 

7,0 

5,8 

4,2 

3,8 

3,7 

3,5 

3,2 

5,4 

6,8 

oo 

P. 

trispora 

327 

6,5 

5,8 

5,5 

5,0 

4,7 

4,6 

4,3 

3,8 

5,0 

7,2 

oo 

P. 

stagnora 

1443 

8,4 

7,0 

3,5 

5,3 

5,6 

6,5 

oo 


— 

— 

— 

P. 

stagnora 

1442 

5,8 

5,4 

5,0 

4,5 

3,5 

3,5 

4,3 

5,8 

oo 

— 

— 

P. 

cholorelloides 

178 

6,7 

6,5 

6,5 

5,5 

3,2 

4,0 

5,8 

6,7 

oo 

— 

— 

P. 

species 

329 

8,4 

7,9 

7,7 

4,8 

3,0 

4,7 

6,8 

50,2 

oo 

— 

— 

P. 

moriformis 

1434 

4,8 

4,7 

4,6 

4,5 

3,5 

3,1 

4,4 

6,8 

oo 

— 

— 

P. 

moriformis 

1435 

14,3 

10,0 

6,0 

15,0 

oo 

— 

— 

— 

— 

— 

— 

P. 

moriformis 

1436 

16,7 

11,6 

4,3 

11,1 

oo 

— 

— 

— 

— 

— 

— 

P. 

moriformis 

1437 

7,9 

7,2 

6,7 

5,9 

5,1 

4,2 

3,8 

4,7 

60,2 

oo 

— 

P. 

moriformis 

1439 

10,4 

9,1 

7,3 

3,0 

3,8 

4,8 

5,8 

6,3 

oo 

— 

— 

P. 

moriformis 

1441 

8,4 

8,1 

7,8 

7,2 

2,9 

3,5 

4,7 

5,2 

60,2 

oo 

— 

P. 

moriformis 

288 

8,4 

7,2 

6,4 

5,6 

4,8 

3,4 

3,1 

3,2 

4,2 

8,2 

oo 


Prototheca zopfii (Fig. 1): i due ceppi mostrano comportamento ana¬ 
logo e posseggono, alle rispettive temperature ottimali, la stessa costante 
di crescita. Il ceppo 1438, che ha l'optimum a 28° C, è lievemente meno 


3 Non si è operato a temperature inferiori ai 15° C. Per valori di K = 0 si 
intende una sopravvivenza del ceppo, senza moltiplicazione delle cellule. 












544 A. Moretti, U, Violante e M. L. V no fio 


termofilo del ceppo 328, il cui optimum è a 30° C, Il primo, però, è lieve¬ 
mente più euritermo, perché sopravvive oltre i 39° C, mentre il secondo 
ha un limite massimo di 37° C. 



Fig. 1. — Velocità di crescita, in funzione della temperatura, di due ceppi dì 
Prototheca zopfii. 


Prototheca wickerhamii (Fig. 2): i due ceppi si comportano in ma¬ 
niera analoga al variare della temperatura. Entrambi hanno Foptimum 
di crescita a 28° C, ma le costanti di crescita hanno valori lievemente 
diversi. Le temperature massime sono molto vicine: 37° C per il ceppo 
1533 e 38° C per il ceppo 1440. 



Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 545 

Prototheca portoricensis e Prototheca tris por a (= Prototheca porto- 
ricensis v. trispora) (Fig. 3): le due alghe si comportano in modo analogo 
al variare della temperatura e presentano velocità di crescita molto si- 


O 

O 


x 

a 

O 
< J) 

Q) 

i_ 

O 


x5 

~o 

o 

o 

CD 

> 



Fig. 2. — Velocità di crescita in funzione della temperatura di due ceppi di 
Prototheca wickerhamii. 


mili. Per entrambe le specie l'optimum di crescita si ha a 35° C, il massimo 
a 41° C. Questi valori indicano che Prototheca portoricensis e Prototheca 
trispora sono tra le specie più termofile del genere. 







546 A. Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 


Prototheca stagnora (Fig. 4): i due ceppi presentano comportamento 
simile al variare della temperatura, ma optima e massimi notevolmente 
sfasati. I valori ottimali della costante di crescita, uguali in valore asso¬ 


ci 

O 

x 


o 

in 

CD 

l__ 

O 

t5 

'a 

o 

o 

CD 

> 


V* 



Fig. 3. — Velocità di crescita in funzione della temperatura di due ceppi di 
Prototheca portoricensis. 


luto, si ritrovano a 23° C per il ceppo 1442 ed a 28° C per il ceppo 1443. 
I limiti massimi sono rispettivamente 33° C e 37° C. 

Prototheca species (Fig. 5): questo ceppo presenta l’optimum di cre¬ 
scita a 28° C ed il massimo a 37° C. 







Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 547 


Prototheca chlorelloides (Fig. 5): l'unico ceppo studiato presenta 
i'optimum a 28° C ed il massimo di sopravvivenza intorno a 36° C. 

Prototheca moriformis (Fig. 6): i ceppi presentano una eccezionale 
eterogeneità, che addirittura fa dubitare della loro appartenenza alla 



TEMPERATURE °C 

Fig. 4. — Velocità di crescita in funzione della temperatura di due ceppi di 
Prototheca stagnava. 


stessa specie. I ceppi 1435 e 1436 presentano valori assoluti di K piuttosto 
bassi e abbastanza diversi tra loro, alla temperatura ottimale. Quest'ul- 
tima è per ambedue di 23° C, così come per ambedue è identica la tem- 


36 








548 A. Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 


peratura massima di sopravvivenza (28° C). Per quanto riguarda le tem¬ 
perature massime, i ceppi 1434 e 1439 sopravvivono a 37° C, mentre i ceppi 
1437 e 1441 sopportano 1°C in più. Il ceppo 288 è il più termofilo, dal 
momento che sopporta una temperatura massima di 41° C. 


O 

O 

x 


o 

'o 

</) 

CD 

L_ 

o 


TJ 

b 

*o 

o 

Q) 

> 





Fig. 5. — Velocità di crescita in funzione della temperatura di Prototheca chlo- 
relloides ceppo 178 e Prototheca species ceppo 329. 


Per quanto riguarda i tempi di generazione si rileva che questi sono 
relativamente brevi. 

I due ceppi di Prototheca zopfìi, alle temperature ottimali, raddop¬ 
piano in meno di tre ore e mezzo nella fase esponenziale. 



Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 549 


Meno di tre ore e mezzo impiegano anche i ceppi di Prototheca wi- 
ckerhamii, Prototheca portoricensis e Prototheca species . 

Prototheca tris por a, sempre nelle condizioni ottimali, impiega poco 
meno di quattro ore. 


O ■ 

o 

X 


a 

o 

m 

0) 

o 


: o 

"b 

o 

g 

Q) 

> 





Fig. 6. —* Velocità di crescita in funzione della temperatura di sette ceppi di 
Prototheca moriformis. 


Prototheca stagnora presenta un tempo di generazione di tre ore e 
mezzo. 

Eterogeneo è il comportamento dei ceppi di Prototheca moriformis, 
con tempo di generazione, ai valori ottimali, varianti tra tre e sei ore. 










550 A. Moretti, JJ. Violante e M. L. Vuotto 


È significativo confrontare i tempi di generazione di Prototheca con 
quelli presentati da organismi che pure vivono in eterotrofia, quali bat¬ 
teri e alghe verdi. 

A tale proposito si riportano i valori riguardanti Escherichia coli 
e Chlorella kesslerii - 211 /llg. Per il primo è stato calcolato, alla tempe¬ 
ratura ottimale, un tempo di generazione di circa 20 minuti (Monod, 1959) 
e per il secondo, in condizioni eterotrofiche, un tempo di generazione di 
8 ore, sempre alla temperatura ottimale (Taddei e Violante, 1976). 

In conclusione il genere Prototheca può essere considerato la realizza¬ 
zione della linea evolutiva di Chlorella, in direzione della completa etero¬ 
trofia (Shihra e Krauss, 1965). 

Conclusioni 

Studi riguardanti l’influenza della temperatura sulla crescita di Pro¬ 
totheca sono stati effettuati, in passato, da diversi Autori. 

Ashford et Al. (1930) riportano per Prototheca portoricensis un opti¬ 
mum compreso tra 30 e 32° C ed un massimo di sopravvivenza intorno 
ai 40° C. Questi dati non si discostano molto da quelli che noi abbiamo ot¬ 
tenuto, per lo stesso ceppo. 

Barker (1935), studiando un ceppo di Prototheca zopfii, isolato da 
Beijerinck (1890), trovò un optimum a 30° C, facendo crescere le cellule 
in terreno di coltura organico e dosando il decremento di glucosio nel 
mezzo dopo quattro giorni. Anche questo dato è piuttosto vicino ai valori 
da noi ottenuti. 

Emmons et Al. (1970) trovarono per Prototheca wickerhamii l’optimum 
tra 30 e 32° C ed il massimo a 38° C, valori non molto diversi dai nostri. 

Tubaki e Soneda (1959) studiarono l'effetto della temperatura su al¬ 
cuni ceppi di Prototheca forniti da Ciferri, dosando empiricamente la 
torbidità delle colture in mezzo liquido. Essi trovarono per Prototheca 
portoricensis varietà trispora l’optimum tra 28 e 30° C, mentre i nostri 
dati indicano, per lo stesso ceppo, un optimum intorno ai 35° C. Per Pro¬ 
totheca moriformis essi trovarono l’optimum tra 20 e 25° C, valore non 
molto diverso da quello presentato dai ceppi 1435 e 1436 da noi esaminati. 
Per tutti gli altri ceppi di Prototheca moriformis gli optima di tempera¬ 
tura, da noi osservati, sono molto diversi tra loro, anche se ai valori otti¬ 
mali di temperatura le velocità di crescita sono simili. 

Risulta così evidente che, già per quanto riguarda l’adattamento alla 
temperatura, ceppi attribuiti alla stessa specie, studiati da noi o da altri 
Autori, si comportano in maniera molto diversa. E almeno per quanto 


Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 551 


riguarda i ceppi di Prototheca stagnata e i vari ceppi di Prototheca mo~ 
riformis possiamo' affermare» sulla base delle nostre osservazioni» che parte 
delle classificazioni» effettuate dagli Isolatori» è probabilmente erronea. 

Non possiamo però effettuare una revisione sistematica sui ceppi da 
noi studiati» sulla sola base dell’adattamento alla temperatura. 

Ci ripromettiamo» a tal riguardo» di eseguire ulteriori studi fisiologici 
ed ultrastrutturali. 

Riteniamo opportuno» infine, soffermarci sulla possibilità che esista 
un rapporto tra optima di temperatura delle varie specie di Prototheca 
e patogenicità delle stesse per FUomo e per altri Mammiferi. 

I casi di prototecosi finora riportati in letteratura sono stati messi 
dagli Autori in relazione alla presenza, negli organismi infetti, di Proto- 
teche appartenenti alle specie P. wickerhamii, P. portoricensis, P. trispora » 
P. segbwema, P. cìferriì . 

Di un certo interesse è, tra gli altri» il caso dì una donna di 43 anni 
che presentava in corrispondenza della cute, delle gambe lesioni ulcerate 
papulo-pustolose, dalle quali Klintworth, Fettek e Nielsen (1968 a» b) iso¬ 
larono esemplari di P. wickerhamii . 

L’anamnesi della paziente permise di rilevare che la stessa era affetta 
da diabete mellito e da carcinoma della mammella con diffuse metastasi 
e che era stata trattata» anteriormente all’insorgenza delle lesioni cutanee, 
con corticosteroidi» antibiotici e con sostanze citotossiche. 

Quanto esposto lascerebbe configurare che le Prototche potrebbero es¬ 
sere incluse tra i patogeni opportunistici, ovvero organismi a patogenicità 
condizionata. 

Tali patogeni, come è noto, hanno, tra le altre» una caratteristica 
essenziale che consiste nella necessità» per Fattecchimento, di un terreno 
favorevole» quale può essere appunto quello che si viene a creare in con¬ 
seguenza di terapie immunosoppressive. 

Questo ed i numerosi altri casi di prototecosi riportati in letteratura 
non permettono» comunque» a nostro avviso» di affermare con certezza che 
Prototheca è l’agente patogeno delle lesioni descritte dagli Autori. La cor¬ 
relazione tra Prototheca e la malattia della quale essa sarebbe respon¬ 
sabile necessita, senza dubbio, di ulteriori indagini. 

Gli optima ed i massimi di temperatura da noi ottenuti hanno» se¬ 
condo noi» un valore indicativo» permettendo di escludere, per alcuni 
ceppi» qualsiasi azione patogena. 

DalPesame dei nostri risultati si deduce, infatti» che, tranne il ceppo 
1443 di P. stagnora ed i ceppi 1435 e 1436 di P. moriformis, tutte le alghe 


552 A. Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 


da noi coltivate potrebbero vivere su tessuti superficiali di organismi 
ospiti, laddove la temperatura non supera i 35-36° C. 

Solo P. moriformis (ceppo 288), P. portoricensis e P. trispora sop¬ 
portano temperature superiori a 37° C e, di conseguenza, solo per queste 
Prototeche sarebbe possibile la sopravvivenza in tessuti di organi interni. 

Altre indagini sperimentali sono attualmente in corso presso gli isti¬ 
tuti di Botanica e di Patologia generale delPUniversità degli Studi di 
Napoli allo scopo di stabilire una correlazione certa tra le Prototeche e 
la malattia che gli Autori definiscono prototecosi. 

Di grande interesse sarà, inoltre, accertare quali Prototeche, tra quelle 
da noi studiate, debbano considerarsi agenti etiologici della prototecosi. 


BIBLIOGRAFIA 

Adler, D. L., 1967 - In: Human infection with fungi, Actinomycetes and algae. 

Ed. da Baker et al., Springer Verlag, Berlin, pp. 1093, 1971. 

Ahearn, D. G., 1967 - In: Human infection with fungi, Actinomycetes and algae. 

Ed. da Baker et al., Springer Verlag, Berlin, pp. 1093, 1971. 

Ainsworth, G. C. and Austwick, P. K. C., 1955 - A survay of animai mycoses in 
Britain; mycological aspects. Trans. Br. Mycol. Soc., 88, pp. 369-386. 

Anderson, E. H., 1944-45 - Studies on thè metaholism of thè colorless alga Pro- 
totheca zopfii. J. Gen. Physiol., 28, pp. 297-327. 

Ashford, B. A., Ciferri, R., and Dalmau, L. M., 1930 - A new species of Prototheca 
and a variety of thè same isolated from thè human intestine. Arch. Proti- 
stenk, 70, 619-638. 

Barker, H. A., 1935 - The metaholism of thè colorless alga Prototheca zopfii 
Kriiger . J. Celi. Comp. Physiol., 7, pp. 73-93. 

Beijerinch, M. W.. 1890 - Culturversuche mit Zoochlorellen, Lichenengonidien 
und anderen niederen Algen. Bot. Ztg., Bd., 48, S. 725. 

Binford, C. H., 1968 - In: Human infection with fungi, Actinomycetes and algae. 

Ed. da R. D. Baker et al., Springer Verlag, Berlin, pp. 1093, 1971. 

Casselton, P. J. and Stacey, J. L. 1969 - Observations on thè nitrogen metaholism 
of Prototheca Kruger. New Phytol., 68, pp. 731-749. 

Chodat, R., 1913 - Monographies d’algues en culture pure. Mat. Flore Crypt. 
Suisse, 4, pp. 121-123. 

Ciferri, O., 1956 - Thiamine-deficiency of Prototheca, a yeast-like achloric alga. 

Nature, 178, pp. 1475-1476. 

Ciferri, R., Montemartini, A. and Ciferri, O., 1957 - Caratteristiche morfologiche 
e assimilative e speciologia delle Protothecae. Nuovi Annali d’igiene e Mi- 
crobiologia, 8, pp. 554-563. 

Cooke, W. B., 1968 a - Studies in thè genus Prototheca. /. Literature review. J. 
Mitchell Soc., 84, pp. 213-216. 

Cooke, W. B., 1968 b - Studies in thè genus Prototheca. IL Taxanomy. J. Mitchell 
Soc., 84, pp. 217-220. 


Influenza della temperatura sulla crescita di Prototheca 553 


Davies, R. R., Spencer, H. and Wakelin, P. 0., 1964 - A case of human proto- 
thecosis. Trans. R. Soc. Trop. Med. Hyg., 58, pp. 448-451. 

Davies, R. R. and Wilkinson, J. L., 1967 - Human protothecosis. Ann. Trop. 
Med. ParasitoL, 61, pp. 112-115. 

Emmons, C. W., Chapman, C. H. and Utz, J. P., 1970 - Medicai mycology. 2nd ed. 

Lea and Febiger, Philadephia, Pennsylvania. 

Fetter, B. F., Klintworth, G. K. and Nielsen, H. S. Jr., 1971 - Protothecosis. 
Algal infection; In: Human infection with fungi, Actinomycetes and algae. 
Ed. da Baker et al., Springer, Verlag, Berlin, pp. 1081-1093. 

Frese, K., Gedek, B., 1968 - Ein fall von Protothecosis beim Reh. Beri. Munch. 

tierarztl. Wschr. 81. Jahrgang, Heft 9, S. pp. 174-178. 

Garner, F. M., 1968 - In: Human infection with fungi , Actinomycetes and algae. 

Ed. da R. D. Baker et al., Springer Verlag, Berlin, pp. 1093, 1971. 

Gordon, M. A., 1966 - Protothecosis. In: Annual report of Division of Laboratories 
and Research, New York State Department of Health, pp. 119. 

Klintworth, G. K., Fetter, B. F., and Nielsen, H. S. Jr., 1968 a - Protothecosis: 

An algal infestation. Lab. Invest., 18, pp. 11. 

Klintworth, G. K., Fetter, B. F. and Nielsen, H. S. Jr., 1968 b - Protothecosis, 
an algal infection: report of a case in man. J. Medicai Microbiology, 1, 

pp. 211. 

Krììger, W., 1894 a - Beitrage zur Kenntniss der Organismen des saftflussen (sog. 
schleimflusses) der Laubbaume. Zopf's Beitr. Physiol. Morphol. Niederschr. 
Org. (Leipzig), 4, pp. 69-116. 

Krììger, W., 1894 b Kurze Characteristik einiger niederen Organismen in Saftflus¬ 
sen der Laubbaume. I. Uber einen neuen Pilz-Typus, reprasentiert durch die 
Gattung Prototheca (P. moriformis sic. et P. zopfii). Hedwigia, 33, pp. 241-266. 
Lerche, M., 1952 - E ine durch algen (Prototheca) hervorgerufene Mastitis der Kuh. 

Beri. Munch. tierarztliche Wochenschrift, 65, pp. 64. 

Migaki, G., Garner, F. M., and Imes, G. D. Jr. ,1969 - Bovine Protothecosis. Path. 
Vet., 6, pp. 444453. 

Millard, M., 1968 - In: Human infection with fungi, Actinomycetes and algae. 

Ed. da R. D. Baker et al., Springer Verlag, Berlin, pp. 1093, 1971. 

Monod, J., 1959 - Recherches sur la croissance des cultures bactériennes. IL ed. 
Herman, Paris. 

Nadakavukaren, M. J. and Me Cracken, D. A., 1973 - Prototheca: An alga or fungus? 
J. Phycol., 9, pp. 113-116. 

Negroni, P. and Blaisten, R., 1940 - Estudio morfologico y fisiologico de una 
especies de Prototheca: Prototheca ciferrii N. sp., aislada de epidermis de 
papa. Mycopath., 3, pp. 94. 

Nosanchuk, J. S. and Grunberg, R. D., 1973 - Protothecosis of thè olecranon 
bursa caused by achloric algae. Am. J. Clin. Pathol., 59, pp. 567-573. 

Printz, H., 1927 - In: Engler and Prantl. Die naturlichen Pflanzenfamilien. 2nd 
Ed. Chlorophyceae, 3, pp. 131. 

Redaelli, P., Ciferri, R., 1935 - La patogenicità per gli animali di alghe acloriche 
coprofite del genere Prototheca. Boll. Soc. Ital. Biol. Sperino., 10, pp. 809-811. 
Scossiroli, R. E., 1962 - Manuale di statistica per ricercatori. Ing. C. Olivetti & 
C. S.p.A., cap. 26, pp. 73-74. 


554 A . Moretti, U. Violante e M. L. Vuotto 


Shihira, I. and Krauss, R. W., 1965 - Clorella. Physiology and Taxonomy of 
Forty-one Isolates. Printed in thè U.S.A. by Port City Press, Baltimore, 
Maryland. 

Sileo, L. and Palmer, N. C., 1973 - Probabile cutaneous protothecose in a beaver. 
J. Wildl Bis., 9, pp. 320-322. 

Taddei, R. and Violante, U., 1976 - (comunicazione personale). 

Tubaki, K. and Soneda, M., 1959 - Cultural and taxonomical studies on Prototheca. 
Nagaoa, 6, pp. 25-34. 

Van Kruiningen, H. and Schiefer, B., 1969 - Protothecosis in dog. Path. Vet., 
6, pp. 384. 

West, G. S., 1916 - Algae. Cambridge University Press, Voi. 1 X, pp. 475. 
Wiedeman, V. E. and Bolo, H. C., 1965 - Heterotrophic growth of selected waste- 
stabilization pond algae. J. Phycol., 1, pp. 66-69. 


Boll. Soc. Natur. in Napoli 

voi. 85, 1976, pp. 555-580, figg. 11, tavv. 3 


Sulla tettonica del massiccio del Cervialto (Campania) 
e le implicazioni idrogeologiche ad essa connesse (*) 

Nota dei soci Pietro Celico (**) e Massimo Civita (***) 

(Tornata del 22 dicembre 1976) 


Riassunto . — Dopo un breve cenno ai caratteri litologici e stratigrafici delle 
rocce che compongono il massiccio del Cervialto, sono stati presi in esame 
quegli aspetti della morfologia e della tettonica che potessero essere di interesse 
per fini applicativi. 

L’analisi geo-morfologica ha permesso di riconoscere la presenza di un neo¬ 
carsismo ringiovanito dalla tettonica recente, mentre sono stati ritrovati segni 
evidenti di un paleocarsismo attualmente smembrato e parzialmente inattivo. 

Dall'analisi strutturale è emerso che, mentre all’interno del massiccio la tet¬ 
tonica è prevalentemente distensiva, lungo i bordi nord-orientale e sud-orientale 
sono molto evidenti le prove di sollecitazioni compressive. Infatti a NE le assise 
calcareo-dolomitiche del Cervialto si rinvengono sovrapposte alle Unità Sicilidi 
ed alle Unità Irpine mentre a SE le stesse assise sono sottoposte a quelle pre¬ 
valentemente dolomitiche del Polveracchio. 

Il lavoro si conclude con una serie di considerazioni di carattere strutturale 
attraverso le quali viene localizzato il limite sud-orientale della struttura idro¬ 
geologica del M. Cervialto; viene individuato il bacino di alimentazione delle 
importanti sorgenti di Quaglietta in Val Seie; vengono spiegate le cause idro¬ 
strutturali che comportano l’emergenza di alcune grosse sorgenti (Caposele, 
Ponticchio, Senerchia) a quote notevolmente ed eccezionalmente elevate sul 
thalweg del Seie. 

Résumé. — Après un apergu aux caractères lìthologiques et stratigraphiques 
des roches qui composent le massif du Cervialto, sont pris en examen les 
aspects morphologiques et tectoniques d'intérèt ayant trait à l'application. 


(*) Lavoro eseguito e stampato con il contributo finanziario del Consiglio 
Nazionale delle Ricerche. 

(**) Istituto di Geologia Applicata (Facoltà di Ingegneria - Università di 
Napoli); Cassa per il Mezzogiorno (Progetto Speciale n. 29). 

(***) Professore di ruolo di Geologia Applicata (Facoltà di Ingegneria - Po¬ 
litecnico di Torino). 


556 P. Celico e M. Civita 


L'analyse géomorphologique a permis de reconnaitre la présence d'un phé- 
nomène karstique actif et d'un phénomène partiellement inactif. 


L'analyse ’structural a mis en évidence l'existence au coeur du massif d'une 
structure généralment de détente alors que les bords nord-oriental et sud orientai 
présentent traces évidents de tensions compressifs. 

Aux fins ayant trait à l'application g'a été determiné le limite sud-oriental 
de l'unité hydrogéologique du mont Cervialto et determiné le bassin d'alimen¬ 
ta t io n de les sources de Quaglietta et ils ont été expliquées les causes structurals 
que permettent l’écoulement de grands sources (Caposele, Ponticchio, Senerchia) 
à mie altitude élevée sur le lit du ile uve Seie. 


1. Premessa 

Nel corso delle ricerche idrogeologiche sui massicci carbonatici cam¬ 
pani, condotte dai ricercatori dell'Istituto di Geologia Applicata della 
Facoltà di Ingegneria deH’Università di Napoli, si è sempre tentato di 



Fig. 1. — Ubicazione dell'area oggetto di studio. 


individuare un'unità morfologico-strutturale carbonatica che corrispon¬ 
desse a particolari caratteristiche idrogeologiche, climatiche, morfologiche 
ecc., tali da poter essere considerata rappresentativa di tutte le situa¬ 
zioni analoghe che si ritrovano nel l’Apperi nino carbonatico centro-meri- 







Sulla tettonica del massiccio del Cervialto (Campania), eco. 557 


dionale e cioè un vero e proprio « massiccio rappresentativo » o « unità 
campione ». 

L'attenzione del gruppo di ricercatori si appuntò, inizialmente, sul 
massiccio del Matese, il quale, però, fu ben presto giudicato non idoneo 
sia per l'estensione troppo grande, che per la complessità dell'idrodina¬ 
mica sotterranea e per la scarsa omogeneità stratigrafica e strutturale. 
Di contro, le caratteristiche richieste erano tutte riscontrabili nel mas¬ 
siccio del M. Cervialto, ovvero nell'area delimitata dalle alte valli dei 
fiumi Ofanto, Seie e Calore Irpino, nonché dal Vallone Isca la Cupa, 
dal F. Tusciano e dal Rio Zagarone, tributario del Seie (Fig. 1). 

Dallo studio di detta unità è scaturita tutta una serie di osservazioni 
e di dati che hanno chiarito la struttura idrogeologica del massiccio in 
questione, e più in generale, dell'intero bacino dell’alto Seie. I primi ri¬ 
sultati delle indagini vengono presentati e discussi nella presente nota, 
allo scopo di fornire un ulteriore contributo per una migliore compren¬ 
sione della geologia della zona. 

Gli autori di questo lavoro desiderano esprimere la loro viva grati¬ 
tudine all'ing. P. Camera e al geom. C. Sintoni deH’Ufficio Acquedotti Cam¬ 
pania e Molise della Cassa per il Mezzogiorno e a tutti coloro che hanno 
contribuito, con dati ed informazioni spesso preziosi, al buon esito delle 
ricerche. Un particolare cordiale ringraziamento va al Prof. Tullio Pesca¬ 
tore per le molte chiarificanti discussioni sui punti salienti della sintesi; 
ed al Prof. Pasquale Nicotera 1 per il sostegno fornitoci nel corso delle 
ricerche e per gli utili consigli in fase di redazione della nota. 


2. Cenni di geologia 

Il massiccio di Cervialto (Tav. I) si compone di un nucleo carbona- 
tico meso-cenozoico, fasciato per almeno tre lati da terreni flyschoidi in 
gran parte terziari. Vi si riconoscono le seguenti Unità introdotte da 
D’Argenio-Pescatore-Scandone [1973] e da Ippolito e Altri [1973; 1975]: 
l’Unità Alburno-Cervati (prevalentemente carbonatica), le Unità Sicilidi 
(prevalentemente argillose) e le Unità Irpine (prevalentemente arenacee). 


1 II prof. P. Nicotera, Direttore dell’Istituto di Geologia Applicata (Fac. 
di Ingegneria - Università di Napoli) è responsabile del programma di ricerche 
sull’idrogeologia dei massicci carbonatici dell’Appennino meridionale, nel quale 
s’inquadra l’intera ricerca sul Cervialto e sulla Val Seie della quale questo la¬ 
voro rappresenta il primo contributo. 


558 P. Celico e M. Civita 


2.1. Unità Alburno-Cervati (piattaforma Campano-lucana ) 

La base della serie affiorante nel M. Cervialto è costituita da dolomie 
bianche, talora con struttura saccaroide, che affiorano in banchi e strati 
in località Costa Monacesi e nel vallone Pinzarrino: si tratta di una for¬ 
mazione, attribuita al Nerico, il cui spessore non supera i 500 m. 

Seguono delle assise non più schiettamente do